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Geopolitica

La vera ragione della «guerra civile» in Israele: collasso e sacrificio mondiale

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Non è un refuso nel titolo, ma il vero significato di questa ultima vampata di morte e distruzione in Terra Santa: forse non si tratta di una guerra – la solita – tra gli ebrei e i palestinesi (e gli iraniani, e i libanesi, e i siriani, e chiunque si voglia mettere dietro ai Palestinesi).

 

Si tratterebbe, si potrebbe dire, di un affare interno, che usa guerre sanguinarie esterne per risolversi – cioè, in questo caso, cancellare una parte della popolazione.

 

Ci potrebbe essere alla base di questa ondata di sangue un ragionamento politico, infranazionale e pure globale, molto più orrendo

Sulla stampa internazionale fioccano ricostruzioni di come sarebbe partita l’escalation, ma la verità è che nessuno neppure se lo ricorda. Ha importanza, ora, una schermaglia sulla spianata dello Moschee tra soldati e ragazzi? Davvero, c’è qualcuno che crede che la causa sia questa, più qualche missiletto fai-da-te che consente peraltro a Tel Aviv di fare una bella réclame ad un suo orgoglioso prodotto da export, il sistema Iron Dome, che stanno vendendo proprio a quei Paesi che fino a ieri erano dietro ai Palestinesi?

 

Svegliamoci: è molto più facile cercare le cause di una guerra nella politica interna di un Paese. Israele ha avuto quattro elezioni in due anni; praticamente un record, nemmeno in Italia, forse una cosa così può succedere in qualche Paese del Terzo Mondo. Il mega-programma di totalitarismo vaccinale di Netanyahu, quello per cui ora vi sono denunce di massive violazioni di diritti umani, non è bastato a dare a Bibi la spinta necessaria a stare in sella oltre al dodicesimo anno consecutivo.

 

Il mega-programma di totalitarismo vaccinale di Netanyahu, quello per cui ora vi sono denunce di massive violazioni di diritti umani, non è bastato a dare a Bibi la spinta necessaria a stare in sella oltre al dodicesimo anno consecutivo.

Uno dice, quindi: ma allora la guerra è stata lanciata da Bibi per ricompattare la politica dietro di sé? Del resto accade sempre così, in Israele e altrove: scoppia un conflitto, tutti diventano patriottici e si fanno andar bene il governo, qualunque esso sia. Perfino Freud, con una certa onestà, notava l’effetto elettrizzante delle notizie dal fronte della Prima Guerra Mondiale che lo rendevano filogovernativo e anti-italiano: lui che in Italia ci aveva passato tanto tempo, ricavandone l’ispirazione per alcuni suoi saggi.

 

In parte, potrebbe essere così, anche se Yair Lapid, il principale oppositore di Netanyahu, ha già detto pubblicamente che Netanyahu, guerra o non guerra, va rimosso, punto e basta.

 

Ci potrebbe tuttavia essere alla base di questa ondata di sangue un ragionamento politico, infranazionale e pure globale, molto più orrendo.

 

Ne ha scritto il fondatore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco sul sito EFFEDIEFFE.

 

In pratica, la politica ebraica oggi la deciderebbe un partito… musulmano? Possibile?

«Netanyahu, al potere per 12 anni consecutivi, è sulla graticola per le ennesime accuse di corruzione. Lapid sta cercando di sbatterlo fuori con una coalizione multiforme di progressisti e di ortodossi – la violenza sta ovviamente mettendo una contro l’altra le anime del possibile arco parlamentare anti-Netanyahu, e di conseguenza sta inficiando il disegno della sua defenestrazione progettato da Lapid».

 

«Una delle chiavi per una possibile coalizione anti-Netanyahu è costituita da Mansour Abbas, il leader di un piccolo partito arabo islamico noto come Raam che attualmente detiene l’equilibrio in Parlamento».

 

In pratica, la politica ebraica oggi la deciderebbe un partito… musulmano? Possibile?

