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Mai con Cacciari

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Questo articolo era programmato per essere finito e pubblicato almeno dieci giorni prima di Natale. Poi… chi ci segue sa che ci sono stati un paio di problemi – il problema che adesso hanno tutti, niente di troppo serio (insomma) – e abbiamo rimandato, e rimandato e rimandato ancora.

 

Così, come avviene sempre, la realtà ha confermato quello che pensavamo. E noi abbiamo perso una possibilità di posizionare ancora una volta Renovatio 21 nella mente del lettore sotto forma di quel puffo che dice  sempre «te lo avevo detto io».

 

L’oggetto della discussione è Massimo Cacciari. L’articolo in bozza da più di un mese non ha mai cambiato titolo: mai con Cacciari.

 

Cosa ci aveva spinto a porre attenzione sul sindaco PD di Venezia?

 

La7, la rete TV del Gruppo Cairo, il canale che oramai rappresenta l’establishment e la narrazione ufficiale più di Mediaset e RAI, lo aveva mandato ad intervistare da un giornalista con l’orecchino. Colpiva il primo piano del filosofo nell’inquadratura dalla fotografia forse programmaticamente lugubre (si intravedono le persiane abbassate), dietro, sfuocato, pare esserci un quadro astratto, forse è un Vedova, ma potrebbe essere la nostra immaginazione.

 

Insomma, il segmento video finito sulla TV nazionale, lungi dall’essere la solita pioggia di fanghiglia sparata su un «no vax», trasmetteva qualcosa di lucido, solenne.

 

 

Il ragionamento di Cacciari, sul «totalitarismo alla cinese», sulla democrazia sostituita dalla «tecnocrazia procedurale», filano. Forse, a chi si occupa di queste cose da anni, e aveva presente la Cina e l’obbligo vaccinale da prima della pandemia, può apparire ancora un po’ crudo. Ma è lineare, giusto. Cacciari, una vita passata nel mainstream politico e culturale, in questo momento sta dicendo il vero. Gioiamo. Tirate fuori il vitello grasso.

 

Cacciari: «Che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene»

Poi, con con un tono che esprime una certa sicumera, cala una carta interessante: «che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene».

 

Eh?

 

Cosa?

 

Sì, siamo dinanzi ad un supposto ideologo della dissidenza che è sicuro dell’efficacia dei vaccini. Al punto che insulta chi non la pensa come lui. Qualche lettore di Renovatio 21, magari, può considerarsi idiota. Anche qualche collaboratore. Anche qualche migliaio di medici. Anche il dottor Didier Raoult. Anche il dottor Peter McCullough. Anche il dottor Robert Malone (che in un’altra clip dell’intervista Cacciari, confondendosi, dice essere un premio Nobel), che arriva a parlare di «efficacia negativa». Anche, per qualche ora, il New York Times.

 

L’intervista su Youtube è datata 12 dicembre. A fronte  della catastrofe dei tamponi in corso, dove i triplodosati  si contagiano come i non vaccinati, tale discorso è finito, da solo, nel cesso. Soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene.

 

Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava

Poi, a inizio del nuovo anno, ecco il colpo di scena, che tante persone non si aspettavano: Cacciari si fa la terza dose. Scandalo. Non se lo aspettava nessuno. I no vax si strappano i capelli. Lui ripete che da filosofo pensa a Socrate, perché «alle leggi si ubbidisce». Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava.

 

In realtà, noi, dopo aver visto questa intervista, non potevamo stupirci.

 

Più in generale, non ci stupiamo perché tutti i colonnelli che sono emersi in questi mesi non ci hanno mai convinto. Mai, nemmeno quando dicevano la cosa giusta. Diciamo di più, diciamo qualcosa di davvero borioso: tutti i professoroni, con più di 70 anni addosso e carriere universitarie, politiche o professionali pazzesche, ci sono sembrati dei neofiti, dei principianti in un tema che hanno cominciato ad affrontare, increduli, da pochi anni.

