Morte cerebrale
Dichiarato morto, un bambino torna in vita dopo cinque ore: quando la realtà smentisce i protocolli
Le cronache, talvolta, hanno il fastidioso difetto di contraddire le certezze teoriche: a Gilbert, nello Stato dell’Arizona, un bambino dato per morto dopo un episodio di annegamento è «tornato alla vita» cinque ore dopo la dichiarazione ufficiale di decesso. Alle 18:20 i medici avevano certificato la morte; alle 23:30 il piccolo mostrava segni di vita tali da essere trasferito d’urgenza in un altro ospedale della zona.
Un evento raro, certo, ma che ci aiuta a ricordare una verità che la medicina contemporanea sembra talvolta dimenticare: la morte non è un evento immediatamente osservabile, contrariamente a quanto la logica dei protocolli certi e infallibili ci ha abituato a pensare. Non esiste infatti un «istante della morte» percepibile a occhio nudo o rilevabile con uno strumento.
La morte può essere accertata con certezza solo a posteriori, quando il corpo mostra i segni inequivocabili del processo di decomposizione. Il dottor Frank LoVecchio, intervenuto sulla vicenda, ha suggerito una possibile spiegazione: ipotermia, battito estremamente debole, parametri vitali quasi impercettibili. In altre parole, un organismo che appare deceduto, sia agli occhi esperti degli operatori sanitari sia all’esame strumentale, può non esserlo affatto.
E non sarebbe nemmeno la prima volta che la fisiologia umana si prende gioco della sicurezza diagnostica dei medici, aggiungiamo noi. È fondamentale procedere con la massima cautela prima di dichiarare la morte di un bambino, prosegue LoVecchio, il quale ammette che «in medicina nulla può essere dato per certo finché ogni parametro vitale non è stato attentamente verificato».
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Ma allora, come si concilia il sacrosanto principio di precauzione evocato dal nostro con la pratica trapiantologica contemporanea che identifica la morte con la cessazione dell’attività cardiaca? In Italia sono sufficienti venti minuti di arresto cardiaco per dichiarare morta una persona, mentre in altri paesi il tempo richiesto varia dai due ai cinque minuti, a seconda del protocollo.
Il ragionamento è il seguente: se il cuore si ferma per qualche minuto, il cervello smette di funzionare; se il cervello smette di funzionare, la persona è morta. Il problema è che la realtà biologica è decisamente più complessa di questa elegante sequenza logica. Il presente fatto di cronaca lo dimostra con estrema chiarezza: un bambino può essere dichiarato morto, trasportato verso l’obitorio e, ore dopo, mostrare segni di vita.
A questo punto ci sarebbe da farsi una domanda: se cinque ore non bastano a garantire con certezza la morte, su quale base si può esserne certi dopo due, cinque o venti minuti? La verità è che la morte, nella medicina contemporanea, tende sempre più a diventare una questione di procedure: sequenze di test, strumenti diagnostici e criteri stabiliti per convenzione.
Il problema è che questi strumenti non sono nemmeno in grado di accertare l’effettiva cessazione di tutte le funzioni cerebrali; attraverso di essi, infatti, è possibile registrare l’assenza di alcune attività elettriche, valutare alcuni riflessi, misurare determinati parametri. Ma stabilire con certezza che ogni funzione dell’encefalo sia definitivamente cessata è, allo stato attuale delle conoscenze scientifiche, impossibile, tant’è che la stessa comunità scientifica non è d’accordo nemmeno su quali aree cerebrali non debbano più funzionare per dichiarare la morte.
Eppure, il costrutto teorico della morte cerebrale viene presentato come un criterio scientifico consolidato. Il risultato è un curioso cortocircuito logico: quando la medicina deve salvare una vita il confine tra la vita e la morte appare incerto e difficile da stabilire; quando invece si tratta di rendere disponibili organi per il trapianto, quello stesso confine diventa improvvisamente chiaro e facile da individuare.
La vicenda del bambino dell’Arizona ci ricorda che la biologia non obbedisce ai protocolli, e che la linea che separa la vita dalla morte è molto meno netta di quanto la retorica tecnologica voglia farci credere. Quando si parla della vita umana, l’errore non è un dettaglio tecnico, ma una questione decisiva.
E forse il vero problema non è che la biologia contraddica i protocolli, ma che i protocolli pretendano di sostituirsi alla biologia e alla realtà antropologica dell’essere umano.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
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Morte cerebrale
Bambino dichiarato morto si risveglia in obitorio. La morte è una decisione tecnica?
L’8 febbraio scorso, mentre milioni di americani seguivano il Super Bowl, nella tranquilla cittadina di Gilbert, alle porte di Phoenix, in Arizona, una famiglia viveva un incubo che rappresenta molto di più di un semplice caso di malasanità.
Il piccolo Vincent Lorenzo Fiordilino, appena diciotto mesi, sfugge al controllo degli adulti durante una festa in giardino. Quando viene ritrovato, galleggia prono nella piscina di casa e nessuno può sapere con certezza per quanto tempo sia rimasto sott’acqua. I familiari iniziano immediatamente le manovre di rianimazione e al contempo allertano i paramedici del servizio di emergenza, i quali arrivano rapidamente sul posto e proseguono i tentativi di rianimazione del piccolo, anche durante il trasporto in ospedale.
Per oltre un’ora medici e infermieri fanno tutto il possibile per salvargli la vita. Poi, poco dopo le 18.00, il medico responsabile interrompe definitivamente ogni manovra rianimatoria e dichiara deceduto il bambino.