 

Non i palestinesi, ma gli arabi israeliani sarebbero l’obbiettivo. Un gruppo sociale formato da cittadini, per quanto speciali, dello Stato Ebraico, ora divenuti decisivi. Nel momento in cui essi possono minacciare la tenuta del sistema di potere israeliano, è il caso di mettere a nudo questa insopportabile contraddizione: possono dei musulmani essere parte di uno Stato che si dice «ebraico» e che è, al pari dell’Iran e dell’Arabia Saudita, uno Stato confessionale? Tenete a mente la domanda: perché a breve toccherà farla anche per i cristiani d’Israele e per i loro partitelli da riserva indiana clientelare

Sì, se la vita parlamentare israeliana è diventata così pazzesca e così indecisa (quattro elezioni in due anni, ricordiamo) che i partitini-mangiatoia rifilati ad arabi e cristiani israeliani (gruppi, come dire, «addomesticati») cominciano a contare qualcosa, al punto che potrebbero significare la fine del regno di Netanyahu, l’uomo che ha in tasca – a destra e a sinistra – decenni di contatti con gli uomini più potenti degli USA (dove è cresciuto) e con lo Stato profondo, e poi con Putin, e ancora, grazie agli «Accordi di Abramo» di Trump, ora anche con emiratini e financo con i sauditi. Chi può voler vedere un simile re deposto sull’altare di una democrazia attaccata ai decimali?».

 

Quindi: non i palestinesi, ma gli arabi israeliani sarebbero l’obbiettivo. Un gruppo sociale formato da cittadini, per quanto speciali, dello Stato Ebraico, ora divenuti decisivi. Nel momento in cui essi possono minacciare la tenuta del sistema di potere israeliano, è il caso di mettere a nudo questa insopportabile contraddizione: possono dei musulmani essere parte di uno Stato che si dice «ebraico» e che è, al pari dell’Iran e dell’Arabia Saudita, uno Stato confessionale? Tenete a mente la domanda: perché a breve toccherà farla anche per i cristiani d’Israele e per i loro partitelli da riserva indiana clientelare.

 

Il progetto di cui stiamo parlando ha lasciato in circolazione qualche traccia ufficiale:

 

«Significativamente, è possibile notare, per esempio sul Corriere della Sera (di cui parliamo anche un po’ più sotto), come in realtà questa crisi serva, più che a demonizzare Hamas e vari gruppi islamici (sai che novità) gli stessi arabi israeliani, quelli che vivono tranquilli nello Stato Ebraico con tanto di loro partitini (come i cristiani…) con seggi garantiti alla Knesset, il parlamento di Tel Aviv» ricorda Dal Bosco citando un’intervista del Corsera della scorsa settimana al diplomatico israeliano numero uno a Roma.

 

«La giornalista del Corriere intervista direttamente l’ambasciatore israeliano in Italia Dror Eydar, e gli chiede se manderanno le truppe di terra. “Tutte le opzioni sono sul tavolo – risponde il diplomatico – Israele vede le azioni di Hamas come dichiarazione di guerra. L’incitamento di Hamas ha coinvolto cittadini arabi di Israele”».

Israele, per interesse parlamentare e governativo, sta finalmente cercando di liquidare questa strana anomalia di musulmani (e cristiani) presenti nella loro politica? Si sta servendo di una guerra «esterna» per liquidare una parte della sua popolazione?

 

In pratica, l’ambasciatore d’Israele se la sta prendendo direttamente contro dei cittadini che, in teoria, dovrebbe rappresentare – gli arabi israeliani. Si comincia a stendere un’equazione nuova: Arabi israeliani uguale Hamas – quindi, nemici. I fatti a Lod, le rivolte popolari di cui parlano i TG in varie città israeliane non fanno che confermare quest’idea: Tel Aviv combatte un fronte interno, quei cittadini sono diventati ostili allo Stato.

 

A questo punto, la questione diventa: Israele, per interesse parlamentare e governativo, sta finalmente cercando di liquidare questa strana anomalia di musulmani (e cristiani) presenti nella loro politica? Si sta servendo di una guerra «esterna» per liquidare una parte della sua popolazione?

 

Se sì, confessiamo, non saremmo più di tanto sconvolti. Perché questa è la logica che avanza in tutto il mondo, e non solo per la geopolitica.