 

Prendete Agamben, compagnone di Cacciari. Ne abbiamo scritto. La cosa che troviamo più pazzesca di Agamben, come testimoniato nel suo libro dove lamenta la censura del Corriere della Sera per un pezzo che gli era stato chiesto,  è che probabilmente credeva davvero che avrebbe avuto la facoltà di parlare liberamente – del resto siamo in democrazia. Agamben, con evidenza, non c’era quando nel 2014 assistevamo attoniti alla firma del ministro della Salute italiana alla Casa Bianca, con la GAVI di Gates e con tanti personaggi che sarebbero tornati con il COVID, per far diventare la prole degli italiani capofila della sperimentazione sull’obbligo vaccinale mondiale. Agamben non c’era nel 2017 quando quella firma si tradusse in una legge mostruosa, che già conteneva tutta l’apartheid biotica dell’ora presente, solo che la testava sulla fetta inferiore della società, i bambini, facendo meno rumore.

 

Oppure prendiamo Alberto Contri, già Consigliere di Amministrazione della RAI, già membro attivo dell’Aspen Institute, ora «garante» del Referendum No Green Pass, già . Ne abbiamo scritto. Ancora ci chiediamo come abbia fatto, sempre su La7, a dichiarare che «sono giorni che mi sto sgolando, per dire guardate che dovete finirla di fare queste manifestazioni di sabato, andando a interrompere il lavoro di quelli che vivono di commercio, vivono di bar e ristoranti eccetera, che stanno riprendendo… questo è un riflesso condizionato che ogni protesta deve sfociare in piazza». Rammentiamo anche che aggiunse, sempre su La7, lo stesso concetto di Cacciari: «questi vaccini sono leaky, per dirla in inglese, sono imperfetti… nessuno dice che non abbiano funzionato, ci mancherebbe altro».

 

 

Poi c’è Freccero. Un altro redento, hanno pensato tutti. Passato dall’aver «il pigiama ad Arcore» (copyright Antonio Ricci), dove lavorava, nottambulo come dicono che sia, fino a notte fonde con Berlusconi, che gli aveva affidato i palinsesti del neonato gruppo televisivo. Berlusconi, ammise Freccero, in realtà lo batteva nella resistenza stakanovista all’improduttività del sonno: «ad Arcore non si dormiva mai e Berlusconi controllava ogni sospiro. Se non correva da Veronica alle tre di notte, teneva marziali riunioni in cucina. Si lamentava dell’orario di programmazione di Hazzard, il telefilm preferito da suo figlio Piersilvio, allora detto Dudi». È una storia di un sodalizio potente, quello tra Berlusconi e Freccero, al punto che il Carlo fu spedito in Francia a pilotare il canale La Cinq, l’azzardo imprenditoriale transnazionale che fu probabilmente consentito a Silvio dalle simpatie che godeva presso il presidente socialista francese Mitterand (con cui, forse, aveva in comune alcune passioni). Fu con grande stupore che vedemmo, anni dopo, Freccero, finito a dirigere non ricordo più quale canale RAI, partecipare al lamento antiberlusconiano di quegli anni, per esempio sul G8 di Genova. Ma non è l’unica giravolta che ricordiamo. Abbiamo in mente quando, piuttosto lucido, parlò in TV dei misteri dietro al M5S, il gruppo Bilderberg, etc. Gli chiesero di Casaleggio e soci, lui fece un discorso di complotti e fine della democrazia, invitava a vedersi tutto il famoso video profetico Gaia – The future of politics. Era il 2012. Sei anni dopo, a elezioni 2018 stravinte dai pentastellati, lo beccarono che andava a pranzo con Di Battista, allora ragazzo-immagine del grillismo non ancora imploso. In rete ora circolano video messi dai 5 stelle dove Freccero li difende a spada tratta (sempre su La7). C’è da dire che già due anni prima parlò di Casaleggio, appena mancato, come di colui che ha avuto «un’idea grandiosa»

 

È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)

Ugo Mattei? Sappiamo quasi niente di lui. Ci tocca spulciare Wikipedia. È tra i più giovani del gruppo, ha 60 anni. Una carriera di professore di giurisprudenza coi fiocchi, tra la California e il Piemonte – ma anche visiting professor a Oslo, Berkeley, Montpellier, Macao, Strasburgo, Trento Consulente giuridico del Teatro Valle Occupato e dei NO TAV della Val di Susa. Una attività intellettuale, tutta nella solita sinistra, come la collaborazione con l’immancabile il manifesto. e poi con Il Fatto quotidiano. Tuttavia, viene premiato all’Accademia Nazionale dei Lincei  dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È molto presente in piazza, sulle TV non si fa mettere i piedi in testa e risponde con veemenza. Gli va riconosciuto che è il primo ad aver promosso un soggetto politico vagliato dagli elettori: la sua lista «Futura per i beni comuni» prende il 2,3% alle elezioni comunali di Torino.

