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Civiltà

Prepararsi: 15 cose che possono accadere se l’economia collassa

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Renovatio 21 mesi fa ha pubblicato vari articoli sull’argomento del possibile collasso economico, sociale, politico del nostro Paese – e forse di tutta la Civiltà. Abbiamo scritto del bisogno di preparsi. Chi ci derideva, ad inizio COVID, poi ha improvvisamente smesso.

 

Chi crede che il prepping sia una cosa da paranoidi destroidi non ha capito che sono le stesse élite liberal che stanno comprando terreni sui monti o in isole lontane, ammassando armi e viveri e financo ventilatori polmonari.

 

Non crediamo che la situazione sia sotto controllo, non lo abbiamo mai creduto: specie ora che il virus è diventato una forma di repressione sociopolitica e di distruzione economica – la famosa liquidazione della classe media, di cui tanto vi parliamo.

Non crediamo che la situazione sia sotto controllo, non lo abbiamo mai creduto: specie ora che il virus è diventato una forma di repressione sociopolitica e di distruzione economica – la famosa liquidazione della classe media, di cui tanto vi parliamo.

 

Non crediamo che la situazione sia sotto controllo, anche perché vediamo riaffiorare una violenza cieca e belluina nella rivolta pseudorazziale americana e nei suoi cascami europei – fatto ancora più inquietante quando si capisce che la violenza è sanzionata dall’establishment democratico, dai grandi gruppi industriali, mediatici, finanziari e perfino dal pensiero medico, che sostiene che le proteste di BLM non facciano salire il numero dei contagiati, anzi risparmi l’umanità da un virus ancora più tremendo che è quello del razzismo.

 

Perché il mondo è definitivamente impazzito, dovremmo essere tutti preparati per quello che verrà dopo. Per prepararci efficacemente, dobbiamo sapere cosa accadrà quando avverrà il collasso dell’economia. Quando ciò accadrà, l’urto della distruzione della classe media e dei consumi da essa generati manderà all’aria l’intero sistema.

Perché il mondo è definitivamente impazzito, dovremmo essere tutti preparati per quello che verrà dopo. Per prepararci efficacemente, dobbiamo sapere cosa accadrà quando avverrà il collasso dell’economia. Quando cioà, l’urto della distruzione della classe media e dei consumi da essa generati manderà all’aria l’intero sistema.

 

Epic Economist ha messo insieme un ottimo video che descrive in dettaglio le 15 cose (e sì, alcune sono un po’ spaventose) che accadranno quando l’economia crollerà.

 

Perché l’economia crollerà: lo ha fatto a più riprese nell’arco degli ultimi secoli, con sconquassi sociali immani, e spesso senza avere, come oggi, lo scusante della Pandemia.

 

Guardate al disastro USA: «quando l’economia più grande del mondo si trova in una fase di recessione, molti altri paesi non tarderanno a seguire lo stesso percorso» scrive SHTFplan.com.

 

 

https://youtu.be/vSJijPEDWmM

 

L’urto della distruzione della classe media e dei consumi da essa generati manderà all’aria l’intero sistema

La crisi finanziaria che il mondo sta per affrontare nei prossimi anni sarà una catastrofe senza precedenti, soprattutto se si considera che i problemi di fondo degli incidenti precedenti non sono mai stati risolti. Una vera riparazione richiederebbe una completa ristrutturazione del sistema, e le élite non erano mai interessate a riparare il sistema che hanno istituito per fregare la massa della popolazione.

 

1- Carenza di carburante o razionamento del carburante

 

La crisi finanziaria che il mondo sta per affrontare nei prossimi anni sarà una catastrofe senza precedenti, soprattutto se si considera che i problemi di fondo degli incidenti precedenti non sono mai stati risolti

2 – L’aumento di rapine automobilistiche

 

3 – Compromissione dell’autotrasporto interstatale, limitazione l’offerta di beni essenziali

 

4 – Inadempienza nello smaltimento dei rifiuti e dei servizi igienico-sanitari urbani

 

5 – Scarsità alimentare, interruzione delle catene di approvvigionamento alimentare

 

Sapere che è probabile che queste cose accadano quando l’economia crolla dovrebbe aiutare a darci un’idea di ciò che dobbiamo preparare

6 – Crollo della qualità dell’acqua

 

7 –  La popolazione entra in modalità sopravvivenza, un esempio di questo potrebbe essere la macellazione di animali dello zoo per il cibo.

 

8 – Scomparsa degli animali domestici

Assicuriamoci di sapere come difendere noi  stessi  e la nostra famiglia. Assicuriamoci di avere un modo per filtrare l’acqua.

 

9 – L’agitazione civile porta alla turbolenza nelle strade. Gli attacchi 10 diventano più frequenti

 

11 – Aumento dei rapimenti. Incrementi di attività a 12 bande

 

Dovremo essere in grado di evitare la folla e vivere da soli, potenzialmente fuori dal circuito sociale. Dovremo divenire autosufficienti e non riporre la fiducia nel sistema.

