Eutanasia
Eutanasia, nonna cristiana è stata uccisa in Canada contro la volontà della famiglia: il racconto
Una nonna cristiana di 83 anni affetta da problemi cognitivi è stata sottoposta a eutanasia malgrado la sua opposizione dichiarata e contro il volere della famiglia, nell’ambito del programma canadese di eutanasia, nel mese di luglio. Lo riporta LifeSite.
Secondo il racconto scioccante della famiglia, la bisnonna aveva trascorso gli ultimi due anni in una struttura di assistenza a lungo termine in Ontario. Inizialmente aveva espresso in modo chiaro, per le sue convinzioni cristiane, di non voler ricorrere all’eutanasia. Circa cinque mesi prima della morte le era stato diagnosticato un cancro allo stomaco in stadio IV, incurabile.
Mentre la nipote titolare della procura legale, era in vacanza, l’équipe medica ha convinto l’anziana a chiedere l’eutanasia o «assistenza medica alla morte» (MAID).
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«La struttura ha ripreso le discussioni sull’eutanasia con una paziente che in precedenza aveva rifiutato», ha osservato Kelsi Sheren in un articolo su Substack. La Sheren ha elencato i modi in cui il personale della struttura ha lavorato in silenzio per organizzare la morte di Stegemann all’insaputa della famiglia.
«Il personale della struttura ha condotto gli incontri privati mentre l’avvocato era assente. Il responsabile della struttura ha compilato la domanda. Il personale della struttura ha assistito alla firma», ha scritto la Sheren.
«In ogni punto cruciale in cui la legge immagina l’indipendenza, la stessa istituzione appare come iniziatrice, facilitatrice, scriba e testimone, mentre l’unica parte realmente indipendente, un procuratore nominato dodici anni prima, è stata tenuta, per usare le parole della famiglia, all’oscuro nonostante la sua costante presenza fisica in casa.»
In un articolo pubblicato sul blog della Coalizione per la Prevenzione dell’Eutanasia, la famiglia ha raccontato un incontro inquietante del 6 luglio con il personale:
«La nostra famiglia ha partecipato all’incontro programmato sull’eutanasia assistita, con l’intenzione di discutere la procedura con il medico (…) Prima dell’arrivo del medico, un amministratore e un’infermiera della struttura sono entrati nella stanza e ci hanno informato che il medico era in ritardo».
«Durante questa conversazione, che si è svolta interamente nella stanza in sua presenza», è stato «chiesto chi avesse organizzato l’incontro sull’eutanasia. Non è stata data alcuna risposta chiara. Al contrario, la famiglia si è trovata di fronte a un muro di difensività, in particolare da parte dell’infermiera. L’infermiera ha informato la famiglia che il personale aveva incontrato privatamente GG in due occasioni durante i 10 giorni di vacanza di Brigitte per discutere dell’eutanasia.»
La nipote ha domandato «perché fossero state avviate quelle discussioni, visto che GG in precedenza aveva rifiutato l’eutanasia per motivi di fede cristiana. Chiese senza mezzi termini se queste conversazioni fossero state iniziate da GG stessa o dal personale della struttura».
«L’infermiera si è agitata fisicamente e ha assunto un atteggiamento difensivo, scuotendo la testa avanti e indietro mentre si rivolgeva direttamente» all’anziana, affermando: “La sto difendendo”.»
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Quando la donna ha insistito «per scoprire chi avesse tirato fuori l’argomento dell’eutanasia assistita, l’infermiera rispose bruscamente: “Non ho bisogno di dirvi niente”».
La nipote «ha replicato di essere stata la tutrice per oltre un decennio, di averle conferito la procura e di averla visitata regolarmente, sottolineando di non aver mai incontrato quell’infermiera in particolare durante le sue frequenti visite. Man mano che l’interazione si faceva più ostile, [la donna] ha infine affermato: “Non capisco da dove venga questo atteggiamento”».
«L’infermiera ha replicato bruscamente: “Beh, lei ha un brutto carattere”. A quel punto, la donna «ha detto all’infermiera che doveva uscire dalla stanza e tornare solo quando si fosse calmata. L’infermiera ha sbuffato e se n’è andata sbattendo la porta».
«Mentre i familiari si preparavano a discutere dell’imminente morte di nostra nonna, abbiamo trovato questo comportamento aggressivo e poco professionale da parte di un membro dello staff assolutamente inaccettabile, soprattutto perché questa discussione accesa si è svolta direttamente nella stanza, dove lei poteva vedere e sentire il disagio che le stava causando», ha scritto la famiglia.
La famiglia del’anziana ha descritto l’incontro del 7 luglio con il suo medico come una «farsa profondamente allarmante». Lo scopo dell’incontro era che il dottore stabilisse se l’anziana nonna fosse in grado di prendere una decisione consapevole riguardo all’eutanasia. Brigitte si è ripetutamente dimostrata incapace di rispondere a semplici domande sulla sua famiglia.
Nonostante chiari e innegabili indicatori di disorientamento cognitivo e le dirette obiezioni della famiglia, la valutazione è proseguita:
Il dottore «ha quindi spiegato a GG in termini specifici l’eutanasia assistita, descrivendola, per quanto ricordiamo, come la somministrazione di farmaci, una sensazione di tranquillità, l’addormentamento e la promessa esplicita che “non avrebbe perso il controllo dell’intestino”».