 

Paragone è più giovane, è un caso a parte. Misteriosamente, riesce in tantissime cose: passa dal presentare i libri alle sagre della Lega alla candidatura a senatore grillino in un nanosecondo, ma prima gli riesce, lui, ribelle rocker pure lui con l’orecchino, di avere programmi tutti suoi in RAI e, ancora, su La7 – agli altri ex direttori de La Padania, tipo il grande Gigi Moncalvo, non è andata esattamente così. Come noto, in piazza a Trieste, dove si era recato per salire sorridente sui paracarri e cantare «la gente come noi non molla mai», è stato contestato. Qualcuno dice che era anche al porto nelle sere precedenti allo sgombro, quando la situazione cominciava ad arruffarsi tra enigmatici comunicati multipli e dimissioni improvvise dei leader della protesta. Ora ha azzeccato la cosa di Montagnier in piazza, non è impossibile che gli riesca anche questa, con un partitino virtuale con un nome che sembra di due secoli fa – quando il problema era l’Europa, l’euro, etc. I dubbi e le voci sul personaggio li lasciamo perdere, perché davvero non ci interessa.

 

Insomma, ci siamo capiti.

 

È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)

 

Tuttavia, quello di Cacciari è un caso diverso, secondo alcuni più inquietante.

 

Chi ha letto Gli Adelphi della dissoluzione, potente libro di Maurizio Blondet, ricorderà  con Cacciari che durante un’intervista  dice «il papa deve smettere di fare katéchon». Si tratta di una scena che sorprende: Cacciari era conosciuto per lo più come il ruvido, ma amato, sindaco della Laguna, e come opinionista dei talk che spesso alza la voce. Blondet, con prosa raffinata, scrive «che subito dopo parve pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita». Blondet gli chiede quindi cosa volesse dire katechon. «Katéchon è ciò che trattiene» risponde Cacciari.  «Ciò che trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?». Il giornalista quindi si interroga: «come si può chiedere al Papa di non opporsi al Male? Mi domandai anche: perché Cacciari desidera accelerare l’avvento dell’Anticristo?»

 

Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi

20 anni dopo Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi.

 

Di Cacciari mi parlò, durante una di quelle telefonate fiume che facevamo e che mi scombiccheravano la mente per mesi e anni, il compianto Gianni Collu, che forse è tra le fonti del libro di Blondet. Ricordo che aveva cominciato a descrivermelo con pennellate misteriche, che cozzavano contro l’idea che avevo, quella appunto del sindaco e del professore all’Università di Don Verzè, quella del protagonista del gossip di altissimo livello (al punto che il suo nome, con quello della Veronica di cui si parlava sopra, entrò in un discorso di Berlusconi in una bizzarra conferenza stampa con il premier danese Rasmussen, futuro numero 1 della NATO). Non finimmo mai quel discorso, dissi a Collu che me lo sarei riservato per un’altra volta. La provvidenza ha voluto che non ci sia stata più possibilità.

 

Tuttavia, a mettermi in guardia in modo spiazzante riguardo al pensiero di Cacciari, è stato di recente anche un sacerdote vicino a Renovatio 21. «Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi». Non ero sicuro di aver capito fino in fondo l’idea del religioso.

 

Ricordavo un vecchio articolo di Antonio Socci letto nel 2007, in piena era del papa filosofo Ratzinger, dove l’antropologa studiosa di movimenti esoterici Cecilia Gatto Trocchi veniva virgolettata dicendo «Massimo Cacciari aderisce appassionatamente alla tesi fondamentale del pensiero gnostico». «Nel sito dell’Azione Cattolica, un lungo e argomentato articolo del 2004 illustra i contenuti pericolosi del pensiero di Cacciari che circolano acriticamente nelle sacrestie. Torna l’accento sullo “gnosticismo”, l’antico nemico della Chiesa, l’origine di tutte le eresie anticristiane, soprattutto per il suo dualismo che finisce per identificare il Bene e il Male, Dio e Satana, in un inaccettabile Uno». (Ho controllato sull’attuale sito dell’Azione Cattolica, non ho trovato niente – i tempi forse sono cambiati tanto, del resto il katechon non c’è più.).

