Pensiero
Mai con Cacciari
Questo articolo era programmato per essere finito e pubblicato almeno dieci giorni prima di Natale. Poi… chi ci segue sa che ci sono stati un paio di problemi – il problema che adesso hanno tutti, niente di troppo serio (insomma) – e abbiamo rimandato, e rimandato e rimandato ancora.
Così, come avviene sempre, la realtà ha confermato quello che pensavamo. E noi abbiamo perso una possibilità di posizionare ancora una volta Renovatio 21 nella mente del lettore sotto forma di quel puffo che dice sempre «te lo avevo detto io».
L’oggetto della discussione è Massimo Cacciari. L’articolo in bozza da più di un mese non ha mai cambiato titolo: mai con Cacciari.
Cosa ci aveva spinto a porre attenzione sul sindaco PD di Venezia?
La7, la rete TV del Gruppo Cairo, il canale che oramai rappresenta l’establishment e la narrazione ufficiale più di Mediaset e RAI, lo aveva mandato ad intervistare da un giornalista con l’orecchino. Colpiva il primo piano del filosofo nell’inquadratura dalla fotografia forse programmaticamente lugubre (si intravedono le persiane abbassate), dietro, sfuocato, pare esserci un quadro astratto, forse è un Vedova, ma potrebbe essere la nostra immaginazione.
Insomma, il segmento video finito sulla TV nazionale, lungi dall’essere la solita pioggia di fanghiglia sparata su un «no vax», trasmetteva qualcosa di lucido, solenne.
Il ragionamento di Cacciari, sul «totalitarismo alla cinese», sulla democrazia sostituita dalla «tecnocrazia procedurale», filano. Forse, a chi si occupa di queste cose da anni, e aveva presente la Cina e l’obbligo vaccinale da prima della pandemia, può apparire ancora un po’ crudo. Ma è lineare, giusto. Cacciari, una vita passata nel mainstream politico e culturale, in questo momento sta dicendo il vero. Gioiamo. Tirate fuori il vitello grasso.
Cacciari: «Che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene»
Poi, con con un tono che esprime una certa sicumera, cala una carta interessante: «che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene».
Eh?
Cosa?
Sì, siamo dinanzi ad un supposto ideologo della dissidenza che è sicuro dell’efficacia dei vaccini. Al punto che insulta chi non la pensa come lui. Qualche lettore di Renovatio 21, magari, può considerarsi idiota. Anche qualche collaboratore. Anche qualche migliaio di medici. Anche il dottor Didier Raoult. Anche il dottor Peter McCullough. Anche il dottor Robert Malone (che in un’altra clip dell’intervista Cacciari, confondendosi, dice essere un premio Nobel), che arriva a parlare di «efficacia negativa». Anche, per qualche ora, il New York Times.
L’intervista su Youtube è datata 12 dicembre. A fronte della catastrofe dei tamponi in corso, dove i triplodosati si contagiano come i non vaccinati, tale discorso è finito, da solo, nel cesso. Soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene.
Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava
Poi, a inizio del nuovo anno, ecco il colpo di scena, che tante persone non si aspettavano: Cacciari si fa la terza dose. Scandalo. Non se lo aspettava nessuno. I no vax si strappano i capelli. Lui ripete che da filosofo pensa a Socrate, perché «alle leggi si ubbidisce». Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava.
In realtà, noi, dopo aver visto questa intervista, non potevamo stupirci.
Più in generale, non ci stupiamo perché tutti i colonnelli che sono emersi in questi mesi non ci hanno mai convinto. Mai, nemmeno quando dicevano la cosa giusta. Diciamo di più, diciamo qualcosa di davvero borioso: tutti i professoroni, con più di 70 anni addosso e carriere universitarie, politiche o professionali pazzesche, ci sono sembrati dei neofiti, dei principianti in un tema che hanno cominciato ad affrontare, increduli, da pochi anni.
Prendete Agamben, compagnone di Cacciari. Ne abbiamo scritto. La cosa che troviamo più pazzesca di Agamben, come testimoniato nel suo libro dove lamenta la censura del Corriere della Sera per un pezzo che gli era stato chiesto, è che probabilmente credeva davvero che avrebbe avuto la facoltà di parlare liberamente – del resto siamo in democrazia. Agamben, con evidenza, non c’era quando nel 2014 assistevamo attoniti alla firma del ministro della Salute italiana alla Casa Bianca, con la GAVI di Gates e con tanti personaggi che sarebbero tornati con il COVID, per far diventare la prole degli italiani capofila della sperimentazione sull’obbligo vaccinale mondiale. Agamben non c’era nel 2017 quando quella firma si tradusse in una legge mostruosa, che già conteneva tutta l’apartheid biotica dell’ora presente, solo che la testava sulla fetta inferiore della società, i bambini, facendo meno rumore.
Oppure prendiamo Alberto Contri, già Consigliere di Amministrazione della RAI, già membro attivo dell’Aspen Institute, ora «garante» del Referendum No Green Pass, già . Ne abbiamo scritto. Ancora ci chiediamo come abbia fatto, sempre su La7, a dichiarare che «sono giorni che mi sto sgolando, per dire guardate che dovete finirla di fare queste manifestazioni di sabato, andando a interrompere il lavoro di quelli che vivono di commercio, vivono di bar e ristoranti eccetera, che stanno riprendendo… questo è un riflesso condizionato che ogni protesta deve sfociare in piazza». Rammentiamo anche che aggiunse, sempre su La7, lo stesso concetto di Cacciari: «questi vaccini sono leaky, per dirla in inglese, sono imperfetti… nessuno dice che non abbiano funzionato, ci mancherebbe altro».
