Bioetica
La Repubblica Domenicana riconferma il divieto totale di aborto
La Camera dei Deputati della Repubblica Dominicana ha respinto una proposta di modifica al codice penale che avrebbe depenalizzato l’aborto in tre specifiche circostanze: rischio per la vita della madre, malformazioni fetali incompatibili con la vita e gravidanza derivante da stupro o incesto.
La votazione, avvenuta il 31 luglio, ha visto i deputati domenicani reagire alla proposta, mantenendo in vigore il divieto totale di aborto previsto dall’articolo 37 della Costituzione, che tutela la vita «dal concepimento fino alla morte naturale.
La Camera dei Deputati, dopo un’ultima sessione di 14 ore il 30 luglio 2025, ha approvato il nuovo Codice penale con lo stesso margine: 159 voti a favore, con soli 4 contrari. Il disegno di legge è poi passato al Senato, dove è stato approvato da tutti i senatori presenti tranne uno il giorno successivo, 31 luglio 2025.
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La proposta di depenalizzazione era stata avanzata per introdurre eccezioni al divieto assoluto, ma è stata bocciata dopo un dibattito parlamentare.
Il movimento abortista aveva cercato di sfruttare il passaggio del nuovo Codice Penale della Repubblica Dominicana – noto in spagnolo come Ley Orgánica, 74-25 – per legalizzare l’aborto in determinate circostanze, proponendo un emendamento che avrebbe consentito l’aborto per vari motivi: malformazioni congenite, stupro e incesto, e «salute» della madre: un argomento ben noto, un classico della storia abortista basti pensare alla legge autogenocida 194/78 della Repubblica Italiana, ufficialmente intitolata «Norme per la tutela sociale della maternità».
Nella campagna per la legalizzazione dell’aborto erano coinvolti più di 20 gruppi femministi e organizzazioni regionali pro-aborto come il CLACAI, Consorcio Latinoamericano Contra el Aborto Inseguro («Consorzio Latinoamericano contro l’aborto non sicuro»), i Cattolici per il diritto di decidere, il Comitato latinoamericano e caraibico per la difesa dei diritti delle donne (CLADEM), la Federazione internazionale per la pianificazione familiare e la Commissione interamericana per i diritti umani (CIDH).
«Tutte le organizzazioni sopra menzionate, e molte altre ancora, sono attivamente coinvolte nel promuovere la depenalizzazione dell’aborto in tutta l’America Latina, con il pretesto dei ‘diritti sessuali e riproduttivi» ha dichiarato Carlos Polo, direttore dell’ufficio latinoamericano del Population Research Institute. «Tutte svolgono attività di advocacy politica attraverso campagne di sensibilizzazione e servizi di consulenza. Tutte promuovono, in un modo o nell’altro, l’aborto chimico».
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La legge attuale prevede pene di 1-2 anni di carcere minore e una multa compresa tra 3 e 6 salari minimi del settore pubblico per le donne che abortiscono e fra 2 e 3 anni di carcere per i medici che praticano l’interruzione di gravidanza. Nel 2021, il presidente Luis Abinader aveva espresso apertura a un referendum sull’argomento, ma non sono stati registrati ulteriori sviluppi in tal senso.
La Repubblica Dominicana rimane uno dei pochi Paesi al mondo con un divieto totale di aborto. Secondo il Center for Reproductive Rights, un’organizzazione globale abortista, ci sono 24 paesi al mondo in cui l’aborto è completamente proibito. Tra questi, Andorra e Malta in Europa, El Salvador e Honduras in America Centrale, Senegal ed Egitto in Africa, e Filippine e Laos in Asia.
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Immagine di Catalinaines via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Bioetica
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Bioetica
L’infanticidio scandalizza. E l’aborto?