 

Il sacerdote tuttavia mi indica qualcosa di più recente un’intervista a Cacciari uscita l’11 marzo 2013, due giorni prima dell’elezione di Bergoglio.

 

Il professore vola altissimo, parla già della caduta dell’idea di Stato che stiamo vedendo ora in tutta la sua drammaticità.

 

«Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi»

«Ci siamo affacciati al Novecento con una grande crisi: la crisi della forma-Stato. E oggi, che cosa possiamo dire? In questo grande processo di dissoluzione delle forme del potere che frena, le forme del katechon, quelle che connotano la matrice della nostra riflessione teologico-politica, possiamo dire che la Chiesa, che ha avuto una sua dimensione “katecontica”, ce la fa? Ce la fa, intedo, a “tenere ancora”? La decisione di Ratzinger che cosa ci dice?»

 

La virata dalla filosofia della storia più spinta alle cose di Chiesa di stretta attualità è impressionante.

 

«Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso».

 

Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore.

 

Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore. Cacciari risponde: «Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa»

«Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa decisione fa tutt’uno con la crisi del Politico, del katechon politico, del potere che frena. Questa è una lettura della decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà» risponde il filosofo.

 

Tornando indietro a quei giorni, in cui un papa misteriosamente abdicava e un altro veniva eletto, possiamo notare tante cose un po’ opache.

 

Il 27 febbraio 2013, giorno in cui il Soglio pontificio diviene sede vacante, il Corriere della Sera pubblicava una recensione del libro di Cacciari sul katechon con citazioni inedite per l’antico giornale della borghesia illuminata, per esempio brani della Demonstratio de Christo et Antichristo di Ippolito (170-235): «Cristo è Re, ma è Re anche l’Anticristo (…) il Salvatore è apparso in forma di uomo, e l’Anticristo ugualmente si mostrerà in sembianze umane (…) Il Salvatore ha fatto della sua santa carne un tempio; l’Anticristo, allo stesso modo, innalzerà il tempio di Gerusalemme costruito in pietra».

 

Il recensore loda le pagine «lucide e terrificanti» che nel libro Cacciari dedica alla Chiesa, poiché, ci informa il Corriere, potrebbe essere vero che «l’iniquità è già in atto». Vengono riportare le parole del veneziano: «La Chiesa non può fingere eterna durata».

 

L’articolista, sullo slancio della recensione entusiastica del libro, chiudeva con espressioni davvero impegnative: «la Chiesa non salva. La vera salvezza viene dalla Fede. E dalla Grazia». La Chiesa non salva. È una frase che in quei giorni, improvvisamente, perfino i giornali moderati avevano il potere di fare, finalmente. Certe maschere sembravano cadute. Il libro Il potere che frena è citato nel pezzo del Corsera ancora una volta alla fine: «Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni». Quando si ode parlare di «Dio-Luce», a certuni vengono, forse per banali assonanze, certi pensieri.

 

«Il tempo si riassorbirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni»

Poco dopo, sempre in quelle indimenticabili settimane attorno al solstizio di primavera 2013, sempre il primo quotidiano nazionale  riferisce di una conferenza di Cacciari con il Vescovo di Brescia Monsignor Monari, dove il Cacciari torna ad invocare la vertigine apocalittica:

 

«Ma come può un potere tecnico-amministrativo, senza auctoritas, avere la forza di trattenere, contenere l’Anticristo? Come si fa a non vedere che ci stiamo avvicinando a quello scontro finale? A non vedere che ci stiamo avvicinando alla perdita delle potenze catecontiche, capaci di frenare, che sono poi quelle uscite dalla Seconda Guerra Mondiale? Come possiamo non leggere in chiave apocalittica una tragedia come l’Olocausto?».

 

«Non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo?»

Cacciari richiama poi l’immagine della croce: «Viviamo ancora in questo segno? In questo incrocio fra la dimensione orizzontale dell’uomo e quella verticale? O non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo? Non vi è infatti in esso alcuna verticalità, alcun incrocio fra uomo e Dio, nessuna “divina umanità”. Sotto il segno della rete, alcuni amministrano l’immanente, mentre la Chiesa si occupa del trascendente, come cosa del tutto separata».

 

Questa cosa della rete come simbolo dell’Anticristo è piuttosto forte. Poco prima, ricorderete, in Parlamento era entrato un partito enorme, venuto dal nulla, che della rete aveva fatto il suo feticcio.