Poi c’è Freccero. Un altro redento, hanno pensato tutti. Passato dall’aver «il pigiama ad Arcore» (copyright Antonio Ricci), dove lavorava, nottambulo come dicono che sia, fino a notte fonde con Berlusconi, che gli aveva affidato i palinsesti del neonato gruppo televisivo. Berlusconi, ammise Freccero, in realtà lo batteva nella resistenza stakanovista all’improduttività del sonno: «ad Arcore non si dormiva mai e Berlusconi controllava ogni sospiro. Se non correva da Veronica alle tre di notte, teneva marziali riunioni in cucina. Si lamentava dell’orario di programmazione di Hazzard, il telefilm preferito da suo figlio Piersilvio, allora detto Dudi». È una storia di un sodalizio potente, quello tra Berlusconi e Freccero, al punto che il Carlo fu spedito in Francia a pilotare il canale La Cinq, l’azzardo imprenditoriale transnazionale che fu probabilmente consentito a Silvio dalle simpatie che godeva presso il presidente socialista francese Mitterand (con cui, forse, aveva in comune alcune passioni). Fu con grande stupore che vedemmo, anni dopo, Freccero, finito a dirigere non ricordo più quale canale RAI, partecipare al lamento antiberlusconiano di quegli anni, per esempio sul G8 di Genova. Ma non è l’unica giravolta che ricordiamo. Abbiamo in mente quando, piuttosto lucido, parlò in TV dei misteri dietro al M5S, il gruppo Bilderberg, etc. Gli chiesero di Casaleggio e soci, lui fece un discorso di complotti e fine della democrazia, invitava a vedersi tutto il famoso video profetico Gaia – The future of politics. Era il 2012. Sei anni dopo, a elezioni 2018 stravinte dai pentastellati, lo beccarono che andava a pranzo con Di Battista, allora ragazzo-immagine del grillismo non ancora imploso. In rete ora circolano video messi dai 5 stelle dove Freccero li difende a spada tratta (sempre su La7). C’è da dire che già due anni prima parlò di Casaleggio, appena mancato, come di colui che ha avuto «un’idea grandiosa»
È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)
Ugo Mattei? Sappiamo quasi niente di lui. Ci tocca spulciare Wikipedia. È tra i più giovani del gruppo, ha 60 anni. Una carriera di professore di giurisprudenza coi fiocchi, tra la California e il Piemonte – ma anche visiting professor a Oslo, Berkeley, Montpellier, Macao, Strasburgo, Trento Consulente giuridico del Teatro Valle Occupato e dei NO TAV della Val di Susa. Una attività intellettuale, tutta nella solita sinistra, come la collaborazione con l’immancabile il manifesto. e poi con Il Fatto quotidiano. Tuttavia, viene premiato all’Accademia Nazionale dei Lincei dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È molto presente in piazza, sulle TV non si fa mettere i piedi in testa e risponde con veemenza. Gli va riconosciuto che è il primo ad aver promosso un soggetto politico vagliato dagli elettori: la sua lista «Futura per i beni comuni» prende il 2,3% alle elezioni comunali di Torino.
Paragone è più giovane, è un caso a parte. Misteriosamente, riesce in tantissime cose: passa dal presentare i libri alle sagre della Lega alla candidatura a senatore grillino in un nanosecondo, ma prima gli riesce, lui, ribelle rocker pure lui con l’orecchino, di avere programmi tutti suoi in RAI e, ancora, su La7 – agli altri ex direttori de La Padania, tipo il grande Gigi Moncalvo, non è andata esattamente così. Come noto, in piazza a Trieste, dove si era recato per salire sorridente sui paracarri e cantare «la gente come noi non molla mai», è stato contestato. Qualcuno dice che era anche al porto nelle sere precedenti allo sgombro, quando la situazione cominciava ad arruffarsi tra enigmatici comunicati multipli e dimissioni improvvise dei leader della protesta. Ora ha azzeccato la cosa di Montagnier in piazza, non è impossibile che gli riesca anche questa, con un partitino virtuale con un nome che sembra di due secoli fa – quando il problema era l’Europa, l’euro, etc. I dubbi e le voci sul personaggio li lasciamo perdere, perché davvero non ci interessa.
Insomma, ci siamo capiti.
È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)
Tuttavia, quello di Cacciari è un caso diverso, secondo alcuni più inquietante.
Chi ha letto Gli Adelphi della dissoluzione, potente libro di Maurizio Blondet, ricorderà con Cacciari che durante un’intervista dice «il papa deve smettere di fare katéchon». Si tratta di una scena che sorprende: Cacciari era conosciuto per lo più come il ruvido, ma amato, sindaco della Laguna, e come opinionista dei talk che spesso alza la voce. Blondet, con prosa raffinata, scrive «che subito dopo parve pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita». Blondet gli chiede quindi cosa volesse dire katechon. «Katéchon è ciò che trattiene» risponde Cacciari. «Ciò che trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?». Il giornalista quindi si interroga: «come si può chiedere al Papa di non opporsi al Male? Mi domandai anche: perché Cacciari desidera accelerare l’avvento dell’Anticristo?»
Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi
20 anni dopo Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi.
Di Cacciari mi parlò, durante una di quelle telefonate fiume che facevamo e che mi scombiccheravano la mente per mesi e anni, il compianto Gianni Collu, che forse è tra le fonti del libro di Blondet. Ricordo che aveva cominciato a descrivermelo con pennellate misteriche, che cozzavano contro l’idea che avevo, quella appunto del sindaco e del professore all’Università di Don Verzè, quella del protagonista del gossip di altissimo livello (al punto che il suo nome, con quello della Veronica di cui si parlava sopra, entrò in un discorso di Berlusconi in una bizzarra conferenza stampa con il premier danese Rasmussen, futuro numero 1 della NATO). Non finimmo mai quel discorso, dissi a Collu che me lo sarei riservato per un’altra volta. La provvidenza ha voluto che non ci sia stata più possibilità.
Tuttavia, a mettermi in guardia in modo spiazzante riguardo al pensiero di Cacciari, è stato di recente anche un sacerdote vicino a Renovatio 21. «Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi». Non ero sicuro di aver capito fino in fondo l’idea del religioso.