12 – Incremento dell’attività delle bande criminali

 

13 –  Chiusura delle banche

 

14 – Sovraccarico degli ospedali

 

15 – Legge marziale

Molte persone stanno ancora lottando disperatamente per mantenere intatto il sistema nonostante la consapevolezza che esso è truccato e corrotto

 

Sapere che è probabile che queste cose accadano quando l’economia crolla dovrebbe aiutare a darci un’idea di ciò che dobbiamo preparare.

 

Assicuriamoci di sapere come difendere noi  stessi  e la nostra famiglia. Assicuriamoci di avere un modo per filtrare l’acqua.

 

Abbandoniamo invece il sistema, riponiamo la nostra fiducia in noi stessi

Dovremo essere in grado di evitare la folla e vivere da soli, potenzialmente fuori dal circuito sociale. Dovremo divenire autosufficienti e non riporre la fiducia nel sistema.

 

Molte persone stanno ancora lottando disperatamente per mantenere intatto il sistema nonostante la consapevolezza che esso è truccato e corrotto.

 

La continuazione della Civiltà potrà esservi solo se gruppi di uomini si porranno queste questionie risponderanno con vere azioni di resistenza al collasso del mondo moderno

Abbandoniamo invece il sistema, riponiamo la nostra fiducia in noi stessi, miglioriamo le capacità di pensiero critico.

 

Dobbiamo, tutti, creare i nostri piani B.

 

La continuazione della Civiltà potrà esservi solo se gruppi di uomini si porranno queste questioni, e risponderanno non con articoli e teorie, ma con vere azioni di resistenza al collasso del mondo moderno

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Civiltà

Equinozio, magia eterna

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Oggi è l’equinozio di autunno.

 

Tutti sappiamo cos’è: il giorno in cui la durata della notte coincide con quella del giorno.

 

Tecnicamente, equinozio è l’istante nel tempo in cui il piano dell’equatore terrestre passa attraverso il centro geometrico del disco solare.Ciò si verifica due volte all’anno, intorno al 20 marzo e al 23 settembre. In altre parole, è il momento in cui il centro visibile del Sole è direttamente sopra l’equatore.

 

L’equinozio è un allineamento della Terra con l’astro che le dà la vita. Forse per questo da sempre varie religioni hanno considerato l’equinozio come una data di festa – perfino la laica Repubblica Francese, creata e portata avanti dalla massoneria come altre repubbliche europee, la vuole come festività nazionale.

 

Tutto il mondo dell’esoterismo e della magia freme nelle ore dell’equinozio. The Equinox era la rivista di occultismo pubblicata dal padre del neopaganesimo magico e del satanismo moderno Aleister Crowley.

 

C’è tuttavia una vera magia che vale la pena di ricordare: la precessione degli equinozi. Concetto non facilissimo da afferrare, tanto che chi scrive una volta ne chiese conto ad una laureanda in  Astronomia, che fece scena muta.

C’è una vera magia che vale la pena di ricordare: la precessione degli equinozi

 

 

La precessione è il lento ed inesorabile cambiamento di  l’orientamento dell’asse di rotazione terrestre rispetto alle costellazioni.

 

La precessione (cioè rotazione dell’asse attorno alla perpendicolare: immaginate una trottola) avviene per la forma non perfettamente sferica del pianeta e per l’intervento gravitazionale della Luna e del Sole.

 

Il moto completo della precessione è di 25.772 anni circa. In gergo, si chiama suggestivamente «anno platonico». Platone aveva infatti definito nel suo dialogo Timeo il periodo di ritorno del cielo alla sua posizione iniziale come «anno perfetto».

 

In questi quasi 26 millenni si avvicendano quindi le diverse ere astrologiche, e conseguentemente, cambia la stella polare: tra circa 13.000 anni a indicare il Nord  sarà Vega e non Polaris, cioè quella che a questa altezza dell’anno platonico chiamiamo « Stella Polare».

Il moto completo della precessione è di 25.772 anni circa. In gergo, si chiama suggestivamente «anno platonico»

 

In pratica, con il tempo l’asse della Terra (chiamato anche punto vernale, punto d’Ariete o punto Gamma) punti verso verso diverse costellazioni. Ciò ha creato l’idea che il mondo attraversi varie ere astrologiche.

 

L’era astrologica, o era zodiacale, è la suddivisione che il pensiero magico ha dato alla storia del mondo. Essa si compone di dodici eoni, che collimano perfettamente con i dodici segni dello Zodiaco, ciascuno dei quali della durata di 2160 anni.

 

Il punto vernale – che è la congiunzione dell’asse del pianeta con il Sole che avviene nel giorno dell’equinozio di primavera – circa 2100 anni fa, puntava la  costellazione dell’Ariete. In seguito con il passare dei secoli, la precessione, lo ha man mano spostato verso la costellazione dei Pesci (qui abbondano i riferimenti degli astrologi all’ascesa del Cristianesimo); secondo alcuni saremmo ora all’alba, dell’era astrologica successiva, la celeberrima Era dell’Acquario, popolarizzata dalla canzone del musical Hair. Sulla sua partenza le fonti sono discordi: taluni dicono che sarebbe scoccata proprio nel dicembre del fatale anno 2020, altri sostengono che sarebbe partita nel marzo di quest’anno.

