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Geopolitica

La vera ragione della «guerra civile» in Israele: collasso e sacrificio mondiale

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Non è un refuso nel titolo, ma il vero significato di questa ultima vampata di morte e distruzione in Terra Santa: forse non si tratta di una guerra – la solita – tra gli ebrei e i palestinesi (e gli iraniani, e i libanesi, e i siriani, e chiunque si voglia mettere dietro ai Palestinesi).

 

Si tratterebbe, si potrebbe dire, di un affare interno, che usa guerre sanguinarie esterne per risolversi – cioè, in questo caso, cancellare una parte della popolazione.

 

Ci potrebbe essere alla base di questa ondata di sangue un ragionamento politico, infranazionale e pure globale, molto più orrendo

Sulla stampa internazionale fioccano ricostruzioni di come sarebbe partita l’escalation, ma la verità è che nessuno neppure se lo ricorda. Ha importanza, ora, una schermaglia sulla spianata dello Moschee tra soldati e ragazzi? Davvero, c’è qualcuno che crede che la causa sia questa, più qualche missiletto fai-da-te che consente peraltro a Tel Aviv di fare una bella réclame ad un suo orgoglioso prodotto da export, il sistema Iron Dome, che stanno vendendo proprio a quei Paesi che fino a ieri erano dietro ai Palestinesi?

 

Svegliamoci: è molto più facile cercare le cause di una guerra nella politica interna di un Paese. Israele ha avuto quattro elezioni in due anni; praticamente un record, nemmeno in Italia, forse una cosa così può succedere in qualche Paese del Terzo Mondo. Il mega-programma di totalitarismo vaccinale di Netanyahu, quello per cui ora vi sono denunce di massive violazioni di diritti umani, non è bastato a dare a Bibi la spinta necessaria a stare in sella oltre al dodicesimo anno consecutivo.

 

Il mega-programma di totalitarismo vaccinale di Netanyahu, quello per cui ora vi sono denunce di massive violazioni di diritti umani, non è bastato a dare a Bibi la spinta necessaria a stare in sella oltre al dodicesimo anno consecutivo.

Uno dice, quindi: ma allora la guerra è stata lanciata da Bibi per ricompattare la politica dietro di sé? Del resto accade sempre così, in Israele e altrove: scoppia un conflitto, tutti diventano patriottici e si fanno andar bene il governo, qualunque esso sia. Perfino Freud, con una certa onestà, notava l’effetto elettrizzante delle notizie dal fronte della Prima Guerra Mondiale che lo rendevano filogovernativo e anti-italiano: lui che in Italia ci aveva passato tanto tempo, ricavandone l’ispirazione per alcuni suoi saggi.

 

In parte, potrebbe essere così, anche se Yair Lapid, il principale oppositore di Netanyahu, ha già detto pubblicamente che Netanyahu, guerra o non guerra, va rimosso, punto e basta.

 

Ci potrebbe tuttavia essere alla base di questa ondata di sangue un ragionamento politico, infranazionale e pure globale, molto più orrendo.

 

Ne ha scritto il fondatore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco sul sito EFFEDIEFFE.

 

In pratica, la politica ebraica oggi la deciderebbe un partito… musulmano? Possibile?

«Netanyahu, al potere per 12 anni consecutivi, è sulla graticola per le ennesime accuse di corruzione. Lapid sta cercando di sbatterlo fuori con una coalizione multiforme di progressisti e di ortodossi – la violenza sta ovviamente mettendo una contro l’altra le anime del possibile arco parlamentare anti-Netanyahu, e di conseguenza sta inficiando il disegno della sua defenestrazione progettato da Lapid».

 

«Una delle chiavi per una possibile coalizione anti-Netanyahu è costituita da Mansour Abbas, il leader di un piccolo partito arabo islamico noto come Raam che attualmente detiene l’equilibrio in Parlamento».