 

I cattolici sembrano non aver capito la portata del discorso di Cacciari. Il vescovo bresciano, presente alla conferenza, non trova praticamente niente da dire: «ascoltare Cacciari mi pare mi aiuti ad essere cristiano fino in fondo, a non esserlo solo a metà, a non secolarizzare la mia fede. Mantenere questa spina nel fianco mi fa bene (…) Spero, insomma, che la profezia di Cacciari ci aiuti a una conversione e non sia invece un destino inevitabile (…) Ho letto il libro di Cacciari con interesse e con fatica».

 

Cacciari parlò a briglia sciolta, sempre allora, anche sul quotidiano Avvenire, che lo intervistò. Con estrema libertà, sul giornale dei vescovi, il filosofo descrive il potere vittorioso dell’Anticristo e il grande tradimento della Chiesa cattolica: «il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa».

 

«Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa»

Non sono le sole parole inquietanti che abbiamo letto. Nel volumone (700 pagine) filosofico-teologico Dell’inizio, dove le tracce di gnosi paiono essere secondo alcuni consistenti, si parla anche, nelle astrazioni del gergo filosofico-esoterico, della caduta degli angeli ribelli, che secondo il filosofo si situa all’origine di tutte le cose: «la caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt’uno con la katabolé-ktisis per cui qualcosa ek-siste».

 

Anticristo, angeli ribelli… Insomma, un po’ di argomenti, per non seguire Cacciari neanche ora, li abbiamo.

 

Quanto a lui, se vuole farsi il vaccino a doppia, tripla, quarta dose: prego, faccia pure.

 

Del resto, sempre lo stesso lucido sacerdote, ci aveva raccontato cosa potrebbe rappresentare il vaccino: più che il marchio, il filtro magico dell’Anticristo, la base materiale del suo incantesimo, che, sta scritto, ingannerà perfino gli eletti.

 

Forse, arrivati a quell’ora fatale, qualcuno potrà dire che sì, soltanto un’idiota può affermare che i filtri anticristici non sono serviti.

 

Al disegno dell’apocalisse.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Roberto Vicario via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensiero

Pizzaballa incontra il privilegio israeliano. Aspettando il Golem e l’Anticristo

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L’incidente del patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, dovrebbe già essere rientrato. Almeno, sulla carta.

 

Al cardinale Pizzaballa, che si trovava con il Custode della Terra Santa fra’ Francesco Ielpo, la polizia israeliana ha proibito l’ingresso alla chiesa di Santo Sepolcro. Non stavano in processione, erano pochi cristiani (molti meno dei 50 previsti dalla legge) che dovevano celebrare e partecipare ad un rito privato. Niente: in uno dei giorni più sacri dell’anno, il vertice della cristianità in Terra Santa viene respinto. Il poliziotto giudeo può più del cardinale cattolico, alla facciazza dello Status Quo gerosolomitano.

 

Lo shock internazionale è stato tanto, e da subito.

 

Ieri stesso è stato pubblicata una dura dichiarazione congiunta del Patriarcato di Gerusalemme e della Custodia della Terra Santa. «Questo episodio costituisce un grave precedente e non tiene conto della sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme» scrive la nota. I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, si sono attenuti a tutte le restrizioni imposte: le riunioni pubbliche sono state annullate, la partecipazione è stata vietata e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Chiesa del Santo Sepolcro».

 

Abbiamo veduto quindi il comunicato della diocesi di Roma: «La diocesi di Roma esprime la propria fraterna vicinanza e solidarietà al cardinale Pierbattista Pizzaballa, (…) Apprendiamo con profonda amarezza che alle autorità ecclesiastiche è stato impedito di accedere alla Basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della Santa Messa della Domenica delle Palme, gesto che appare grave e ingiustificato e che rappresenta un motivo di seria preoccupazione per la libertà di culto e per il rispetto dello Status Quo nei Luoghi Santi».

 

Perfino la CEI si è fatta sentire: «A nome dei vescovi italiani» ha detto il segretario della Conferenza Episcopale, cardinale Mattro Zuppi «manifesto lo sdegno per una misura grave e irragionevole».