Ricordavo un vecchio articolo di Antonio Socci letto nel 2007, in piena era del papa filosofo Ratzinger, dove l’antropologa studiosa di movimenti esoterici Cecilia Gatto Trocchi veniva virgolettata dicendo «Massimo Cacciari aderisce appassionatamente alla tesi fondamentale del pensiero gnostico». «Nel sito dell’Azione Cattolica, un lungo e argomentato articolo del 2004 illustra i contenuti pericolosi del pensiero di Cacciari che circolano acriticamente nelle sacrestie. Torna l’accento sullo “gnosticismo”, l’antico nemico della Chiesa, l’origine di tutte le eresie anticristiane, soprattutto per il suo dualismo che finisce per identificare il Bene e il Male, Dio e Satana, in un inaccettabile Uno». (Ho controllato sull’attuale sito dell’Azione Cattolica, non ho trovato niente – i tempi forse sono cambiati tanto, del resto il katechon non c’è più.).
Il sacerdote tuttavia mi indica qualcosa di più recente un’intervista a Cacciari uscita l’11 marzo 2013, due giorni prima dell’elezione di Bergoglio.
Il professore vola altissimo, parla già della caduta dell’idea di Stato che stiamo vedendo ora in tutta la sua drammaticità.
«Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi»
«Ci siamo affacciati al Novecento con una grande crisi: la crisi della forma-Stato. E oggi, che cosa possiamo dire? In questo grande processo di dissoluzione delle forme del potere che frena, le forme del katechon, quelle che connotano la matrice della nostra riflessione teologico-politica, possiamo dire che la Chiesa, che ha avuto una sua dimensione “katecontica”, ce la fa? Ce la fa, intedo, a “tenere ancora”? La decisione di Ratzinger che cosa ci dice?»
La virata dalla filosofia della storia più spinta alle cose di Chiesa di stretta attualità è impressionante.
«Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso».
Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore.
Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore. Cacciari risponde: «Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa»
«Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa decisione fa tutt’uno con la crisi del Politico, del katechon politico, del potere che frena. Questa è una lettura della decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà» risponde il filosofo.
Tornando indietro a quei giorni, in cui un papa misteriosamente abdicava e un altro veniva eletto, possiamo notare tante cose un po’ opache.
Il 27 febbraio 2013, giorno in cui il Soglio pontificio diviene sede vacante, il Corriere della Sera pubblicava una recensione del libro di Cacciari sul katechon con citazioni inedite per l’antico giornale della borghesia illuminata, per esempio brani della Demonstratio de Christo et Antichristo di Ippolito (170-235): «Cristo è Re, ma è Re anche l’Anticristo (…) il Salvatore è apparso in forma di uomo, e l’Anticristo ugualmente si mostrerà in sembianze umane (…) Il Salvatore ha fatto della sua santa carne un tempio; l’Anticristo, allo stesso modo, innalzerà il tempio di Gerusalemme costruito in pietra».
Il recensore loda le pagine «lucide e terrificanti» che nel libro Cacciari dedica alla Chiesa, poiché, ci informa il Corriere, potrebbe essere vero che «l’iniquità è già in atto». Vengono riportare le parole del veneziano: «La Chiesa non può fingere eterna durata».
L’articolista, sullo slancio della recensione entusiastica del libro, chiudeva con espressioni davvero impegnative: «la Chiesa non salva. La vera salvezza viene dalla Fede. E dalla Grazia». La Chiesa non salva. È una frase che in quei giorni, improvvisamente, perfino i giornali moderati avevano il potere di fare, finalmente. Certe maschere sembravano cadute. Il libro Il potere che frena è citato nel pezzo del Corsera ancora una volta alla fine: «Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni». Quando si ode parlare di «Dio-Luce», a certuni vengono, forse per banali assonanze, certi pensieri.
«Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni»
Poco dopo, sempre in quelle indimenticabili settimane attorno al solstizio di primavera 2013, sempre il primo quotidiano nazionale riferisce di una conferenza di Cacciari con il Vescovo di Brescia Monsignor Monari, dove il Cacciari torna ad invocare la vertigine apocalittica:
«Ma come può un potere tecnico-amministrativo, senza auctoritas, avere la forza di trattenere, contenere l’Anticristo? Come si fa a non vedere che ci stiamo avvicinando a quello scontro finale? A non vedere che ci stiamo avvicinando alla perdita delle potenze catecontiche, capaci di frenare, che sono poi quelle uscite dalla Seconda Guerra Mondiale? Come possiamo non leggere in chiave apocalittica una tragedia come l’Olocausto?».
«Non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo?»
Cacciari richiama poi l’immagine della croce: «Viviamo ancora in questo segno? In questo incrocio fra la dimensione orizzontale dell’uomo e quella verticale? O non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo? Non vi è infatti in esso alcuna verticalità, alcun incrocio fra uomo e Dio, nessuna “divina umanità”. Sotto il segno della rete, alcuni amministrano l’immanente, mentre la Chiesa si occupa del trascendente, come cosa del tutto separata».
Questa cosa della rete come simbolo dell’Anticristo è piuttosto forte. Poco prima, ricorderete, in Parlamento era entrato un partito enorme, venuto dal nulla, che della rete aveva fatto il suo feticcio.
I cattolici sembrano non aver capito la portata del discorso di Cacciari. Il vescovo bresciano, presente alla conferenza, non trova praticamente niente da dire: «ascoltare Cacciari mi pare mi aiuti ad essere cristiano fino in fondo, a non esserlo solo a metà, a non secolarizzare la mia fede. Mantenere questa spina nel fianco mi fa bene (…) Spero, insomma, che la profezia di Cacciari ci aiuti a una conversione e non sia invece un destino inevitabile (…) Ho letto il libro di Cacciari con interesse e con fatica».
Cacciari parlò a briglia sciolta, sempre allora, anche sul quotidiano Avvenire, che lo intervistò. Con estrema libertà, sul giornale dei vescovi, il filosofo descrive il potere vittorioso dell’Anticristo e il grande tradimento della Chiesa cattolica: «il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa».
«Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa»
Non sono le sole parole inquietanti che abbiamo letto. Nel volumone (700 pagine) filosofico-teologico Dell’inizio, dove le tracce di gnosi paiono essere secondo alcuni consistenti, si parla anche, nelle astrazioni del gergo filosofico-esoterico, della caduta degli angeli ribelli, che secondo il filosofo si situa all’origine di tutte le cose: «la caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt’uno con la katabolé-ktisis per cui qualcosa ek-siste».