 

In pratica, la politica ebraica oggi la deciderebbe un partito… musulmano? Possibile?

 

Non i palestinesi, ma gli arabi israeliani sarebbero l’obbiettivo. Un gruppo sociale formato da cittadini, per quanto speciali, dello Stato Ebraico, ora divenuti decisivi. Nel momento in cui essi possono minacciare la tenuta del sistema di potere israeliano, è il caso di mettere a nudo questa insopportabile contraddizione: possono dei musulmani essere parte di uno Stato che si dice «ebraico» e che è, al pari dell’Iran e dell’Arabia Saudita, uno Stato confessionale? Tenete a mente la domanda: perché a breve toccherà farla anche per i cristiani d’Israele e per i loro partitelli da riserva indiana clientelare

Sì, se la vita parlamentare israeliana è diventata così pazzesca e così indecisa (quattro elezioni in due anni, ricordiamo) che i partitini-mangiatoia rifilati ad arabi e cristiani israeliani (gruppi, come dire, «addomesticati») cominciano a contare qualcosa, al punto che potrebbero significare la fine del regno di Netanyahu, l’uomo che ha in tasca – a destra e a sinistra – decenni di contatti con gli uomini più potenti degli USA (dove è cresciuto) e con lo Stato profondo, e poi con Putin, e ancora, grazie agli «Accordi di Abramo» di Trump, ora anche con emiratini e financo con i sauditi. Chi può voler vedere un simile re deposto sull’altare di una democrazia attaccata ai decimali?».

 

Quindi: non i palestinesi, ma gli arabi israeliani sarebbero l’obbiettivo. Un gruppo sociale formato da cittadini, per quanto speciali, dello Stato Ebraico, ora divenuti decisivi. Nel momento in cui essi possono minacciare la tenuta del sistema di potere israeliano, è il caso di mettere a nudo questa insopportabile contraddizione: possono dei musulmani essere parte di uno Stato che si dice «ebraico» e che è, al pari dell’Iran e dell’Arabia Saudita, uno Stato confessionale? Tenete a mente la domanda: perché a breve toccherà farla anche per i cristiani d’Israele e per i loro partitelli da riserva indiana clientelare.

 

Il progetto di cui stiamo parlando ha lasciato in circolazione qualche traccia ufficiale:

 

«Significativamente, è possibile notare, per esempio sul Corriere della Sera (di cui parliamo anche un po’ più sotto), come in realtà questa crisi serva, più che a demonizzare Hamas e vari gruppi islamici (sai che novità) gli stessi arabi israeliani, quelli che vivono tranquilli nello Stato Ebraico con tanto di loro partitini (come i cristiani…) con seggi garantiti alla Knesset, il parlamento di Tel Aviv» ricorda Dal Bosco citando un’intervista del Corsera della scorsa settimana al diplomatico israeliano numero uno a Roma.

 

«La giornalista del Corriere intervista direttamente l’ambasciatore israeliano in Italia Dror Eydar, e gli chiede se manderanno le truppe di terra. “Tutte le opzioni sono sul tavolo – risponde il diplomatico – Israele vede le azioni di Hamas come dichiarazione di guerra. L’incitamento di Hamas ha coinvolto cittadini arabi di Israele”».

Israele, per interesse parlamentare e governativo, sta finalmente cercando di liquidare questa strana anomalia di musulmani (e cristiani) presenti nella loro politica? Si sta servendo di una guerra «esterna» per liquidare una parte della sua popolazione?

 

In pratica, l’ambasciatore d’Israele se la sta prendendo direttamente contro dei cittadini che, in teoria, dovrebbe rappresentare – gli arabi israeliani. Si comincia a stendere un’equazione nuova: Arabi israeliani uguale Hamas – quindi, nemici. I fatti a Lod, le rivolte popolari di cui parlano i TG in varie città israeliane non fanno che confermare quest’idea: Tel Aviv combatte un fronte interno, quei cittadini sono diventati ostili allo Stato.