 

Qui tuttavia si innesta la vera magia della storia degli equinozi.

Con il tempo l’asse della Terra punti verso verso diverse costellazioni. Ciò ha creato l’idea che il mondo attraversi varie ere astrologiche

 

La scoperta della precessione è dibattuta: babilonesi, egizi, cinesi… molti hanno trovato vaghe tracce di una possibile comprensione del fenomeno dei popoli antichi.

 

Tuttavia, qualcuno parla di una scoperta molto precedente, risalente addirittura al Neolitico. E con implicazioni di mistero totale.

 

Giorgio de Santillana, un fisico ebreo romano che fuggì dal fascismo riparando in USA (dove insegnò storia della scienza al MIT di Boston) pubblicò nel 1969 uno strano libro dal titolo assai poetico, Il mulino di Amleto. (Il libro, compilato con la scienziata Hertha von Dechend, è pubblicato ancora oggi in Italia dall’ineffabile editore Adelphi…)

 

L’idea alla base del volume si attirò critiche severe da parte della comunità scientifica.

 

Santillana sostiene che la conoscenza della precessione degli equinozi e delle ere astrologiche era conosciuta sin dai tempi di una non precisata civiltà megalitica capace di «insospettabile sofisticazione».

Santillana sostiene che la conoscenza della precessione degli equinozi e delle ere astrologiche era conosciuta sin dai tempi di una non precisata civiltà megalitica capace di «insospettabile sofisticazione»

 

La conoscenza della precessione e del susseguirsi delle ere zodiacali sarebbe stato quindi incapsulato nelle mitologie umane, di modo da far arrivare il messaggio sino a noi. Questi misteriosi antichi avrebbero inserito la realtà del fenomeno astronomico in particolare  sotto forma di una storia relativa a una macina e a un giovane protagonista (il mulino di Amleto che dà il titolo del libro, e un riferimento alla figura mitologica nordica Amlóða che compare nel racconto epico islandese Edda e che avrebbe poi ispirato Guglielmo Shakespeare nella creazione dell’eroe della sua tragedia più famosa).

 

Il libro ricostruisce il mito di un «mulino celeste» che ruota attorno al Polo e macina il sale e la terra del mondo, ed è associato ad un vortice.

 

La macina che cade dalla sua struttura rappresenta il passaggio della stella polare di un’epoca (simboleggiata da un sovrano o un re di qualche tipo) ad una nuova (simboleggiata dal rovesciamento del vecchio re dell’autorità e il potenziamento del nuovo).

 

Secondo gli autori questi «miti del mulino» sarebbe presenti in varie mitologie mondiali, come si evincerebbe da  « oggetti cosmografici di molte epoche e climi (…) Saxo Grammaticus, Snorri Sturluson (…) Firdausi, Platone, Plutarco, il Kalevala, Mahabharata, e Gilgamesh, per non dimenticare l’Africa, le Americhe e l’Oceania».

 

«Possiamo quindi vedere come tanti miti, all’apparenza fantastici e arbitrari, di cui il racconto greco dell’Argonauta è una progenie tardiva, possano fornire una terminologia di motivi immaginali, una sorta di codice che sta cominciando a essere decifrato» scrive Santillana in un precedente libro del 1961, Le origini del pensiero scientifico.

 

«Possiamo quindi vedere come tanti miti, all’apparenza fantastici e arbitrari (…) possano fornire una terminologia di motivi immaginali, una sorta di codice che sta cominciando a essere decifrato»

Tale codice segreto, scrive lo studioso, «aveva lo scopo di consentire a coloro che sapevano (A) di determinare inequivocabilmente la posizione di determinati pianeti rispetto alla terra, al firmamento e l’uno all’altro; (B) di presentare quale conoscenza ci fosse del tessuto del mondo nella forma di racconti su “come è iniziato il mondo”».

 

Le implicazioni di questo pensiero sono immense. C’è un’intelligenza superiore, che giace sotto la storia?

 

Immaginate lo shock per il Progressismo, l’idea che eravamo delle scimmie, poi dei bruti, e poi via via ci siamo «civilizzati» fino ai viaggi spaziali, i vaccini mRNA e i matrimoni gay. E se, invece, vi fossero state delle civiltà precedenti che avevano capito molto più di quanto siamo in grado di capire noi?

 

Le implicazioni di questo pensiero sono immense. C’è un’intelligenza superiore, che giace sotto la storia? E se la storia umana potesse quindi essere una forma di involuzione (una caduta, in termini religiosi…) invece di un luminoso sentiero verso un futuro sempre migliore, sempre più giusto ed intelligente?

E se la storia umana potesse quindi essere una forma di involuzione (una caduta, in termini religiosi…) invece di un luminoso sentiero verso un futuro sempre migliore, sempre più giusto ed intelligente?

 

E se tutto quello che sappiamo della storia, quindi, fosse falso? Se invece che guardare i nostri antenati dall’alto verso il basso, la situazione si rovesciasse?