Un’intera fetta della popolazione, quindi, è ora ritenuta dal potere come sacrificabile. Il suo stesso diritto ad esistere può essere messo in discussione per il bene del sistema. È il trionfo dell’utilitarismo, la filosofia del sacrificio delle minoranze per il maggior godimento di un altra parte della popolazione

 

Renovatio 21 lo ha scritto davanti all’ennesimo ban di Facebook (in seguito ne ha avuto pure un altro): l’idea calcolata del sacrificio di una parte della popolazione è alla base delle stesse azioni dei social network:

 

«Un tempo si facevano prodotti mass-market: doveva andare bene a tutti, si sceglieva una via di mezzo nelle cose, le aziende (e i partiti…) non ci tenevano a insultare o molestare chi non comprava il loro prodotto, anzi, questi andavano blanditi, sedotti, strappati alla concorrenza… convertiti, è la parola giusta».

 

«No, qui si va in cerca dell’annientamento dell’altro. Il perché è semplice: fanno il calcolo, e hanno tutti i dati per farlo (hanno, grazie ai Big Data e agli algoritmi, la profilazione psico-sociale ed economica perfetta di ognuno di voi) e capiscono che possono andare avanti anche senza la minoranza di facinorosi che mettono in dubbio la narrazione principale». Lo scrivevamo in merito a quei facinoroso come noi bannati ogni tre per due. Tra di noi vi è pure un ex presidente USA, a sua volta bannato mentre era ancora presidente. Ricordiamo, en passant, che Facebook potrebbe avere, come riportato da Renovatio 21, origini militari.

L’utilitarismo è divenuto oramai l’unico sistema operativo dello Stato moderno, il codice sorgente del potere sugli uomini del XXI secolo.  Un effetto secondario del dominio della Necrocultura sul mondo

 

Insomma: un’intera fetta della popolazione, quindi, è ora ritenuta dal potere come sacrificabile. Il suo stesso diritto ad esistere può essere messo in discussione per il bene del sistema. È il trionfo dell’utilitarismo, la filosofia del sacrificio delle minoranze per il maggior godimento di un altra parte della popolazione. Ve ne parliamo sempre: esso è divenuto oramai l’unico sistema operativo dello Stato moderno, il codice sorgente del potere sugli uomini del XXI secolo.  Un effetto secondario del dominio della Necrocultura sul mondo.

 

La liquidazione di una parte della popolazione da parte di un ente quindi non vi deve sorprendere. Dovete solo realizzare, tuttavia, cosa esso significa: quando uno Stato comincia a considerare sacrificabile una porzione del suo popolo, la reazione può essere qualcosa che non sia qualcosa che assomiglia ad una guerra civile?

 

Rifletteteci: la questione è comune a molti enti della Terra ora, tutti sull’orlo più o meno visibile del collasso sociopolitico, economico, biologico.  Gli eventi dell’epifania di Washington era esattamente questo: un preludio alla rivolta del popolo che si sente dimenticato e perfino tradito dal sistema elettorale. Di «guerra civile» hanno cominciato a parlare, sul serio, i militari francesi. Le immani manifestazioni contro i lockdown che si sono viste in Germania e in Inghilterra – ovviamente mai apparse sui TG italiani – sono l’effetto del medesimo fenomeno mondiale.

 

E vedete qualche differenza con quegli enti che ora stanno dando battaglia ai lavoratori renitenti al vaccino? La stessa cosa: istituzioni pronte a disintegrare una percentuale a due cifre della propria forza lavoro.

Collasso o sacrificio umano: la scelta dell’establishment, su qualsiasi parte del pianeta, è la stessa di quella che sta compiendo Israele con le sue bombe

 

Lo Stato moderno lo ha capito: non potrà sedere  a lungo il dissenso sul dissenso e l’instabilità prima di collassare. Quindi, la «guerra civile» è qualcosa per la quale il potere si sta preparando – o forse qualcosa che lavora per ottenere.

 

Collasso o sacrificio umano: la scelta dell’establishment, su qualsiasi parte del pianeta, è la stessa di quella che sta compiendo Israele con le sue bombe.