 

A questo punto, la questione diventa: Israele, per interesse parlamentare e governativo, sta finalmente cercando di liquidare questa strana anomalia di musulmani (e cristiani) presenti nella loro politica? Si sta servendo di una guerra «esterna» per liquidare una parte della sua popolazione?

 

Se sì, confessiamo, non saremmo più di tanto sconvolti. Perché questa è la logica che avanza in tutto il mondo, e non solo per la geopolitica.

Un’intera fetta della popolazione, quindi, è ora ritenuta dal potere come sacrificabile. Il suo stesso diritto ad esistere può essere messo in discussione per il bene del sistema. È il trionfo dell’utilitarismo, la filosofia del sacrificio delle minoranze per il maggior godimento di un altra parte della popolazione

 

Renovatio 21 lo ha scritto davanti all’ennesimo ban di Facebook (in seguito ne ha avuto pure un altro): l’idea calcolata del sacrificio di una parte della popolazione è alla base delle stesse azioni dei social network:

 

«Un tempo si facevano prodotti mass-market: doveva andare bene a tutti, si sceglieva una via di mezzo nelle cose, le aziende (e i partiti…) non ci tenevano a insultare o molestare chi non comprava il loro prodotto, anzi, questi andavano blanditi, sedotti, strappati alla concorrenza… convertiti, è la parola giusta».

 

«No, qui si va in cerca dell’annientamento dell’altro. Il perché è semplice: fanno il calcolo, e hanno tutti i dati per farlo (hanno, grazie ai Big Data e agli algoritmi, la profilazione psico-sociale ed economica perfetta di ognuno di voi) e capiscono che possono andare avanti anche senza la minoranza di facinorosi che mettono in dubbio la narrazione principale». Lo scrivevamo in merito a quei facinoroso come noi bannati ogni tre per due. Tra di noi vi è pure un ex presidente USA, a sua volta bannato mentre era ancora presidente. Ricordiamo, en passant, che Facebook potrebbe avere, come riportato da Renovatio 21, origini militari.

L’utilitarismo è divenuto oramai l’unico sistema operativo dello Stato moderno, il codice sorgente del potere sugli uomini del XXI secolo.  Un effetto secondario del dominio della Necrocultura sul mondo

 

Insomma: un’intera fetta della popolazione, quindi, è ora ritenuta dal potere come sacrificabile. Il suo stesso diritto ad esistere può essere messo in discussione per il bene del sistema. È il trionfo dell’utilitarismo, la filosofia del sacrificio delle minoranze per il maggior godimento di un altra parte della popolazione. Ve ne parliamo sempre: esso è divenuto oramai l’unico sistema operativo dello Stato moderno, il codice sorgente del potere sugli uomini del XXI secolo.  Un effetto secondario del dominio della Necrocultura sul mondo.

 

La liquidazione di una parte della popolazione da parte di un ente quindi non vi deve sorprendere. Dovete solo realizzare, tuttavia, cosa esso significa: quando uno Stato comincia a considerare sacrificabile una porzione del suo popolo, la reazione può essere qualcosa che non sia qualcosa che assomiglia ad una guerra civile?

 

Rifletteteci: la questione è comune a molti enti della Terra ora, tutti sull’orlo più o meno visibile del collasso sociopolitico, economico, biologico.  Gli eventi dell’epifania di Washington era esattamente questo: un preludio alla rivolta del popolo che si sente dimenticato e perfino tradito dal sistema elettorale. Di «guerra civile» hanno cominciato a parlare, sul serio, i militari francesi. Le immani manifestazioni contro i lockdown che si sono viste in Germania e in Inghilterra – ovviamente mai apparse sui TG italiani – sono l’effetto del medesimo fenomeno mondiale.

 

E vedete qualche differenza con quegli enti che ora stanno dando battaglia ai lavoratori renitenti al vaccino? La stessa cosa: istituzioni pronte a disintegrare una percentuale a due cifre della propria forza lavoro.