 

Poi il balletto dello Stato Ebraico, con l’ambasciatore presso la Santa Sede (che, pensate, esiste dal 1994: si tratta pur sempre della Chiesa di Pio X) che prima giustifica la proibizione, poi cambia idea quando arrivano anche le scuse del l presidente israeliano Isacco Herzog : «ho appena telefonato al Patriarca latino di Gerusalemme per esprimere il mio profondo dolore per lo spiacevole incidente avvenuto questa mattina (…) ho ribadito l’incrollabile impegno di Israele a favore della libertà di religione per tutte le fedi e a preservare lo status quo nei luoghi santi di Gerusalemme».

 

Si muove tecnicamente con la coda fra le gambe (ma le apparenze ingannano…) anche il premier dello Stato Giudaico: «oggi, per particolare preoccupazione per la sua incolumità, al Cardinale Pizzaballa è stato chiesto di astenersi dal celebrare la messa nella Chiesa del Santo Sepolcro. Pur comprendendo tale preoccupazione, non appena ho appreso dell’accaduto, ho dato istruzioni alle autorità affinché il Patriarca potesse celebrare le funzioni religiose secondo le sue volontà.».

 

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Perfino l’ambasciatore USA a Gerusalemme, il cristiano ultrasionista Mike Huckabee, appena reduce da un’intervista devastante con Tucker Carlson che ha creato un incidente diplomatico con i Paesi della regione (secondo Huckabee, Israele potrebbe prendersi tutto il Medio Oriente, e lui ne sarebbe felice), si è precipitato a condannare l’accaduto.

 

«L’azione odierna della Polizia Nazionale israeliana, volta a impedire al Patriarca latino Cardinale Pierbattista Pizzaballa e ad altri tre sacerdoti di entrare in chiesa per impartire la benedizione la Domenica delle Palme, rappresenta un’ingerenza eccessiva che sta già avendo gravi ripercussioni in tutto il mondo» avverte nel suo comunicato ufficiale l’inviato di Washington. «È difficile comprendere o giustificare il fatto che al Patriarca sia impedito l’accesso alla Chiesa la Domenica delle Palme per una cerimonia privata. Israele ha fatto sapere che collaborerà con il Patriarca per trovare un modo sicuro per svolgere le attività della Settimana Santa».

 

 

A livello più microscopico, abbiamo registrato alcune reazioni inaspettate, come quella di Erik Prince, miliardario ex Navy Seal fondatore del gruppo mercenario Blackwater, convertitosi al cattolicesimo ancora decenni fa. «Per la prima volta in secoli, dai tempi del dominio ottomano, ai cristiani è negata la messa nella Chiesa del Santo Sepolcro. Un evento davvero senza precedenti (…) Non esiste una ragione legittima per vietare alle persone di partecipare alla messa… un orribile affronto al cristianesimo. Ogni cattolico, evangelico, ogni ortodosso in America dovrebbe essere indignato». Il Prince, che immaginiamo nel corso della sua carriera possa aver avuto rapporti diretti con la sicurezza israeliana, pare avere avuto alienata ogni simpatia filo-israeliana, pure lui.

 

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La questione è che lo stesso Pizzaballa ora minimizza: «ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo compresi ed è questo quello che è accaduto. Non è mai successo, dispiace che questo sia accaduto». Insomma non è successo nulla, anzi forse è un po’ colpa nostra.

 

«Non ci sono stati scontri » ha spiegato il porporato già papabile a Tg2000, il telegiornale della TV dei vescovi. «Tutto è stato fatto in maniera molto educata. Non voglio forzare la mano, vogliamo usare questa situazione per vedere di chiarire meglio nei prossimi giorni cosa fare nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche nel rispetto del diritto alla preghiera».

 

Non c’è rabbia, ma tanta amarezza: «i fatti di stamattina sono importanti ma dobbiamo pensare al contesto generale. C’è gente che sta molto peggio di noi che non può celebrare per motivi molto diversi. Celebriamo ancora una volta una Pasqua sottotono».

 

Pizzaballa, che ricordiamo essere traduttore del rito della messa modernain lingua ebraica moderna (un tradizionista può rabbrividire di più?), in realtà negli ultimi tempi potrebbe aver detto o fatto qualcosa che potrebbe, diciamo così, aver infastidito lo Stato degli ebrei. Quattro settimane fa aveva parlato della differenza nella percezione tra la condotta bellica dei Russi in Ucraina e quella di Israele e Gaza e dintorni. Due mesi fa si era scagliato contro il «Board of Peace» di Trump, definito «operazione colonialista». La scorsa estate aveva subito visitato la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza distrutta dall’esercito israeliano.