Anticristo, angeli ribelli… Insomma, un po’ di argomenti, per non seguire Cacciari neanche ora, li abbiamo.
Quanto a lui, se vuole farsi il vaccino a doppia, tripla, quarta dose: prego, faccia pure.
Del resto, sempre lo stesso lucido sacerdote, ci aveva raccontato cosa potrebbe rappresentare il vaccino: più che il marchio, il filtro magico dell’Anticristo, la base materiale del suo incantesimo, che, sta scritto, ingannerà perfino gli eletti.
Forse, arrivati a quell’ora fatale, qualcuno potrà dire che sì, soltanto un’idiota può affermare che i filtri anticristici non sono serviti.
Al disegno dell’apocalisse.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Roberto Vicario via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata
Intelligenza Artificiale
Il volto nascosto della democrazia
Solo un paio di settimane fa, Elon Musk ha lanciato un avvertimento: noi umani dobbiamo modificare «la larghezza di banda della nostra corteccia cerebrale» per renderla compatibile con quella dei computer, in modo che «la volontà collettiva dell’umanità coincida con la volontà dell’Intelligenza Artificiale».
Possiamo protestare, urlare fino a perdere la voce e persino pubblicare meme online che attribuiscono i baffi di Hitler a questo patriarca dai testicoli di platino che vuole ripopolare il mondo con i suoi mille e un figli, Elon Musk, ma vale la pena riconoscere che le sue affermazioni, espresse attraverso la retorica dispotica rousseauiana della volontà generale, rappresentano una strenua difesa – e certamente un aggiornamento – dei principi guida della democrazia moderna.
La democrazia moderna, fin dalle sue origini, si è dedicata all’espropriazione di beni e diritti naturali della popolazione per scambiarli forzatamente con un insieme di diritti formali che, se ci atteniamo alla dura realtà, dovremmo piuttosto definire diritti aspirazionali. Il caso spagnolo è paradigmatico. Il parlamentarismo liberale emerso a partire dal 1810 si è accompagnato a un processo plebiscito di espropriazione, che non solo ha sottratto beni ecclesiastici con tragiche conseguenze sociali, ma ha anche rubato direttamente le terre comunali ai contadini attraverso un’ondata di espropriazioni civili (oggi sconosciute alla maggior parte della popolazione) culminata con quella promossa da Madoz nel 1855.
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A causa di questo furto legalizzato di terra e pane da parte dello Stato liberale e dei suoi alleati, le rivolte contadine divennero così frequenti che nel 1844 venne creata la Guardia Civil per reprimere tutti i contadini che, per aver difeso i diritti delle loro famiglie e dei loro vicini, vennero considerati banditi e nemici dell’interesse pubblico.
La diseredazione dimostra chiaramente il rapporto tra democrazia e una concezione perversamente liberale del mercato, in cui lo Stato non rappresenta più la popolazione, bensì interessi estranei ad essa. Di fatto, le terre comuni vengono espropriate alla maggioranza dei contadini perché considerate inutili, poiché nella loro forma di piccoli appezzamenti il loro unico scopo è quello di provvedere al sostentamento delle famiglie e non di essere sfruttate come grandi latifondi dove la produttività (diciamo il PIL) viene ottimizzata a scapito della vita e del benessere dei veri cittadini.
La reale libertà di cui i contadini godono grazie a queste terre viene considerata illegittima e sostituita da una concezione liberale del diritto ancorata a un’illusoria idea di proprietà privata. Ne è prova il fatto che la diseredazione civile, anziché promuovere la redistribuzione delle terre, ha portato alla concentrazione delle terre comuni nelle mani dei grandi latifondisti, i quali hanno assoggettato i contadini a condizioni di schiavitù mascherate da lavoro salariato o li hanno esiliati, costringendoli a migrare come proletari verso le città per servire l’industria.
Di conseguenza, la democrazia moderna, dal XVIII secolo ad oggi, si è dedicata a promettere di risolvere proprio i mali che ha causato e, peggio ancora, ad attribuirne la colpa ai periodi storici moderni che l’hanno preceduta (sottolineo «moderni» perché promuovevano idee prudenti, non millenaristiche, di universalità, uguaglianza, meritocrazia e sviluppo).
Pertanto, non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze e fraintendere l’avvertimento di Elon Musk sulla necessità di disfarsi dei nostri cervelli «inutili» (in fondo, intende quei mini-schemi cognitivi che servono solo a permetterci di vivere nell’anonimato e morire dopo un certo periodo di tempo) come antidemocratico. L’idea omogeneizzante ed espropriante di Musk è quella della democrazia moderna, adattata però ai tempi del postumanesimo e della rivoluzione digitale.
L’intento, proclamato da illustri postumanisti per decenni, è quello di creare un gigantesco patrimonio cognitivo in cui i cittadini del XXI secolo diventino indistinguibili dall’Intelligenza Artificiale e perdano i diritti sui propri cervelli, nello stesso modo in cui i contadini del XIX secolo persero i loro diritti inalienabili sulla terra che li aveva sostentati per tutto il Medioevo e l’inizio dell’età moderna.
Consideriamo che, in reazione a questa minaccia, tanto reale quanto folle, il Parlamento cileno ha approvato, ad esempio, un emendamento costituzionale nel 2021 che tutela i diritti neurologici dei suoi cittadini.
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Allo stesso modo delle confische terriere del XIX secolo, l’obiettivo di questo attacco all’integrità del nostro cervello è il raggiungimento di una libertà distopica che dobbiamo abbracciare come ideale, anche se ci rende schiavi. Paradossalmente, non si tratta più di conquistare la proprietà privata a scapito della proprietà comune (la piccola proprietà è ora il grande nemico da sconfiggere), ma di acquisire una capacità mefistofelica parodistica di elaborazione dati digitale del cervello, nonché di raggiungere la presunta immortalità per i nostri discendenti e di conquistare l’universo.
Secondo Ray Kurzweil, direttore dell’ingegneria di Google, una volta fusi con l’IA, diventeremo di fatto dei che imporranno ordine nientemeno che alle «leggi dell’universo goffo e stupido”, poiché in pochi anni «quando gli scienziati saranno un milione di volte più intelligenti e la ricerca un milione di volte più veloce, un’ora di progresso si tradurrà in un secolo di progresso, secondo i parametri attuali».