Collasso o sacrificio umano: la scelta dell’establishment, su qualsiasi parte del pianeta, è la stessa di quella che sta compiendo Israele con le sue bombe

 

Lo Stato moderno lo ha capito: non potrà sedere  a lungo il dissenso sul dissenso e l’instabilità prima di collassare. Quindi, la «guerra civile» è qualcosa per la quale il potere si sta preparando – o forse qualcosa che lavora per ottenere.

 

Collasso o sacrificio umano: la scelta dell’establishment, su qualsiasi parte del pianeta, è la stessa di quella che sta compiendo Israele con le sue bombe.

 

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Ben Gvir chiede di strappare le Isole Falkland a Londra e di cederle all’Argentina

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto che le Isole Falkland (Isole Malvinas) vengano strappate al Regno Unito e cedute all’Argentina.

 

«È ora che lo Stato di Israele riconosca pubblicamente che le Isole Malvinas sono territorio argentino occupato, che gli inglesi sottraggono violentemente al popolo argentino. Gli inglesi non si accontentano della semplice occupazione del territorio; vi effettuano anche trivellazioni petrolifere, derubando il popolo argentino del denaro ricavato».

 

«Chiedo al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di riconoscere la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas e di imporre sanzioni alla Gran Bretagna finché l’occupazione persisterà».

 


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Londra controllava l’arcipelago dal 1833. Nel 1982 l’Argentina invase le Falkland, ma fu sconfitta dall’esercito britannico.

 

È chiaro che il Ben Gvirro si sta esprimendo a sostegno del suo alleato sionista, il presidente argentino Javier Milei, esortandolo ad espandere il proprio territorio. Israele stesso sta attivamente lavorando per espandere il proprio territorio attraverso conquiste, nell’ambito del progetto della Grande Israele. Non solo: voci consistenti parlano di interessi israeliani nell’acquisto di vastissimi terreni in Patagonia.

 

Va detto che il governo dell’Argentina ha avviato una denuncia penale e sanzioni contro la compagnia petrolifera israeliana Navitas Petroleum per le sue attività di esplorazione e trivellazione nella zona delle Falklandsenza l’autorizzazione di Buenos Aires. La vicenda rappresenta un delicato caso geopolitico che mette a dura prova l’asse diplomatico tra il presidente argentino Javier Milei e lo Stato d’Israele.

 

«Il governo sostiene che le società abbiano violato la legge argentina detenendo licenze di esplorazione e sfruttamento di idrocarburi rilasciate dalla Gran Bretagna nel bacino delle Falkland settentrionali. La denuncia si baserebbe sulla legislazione vigente in materia di progetti petroliferi e del gas in aree rivendicate dall’Argentina. Non è chiaro se un tribunale abbia deciso di avviare un’indagine sulla denuncia del governo», ha riferito l’agenzia Reuters martedì.

 

«La denuncia penale inasprisce una disputa di lunga data sulla sovranità tra Argentina e Gran Bretagna per le Falkland e potrebbe mettere alla prova la capacità di Buenos Aires di utilizzare il proprio sistema legale per ostacolare un importante progetto petrolifero offshore sostenuto da investitori stranieri e autorizzato da un territorio britannico autonomo».

 

Mentre Israele appoggia le nazioni che lo sostengono apertamente, come l’Argentina , si scaglia contro le nazioni e le regioni che non lo fanno.

 

La scorsa settimana il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia tutta l’Europa dal partecipare alla guerra contro l’Iran, nella quale lo Stato ebraico ha trascinato con successo gli Stati Uniti .