 

Ancora: e se non avessimo neppure iniziato a decifrare le tracce che gli antichi ci hanno lasciato? Se la saggezza di cui disponiamo oggi non fosse nemmeno una frazione di quella di cui disponeva chi è venuto prima di noi?

 

Il pensiero progressista – cioè, l’incarnazione moderna dell’illuminismo massonico che ci ha dato le rivoluzioni degli ultimi secoli – non può tollerare in alcun modo un simile pensiero.

 

Ecco perché all’epoca il volume fu stroncato come «non serio», «amatoriale nel senso peggiore possibile» e quindi, di fatto, dimenticato, relegato allo scaffale delle bizzarrie. Esso poteva rappresentare un esercizio di mitologia comparata, al massimo, o di archeoastronomia, lo studio di come nelle passate epoche era osservato il cielo.

 

Per quanto l’accademia rigettasse il libro, l’idea continuava a vivere in libri come nel fortunatissimo saggio di pseudoarcheologia Impronte degli dei del giornalista Graham Hancock, dove si parla di questa sapiente civiltà scomparsa dopo un cataclisma, esattamente come quella di cui parla lo stesso Platone sempre nel Timeo e nel Crizia – Atlantide.

 

Il pensiero progressista – cioè, l’incarnazione moderna dell’illuminismo massonico che ci ha dato le rivoluzioni degli ultimi secoli – non può tollerare in alcun modo un simile pensiero

Scienziati ed intellettuali ridono di libri come questo – come ridevano di Donald Trump, diciamo.

 

Poi capita di leggere che, sì, in effetti l’allineamento perfetto delle Piramidi di Giza sarebbe dovuto proprio… all’equinozio d’autunno.

 

«Nel corso degli anni, gli esperti hanno proposto una serie di teorie per spiegare come gli antichi egizi costruissero le piramidi. Alcuni hanno ipotizzato di aver usato le costellazioni, mentre altri credono facessero affidamento sul sole» scrive la Smithsonian Magazine, che introduce il lavoro dell’archeologo Glen Dash. La rivista è serioso organo dello Smithsonian Institute, rispettabile ente di ricerca con annesso un notissimo museo a Washington D.C. e altri 19 musei, cosa che difatto rende lo Smithsonian il più grande gruppo museale al mondo.

 

«Nel suo articolo, Dash suggerisce che gli antichi egizi usassero effettivamente il sole per allineare le piramidi, ma in particolare il giorno dell’equinozio d’autunno» scrive la rivista.

 

«Per dimostrare la sua teoria, Dash ha piantato un’asta per tracciare il movimento del sole il 22 settembre 2016, il giorno dell’equinozio d’autunno (…) ha segnato la posizione dell’ombra della verga durante il giorno, formando una curva. Alla fine della giornata, ha avvolto un pezzo di spago attorno al palo e lo ha usato per segnare un arco che intercettava due punti della curva. Quando viene tracciata una linea retta, è quasi perfettamente puntata da est a ovest, con una leggera rotazione in senso antiorario, proprio come l’allineamento delle tre piramidi più grandi dell’Egitto».

 

Da qui si potrebbe aprire la storia della «Teoria della Correlazione di Orione».

 

L’idea – discussa in egittologia come teoria di frangia dal 1989 e popolarizzata dal film Stargate – ritiene che vi sia una correlazione tra la posizione delle tre piramidi di Giza e la Cintura di Orione della costellazione di Orione, e che questa correlazione fosse intesa come tale dai costruttori originali del complesso piramidale di Giza.

 

Le stelle di Orione erano associate a Osiride , il dio egizio  della rinascita e dell’aldilà. Accanto alle piramidi, sappiamo esserci un altro enigmatico monumento, la sfinge: un leone con la testa di donna. Ebbene,  secondo alcuni calcoli astronomici, l’era zodiacale della costruzione delle piramide era quella del Leone…

 

A noi non resta che far notare: quanta magia, in questo mondo. Quanta profondità, quanto significato hanno le sue storie. E che eterno mistero può nascondersi dietro ad un giorno qualsiasi, un giorno come oggi, equinozio d’autunno 2021.

Anche qui, un messaggio cifrato, incastonato in una mitologia antichissima.

 

Lasciamo i soloni ridere, e gli appassionati affondare nella letteratura sull’argomento.

 

A noi non resta che far notare: quanta magia, in questo mondo. Quanta profondità, quanto significato hanno le sue storie.

 

E che eterno mistero può nascondersi dietro ad un giorno qualsiasi, un giorno come oggi, equinozio d’autunno 2021.

 

 

 

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Avvocati che vogliono difendere gli stupratori ma non i no-vax

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Un’avvocato racconta che per lui si tratta della prima volta: non ha difeso una persona. È un sanitario di un’azienda ospedaliera. Rifiuta di vaccinarsi.

 

L’avvocato dice di aver difeso criminali di tutti i generi: «assassini, stupratori, inquinatori, stalker, politici corrotti», e lo ha fatto perché, dice, crede nel diritto alla difesa.

 

Tuttavia, davanti al no-vax, no. Non ce l’ha fatta.

La civiltà giuridica scompare con la Civiltà tout court.