L’origine di queste illusioni disumanizzanti che spesso scambiamo per progresso (non c’è «progresso» senza prudenza, senza riconoscere la finitezza umana e senza essere consapevoli della reale possibilità di regressione) risiede nella democrazia moderna. Come ho già sottolineato in altri articoli, la democrazia moderna è una creazione fondamentalmente calvinista al servizio della Rivoluzione Industriale e dell’imperialismo predatorio, che ha giocato con le nostre aspirazioni repubblicane solo per tradirle e attaccare, ripetutamente, la maggioranza, soprattutto nei periodi in cui più pretendeva di difenderla.
Ricordiamo, ad esempio, nel caso della Spagna, le massicce privatizzazioni delle imprese pubbliche (ovvero un nuovo disimpegno) attuate dal PSOE una volta assunto il potere nel 1978, e la loro continuazione democratica da parte del PP. Questo non significa, per evitare fraintendimenti, che le dittature come quella di Franco siano state un antidoto agli eccessi della democrazia, ma piuttosto, come ho spiegato in altre occasioni, che la dittatura è una forma di dispotismo (quando non di totalitarismo) inseparabile dalla logica religiosa della democrazia moderna.
In realtà, se la democrazia moderna va di pari passo con la dittatura, è perché entrambe si fondano sulla volontà generale rousseauiana, alla quale Musk si appella nel suo monito sulla necessità di conciliare la nostra volontà collettiva con quella dell’Intelligenza Artificiale. La volontà generale non è, contrariamente a quanto alcuni credono, la somma delle volontà individuali, bensì la volontà dello Stato in quanto entità omogeneizzante e modernizzatrice.
Per questo il calvinista Rousseau si oppose, ad esempio, al diritto di associazione, mentre Hegel, uno dei suoi maggiori ammiratori e successori, arrivò a sostenere in testi come La filosofia del diritto che «nelle nazioni civilizzate, il vero coraggio risiede nella prontezza con cui ci si dedica interamente al servizio dello Stato, in modo che l’individuo sia solo uno tra tanti. Nessun valore personale ha importanza: ciò che conta è la sottomissione all’universale» (§ 327)
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio.
La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri.
Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico.
Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo.
Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti.
Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi».
In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»).
Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.
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Nonostante le ovazioni della sua vasta schiera di ammiratori, leggere Kojève permette di addentrarsi nelle profondità della psicopatia politica democratica, poiché, lungi dal lamentare l’animalizzazione del genere umano, egli crede che questa rappresenti un ritorno allo stato precedente al peccato originale, in cui «gli animali post-storici della specie Homo sapiens (che certamente vivranno in abbondanza) saranno contenti secondo il loro comportamento artistico, erotico o ludico».
«Bisognerebbe ammettere che, dopo la fine della Storia, gli uomini avrebbero costruito i loro edifici e manufatti come gli uccelli costruiscono i loro nidi e i ragni tessono le loro tele, che avrebbero tenuto concerti musicali come rane e cicale, che avrebbero giocato come giocano i cuccioli e che si sarebbero abbandonati all’amore come fanno gli animali».
Kojève avrebbe in seguito precisato la sua posizione, affermando che l’animalizzazione dell’Homo sapiens non sarebbe stata totale, ma sostenendo che la fine della Storia, in cui non esiste altro orizzonte se non uno Stato universale omogeneo al quale si esige obbedienza, è già giunta. Tuttavia, se le tesi di Kojève dovrebbero preoccuparci per qualcosa, è per la loro intenzionalità e la suicida deificazione del genere umano, ma non tanto per il loro contenuto, che illumina il corso degli ultimi duecento anni in modo tanto oggettivo quanto tragico.
È infatti innegabile che con la deriva disumanizzante dell’arte non figurativa, l’esercizio dell’ingegno umano sia caduto in automatismi disumani e irrazionali simili a quelli descritti. Inoltre, le tesi di Kojève dimostrano, come è evidente a tutti, che la logica millenaristica della democrazia moderna, irrimediabilmente totalitaria, racchiude in sé progetti che appaiono diversi, ma sono in realtà simili, come il costituzionalismo liberale, la democrazia liberale, il comunismo e le dittature militari. In tutti i casi, si tratta di trasformare i desideri in presunte realtà, cercando di porre fine alla narrazione che impone sulla Terra il regno di un dio post-umano (seppur furiosamente vendicativo).
Il comunismo, che oggi sembra riemergere in una versione parodistica per mano del globalismo – nello stile del «non avrai niente, ma sarai felice» promosso da istituzioni come il World Economic Forum – esemplifica perfettamente come ideali ideologici moderni apparentemente antitetici facciano parte dello stesso ecosistema democratico-protestante. Il comunismo non è stato altro che il cavallo di Troia che il liberalismo ha usato per infiltrarsi, con un messaggio universalista ed egualitario, in tutte le culture e i continenti che non si sarebbero mai identificati con l’egoistico individualismo liberale che ha guidato la Rivoluzione Industriale (ovvero, l’intero pianeta ad eccezione dei territori protestanti).
Ecco perché il comunismo, invece di accettare che i desideri siano forze motrici dell’indagine umana da domare, ha abbracciato il millenarismo calvinista degli eletti e ha promesso niente di meno che di realizzare completamente, come se fosse una divinità, il legittimo desiderio di giustizia proletaria attraverso una fine della storia in cui le classi sociali non esisterebbero, non ci sarebbe bisogno di esse e regnerebbe la “libertà”, anche se quella fine della storia poteva essere perseguita solo con la stessa ricetta fallimentare usata dal liberalismo: basata sul sangue e sulla violenza, ma che preparava il terreno per il saccheggio della proprietà e dei diritti dei cittadini.