 

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I vertici israeliani sono stati accusati pure di aver ingegnerizzato, forse con l’ausilio di alleati all’interno della politica statunitense, l’invasione degli immigrati a Ceuta, che ha registrato messaggi aperti di soddisfazione da parte di funzionari israeliani che hanno ricordato l’ostilità di Madrid verso le politiche israeliane recenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’asse tra l’Argentina di Milei, che è circondato da rabbini interessanti e sarebbe in procinto di convertirsi al giudaismo, è divenuto chiaro durante i Mondiale, dove il tifo del governo Netanyahu per nazionale albiceleste fu sfacciato,e  poco fortunato.

 

Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione. Il tono inzialmente tiepido tuttavia sta alzandosi di temperatura.

 

Come riportato da Renovatio 21rivendicazioni delle isole da parte di Buenos Aires sono state viste pure tra i giocatori all’ultimo mondiale americano, perso malamente dagli argentini.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo alle Falkland è arrivato in settimana anche l’avvertimento di Washington che avrebbe minacciato di rivedere la propria posizione sul controllo britannico delle Isole Falkland per spingere Londra a destinare somme ben più elevate alle proprie forze armate.

 

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Geopolitica

Ursula in Groenlandia attacca Trump e promette 200 milioni di euro

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La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che il futuro della Groenlandia spetta al suo popolo e alla Danimarca, respingendo la minaccia del presidente statunitense Donald Trump di annettere l’isola artica.   La Groenlandia è un territorio autonomo danese ricco di minerali e situato in posizione strategica vicino al Nord America. La Danimarca, che sovrintende alla politica estera e di sicurezza dell’isola, è membro sia dell’UE sia della NATO. Trump ha ripetutamente sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e per le sue risorse minerarie, mettendo Washington in contrasto con i suoi alleati europei.   «Il futuro della Groenlandia spetta al popolo della Groenlandia e alla Danimarca deciderlo, a nessun altro», ha dichiarato von der Leyen lunedì a Nuuk, capitale dell’isola, al termine di una visita di due giorni. Ha citato l’integrità territoriale, la sovranità e l’inviolabilità dei confini come principi fondamentali del diritto internazionale.

