Ambiente
EU «Fit for 55»: Il Green Deal UE e il collasso industriale dell’Europa
Renovatio 21 traduce questo articolo di William F. Engdahl.
Una delle rare affermazioni oneste di Bill Gates è stata la sua osservazione all’inizio del 2021 secondo cui se pensi che le misure COVID siano cattive, attendi fino alle misure per il riscaldamento globale. L’Unione europea è in procinto di imporre, dall’alto verso il basso, le misure più draconiane fino ad oggi, che distruggeranno efficacemente l’industria moderna di fronte ai 27 stati dell’Unione europea. Sotto nomi carini come «Fit for 55» e Green Deal europeo, a Bruxelles vengono finalizzate misure da tecnocrati non eletti che causeranno la peggiore disoccupazione industriale e il collasso economico dalla crisi degli anni ’30. Industrie come l’automobile oi trasporti, la produzione di energia e l’acciaio sono sul ceppo, tutto per un’ipotesi non dimostrata chiamata riscaldamento globale causato dall’uomo.
Mentre la maggior parte dei cittadini dell’UE è stata distratta da infinite restrizioni su una pandemia simil-influenzale chiamata COVID-19, i tecnocrati della Commissione UE a Bruxelles hanno preparato un programma di disintegrazione pianificata dell’economia industriale dell’UE.
Mentre la maggior parte dei cittadini dell’UE è stata distratta da infinite restrizioni su una pandemia simil-influenzale chiamata COVID-19, i tecnocrati della Commissione UE a Bruxelles hanno preparato un programma di disintegrazione pianificata dell’economia industriale dell’UE
L’aspetto conveniente di un gruppo sovranazionale non eletto, lontano a Bruxelles oa Strasburgo, è che non deve rendere conto a nessun vero elettore. Hanno anche un nome per questo: Deficit Democratico. Se le misure che stanno per essere finalizzate dalla Commissione UE sotto la presidenza della tedesca Ursula von der Leyen e il vicepresidente per il riscaldamento globale del tecnocrate olandese Frans Timmermans, verranno messe in atto, ecco un indizio di cosa accadrà.
«Fit for 55»
Il 14 luglio la Commissione Ue presenta la sua agenda verde «Fit for 55» («Preparati al 55»). Mentre il titolo suona più come una pubblicità per uno studio medico di mezza età, sarà il programma di deindustrializzazione più draconiano e distruttivo mai imposto al di fuori della guerra.
Fit for 55 sarà il quadro centrale delle nuove leggi e regole di Bruxelles per ridurre drasticamente le emissioni di CO2, utilizzando schemi come tasse sul carbonio, limiti di emissione e schemi di cap and trade.
«Fit for 55»:l programma di deindustrializzazione più draconiano e distruttivo mai imposto al di fuori della guerra
Nell’aprile 2021 la Commissione Europea ha annunciato un nuovo obiettivo climatico dell’UE: ridurre le emissioni del 55 percento entro il 2030 rispetto al 1990, rispetto al 40 percento precedentemente concordato. Da qui il simpatico nome «Fit for 55». Ma l’industria e la forza lavoro degli stati dell’UE saranno tutt’altro che adeguate se il piano verrà portato avanti.
Detto semplicemente, è il fascismo tecnocratico che viene imposto senza dibattito pubblico a circa 455 milioni di cittadini dell’UE.
Questo Fit for 55 è la prima volta al mondo che un gruppo di Paesi, l’UE, impone ufficialmente un’agenda per forzare un assurdo «Zero» di CO2 entro il 2050 e il 55% in meno di CO2 entro il 2030.
Lo Zar del Green Deal dell’UE, Commissario Frans Timmermans ha dichiarato a maggio: «rafforzeremo il sistema di scambio di quote di emissione dell’UE, aggiorneremo la direttiva sulla tassazione dell’energia e proporremo nuovi standard di CO2 per le auto, nuovi standard di efficienza energetica per gli edifici, nuovi obiettivi per le energie rinnovabili e nuovi modi per supportare combustibili puliti e infrastrutture per trasporto pulito».