 

 

 

 

 

 

 

Immagine da Facebook

 

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Geopolitica

Londra chiude l’unità che monitorava i crimini di guerra israeliani

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Il ministero degli Esteri britannico ha chiuso un’unità speciale incaricata di registrare le violazioni del diritto internazionale commesse da Israele nella Striscia di Gaza. Lo riporta il Guardian.

 

La chiusura è avvenuta nonostante il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper avesse dichiarato in un discorso all’inizio di aprile che il sostegno al diritto internazionale è un «valore britannico fondamentale» e che sarebbe stato al centro dell’attenzione del ministero sotto la sua guida.

 

La cessazione delle attività della cellula di diritto internazionale umanitario (DIU) comporterà anche il taglio dei finanziamenti per il Progetto di monitoraggio dei conflitti e della sicurezza gestito dal Centro per la resilienza dell’informazione (CIR), ha affermato il Guardian in un articolo pubblicato giovedì.

 

Secondo quanto riportato, i funzionari britannici sono stati avvertiti che, a causa di ciò, il ministero degli Esteri perderà l’accesso a un database di 26.000 violazioni verificate commesse da Israele, compilato dal Conflict and Security Monitoring Project.

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Il database, che ricostruisce gli incidenti avvenuti dopo l’inizio degli attacchi dello Stato degli ebrei contro Gaza in risposta alla sanguinosa incursione di Hamas nell’ottobre 2023, è considerato il più grande archivio al mondo di questo tipo di informazioni, ha affermato il giornale. Tra le altre cose, è stato utilizzato dalle autorità di Londra per decidere se sospendere o meno le licenze di controllo delle esportazioni di armi verso Israele, ha aggiunto.

 

La chiusura dell’IHL sembra essere dovuta alla decisione del governo britannico di ridurre il budget per gli aiuti esteri allo 0,3% del PIL, ha osservato il Guardian.

 

Katie Fallon, responsabile delle attività di sensibilizzazione presso la Campaign Against Arms Trade, ha dichiarato al giornale che il blocco delle forniture di armi mirava a garantire che il governo britannico potesse «nascondere violazioni e crimini inimmaginabili commessi contro le persone più vulnerabili nei conflitti e sostenere le vendite di armi a qualsiasi costo».

 

Durante il conflitto a Gaza, il Regno Unito ha sospeso circa 30 delle sue 350 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando un «chiaro rischio» di violazioni del diritto internazionale. Tuttavia, i dati doganali dell’Autorità fiscale israeliana dello scorso ottobre suggerivano che Gerusalemme Ovest avesse importato munizioni di fabbricazione britannica per un valore di quasi 1 milione di sterline (1,3 milioni di dollari) nei primi nove mesi del 2025, una quantità più che doppia rispetto a quella fornita nei tre anni precedenti.

 

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Edi Rama dice che l’UE ha commesso un «grave errore strategico» nei confronti della Russia

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L’Unione Europea ha commesso un «grave errore strategico» interrompendo ogni comunicazione con la Russia dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, ha dichiarato il primo ministro albanese Edi Rama a Politico in un’intervista pubblicata venerdì.   L’euroblocco ha intensificato la pressione sanzionatoria e interrotto i rapporti diplomatici con Mosca nel 2022, intervenendo per sostenere Kiev con centinaia di miliardi di dollari in aiuti finanziari e militari.   «L’Europa deve sempre, sempre, sempre parlare con tutti», ha dichiarato Rama a Politico al Forum economico di Delfi, in Grecia, sostenendo che l’UE si è data la zappa sui piedi quando ha «tagliato ogni canale di comunicazione con la Russia».   «Più rimandiamo, meno voce in capitolo avremo alla fine, perché la Russia – comunque finisca questa guerra – non se ne andrà», ha affermato, aggiungendo di essere schietto perché il suo Paese non «dipende dalla Russia».   Diversi leader dell’UE, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro belga Bart De Wever e il cancelliere austriaco Christian Stocker, hanno recentemente fatto aperture per riprendere i rapporti con Mosca. Alcuni hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’Europa occidentale venga messa da parte nei colloqui di pace trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, avviati lo scorso anno a seguito delle pressioni di Washington.   Tuttavia, tre cicli di negoziati non hanno finora dato frutti, con l’Ucraina che ha respinto le principali richieste russe. Sia Mosca che Kiev hanno ammesso che i colloqui sono di fatto congelati a causa dell’impegno di Washington nella guerra contro l’Iran.