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Il capo dell’UE ha inoltre annunciato investimenti per 200 milioni di europer quest’anno e il prossimo, nell’ambito degli sforzi di Bruxelles per rafforzare la propria presenza sull’isola. Il pacchetto copre settori quali la connettività internet, l’energia idroelettrica e le materie prime critiche.   Le ricchezze minerarie della Groenlandia sono di particolare interesse per l’UE. L’isola possiede 25 delle 34 materie prime che Bruxelles classifica come critiche, e un accesso più agevole potrebbe aiutare il blocco a ridurre la sua dipendenza dalla Cina.   Il viaggio di von der Leyen è avvenuto mentre Trump, lunedì, pubblicava una mappa che raffigurava la Groenlandia, il Canada e altre parti delle Americhe sotto la bandiera statunitense. L’immagine includeva anche l’Islanda ed era etichettata come «Stati Uniti d’America».   La spinta di Washington per il controllo della Groenlandia ha messo a dura prova le relazioni con la Danimarca e altri alleati europei. Funzionari della Casa Bianca hanno affermato all’inizio di quest’anno che l’uso della forza militare rimaneva «sempre un’opzione», paventando la possibilità di uno scontro tra i due membri della NATO. Trump ha inoltre ripetutamente messo in dubbio l’utilità dell’alleanza per gli Stati Uniti.   La visita ha coinciso anche con l’inizio di Arctic Shield, esercitazioni militari che coinvolgono 11 Paesi della NATO e circa 400 soldati in Groenlandia. Nessun militare statunitense partecipa alle esercitazioni, che si svolgono dal 7 al 18 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, la prima ministra Mette Frederiksen due mesi fa ha dichiarato all’incontro atlantico di Ankara  che la NATO aiuterebbe la Danimarca a proteggere la Groenlandia da qualsiasi attacco, incluso, in via ipotetica, da parte degli Stati Uniti.   L’idea che gli Stati Uniti acquisiscano la Groenlandia è emersa in diversi momenti della storia americana. L’isola danese, strategicamente situata nell’Atlantico settentrionale, ospita già una base militare statunitense e si ritiene che contenga preziose risorse minerarie, il cui sfruttamento potrebbe diventare economicamente redditizio in futuro.   Trump si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare per ristabilire il controllo sulla Groenlandiapaventando la possibilità di uno scontro tra la NATO e il suo membro dominante. Il leader americano ha accusato l’organizzazione di essere inutile per gli interessi statunitensi, e il suo rifiuto di intervenire direttamente nell’attacco israelo-americano all’Iran è emerso come una delle principali fonti di risentimento.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa Trump ha dichiarato che la Groenlandia serve per ragioni di difesa, esplicitamente dicendo che vi sarà installato il sistema di scudo stellare Golden Dome. La volontà di annettere l’isola polare è stata ribadita apertis verbis anche nel suo storico discorso al World Economic Forum di Davos dello scorso gennaio.   La Danimarca in risposta ha inviato più truppe sull’isola, mentre la Francia vi ha chiesto esercitazioni NATO. A inizio anno, tuttavia, è emerso che la piccola missione tedesca sull’isola si era ritirata.   Sei mesi fa il segretario del Tesoro USA Scott Bessent ha dichiarato che gli USA prenderanno la Groenlandia grazie alla debolezza europea. Brusselle ha parlato di una «pericolosa spirale discendente», mentre il presidente francese Macron ha promesso una risposta alle «intimidazioni» trumpiane sui dazi e Groenlandia.   In occasione della consegna dei Nobel, quando si aspettava di ricevere il premio Nobel per la pace, Trump rimproverò la Norvegia dicendo che non avendo ricevuto l’encomio allora si sarebbe concentrato nella presa della Groenlandia.   Come riportato da Renovatio 21, il presidente americano avrebbe già ordinato di concepire un piano per l’invasione. Le difese della Groenlandia, ha detto, sono «due slitte trainate da cani».   Il presidente polacco Donald Tusk ha sottolineato che le minacce USA sulla Groenlandia rendono di fatto la NATO un ente inutile.  

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Geopolitica

L’Iran minaccia la Corea del Sud che valuta operazioni militari congiunte a Ormuzzo

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Lunedì il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha lanciato un avvertimento alla Corea del Sud, esortando il Paese a riflettere attentamente prima di unirsi alle operazioni americane nello Stretto di Ormuz.

 

La scorsa settimana l’ufficio del presidente sudcoreano ha annunciato di stare valutando l’adozione di misure militari a sostegno degli sforzi statunitensi volti a garantire la libertà di navigazione delle navi che attraversano lo Stretto di Ormuzzo.

 

Seoul dipende in modo molto significativo dal petrolio che passa attraverso lo Stretto ormusino, Il paese si rifornisce per circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente, con il 95% delle importazioni petrolifere che passano proprio attraverso Ormuzzo. Anche sul fronte del gas, la dipendenza è rilevante: il 20% del gas naturale liquefatto sudcoreano arriva dal Medio Oriente.

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Le importazioni nette di petrolio della Corea del Sud rappresentano il 2,7% del PIL, e il paese ha riserve strategiche limitate rispetto, ad esempio, alla Cina — il che la rende una delle economie più vulnerabili della regione a uno shock nello stretto. A maggio 2026, l’arrivo di una singola petroliera proveniente da Hormuz è stato descritto come capace di coprire tra il 35% e il 50% del consumo giornaliero di greggio della Corea del Sud — un dato che dà la misura di quanto ogni singolo carico sia strategicamente rilevante.

 

Ora l’Iran afferma che la Corea del Sud subirà «gravi conseguenze» se deciderà di inviare navi, aerei o personale militare nello Stretto ermisino.