Tuttavia, se la storia ci insegna qualcosa, è a prestare attenzione agli avvertimenti dei nostri antenati, anche quando cerchiamo di dimenticarli. Nel XIX secolo inoltrato, poco dopo che il protestante Hegel aveva espresso il suo fascino per la Rivoluzione napoleonica e proclamato la fine della storia, il cattolico Tocqueville, che era stato affascinato dalla Rivoluzione americana, avvertì in Rivoluzione e Ancien Régime che la novità della rivoluzione non era affatto nuova, ma risiedeva piuttosto nell’ampia diffusione dell’assolutismo che l’aveva generata.
Tocqueville arrivò a descrivere la rivoluzione come un fondamentalismo religioso simile all’islamismo più fanatico e riconobbe, con disappunto, che dopo aver consultato gli archivi, aveva trovato una democrazia più organica nei villaggi più remoti della Germania feudale durante il Medioevo che nello stesso XIX secolo in cui scriveva.
È fondamentale evidenziare la differenza tra l’approccio calvinista protestante e quello cattolico all’idea di rivoluzione repubblicana, poiché entrambe le fedi, con diversa intensità, hanno plasmato il terreno fertile egualitario del XVII secolo da cui è emersa la seconda fase della modernità, una fase che ora sembra volgere al termine.
Se la prima modernità, promotrice di ideali egualitari e repubblicani, è eminentemente cattolica, la seconda, ancorata a presupposti discriminatori che avrebbero portato a dottrine come il Destino Manifesto, sarebbe radicalmente protestante. La principale divergenza, come ho accennato in precedenza, risiede nella concezione del desiderio propria di ciascuna di queste fedi.
Nella visione cattolica, il desiderio è riconosciuto come fondamentale ma non può mai essere pienamente realizzato a causa dei limiti intrinseci della natura umana. In questo senso, testi come La Celestina, ad esempio, ci mostrano una lotta di classe non marxista che rivela conflitti alimentati da un desiderio umano multiforme, domato solo dalla prudenza, ma che non potrà mai essere pienamente soddisfatto o «risolto», poiché un simile sogno icarino, se tentato, si concluderà sempre con spargimenti di sangue e sofferenza.
Nella visione protestante, accade il contrario: ogni desiderio può essere realizzato perché la comunità degli esseri umani eletti ha soppiantato Dio e crede che il potere politico esercitato attraverso la violenza alteri la realtà.
In altre parole, la visione del mondo cattolica è tanto realistica quanto tragica, e si fonda su una filosofia vitalista chiamata disillusione. Pertanto, per un cattolico, il mito hegeliano del riconoscimento, in cui esiste un padrone e uno schiavo, è privo di significato, poiché l’esistenza non ha bisogno di essere riconosciuta sulla base di alcun sofisma cartesiano né è fondamentalmente soggetta ad alcuna forza umana suprematista.
L’esistenza è un dato di fatto, e la libertà consiste nell’accettare i limiti esistenti ed esplorare, in base al libero arbitrio, il regno di ciò che è umanamente possibile. Tra le numerose alternative di matrice cattolica al mito hegeliano del riconoscimento, troviamo, ad esempio, El Criticón di Gracián , in cui Critilo, uomo del Vecchio Mondo, e Andrenio, del Nuovo Mondo, si fondono in una sintesi in cui non ci sono né padroni né schiavi, ma piuttosto l’accettazione, in quanto pari, di una finitezza condivisa e di una vita che è libera solo se abbraccia la grande categoria etica del Cristianesimo e della letteratura del Secolo d’Oro spagnolo: l’anonimato.
Per i protagonisti di El Criticón, non verrà da un’illusione postumana, ma dalla trascendenza dell’amore (sempre anonimo), sebbene anche, nell’ambito della fama, dalle opere di ingegno che potranno essere tramandate alle generazioni future, mantenendo così viva la fiamma etica dell’Umanità.
L’anonimato, così spesso dimenticato nella nostra era egocentrica di selfie e ostentazioni pubbliche, è riconosciuto come fondamento della vera esistenza umana nel Sermone della Montagna, contenuto nel Vangelo di Matteo, dove Gesù Cristo indica chiaramente che bisogna pregare, fare l’elemosina o digiunare in segreto. Una delle novità del protestantesimo consisterà nell’ignorare di fatto questo comandamento, promuovendo l’esibizione pubblica della virtù come ideale etico, anche se ciò spesso dimostra ipocrisia e implica una sorta di deificazione dell’uomo.
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Il modo più chiaro per apprezzare la differenza tra la visione del mondo cattolica e quella protestante e come questa influenzi il nostro presente è probabilmente quello di leggere due testi contemporanei che fanno parte del nostro patrimonio culturale: il Don Chisciotte di Cervantes e l’Amleto di Shakespeare. Se avete l’opportunità di dedicare del tempo ai classici durante queste festività, assicuratevi di confrontarli.
Mentre Don Chisciotte viene sconfitto al primo ostacolo, ma dichiara, a un gentile vicino che mette in discussione la sua nuova identità, «Io so chi sono» – riscrivendo in modo autenticamente umano l’«Io sono colui che sono» di Yahweh – Amleto mette in discussione i fondamenti stessi dell’esistenza, sfiorando il suicidio nel celebre soliloquio «Essere o non essere».
La differenza è abissale, perché mentre in Cervantes troviamo un’affermazione dell’esistenza, che non ha bisogno di essere riconosciuta ma accetta le sue coordinate naturalmente umane, in Shakespeare assistiamo a un’apologia deicida del suicidio in cui Amleto arriva ad affermare che se non fosse per il terrore irrazionale del «che ci sia qualcosa oltre la Morte» cesseremmo di essere codardi, poiché «la naturale tinta del coraggio / è indebolita dalle pallide vernici della prudenza, / imprese di maggiore importanza / per questa sola considerazione cambiano corso, / non vengono intraprese e si riducono a vani progetti».
Il collasso della civiltà a cui ci sta conducendo la democrazia moderna deriva proprio dall’aver abbandonato la prudenza e dall’aver tentato, negli ultimi duecento anni, attraverso una concezione totalitaria dello Stato, di realizzare quelle «grandi imprese» di cui parla Amleto, che, pur essendo in realtà «vani progetti», hanno cercato di concretizzarsi contro ogni logica e legge.