Il caso di Chiara Petrolini, la giovane imputata per la morte dei due figli neonati, è una di quelle vicende che la cronaca racconta con toni inevitabilmente cupi: gravidanze nascoste, parti avvenuti in segreto, corpi sepolti nel giardino di casa, accuse di duplice omicidio premeditato e soppressione di cadavere. Secondo i pubblici ministeri, non vi sarebbe stato alcun cedimento psichico tale da escludere la responsabilità, ma una scelta lucida, maturata nel tempo e portata a compimento. La Procura ha chiesto 26 anni di condanna.
La reazione pubblica appare unanime: orrore, condanna, indignazione. Ed è giusto che sia così. Ma proprio questa indignazione rivela una contraddizione gigantesca, che la nostra società finge di non vedere: Chiara Petrolini viene accusata di aver previsto e voluto la morte dei propri figli, di averli considerati un ostacolo alla propria vita, alla propria routine, alla propria immagine. Secondo l’accusa, avrebbe nascosto le gravidanze, praticato abitudini incompatibili con il bene dei bambini, fatto ricerche online collegate al parto e alla morte. In altri termini, avrebbe dimostrato «disprezzo per la vita umana».
Ma se un bambino appena nato ha il diritto di vivere, non si capisce perché lo stesso bambino non abbia alcun diritto quando si trova ancora nel grembo materno. Se uccidere un neonato viene considerato un omicidio, mentre invece sopprimere un figlio appena prima della nascita viene definito una ðinterruzione volontaria di gravidanza», allora il problema non è biologico ma linguistico, ideologico.
La differenza non sta nel bambino, il quale, evidentemente, è sempre lo stesso. Quando l’eliminazione avviene fuori dai protocolli, la società grida all’orrore; quando avviene dentro il perimetro della legge, la stessa società parla di diritto, autodeterminazione, salute riproduttiva, conquista civile. È la grande ipocrisia del nostro tempo: condannare l’uccisione del figlio quando è clandestina e difenderla quando è amministrata dallo Stato.
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Eppure il delitto resta lo stesso: una vita umana innocente viene soppressa perché considerata incompatibile con la volontà, i progetti o le condizioni della madre. Nel primo caso c’è un giardino, una buca, un corpo nascosto, mentre nel secondo c’è un ambulatorio, un modulo firmato, un intervento gratuito. Cambia la scenografia ma non la sostanza.
E questa ipocrisia non è solo teorica ma operativa e istituzionalizzata. Proprio in questi giorni, ad esempio, la Regione Campania ha approvato un nuovo modello organizzativo che consente l’aborto farmacologico senza ricovero, in regime ambulatoriale e con la possibilità di completare la procedura di morte direttamente a casa, con la seconda somministrazione del farmaco. Il provvedimento è stato presentato come «una svolta» e «un atto di civiltà». Ecco: da una parte, la società si scandalizza per una madre che elimina i propri figli, dall’altra, la stessa società perfeziona gli strumenti per rendere sempre più semplice e accessibile la soppressione del figlio prima della nascita.
La società moderna riesce in un’impresa paradossale: riconosce la vulnerabilità del neonato e al contempo nega quella del concepito, al quale viene impedito di venire alla luce. Essa si commuove davanti al bambino sepolto in giardino, ma resta indifferente davanti al bambino eliminato prima di venire alla luce; considera legittimo dare un nome alle vittime quando emergono da una buca, ma nega identità alle vittime quando vengono avvelenate con i pesticidi umani o triturate vive dal boia di turno e gettate come immondizia tra i rifiuti ospedalieri.
Il punto cruciale, allora, non è giudicare la responsabilità di chi ha commesso un crimine, bensì smascherare l’incoerenza morale di un’intero sistema. Se quei bambini erano figli, lo erano anche prima del parto. Se erano esseri umani, lo erano anche nel grembo materno. Se meritano giustizia oggi, meritavano tutela ieri.
Ammetterlo significherebbe far crollare l’intero edificio ideologico dell’aborto legale e del crimine organizzato, riconoscere che la legge non crea la dignità dell’essere umano, ma può solo riconoscerla o calpestarla. E significherebbe altresì ammettere che non basta una cornice normativa per trasformare la soppressione di un innocente in un atto moralmente lecito.