 

Diciamo che si tratta di una prima volta anche per noi, e forse per tutto il sistema giudiziario: esiste quindi una categoria di accusati che si può lasciare senza difesa?

 

Il quotidiano La Verità qualche giorno fa ha pubblicato un articolo assai significativo che raccoglie storie come questa.

 

Si fa menzione di dichiarazioni di avvocati che rifiutano di assistere davanti alla giustizia clienti che rifiutano la vaccinazione.

 

La conseguenza logica primaria è che «assassini, stupratori, inquinatori, stalker, politici corrotti» siano persone più meritorie dei no-vax, giunti ad essere abitanti dell’ultimo girono del crimine, quello degli intoccabili. Paria biotici della società moderna e del suo sistema giudiziario

La conseguenza logica primaria è che «assassini, stupratori, inquinatori, stalker, politici corrotti» siano persone più meritorie dei no-vax, giunti ad essere abitanti dell’ultimo girone del crimine, quello degli intoccabili. Paria biotici della società moderna e del suo sistema giudiziario.

 

Un altro avvocato dice sprezzante che quelle dei no-vax, legalmente, sono «cause perse» che non meritano il suo tempo prezioso.

 

Eppure, c’è stato un tempo in cui gli avvocati della cause perse erano celebrati. Prendete il mitico Jacques Vérgès (1924-2013). Avvocato ed attivista comunista ed anticolonialista, Vérès fu il legale del gerarca nazista Klaus Barbie («il macellaio di Lione»), dell’ex capo di stato cambogiano dei khmer rossi Khieu Samphan («fratello»), del l’ex vicepresidente iracheno Tareq Aziz, il «negazionista» dell’Olocausto Roger Garaudy, del terrorista internazionale islamo-marxista detto «Carlos lo sciacallo». Si era offerto di difendere anche Slobodan Milosevic e Saddam Hussein, che rifiutarono, così come al generale e politico israeliano Ariel Sharon, che era di fatto un suo nemico ideologico. Quando gli chiesero se avrebbe difeso anche Hitler, lui rispose che avrebbe difeso anche Bush.

 

La sua figura è celebrata in un documentario presentato a Cannes, L’avvocato del terrore. Vérgès era ammirato per la sua etica professionale, per il suo profondo senso civile: anche il nemico merita un giusto processo.

 

Oggi, nel mezzo della guerra civile biotica, una figura come quella di Vérgès appare quasi come un miraggio.

 

L’articolo de La Verità riporta altri virgolettati, in cui si tenta di dimostrare come in fondo i crimini dello stupratore siano di gittata sociale circoscritta, mentre il no-vax con le sue idee sconsiderate colpisce la collettività».

 

Tutto questo ci porta a pensare che le possibilità di difendersi, per i non vaccinati si restringono ulteriormente. A schiacciargli non solo leggi liberticide, non solo la censura dei mezzi di comunicazione, ma ora anche la difficoltà di difendersi in sede giudiziaria

 

Vi sono tanti altri esempi simili segnalati sui social media: qua e là, ad augurare la morte e a parlare di campi di concentramento per i non-vaccinati magari non ci sono solo infermieri, medici, opinionisti e perdigiorno social, ma spunta anche qualche avvocato – una categoria peraltro inspiegabilmente, bizzarrissimamente risparmiata dal green pass (i giudici invece lo devono fare…).

 

Tutto questo ci porta a pensare che le possibilità di difendersi, per i non vaccinati si restringono ulteriormente. A schiacciargli non solo leggi liberticide, non solo la censura dei mezzi di comunicazione, ma ora anche la difficoltà di difendersi in sede giudiziaria.

 

Ne consegue un’altra semplice considerazione: sì, stiamo andando incontro ad un mondo senza processi, in cui è possibile condannare senza che l’imputato possa difendersi, senza processo, senza nemmeno che sappia di cosa è accusato. Nel 2021, Kafka si fonde con Stalin.

 

Norimberga, ricordiamolo, fu un processo. A tutti gli imputati – politici, militari, medici – fu  data la possibilità di difendersi, e forse non solo simbolicamente.

Norimberga, ricordiamolo, fu un processo. A tutti gli imputati – politici, militari, medici – fu  data la possibilità di difendersi, e forse non solo simbolicamente

 

Il «Processo ai dottori» del 1946-1947 vide sul banco degli imputati 23 medici nazisti accusati di aver condotto esperimenti sugli esseri umani – un tema che oggi dovremmo conoscere tutti.

 

Ebbene, di questi 23 dottori solo 7 vennero condannati a morte ed impiccati; a 5 venne inflitto l’ergastolo, poi commutato in 15 o 20 anni di carcere; 2 ricevettero 20 anni di prigione poi commutati in 10 anni, pena comminata anche ad un altro; ben 7 vennero assolti dalla Corte.

 

Ora, perfino questo processo sarebbe impossibile, anche solo per l’assenza di avvocati.

 

Perché lo stato di diritto non esiste più: né nello spazio virtuale (dove possono espungerti dal discorso pubblico senza nemmeno dirti perché) né in quello della legge e del Paese reale.

 

L’abolizione del diritto è l’abolizione dell’essere umano così come lo abbiamo conosciuto.