In realtà distruggerà l’industria dei trasporti, l’acciaio, il cemento, nonché la produzione di energia elettrica a carbone e gas.
Il Fit for 55 in realtà distruggerà l’industria dei trasporti, l’acciaio, il cemento, nonché la produzione di energia elettrica a carbone e gas.
Ecco le parti principali del sinistro Fit For 55.
Auto e camion
Uno degli obiettivi principali del Green Deal dell’UE saranno le misure che costringeranno i veicoli con motore a combustione interna, auto e camion a benzina o diesel, ad aderire a limiti di emissione di CO2 così punitivi da essere costretti a lasciare le strade entro il 2030, se non prima. Il piano cambierà l’attuale obiettivo di una riduzione del 37,5% delle emissioni di CO2 dei veicoli entro il 2030 a un presunto zero emissioni entro il 2035.
Il 7 luglio una coalizione di sindacati, aziende del settore dei trasporti e fornitori, tra cui la Confederazione Europea dei Sindacati e l’Associazione Europea dei Produttori di Automobili, ha scritto un appello urgente allo Zar dei Verdi dell’UE Frans Timmermans. Essi hanno affermato: «vogliamo vedere la trasformazione industriale e l’innovazione in Europa, piuttosto che la deindustrializzazione e la distruzione sociale»
La lettera ha sottolineato che l’UE non ha piani per una cosiddetta «giusta transizione» per l’industria automobilistica dell’UE, inclusa nessuna nuova formazione professionale per i lavoratori sfollati: «attualmente, non esiste un quadro simile per i 16 milioni di lavoratori nella nostra mobilità eco -sistema, e in particolare il settore automobilistico europeo, che è un motore di occupazione industriale».
L’UE non ha piani per una cosiddetta «giusta transizione» per l’industria automobilistica dell’UE, inclusa nessuna nuova formazione professionale per i lavoratori sfollati: «attualmente, non esiste un quadro simile per i 16 milioni di lavoratori nella nostra mobilità eco -sistema, e in particolare il settore automobilistico europeo, che è un motore di occupazione industriale»
Questo non è un problema minore in quanto il passaggio da auto e camion con motore a combustione interna alle auto elettriche significherà un’enorme interruzione senza precedenti per le attuali catene di fornitori di auto.
La lettera sottolinea che in tutta l’UE, il settore automobilistico ha l’8,5% di tutti i posti di lavoro nell’industria manifatturiera europea e nel 2019 ha prodotto quasi il 10% del PIL nella sola Germania, insieme al 40% della spesa per ricerca e sviluppo del paese.
L’UE oggi rappresenta oltre il 50% delle esportazioni mondiali di prodotti automobilistici. Sottolineano che il passaggio a veicoli a zero emissioni di CO2 comporterà la perdita di almeno 2,4 milioni di posti di lavoro qualificati e ad alto salario in tutta l’UE. Intere regioni saranno depresse. La lettera sottolinea che Bruxelles deve ancora mappare le conseguenze per il settore auto del Green Deal.
Ad aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha indicato che in luglio Fit for 55 potrebbe estendere un draconiano schema di Scambio di Emissioni di Carbonio (ETS) al di là delle centrali elettriche o dell’industria per coprire il trasporto stradale e gli edifici in un’aggiunta chiamata «chi inquina paga».
Il legame con l’ETS imporrà automaticamente sanzioni pecuniarie ai conducenti o ai proprietari di casa oltre le attuali tasse sul carbonio, nonostante un impatto molto limitato di circa il 3% sulle emissioni. Questo, oltre a standard più severi sulle emissioni delle auto, infliggerà un colpo mortale ai consumatori e all’industria.
Quando il governo francese ha imposto una tale tassa sul carbonio nel 2018 ha innescato le proteste nazionali dei Gilet Gialli e ha costretto Parigi a ritirarla
Quando il governo francese ha imposto una tale tassa sul carbonio nel 2018 ha innescato le proteste nazionali dei Gilet Gialli e ha costretto Parigi a ritirarla.