La nostra società vuole il colpevole individuale, non la colpa sistemica; vuole il «mostro» da sbattere in prima pagina, non mettere in discussione un sistema culturale che da decenni ci ripete che il figlio è tale solo se desiderato. E così il caso Petrolini diventa lo specchio che mostra l’abisso di una società che ha smarrito il lume della ragione: quando la morte del bambino è decisa nel silenzio di un bagno o di un giardino, essa la giudica un omicidio, quando è avallata con il timbro della legge, la considera alla stregua di un diritto.
Ma ogni ipocrisia strutturale, quando viene istituzionalizzata, non resta senza conseguenze: una società che legittima la soppressione del figlio prima della nascita ha già incrinato il principio fondamentale che protegge ogni vita innocente. E a quel punto è solo questione di tempo: quando il valore della vita dipende da criteri variabili, come il desiderio, l’autonomia e la qualità, nulla impedisce che quegli stessi criteri vengano applicati anche dopo la nascita.
La logica interna è compromessa e la diga tiene finché regge la convenzione. L’infanticidio legalizzato, ormai alle porte, non rappresenta dunque un approdo casuale, ma il passo successivo della Necrocultura dominante.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il Regno Unito apre le porte all’aborto fino al termine della gravidanza
Una votazione epocale
Questo emendamento mira a depenalizzare completamente l’aborto per le donne che interrompono la gravidanza oltre l’attuale limite legale di 24 settimane. In pratica, ciò significa che una donna che pratica un aborto da sola all’ottavo o nono mese di gravidanza non rischierebbe più alcun procedimento penale. Per i gruppi pro-vita, questa decisione è vista come l’introduzione, attraverso una porta secondaria, dell’«aborto fino al nono mese di gravidanza». Eliminando tutte le sanzioni, il legislatore sta inviando un segnale deplorevole: la vita di un bambino vitale non beneficerebbe più di alcuna tutela legale vincolante contro la scelta individuale.Aiuta Renovatio 21
L’erosione del diritto alla vita
Il dibattito è stato alimentato da casi recenti, come quello di Carla Foster, condannata e poi rilasciata dopo aver utilizzato la pillola abortiva per interrompere la gravidanza tra la 32a e la 34a settimana. Sebbene la sofferenza di alcune donne sia reale, la Chiesa ci insegna che la misericordia non può essere esercitata ignorando la legge naturale e divina, né ignorando la giustizia dovuta ai più vulnerabili. Sostenendo anche una clausola di «grazia» per le donne già condannate, i Lord non si limitano a riformare la legge; Stanno minando retroattivamente la tutela del nascituro. La baronessa Carr, il più alto magistrato di Inghilterra e Galles, ha espresso serie preoccupazioni, sottolineando che tali modifiche potrebbero interferire con l’indipendenza della magistratura. Una sfida per le coscienze cattoliche: come può una società affermare di progredire mentre agevola la distruzione di vite umane capaci di sopravvivere al di fuori dell’utero materno? Il governo britannico inizialmente si era opposto a questo emendamento, ma le pressioni delle lobby pro-aborto hanno convinto la Camera alta. Il disegno di legge deve ora tornare alla Camera dei Comuni. Ancora una volta, il diritto alla vita vacilla sotto il peso di un’ideologia che si rifiuta di vedere l’embrione e il feto come un essere umano creato a immagine di Dio, dimenticando che la vera carità e la genuina compassione iniziano con la difesa di chi non ha voce. Le conseguenze non sono difficili da prevedere: la vita dei bambini già nati con qualsiasi tipo di anomalia è più che minacciata. La strage inizierà con le anomalie più gravi, per poi estendersi a malformazioni meno serie, persino a quelle benigne ma angoscianti, o a quelle che preannunciano una morte prematura. Quando vedremo una legge sull’eutanasia perinatale? Scommettiamo che da qualche parte è già stata redatta. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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