Perché concetti perpetuati nei secoli della società occidentale come l’habeas corpus, la presunzione di innocenza, non valgono più – e non vengono nemmeno più considerati, prima che dai giudici, dagli avvocati.

 

La civiltà giuridica scompare con la Civiltà tout court.

 

Siamo arrivati alla fase finale dell’umiliazione dell’uomo: ogni suo diritto è levato, anche il più fondamentale. Ogni parte del suo essere può essere rimossa, cancellata, o modificata – persino a livello biomolecolare.

 

L’abolizione del diritto è l’abolizione dell’essere umano così come lo abbiamo conosciuto.

 

Dell’uomo, lo abbiamo compreso, resterà solo una variante.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Calvi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

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Civiltà

Agamben e la casa che brucia

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Per chi combatte contro il mondo moderno da ben prima della pandemia, Giorgio Agamben è un bizzarro compagno di strada.

 

Agamben è uno di quegli italiani che diventano famosissimi in Francia prima che in Italia, come Monica Bellucci e Aldo Maccione.

 

È stato, per anni, una punta di diamante della parigineria filosofica. Considerando l’eco che essa ha negli atenei di tutto il mondo (da quelli statunitensi a quelli italiani) possiamo dire che egli era a suo modo assiso su un vertice mondiale. Il suo pensiero ha spaziato dall’estetica a – soprattutto – la biopolitica. I cascami autistici di questo sottobosco dorato con i suoi mostri – dall’uxoricida Althuser all’agent provocateur Henry-Levy, dal «pedofilo» Foucault al suicida Deleuze – ci ripugna da che abbiamo capito che le letture che si fanno da ragazzi non è detto che possano avere un qualche ruolo in età adulta. Ma stiamo divagando.

 

In molti hanno scoperto la figura di Agamben solo l’anno scorso, quando d’un tratto emerse questa voce di filosofo, praticamente unica in Italia e nel mondo, a gridare contro ciò che veniva fatto alla società. Clausura, terrore, mutamento del consorzio umano sin nelle sue forme primarie: degli uomini non si vede più nemmeno la faccia.

 

In un libro che raccoglie gli articoli del 2020, A che punto siamo (edito da Quodlibet, una casa editrice fondata da suoi allievi), abbiamo letto che vi sono stati grandi giornali nazionali che hanno chiesto un intervento al filosofo per poi, letto quello che scriveva con sincerità, rifiutarsi di pubblicare.

«Quale casa sta bruciando? Il Paese dove vivi o l’Europa o il mondo intero? Forse le case, le città sono già bruciate, non sappiamo da quanto tempo, in un unico immenso rogo, che abbiamo finto di non vedere»

 

Ecco, questa è la cosa che ci colpisce di più della vicenda di Agamben: il fatto che forse il professore credeva che gli sarebbe stato permesso di esprimersi liberamente – e dire la verità.

 

Questo smacco, per noi che da anni siamo abituati alle censure e alle derisioni (e, ora, alle delazioni), è significativo. È, a suo modo, un buon segno: il Principe ti mette a tacere solo se dici qualcosa di importante, mentre di tutto il resto – per esempio, la filosofia, la politica, la pornografia – puoi parlare in libertà, perché è intrattenimento narcotico per distogliere la massa dall’unica cosa davvero importante: la vita.

 

Quest’anno Agamben è uscito con un nuovo libro. Si chiama, molto suggestivamente, Quando la casa brucia.

 

Si tratta di una sorta di breve scritto poetico-filosofico, compilato in uno stile tutto personale, un po’ solipsistico, un po’ «francese», diremo. Tanto chiaroscuro filosofico. Tanto gergo. Molti concetti coniati per l’occasione. Richiami all’antico. Qua e là, l’odore di Heidegger (l’autore ha una foto assieme al controverso filosofo criptoparafilonazista). L’elogio delle architetture di Carlo Scarpa. Tanti etimi dal latino e dal greco. Perfino qualche giuoco con l’alfabeto ebraico.

 

Ecco, non possiamo dire che ci sia piaciuto. Non abbiamo più lo stomaco per letture del genere. Perché, appunto, la nostra casa brucia — e se abbiamo il tempo di leggere vogliamo recuperare nel concreto delle tessere del mosaico di questo mondo impazzito. Vogliamo informazioni, analisi, direzioni. Vogliamo chiarezza. Vogliamo ordine.

«Viviamo in caso, in città arse da cima a fondo, come se stessero ancora in piedi, la gente finge di abitarci ed esce per strada mascherata fra le rovina quasi fossero ancora i familiari rioni di un tempo»

 

Forse abbiamo torto. Perché dentro a questo libricino ci sono parole incredibili, pensieri di lucidità assoluta. C’è il potere totale del pensiero che diventa arte e illumina il buio del mondo.