 

Ancora pochi mesi fa il cardinale aveva detto nemmeno tanto cripticamente che «Satana cerca il controllo della Terra Santa». Poi, con i vescovi, aveva esortato i cristiani di tutto il mondo ad aiutare i fedeli attaccati dai coloni israeliani, un’escalation che sta montando ancora proprio in questi giorni.

 

Qui forse c’è una prima lettura possibile del retroscena dell’accaduto: è la repressione verso chi non accetta la colonizzazione della Cisgiordania e, tra non molto, di Gaza (e poi ancora il Sud del Libano, il Golan, quello che verrà conquistato dalle stragi militari).

 

Essendo che non sarà mai possibile far accettare alle autorità cristiane la presa colonica della West Bank – anche per la presenza di fedeli cristiani, come nei villaggi ora attaccati senza requie dai coloni – iniziano le molestie. O meglio, continuano.

 

Chi legge Renovatio 21 sa che disturbo e repressione nei confronti dei cristiani durante la Pasqua (per non parlare del resto dell’anno…) durano da molto tempo, ad esempio nel caso degli ortodossi e della cerimonia del Fuoco Sacro, proibita a più riprese dalle forze dello Stato Giudaico.

 

Il lettore sa altresì che la «gang messianica» al potere ora in Israele fiancheggia, difende, sprona i coloni: il ministro sionista della sicurezza Itamar Ben Gvir (che controlla la polizia) e il ministro sionistareligioso delle finanze Bezalel Smotrich (nato da famiglia di coloni messianici nelle alture del Golan occupate, in settimana ha chiesto l’annessione del Libano meridionale) non fanno mistero del loro appoggio ai coloni e ai loro insediamenti.

 

La violenza colonica si è manifestata in questi giorni persino sull’inviato della CNN, che non è che si possa dire sia un canale TV anti-israeliano: il giornalista e il suo cameraman vengono attaccati da un gruppo di soldati in un insediamento che, dice, perfino Israele considera illegale. È chiaro, dice il giornalista ancora scosso (fucili puntati, telefono sequestrato, collaboratore strangolato), che «questi soldati sono qui al servizio del movimento dei coloni».

 

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Nel documentario Bibi Files, praticamente censurato per mesi prima che lo distribuisse Tucker Carlson, si capisce meglio quello che sta accadendo. Netanyahu fino a tre anni fa non avrebbe mai nemmeno posato in foto con i suoi ministri estremisti. Con la giustizia israeliana che preme sulla sua famiglia con accuse di corruzione, Bibi ha riconsiderato la sua posizione: ecco quindi imbarcati gli impresentabili nel gabinetto più estremista della storia d’Israele. Il documentario è particolarmente interessante anche perché racconta come lo Smotrich fosse stato arrestato dallo Shin Bet che voleva sapere di più su possibili piani del terrorismo ebraico.

 

Il Ben Gvir, talmente estremista che da adolescente gli è stato impedito di servire nell’esercito, invece viene mostrato mentre gongola esibendo un pezzo dell’auto di Isacco Rabin, il primo ministro degli accordi con Arafat, assassinato pubblicamente da un altro estremista giudeo.

 


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In pratica, la politica israeliana è in mano a personaggi con ideologie di suprematismo ebraico e che in passato possono aver avuto simpatie per il terrorismo sic e simpliciter.

 

Diventa più chiaro, a questo punto, tutto quello che stiamo vedendo nella zona, dall’assassinio dell’aiatollà Khamenei (il capo, oltre che della Repubblica Islamica dell’Iran, dei musulmani sciiti, cioè una religione mondiale!) agli attacchi contro i soldati italiani (e spagnoli, e irlandesi, etc.) dell’UNIFIL in Libano.

 

Chi è in Terra Santa non so deve illudere: il suprematismo ebraico (chiamatelo sionismo, se volete, ma è molto di più, è un culto messianico fondamentalista) ha il fucile puntato. E vuole perfino qualcosa di più grande del genocidio dei palestine: vuole Erez Israel, il «Grande Israele», che si estende dal Nilo all’Eufrate (non è che sono le due linee blu della bandiera israeliana, con in mezzo il simbolo cabalistico della stella a sei punte?), e che comprenderebbe, quindi, la conquista di terre dell’Iraq, del Libano, della Siria, dell’Arabia Saudita, della Giordania, dell’Egitto. I soldati IDF, mentre ci scandalizziamo per Pizzaballa, già hanno le mostrine.