Eppure, c’è qualcosa che non convince le persone presenti: la madre osserva il torace di suo figlio e chiede ai sanitari perché continui a sollevarsi, mentre un’infermiera riferisce di percepire ancora il polso. Anche due agenti della polizia di Gilbert, presenti in ospedale, dichiarano di aver visto il torace del bambino sollevarsi ripetutamente come se stesse respirando e invitano il medico a rivalutare la situazione.
La risposta del medico, riportata dalla stampa statunitense, è disarmante: «Lasciatemi lavorare, ho studiato medicina per un motivo».
Per il clinico quei movimenti non hanno alcun significato, sono semplici riflessi respiratori dovuti all’aria insufflata nei polmoni dell’infante durante i ripetuti tentativi di rianimazione. Pertanto, la diagnosi non cambia e alle 19.23 il piccolo viene trasferito nella cella frigorifera dell’obitorio.
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Poco prima di mezzanotte il colpo di scena: gli addetti aprono la porta della camera mortuaria per prendere in consegna il corpo del bambino e si accorgono che respira e il suo cuore pulsa.
Vincent è vivo e viene immediatamente trasferito in elicottero al Phoenix Children’s Hospital, dove i medici riescono a stabilizzarlo. Oggi il bambino sta bene, anche se le conseguenze neurologiche dell’incidente restano ancora tutte da valutare.
Questo fatto di cronaca non riguarda una diagnosi di morte encefalica, ma un evidente errore nell’accertamento del decesso dopo un arresto cardiaco conseguente ad annegamento.
Tuttavia, esso pone una domanda che va ben oltre il singolo errore di valutazione e getta una luce sinistra proprio sul criterio che consente di dichiarare morta una persona sulla base dei soli parametri neurologici: che cos’è, oggi, la morte?
Per secoli essa è stata considerata un evento naturale, non una decisione tecnica. Il medico non «stabiliva» la morte ma la riconosceva, e lo faceva con prudenza, visto che era consapevole del fatto che gli estremi della vita sono avvolti da un certo margine di mistero. La tradizione medica aveva imparato, anche attraverso gli errori, che esistevano le cosiddette morti apparenti.
Per questo motivo non bastavano l’assenza del respiro o del battito cardiaco per certificare l’avvenuto decesso del paziente, ma si attendevano i segni certi della decomposizione: il raffreddamento del corpo, il rigor mortis, le ipostasi cadaveriche. Solo allora la morte poteva dirsi realmente avvenuta.
Quella prudenza non nasceva dall’ignoranza scientifica, ma da una profonda consapevolezza antropologica: finché permane anche un ragionevole dubbio, la vita deve essere sempre presunta.
Negli ultimi decenni questa prospettiva è profondamente cambiata. Con l’introduzione del criterio della morte cerebrale essa non viene più identificata con la disgregazione dell’organismo, ma con la cessazione irreversibile (o presunta tale) di determinate funzioni neurologiche. La morte non appare più come un dato osservabile a posteriori, ma come il risultato di procedure diagnostiche altamente specialistiche e perdipiù non uniformi.
Si tratta di un cambiamento culturale enorme, delle cui conseguenze spesso non ci rendiamo conto. La morte cessa di essere un evento naturale che il medico si limita a riconoscere ma diventa una condizione definita attraverso protocolli, esami strumentali e criteri tecnico-giuridici.
Il caso del piccolo Vincent dimostra che l’accertamento della morte non è mai un’operazione banale e che la medicina continua a confrontarsi con un confine che non può essere ridotto a una semplice procedura amministrativa.
Colpisce soprattutto la sicurezza con cui il medico respinge ogni obiezione: la madre vede il petto del figlio muoversi, un’infermiera afferma di sentire il polso, due agenti di polizia riferiscono di osservare atti respiratori. Eppure, tutto viene ricondotto a fenomeni privi di significato perché è stato seguito pedissequamente il protocollo.
Quanti di questi episodi accadono negli ospedali di tutto il mondo senza che emergano nelle cronache dei giornali? Quante persone vengono dichiarate morte e trattate alla stregua di cadaveri da cui prelevare organi malgrado respirino e reagiscano agli stimoli?
La questione non è più semplicemente se una persona sia realmente morta, ma se siano stati correttamente applicati i criteri previsti dalle linee guida.
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È una differenza che potrebbe sembrare soltanto terminologica, ma in realtà è antropologica. Quando la morte diventa prevalentemente una categoria tecnica, cambia inevitabilmente anche il rapporto tra medicina e persona. La vicenda del bambino dell’Arizona ci ricorda, con una forza quasi drammatica, che la vita continua a sfuggire alle nostre classificazioni e che gli estremi dell’esistenza conservano una dimensione di mistero che nessun protocollo potrà mai eliminare.
La medicina moderna possiede strumenti diagnostici impensabili fino a pochi decenni fa, ma quanto più aumenta il suo potere, tanto più dovrebbe crescere quella virtù che la tradizione chiamava prudenza. Perché quando è in gioco la vita di una persona, il dubbio non dovrebbe mai essere considerato un ostacolo alla tecnica, bensì il suo limite invalicabile.
Eppure, è proprio questo limite che la necrocultura dominante si prefigge di oltrepassare. L’essere umano non viene più riconosciuto come portatore di dignità intrinseca, ma come materia biologica da amministrare e rendere funzionale a obiettivi ritenuti superiori. Quando la vita umana diventa disponibile, ogni confine diventa negoziabile.
Anche quello tra la vita e la morte.
Alfredo De Matteo
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