David Souto Alcalde
Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Espana
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Geopolitica
Karaganov: «una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata»
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È necessaria una nuova politica
Innanzitutto , dobbiamo comprendere che le profonde contraddizioni dell’attuale sistema economico globale, che minano le fondamenta stesse dello sviluppo umano, rischiano di portare alla distruzione dell’umanità. Allo stesso tempo, la prosecuzione della nostra attuale politica inadeguata in Ucraina rischia di sfinire il Paese e di indebolire la forza e lo spirito della Russia, che solo di recente hanno iniziato a rinascere. In secondo luogo, sul piano politico-militare si può discutere di un cessate il fuoco e persino parlare di uno «spirito dell’Alaska». Ma allo stesso tempo, dobbiamo comprendere chiaramente l’essenza di ciò che sta accadendo: la pace a lungo termine e lo sviluppo del nostro Paese, così come dell’umanità intera, sono impossibili senza sventare il tentativo di vendetta politico-militare dell’Occidente, con l’Europa ancora una volta in prima linea. Per impedire questa vendetta, è necessario distruggere il regime di Kiev e liberare i territori meridionali e orientali del quasi-stato «Ucraina», vitali per la sicurezza della Russia. I nostri coraggiosi combattenti e comandanti sul campo possono e devono continuare ad avanzare. Ma dobbiamo comprendere che una guerra di trincea modernizzata non porterà alla vittoria. Potremmo perdere, o quantomeno sprecare, centinaia di migliaia dei nostri migliori uomini, indispensabili per la lotta e le vittorie nel prossimo periodo storico, estremamente pericoloso e difficile, che quasi certamente comporterà uno scontro più ampio. Terzo. È impossibile portare a una conclusione vittoriosa l’attuale conflitto in Ucraina, e tanto meno impedirne l’escalation in una guerra termonucleare globale, senza rafforzare significativamente la politica di deterrenza nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo smettere di parlare di «controllo degli armamenti». La questione di un nuovo trattato START deve essere chiusa. Allo stesso tempo, gli accordi sulla gestione congiunta della deterrenza nucleare e della stabilità strategica possono rimanere utili e persino necessari. Dobbiamo intensificare lo sviluppo di missili e altri sistemi di lancio a medio e strategico raggio per dissuadere l’Occidente dal tentare di riconquistare la sua superiorità. I nostri avversari devono comprendere che la superiorità e l’impunità sono irraggiungibili. Se impiegate in numero ottimale e guidate dalla dottrina corretta, le armi nucleari rendono impossibile la superiorità non nucleare e riducono la necessità di spese militari eccessive. Sistemi come Burevestnik, Oreshnik e altre piattaforme di lancio ipersoniche devono convincere il nemico di questa realtà. Dobbiamo preparare la prossima generazione affinché le élite americane comprendano in anticipo che i loro sogni di ristabilire la supremazia e imporre la propria volontà con la forza sono irrealistici. L’accelerazione nell’aumento della flessibilità delle capacità nucleari ha lo scopo di ricordare a tutti che è impossibile sconfiggere una grande potenza nucleare attraverso una corsa agli armamenti non nucleare o con una guerra convenzionale. Questo, ovviamente, presuppone che si eviti l’errore di un riarmo nucleare incontrollato, come fecero l’URSS e gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Fu un’esperienza costosa e in gran parte inutile. Dobbiamo semplicemente chiarire che una simile corsa agli armamenti sarebbe futile e persino suicida per i nostri avversari. Su questo tema, vale la pena avviare un dialogo, quantomeno con gli americani.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Pensiero
Mons. Viganò contro la chiesa archistar per la nuova Milano sincretista. Chi la costruisce? E cosa dirà Ambrogio?
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X la notizia della realizzazione, con imprimatur dell’arcivescovo ambrosiano Delpini, di una chiesa dedicata a «fedi diverse» realizzata dall’archistar Boeri.
Il progetto è chiamato «Monastero Ambrosiano» e sarà realizzato da Stefano Boeri Architetti su commissione dalla Diocesi di Milano. Situato nel distretto tecnologico MIND (ex area Expo), sorgerà entro il 2029 come spazio di spiritualità, ricerca e confronto aperto al dialogo tra fedi diverse, culture e saperi del XXI secolo.
Per commentare il progetto para-sincretista, monsignor Viganò si affida alle parole santo vescovo milanese Ambrogio.
«La Chiesa non cerca i vostri doni, perché avete adornato con doni i templi dei pagani. L’altare di Cristo rigetta i vostri doni, perché avete eretto un altare agli idoli; poiché la voce è vostra, la mano è vostra, la sottoscrizione è vostra, l’opera è vostra. Il Signore Gesù rifiuta e rigetta il vostro omaggio, poiché vi siete sottomessi agli idoli; poiché vi ha detto: Non potete servire due padroni» (Mt 6, 24)
Sono parole tratte dalla Lettera XVII di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, all’imperatore Valentiniano II (384 d.C.), paragrafo 14.
“Munera tua non quærit Ecclesia, quia templa gentilium muneribus adornasti. Ara Christi dona tua respuit, quoniam aram simulacris fecisti; vox enim tua, manus tua; et subscriptio tua, opus est tuum. Obsequium tuum Dominus Jesus recusat et respuit, quoniam idolis obsecutus es;…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) May 20, 2026
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Colpisce l’entusiasmo dell’arcidiocesi ambrosiana per il progetto in pieno stile mondialista.
«Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali: cura, dialogo e ricerca spirituale» proclama il sito dell’arcidiocesi, che lancia anche un caloroso virgolettato dell’arcivescovo Delpini, già noto per la sua partecipazione allo storico incontro all’Ambrosianeum tra vertici della massoneria e prelati di alto rango, nonché per il racconto di barzellette sui gesuiti quando gli chiedevano delle decisioni di Bergoglio (che tanto piaceva ai massoni…).
In MIND, ha dichiarato monsignor Delpini «si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. (…) Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio».
Non siamo molto distanti, immaginiamo, dalle salette di preghiera multifede degli aeroporti, che abbiamo visto sempre, in tutti i Paesi che hanno avuto lo stomaco (o l’ordine…) di metterle, vuote e logore.