 

È un ennesimo episodio del privilegio del giudaismo moderno: fanno quello che vogliono, fanno cose tremende, immani (tipo, un genocidio a Gaza) poi ti accusano di antisemitismo se apri bocca, e il governo italiano proprio ora (adesso! In questo momento storico!) sta adoprandosi per mandarvi in galera se direte qualcosa.

 

Non c’è da scandalizzarsi, quindi, se bloccano un principe della Chiesa in uno dei luoghi più sacri della cristianità. Non è diverso da qualsiasi altro goy, termine dispregiativo ebraico e yiddish per i non-ebrei, per i poveri gentili che non fanno parte del popolo eletto. Anzi: preparatevi tutti ad andare in prigione prossimamente se oserete protestare per Pizzaballa.

 

Dovete stare zitti, e subire l’opera dei terroristi che odiano voi e Gesù Cristo – come insegna il Talmud. Potete, al massimo, usufruire di qualche replica di kolossal sull’Olocausto, i libri di storia sulle persecuzioni degli ebrei, le paginate culturali di Corriere e Repubblica.

 

A qualcuno può venire in mente: ma non è che tutto questo sarà per gli ebrei, alla fin fine, controproducente? Ebbene, c’è modo di pensarlo. I giudei non sembrano imparare: anche l’altra volta programmarono che uccidere il Messia – il quale aveva osato presentarsi a Gerusalemme senza un esercito in grado di distruggere Roma, ma con un messaggio di amore universale – non andò loro benissimo, e si creò qualcosa di enorme cui persero subito il controllo.

 

Nello stesso documentario Bibi Files viene rispiegata la storia, che parrebbe perfino ammessa dal Netanyahu in persona, secondo cui Hamas sarebbe stata nutrita con 35 milioni di dollari al mese, via Qatar, da Israele stesso, per un totale, si dice, di più di un miliardo. «Ricordate quella scena de Il Padrino» dice Netanyahu ai poliziotti che lo interrogano per le accuse di corruzione, «tieni gli amici vicino a te, i nemici ancor di più». Com’è finita, con Hamas?

 

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Così come c’è tutta una letteratura dietro ai finanziamenti ebraico-americani all’ascesa di Hitler… a questo punto non si può non tirar fuori la maledizione del Golem, il Frankestein della cultura giudea. Il Golem, figura mitica del folklore ebraico, è un gigante di argilla portato in vita tramite rituali cabalistici per servire o proteggere gli ebrei, nella leggenda del XVI secolo del rabbino Loew di Praga, da protettore può crescere sino a divenire un distruttore incontrollato.

 

Israele sembra condannato a questa coazione a ripetere golemica: le ramificazioni delle sue scelte erronee e crudeli sfuggono al loro controllo e infliggono morte e devastazione a loro stessi.

 

Le maledizioni, le catene generazionali di dolore e orrore, hanno in realtà una soluzione: Gesù Cristo. Colui che, per spezzare il meccanismo della violenza, dice questa cosa incredibile: porgi l’altra guancia. Non è un caso, quindi, se ad un successore degli Apostoli venga proibito l’ingresso nel Santo Sepolcro.

 

È proprio Gesù Cristo il tema di questa guerra e di tutte le sue grandi e piccole conseguenze. È proprio per eliminare le sue idee, e Lui stesso, che tutto questo sta accadendo.

 

Ribadiamo quanto già scritto da Renovatio 21: il cuore di tutte queste tensioni sulla Terra Santa, che a breve possono divenire la Terza Guerra Mondiale, è l’arrivo dell’Iniquo: è la guerra messianica, è la guerra per l’anticristo.

 

Tutto il resto sono chiacchiere geopolitiche, quisquiglie economiche, miserie politiche e giornalistiche.

 

Niente conta, se non il Dio della vita.

 

Roberto Dal Bosco

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Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum

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Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.   54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.   Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.   Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.   Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.

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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).   Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).   Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.   Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.   Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.   Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?   Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.   Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.

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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.   Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».   Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?   Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.   Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.   Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.   La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.

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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.   Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».   Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.   Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.   Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.   Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.   Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).   Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.   Roberto Dal Bosco SOSTIENI RENOVATIO 21
 
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Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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