 

«Quale casa sta bruciando? Il Paese dove vivi o l’Europa o il mondo intero? Forse le case, le città sono già bruciate, non sappiamo da quanto tempo, in un unico immenso rogo, che abbiamo finto di non vedere. Di alcune restano solo dei pezzi di muro, una parete affrescata, un lembo del tetto, dei nomi, moltissimi nomi già morsi dal fuoco E, tuttavia li ricopriamo così accuratamente con intonachi bianchi e parole mendaci che sembrano intatti. Viviamo in caso, in città arse da cima a fondo, come se stessero ancora in piedi, la gente finge di abitarci ed esce per strada mascherata fra le rovina quasi fossero ancora i familiari rioni di un tempo».

 

Una descrizione che dipinge nella nostra mente le nostre città piagate dal lockdown, che risulta più vivida di tante foto e video fatti con i droni delle strade deserte nei mesi di confinamento.

 

«E ora, la fiamma ha cambiato forma e natura, si è fatta digitale, invisibile e fredda, ma proprio per questo è ancora vicina, ci sta addosso e circonda in ogni istante».

 

Non sapremo definire in modo migliore l’era di sorveglianza bioelettronica di cui il COVID è solo la prima fase di allineamento globale. La «fiamma», di cui parla Agamben, brucia da anni l’intero popolo della Cina Popolare, che si prepara ad esportarla anche da noi.

 

Il pensiero si fa vertiginoso e totale. Agamben non ha paura di comprendere il problema alla radice, rivolgendosi ad un tema fondamentale per Renovatio 21: la Civiltà.

 

«E ora, la fiamma ha cambiato forma e natura, si è fatta digitale, invisibile e fredda, ma proprio per questo è ancora vicina, ci sta addosso e circonda in ogni istante»

«Che una civiltà – una barbarie – sprofondi per non più risollevarsi, questo è già avvenuto e gli storici sono abituati a segnare e datare cesure e naufragi. Ma come testimoniare di un mondo che va in rovina con gli occhi bendati e il viso coperto di una repubblica che crolla senza lucidità né fierezza in abiezione e paura? La cecità è tanto più disperata perché i naufraghi pretendono di governare il proprio naufragio, giurano che tutto può essere tenuto tecnicamente sotto controllo, che non c’è bisogno né di un nuovo dio né di un nuovo cielo – soltanto di divieti, di esperti e di medici. Panico e furfanteria».

 

Panico e furfanteria. Quale definizione migliore per l’ora presente?

 

E poi sì, riconosciamolo: questo è il momento di chi, con il filosofo Heidegger, si è posto delle domande sul ruolo della tecnica – che oggi chiamiamo tecnologia – nella vicenda umana.

 

Tecnica è la soluzione alla catastrofe – il vaccino. O almeno, così dicono. (Renovatio 21 crede che il vaccino mRNA sia più che una questione tecnica: è informatica)

 

Tecnica è con probabilità l’origine della catastrofe – l’Istituto di Virologia di Wuhan e i suoi esperimenti di ingegneria genetica Gain of Function. Questo, invece, non lo dicono, o almeno non tutti, e soprattutto non da subito.

 

«Da quanto tempo la casa brucia? Da quanto tempo è bruciata? Certamente un secolo fa, fra il 1914 e il 1918, qualcosa è avvenuto in Europa che ha gettato nelle fiamme e nella follia tutto quello che sembrava restare di integro e vivo; poi nuovamente, trent’anni dopo, il rogo è divampato ovunque e da allora non cessa di ardere, senza tregua, sommesso, appena visibile sotto la cenere, ma forse l’incendio è cominciato già molto prima, quando il cieco impulso dell’umanità verso la salvezza e il progresso si è unito alla potenza del fuoco e delle macchine. Tutto questo è noto, e non serve ripeterlo. Piuttosto occorre chiedersi come abbiamo potuto continuare a vivere e pensare mentre tutto bruciava, che cosa restava in qualche modo integro nel centro del rogo o ai suoi margini. Come siamo riusciti a respirare fra le fiamme, che cosa abbiamo perduto, a quale relitto – o a quale impostura – ci siamo attaccati».

«Occorre chiedersi come abbiamo potuto continuare a vivere e pensare mentre tutto bruciava, che cosa restava in qualche modo integro nel centro del rogo o ai suoi margini»

 

L’incontro dell’umanità con la potenza delle macchine è senz’altro un altro abisso di pensiero che a questo punto diviene inevitabile.

 

Abbiamo cominciato a pubblicare, in questi mesi, gli scritti di Gunther Anders, il filosofo che per primo si interrogò sul significato della svolta tecnologica che l’umanità aveva intrapreso nel XX secolo con bombe e missili atomici.

 

Tuttavia, pur evitando l’olocausto termonucleare, la minaccia della tecnologia è divenuta ancora più sottile, onnipervadente.

 

«Ed ora che non ci sono più fiamme, ma solo numeri, cifre e menzogne, siamo certamente più deboli e soli, ma senza possibili compromessi, lucidi come mai prima d’ora».

 

Per Agamben la pazzia odierna è il pensiero che un controllo tecnologico – e quindi sanitario e repressivo – sia possibile sulla vita umana.

 

«È come se il potere cercasse di afferrare a ogni costo la nuda vita che ha prodotto e, tuttavia, per quanto si sforzi di appropriarsene e controllarla con ogni possibile dispositivo, non più soltanto poliziesco, ma anche medico e tecnologico, essa non potrà che sfuggirgli perché è per definizione inafferrabile. Governare la nuda vita è la follia del nostro tempo».