«Questa impostazione ha profondamente turbato la nostra famiglia. Per una persona anziana del calibro di GG, con le sue caratteristiche demografiche e le sue capacità cognitive, il termine “farmaco” era concettualmente legato esclusivamente a guarigione, cura e sollievo».
«Descrivere un’iniezione letale come una semplice somministrazione di farmaci, concentrandosi intensamente sulle sue specifiche e quotidiane paure di umiliazione fisica, ha sfruttato la sua vulnerabilità, rendendole impossibile comprendere appieno che stava acconsentendo alla cessazione attiva della propria vita».
«Prima di qualsiasi ulteriore discussione, il dottore ha chiesto a tutti i familiari di lasciare la stanza». la nipote «ha chiesto il permesso di rimanere, adducendo come motivazione il suo ruolo di sostenitrice di lunga data e di procuratrice legale». La sua richiesta è stata categoricamente respinta e la cruciale conversazione tra il dottore e l’anziana «si è svolta interamente in privato».
Quando il dottore uscì dalla stanza, si rivolse alla famiglia e dichiarò senza mezzi termini: “L’ho ritenuta capace di prendere le proprie decisioni”. Ci informò poi che GG aveva dato il suo consenso a procedere e che l’intervento era stato programmato per venerdì 10 luglio 2026».
L’8 luglio la nipote ha ricevuto una telefonata in cui le veniva comunicato che la procedura di eutanasia era stata anticipata di un giorno intero, al 9 luglio, perché il medico aveva improvvisamente un posto libero in agenda.
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Quando la donna si è presentata alla struttura e si è opposta al trasferimento, disse che «il programma di suicidio assistito veniva imposto con la forza alla famiglia, mentre le cose realmente importanti» la nonna venivano ignorate».
Quando la donna si è seduta con la nonna e le ha chiesto se fosse sicura di voler procedere con l’eutanasia, la nonna è apparsa confusa e visibilmente angosciata. L’anziana donna ha risposto alla nipote con delle domande: «Morirò venerdì? Mi uccideranno venerdì?»
Secondo quanto riferito dalla famiglia, GG «ha pianto a lungo, ripetendo più volte di aver commesso un errore. Brigitte l’ha confortata e rassicurata dicendole che, se avesse cambiato idea, avrebbe avuto il pieno diritto di comunicare all’équipe medica venerdì che non voleva procedere».
Grazie alla forte opposizione e al tempestivo intervento della famiglia, la struttura ha rinunciato a modificare la data, che è stata quindi confermata per venerdì 10 luglio alle ore 11:00.
La mattina dell’intervento programmato, la famiglia dell’eutanatizzanda l’ha portata nel patio della struttura per farle godere dell’aria fresca e di una pallina di gelato alla fragola. Tuttavia il momento è stato rovinato quando un amministratore ha insistito per interrompere la visita all’aperto al fine di inserire una flebo.
Poco dopo è arrivato e ha tentato di parlare con l’anziana, la quale non ha fornito alcuna risposta verbale.
«Alla nostra famiglia era stato rigorosamente garantito che» la nonna «sarebbe stata chiesta una conferma verbale definitiva ed esplicita il giorno dell’intervento, per accertarsi che desiderasse ancora procedere».
Quando la nonna è rimasta «completamente in silenzio e non dava alcuna risposta», la nipote «ha provato un’improvvisa ondata di sollievo e un grande sorriso le si è era dipinto sul volto, convinta che la procedura sarebbe finalmente stata interrotta poiché non era stato soddisfatto il requisito fondamentale del consenso definitivo».
«Purtroppo, siamo rimasti allarmati e inorriditi quando l’équipe medica ha completamente ignorato il suo silenzio e ha proceduto con la procedura come se nulla fosse».
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Secondo quanto riferito, il dottore ha incontrato delle difficoltà nella somministrazione dei farmaci tramite la flebo, ma alla fine l’operazione è stata portata a termine.
«Nella stanza è calato un silenzio assoluto. La nostra famiglia diede l’ultimo saluto alla matriarca che avevamo protetto, amato e per cui avevamo lottato per tanti anni».
«Quanto accaduto (…) è stato un fallimento sistemico, causato da arroganza clinica, totale mancanza di trasparenza e un palese disprezzo per le misure di sicurezza volte a proteggere i pazienti vulnerabili», ha dichiarato la sua famiglia.
«Una delle nostre maggiori preoccupazioni etiche è che (…) avesse esplicitamente rifiutato l’eutanasia, affermando che violava la sua fede cristiana. Quando una paziente vulnerabile rifiuta esplicitamente questa strada, la struttura non avrebbe mai dovuto sottoporla a una nuova valutazione a porte chiuse, mentre il suo principale tutore era assente», hanno dichiarato. «Siamo profondamente allarmati dalla totale mancanza di trasparenza e di supervisione indipendente riguardo alla procedura di richiesta».
«Gli eventi dell’ultima mattina (…) hanno lasciato un trauma indelebile nella nostra famiglia.»
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Eutanasia
Fine vita in Veneto: la reazione dei vescovi
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Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Bioetica
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