 

In un messaggio pubblicato su X, Baghaei ha scritto: «La relazione tra l’Iran e la Repubblica di Corea ha una storia che dura da oltre 64 anni e i legami tra i due Paesi si sono costantemente sviluppati sulla base del reciproco rispetto. L’Iran attribuisce grande importanza alle sue relazioni amichevoli con la Repubblica di Corea».

 

«Tuttavia, al momento il popolo iraniano si sta difendendo dalle azioni aggressive dell’America e, nella situazione in cui sta rispondendo con fermezza ai crimini di guerra americani contro donne e bambini, qualsiasi altro Paese che mantenga una presenza militare o partecipi a operazioni nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz non può che essere considerato come un diretto sostenitore degli autori dell’aggressione, e ciò comporterà gravi conseguenze», ha aggiunto.

 

Il portavoce iraniano ha concluso: «Nessun Paese sovrano e responsabile dovrebbe cedere alle pressioni e alle minacce dell’America e rendersi complice degli atti aggressivi e degli orribili crimini contro il grande popolo iraniano».

 

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Il presidente statunitense Donald Trump ha esercitato pressioni sulle nazioni alleate, tra cui la Corea del Sud, criticandole per il loro rifiuto di partecipare alle operazioni nello Stretto di Ormuzzo.

 

Gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud parteciperanno questa settimana alle esercitazioni militari congiunte «Freedom Edge», suscitando critiche da parte del neo-nominato ministro della Difesa nordcoreano Kim Song-gi.

 

In risposta alle esercitazioni, il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha annunciato lunedì la messa in servizio del secondo cacciatorpediniere della marina militare, affermando: «Le preoccupazioni dei nemici si acuiranno sicuramente. Dobbiamo stabilire in modo più chiaro un deterrente nucleare potente e affidabile, mettere in pratica l’impiego diversificato ed efficace dei nostri sistemi di combattimento nucleare e rafforzare ulteriormente le nostre attività militari per la difesa marittima e la deterrenza bellica».

 

L’Iran e la Corea del Nord intrattengono da decenni una partnership strategica, militare ed economica, il che significa che i due Paesi potrebbero unire le forze contro gli Stati Uniti se le tensioni dovessero continuare ad aumentare.

 

La voce circolante (o fatta circolare…) è che sia possibile che i nordcoreani stiano effettivamente collaborando alla progettazione di una testata nucleare iraniana. Si tratta di un sospetto pubblicato spesso da realtà avverse ai due Paesi. Tuttavia, è invece confermata la cooperazione missilistica tra Teherano e Pyongyango. La Corea del Nord ha intensificato la collaborazione con l’Iran per la produzione di missili balistici e per la progettazione di modelli più avanzati.

 

Ambedue i Paesi disporrebbero di missili ipersonici.

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La relazione tra i due paesi non è nuova. Con lo sviluppo del programma nucleare nordcoreano e il suo ritiro dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) nel 2003, Pyongyang era già stata accusata di fornire tecnologia nucleare all’Iran, e nel 2012 i due paesi avevano firmato un accordo di cooperazione scientifica, accademica e tecnologica.

 

Dopo la Guerra dei 12 Giorni (giugno 2025) tra Israele e Iran, la guida suprema Khamenei aveva sempre bloccato la decisione di procedere all’arricchimento al 90% e allo sviluppo di testate miniaturizzate; oggi, con Teheran che cerca di ricostruire la propria deterrenza, la Corea del Nord resta una delle poche opzioni percorribili, dato che il Pakistan (in buoni rapporti con USA e Arabia Saudita) non avrebbe interesse ad aiutare l’Iran.

 

Diversi analisti notano come la guerra contro l’Iran abbia rafforzato a Pyongyang la convinzione che l’arsenale nucleare sia l’unica vera garanzia di sopravvivenza per un regime sotto pressione — una lezione che l’Iran stesso potrebbe voler applicare, rendendo più plausibile una richiesta di assistenza nordcoreana.

 

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