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A questo punto due parole vanno dette sull’architetto, cioè l’archistar coinvolto: Stefano Boeri. Quello di Boeri può dirsi uno dei nomi centrali nella realizzazione della nuova Milano dei grattacieli miliardari (come il suo, premiatissimo, «Bosco verticale») costruiti dalle giunte piddine.
Il nome dell’architetto, onnipresente nella metropoli lombarda delle ultime due decadi e più (ha firmato pure importanti progetti di architettura d’interni e ristrutturazione per l’Inter, tra cui la riqualificazione degli spogliatoi della prima squadra a San Siro e la progettazione della Sala delle Coppe), era saltato fuori nelle turbine di inchieste al riguardo l’urbanistica sotto l’amministrazione Sala e rinviato a giudizio lo scorso gennaio.
Il Boeri, oltre che architetto di grande successo, è professore al Politecnico e pure direttore della prestigiosa rivista Domus. Il fratello maggiore del presidente INPS Tito Boeri e figlio della designer allieva di Marco Zanuso Cini Boeri (1924-2020) e del partigiano neurologo Renato Boeri (1922-1994).
Non tutti sanno che Boeri senior , dottore al Besta, fu tra i creatori nel 1989 della Consulta di Bioetica, che ha un roboante appellativo istituzionale ma in realtà è solo una onlus che promuove l’etica «laica»: sostiene il diritto all’autodeterminazione e ritiene eticamente ammissibile sia il suicidio medicalmente assistito che l’eutanasia attiva, qualora il paziente capace di intendere e volere ne faccia richiesta lucida e consapevole per porre fine a sofferenze intollerabili; ha promosso attivamente la «Biocard», una carta di autodeterminazione per consentire ai cittadini di rifiutare trattamenti sanitari (inclusa l’idratazione e nutrizione artificiale) in caso di perdita futura delle facoltà mentali; è favorevole all’accesso alle tecniche di riproduzione artificiale anche per coppie omosessuali e persone single; sostiene la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e la liberalizzazione della diagnosi preimpianto.
È ancora più interessante sapere che l’architetto è quindi il nipote del senatore Giovanni Battista Boeri (1882-1957), avvocato membro del Partito Repubblicano Italiano, nonché – secondo le enciclopedia online e libri – massone iniziato il 26 dicembre 1903 nella Loggia Giuseppe Garibaldi di Imperia. Nel 1906 nonno Boeri divenne Maestro.
Sempre sul sito dell’arcidiocesi, il Boeri fa dichiarazioni che lasciano intendere in chiarezza il sostrato spirituale dell’operazione.
«Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza».
Insomma, un luogo di sincretismo, anzi scusate, di «dialogo», parola abusa che forse abbiamo già sentito, un concetto portante di quei movimenti che promuovono il dibattito tollerante e costruttivo tra persone con idee politiche, religiose o sociali diverse. Il dialogo, dicono, è lo strumento principale per ricercare la verità e favorire la fratellanza universale, rifiutando il fanatismo. Il dialogo è, insomma «superamento dei dogmi», che poi sono proprio quella cosa tipica della chiesa cattolica.
Dove, in genere, si possono sentire questi discorsi sul primato del dialogo?
Ah, sì, ad esempio: «Il dialogo è il nostro pane consustanziale e viatico, è il cibo di cui i nostri fratelli si nutrono lavorando assieme nel rispetto della diversità». Sono parole da un’allocuzione del 2002 dal Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi.
Vi sareste aspettati di ritrovarle nella Chiesa di Milano? Certo, se consideriamo gli incontri semipubblici tra muratori e cardinali e tante voci striscianti su certi arcivescovi del passato, e pure se guardiamo in che stato versa il cattolicesimo meneghino (gestione cervelli conto terzi CL inclusa).
Vorremmo dire, però, qualcos’altro. Chi conosce Renovatio 21 conosce la nostra devozione ad Ambrogio. Per cui, non è che possiamo lasciare che si tocchi così il Santo vescovo di Milano.
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Il Santo non solo non tollerava le altre fedi (al punto di scrivere all’imperatore, che voleva punire i cristiani per una sinagoga incendiata a Callinico in Siria, dicendo che gli aveva dato fuoco lui stesso, Ambrogio), ma nemmeno variazioni eretiche del cristianesimo: Sant’Ambrogio estirpò l’arianesimo da Milano, e la cacciata degli ariani da parte del vescovo di Milano è uno degli episodi storici più celebri della città, a tal punto da essere entrato prepotentemente nell’iconografia e nella leggenda popolare.
Lo scontro tra Ambrogio e gli ariani culminò tra il 385 e il 386 con la cosiddetta «lotta delle basiliche»: l’imperatrice Giustina – madre di Valentiniano II e grande fiancheggiatrice dell’arianesimo, pretese che una basilica milanese (la Portiana) venisse ceduta agli ariani per i loro culti. Ambrogio si rifiutò categoricamente, affermando che le chiese appartengono a Dio e non all’imperatore.
Quindi, Ambrogio e la comunità cattolica milanese si barricarono all’interno della basilica per giorni. Per tenere alto il morale dei fedeli durante l’assedio dei soldati imperiali, Ambrogio compose e fece cantare per la prima volta i famosi inni ambrosiani.
Di fronte alla straordinaria resistenza pacifica del popolo e alla successiva scoperta dei corpi dei santi martiri Gervasio e Protaso (che rinvigorì il fervore cattolico), la corte imperiale dovette cedere. L’arianesimo a Milano perse così ogni spazio pubblico e politico, scomparendo progressivamente.
Quando vedete Ambrogio rappresentato col flagello in mano, vi è rappresentata questa lotta, questa intolleranza verso l’errore, il peccato, il caos.
Siamo dinanzi, ora, alla stessa situazione sia pure ribaltata: i nemici della Chiesa sono nella Chiesa stessa per sconsacrare, dissacrare, svuotare spazi sacri e creare spazi sacrileghi.
Cari milanesi, «cattolici» e «laici», siete sicuri che – in una situazione che ci pare proprio simile – il flagello di Ambrogio non possa tornare?
Roberto Dal Bosco
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