«Ed ora che non ci sono più fiamme, ma solo numeri, cifre e menzogne, siamo certamente più deboli e soli, ma senza possibili compromessi, lucidi come mai prima d’ora»

 

Emerge qui il concetto, limpidissimo, del mondo-COVID come «dispositivo». Il coronavirus come artificio di controllo.

 

La domanda abissale, a questo punto, sarebbe: chi è il controllore? Chi ha costruito il dispositivo? Chi lo possiede?

 

A questa domanda Agamben non sembra rispondere, tuttavia ci dice dell’oggetto del dispositivo: «uomini, ridotti alla loro pura esistenza biologica non sono più umani, governo degli uomini e governo delle cose coincidono».

 

Sono anche queste parole da meditare in profondità. Il «governo degli uomini e delle cose» è una realtà drammatica e presente. In questo momento, delle «cose», dei microprocessori nutriti ad algoritmi, decidono più di quanto decidano gli uomini – anzi decidono per gli uomini, anzi decidono della sorta degli uomini.

 

Siamo al compimento di un ideale di tecnocrazia che, pur nel suo modo arruffato e incompleto, era accarezzato dal fondatore di uno dei partiti di governo. Un mondo dove la tecnologia connette e domina gli individui ininterrottamente. Una tecnocrazia dove al potere non ci sono i «tecnici» – come, ad esempio, ai tempi bonari del governo Monti, ma una macchina vera e propria.

 

È un quadro che conosciamo bene.

 

«Uomini, ridotti alla loro pura esistenza biologica non sono più umani, governo degli uomini e governo delle cose coincidono»

Così come sappiamo che non è data, né ora né in futuro, la possibilità di toglierci dalla lotta che si prepara.

 

«Negli anni a venire ci saranno sono monaci e delinquenti. E, tuttavia, non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie e dovremo imparare cautamente a usarle nel modo più giusto, senza farci notare»

 

Idea post-apocalittica stupenda. Imparare a convivere con le macerie, ché sono anche nostre – con quelle rovine che siamo noi stessi. Nascondere la propria visione, la propria potenza. Ma continuare.

 

Perché il trauma di questa società divisa in modo nuovo è ancora tutto da elaborare.

 

«Chi si accorge che la casa brucia, può essere spinto a guardare i suoi simili, che sembrano non accorgersene con disdegno e disprezzo. Eppure non saranno proprio questi uomini che non vedono e non pensano i lemuri cui dovrai rendere conto nell’ultimo giorno? Accorgersi che la casa brucia non ti innalza al di sopra degli altri: al contrario, è con loro che dovrai scambiare un ultimo sguardo quando le fiamme si faranno più vicine. Che cosa potrai dire per giustificare la tua pretesa coscienza a questi uomini così inconsapevoli da sembrare quasi innocenti?».

 

Quanta onestà. Quanta lucidità.

 

«Negli anni a venire ci saranno sono monaci e delinquenti. E, tuttavia, non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno»

Tuttavia, a differenza di Agamben, noi sappiamo con esattezza a Chi nell’ultimo giorno dovremo rendere conto.

 

È proprio per questo che, anche prima del COVID, chi voleva aveva già molte risposte (quando è iniziato tutto questo? Perché? Chi tira le fila di questo processo?).

 

Ed è proprio per questo che, prima che arrivasse la tempesta, noi eravamo già in battaglia – e prefiguravamo l’avvento di questo nuovo totalitarismo molecolare, lo schiacciamento della penultima sovranità rimastaci, quella biologica.

 

Non sappiamo se il filosofo può riconoscerlo: della chiesa egli ha – giustamente – l’immagine di Bergoglio. Lo scrive nel libro, lo ha detto varie volte in articoli dello scorso anno: la ritirata del cattolicesimo moderno dinanzi al virus è disarmante perfino per un laico.

 

Chi è addentro alle cose dello spirito sa perfettamente come vanno le cose: il tempo presente è figlio di una crisi spirituale ingenerata da una crisi della dottrina cattolica. Una crisi ingegnerizzata e inoculata artificialmente da qualcuno, le cui trombosi nel corpo dell’umanità durano da decenni, provocando le innumeri sciagure che stiamo vivendo.

 

Ecco perché, a dire il vero, non avremo voglia di stare in compagnia di chi in tutti questi anni non lo ha percepito – di chi ben prima del virus non aveva capito che la Civiltà sta davvero disintegrandosi – nella sua materia vivente, in ecatombi e sacrifici umani infiniti –, di chi non ha guardato nell’abisso biotico, e visto il problema alla radice.

 

Epperò quanto ci allieta vedere che c’è ancora qualche pensatore remoto che, anche senza chiamarla con il suo nome, riesce a vedere la Cultura della Morte e a sbatterci addosso il muso.

 

La casa brucia, professore. Le fiamme sono quelle dell’Inferno.

 

Con cosa, quindi, possiamo estinguere questo fuoco?

 

Il filosofo è disposto ad ammetterlo?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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