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Come riportato da Renovatio 21il Rama è di fatto un uomo di Soros, con cui ha collaborato molto direttamente negli anni passati.   Di fatto, Rama – le cui scene di amicizia privata con il premier italiano Giorgia Meloni sono state fatte pubbliche qualche estate fa – è stato nel direttivo della celebre Open Society Foundations, l’ente «filantrocapitalista» del discusso finanziere speculatore internazionale George Soros. Il premier albanese era anche uno degli invitati all’esclusivissima festa per il terzo matrimonio di Soros nel 2013, la cui lista degli invitati era praticamente una mappa dei personaggi mondialisti ficcati nella politica di ogni Paese possibile – più Bono Vox, ovviamente.   I rapporti con il mondo del Partito Democratico USA nemico di Trump sono stati in passato rosei: nel maggio 2021, il segretario di Stato americano Antony Blinken (nella foto proprio col Rama, nel febbraio 2024) aveva annunciato una serie di sanzioni nei confronti del grande rivale di Rama, Sali Berisha, per «atti corrotti» che «hanno minato la democrazia in Albania». Il linguaggio qui è assai riconoscibile.   Rama è noto per il videomessaggio in italiano impeccabile con cui annunziava al nostro popolo che avrebbe mandato nell’Italia dei primi mesi di COVID nel 2020 un gruppo di medici albanesi. Come ricordano le cronache, non finì bene: i dottori inviati generosamente da Tirana furono trovati ubriachi a fare festa in hotel dalle forze dell’ordine, un piccolo incidente nel percorso della guarigione del Paese dal morbo cinese.  

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Israele minaccia di bombardare l’Iran fino a farlo regredire all’età della pietra

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Israele è in attesa del via libera dagli Stati Uniti per riprendere la campagna contro l’Iran e bombardare la Repubblica islamica riportandola all’«età della pietra», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz.

 

Il messaggio del Katz arriva dopo che martedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran per dare tempo a un potenziale accordo, mantenendo al contempo il blocco navale americano dei porti iraniani.

 

«Israele è pronto a riprendere la guerra contro l’Iran», ha dichiarato il Katz giovedì. «Attendiamo il via libera dagli Stati Uniti… per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei… e per riportare l’Iran all’età della pietra e al Medioevo», distruggendo le sue principali infrastrutture energetiche ed economiche, ha affermato.

 

Il primo giorno della campagna israelo-americana, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, e diversi membri della sua famiglia furono uccisi. Suo figlio, Mojtaba Khamenei, fu nominato suo successore.

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Alcuni politici e commentatori dei media statunitensi hanno affermato che Washington è stata «trascinata» nella guerra, citando la stretta coordinazione militare con lo Stato degli ebrei. Altri hanno indicato l’influenza dei gruppi di pressione filo-israeliani a Washington. Trump ha respinto l’accusa.

 

Nei giorni precedenti all’attacco del 28 febbraio, si sono susseguiti colloqui indiretti e notizie di lunghi cicli di discussioni tra le delegazioni statunitense e iraniana in Oman. Il ministro degli Esteri omanita ha persino suggerito che la pace fosse a portata di mano e che si dovesse lasciare che la diplomazia facesse il suo corso.

 

La retorica dell’«età della pietra» è stata usata per la prima volta da Trump il 1° aprile, circa cinque settimane dopo l’inizio dei combattimenti. All’epoca, avvertì che le forze statunitensi avrebbero «colpito duramente» e avrebbero potuto «riportarlo all’età della pietra» entro «due o tre settimane» se Teheran si fosse rifiutata di soddisfare le richieste statunitensi, tra cui la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’accettazione di un accordo che imponesse limiti più severi alle sue attività nucleari.

 

Teheran ha respinto le richieste, rifiutandosi di interrompere l’arricchimento dell’uranio, che a suo dire le serve per scopi civili, tra cui la produzione di energia e le applicazioni mediche.

 

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