Acciaio
Il drastico piano dell’UE contiene nuove disposizioni che comporteranno un cambiamento drastico per le industrie dell’acciaio e del cemento dell’UE ad alta intensità energetica. L’acciaio è la seconda industria più grande al mondo dopo il petrolio e il gas. Attualmente l’UE è il secondo produttore di acciaio al mondo dopo la Cina. La sua produzione supera i 177 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, pari all’11% della produzione mondiale. Ma il piano Timmermans introdurrà nuove misure che apparentemente penalizzeranno le importazioni di acciaio da produttori «sporchi», ma che in realtà renderanno l’acciaio dell’UE meno competitivo a livello globale.
Le perdite del piano dell’UE indicano che intendono eliminare gli attuali permessi di inquinamento ETS gratuiti per le industrie ad alta intensità energetica come l’acciaio o il cemento. Ciò infliggerà un colpo devastante a entrambe le industrie essenziali.
Il piano Timmermans introdurrà nuove misure che apparentemente penalizzeranno le importazioni di acciaio da produttori «sporchi», ma che in realtà renderanno l’acciaio dell’UE meno competitivo a livello globale
Lo chiamano Carbon Border Adjustment Mechanism («meccanismo di regolazione doganale del carbonio». Come sottolinea il Centre for European Policy Network, Gli esportatori di acciaio dell’UE «non riceveranno alcuna compensazione per l’interruzione dell’assegnazione gratuita. Di conseguenza, subiscono notevoli svantaggi competitivi rispetto ai loro concorrentida Paesi terzi».
Tasse sul carbone
Il nuovo obiettivo climatico dell’UE del 55% per il 2030 implica un’eliminazione quasi completa del carbone entro il 2030 in tutta l’UE.
Ciò colpirà la Germania, di gran lunga il maggior utilizzatore di energia a carbone dell’UE. Il governo tedesco, già con l’energia elettrica più costosa del mondo a causa della Energiewende, la transizione della Merkel all’inaffidabile solare ed eolico che vedrà l’ultima centrale nucleare chiusa nel 2022, ha recentemente abbandonato il suo piano per eliminare gradualmente il carbone entro il 2038. Eliminerà gradualmente molto prima, ma per ovvie ragioni politiche in un anno elettorale, non ha rivelato la sua nuova data «zero carbone».
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L’assurdità di credere che l’UE, in particolare la Germania, sarà in grado di arrivare a zero carbone entro il 2030, sostituendo nemmeno con il gas naturale, ma piuttosto inaffidabile solare ed eolico, è già chiara.
L’assurdità di credere che l’UE, in particolare la Germania, sarà in grado di arrivare a zero carbone entro il 2030, sostituendo nemmeno con il gas naturale, ma piuttosto inaffidabile solare ed eolico, è già chiara
Il 1° gennaio 2021, nell’ambito dell’obbligo del governo sulla riduzione della potenza del carbone, sono state chiuse 11 centrali elettriche a carbone con una capacità totale di 4,7 GW. Tale eliminazione è durata otto giorni poiché molte delle centrali a carbone hanno dovuto essere ricollegate alla rete per evitare blackout dovuti a un prolungato periodo di scarsità di vento.
Alle centrali a carbone chiuse è stato ordinato di operare in stato di riserva a spese dei consumatori. La commissione del governo di Berlino che ha redatto il piano di eliminazione graduale del carbone non includeva rappresentanti dell’industria energetica né esperti di reti elettriche.
Con il nuovo elemento del distruttivo piano Fit for 55 della Commissione UE, il cuore dell’industria europea, la Germania, è pre-programmato non solo per la grave disoccupazione industriale nei settori dell’acciaio, del cemento e dell’auto. È anche pre-programmato per blackout elettrici come quello che ha devastato il Texas all’inizio del 2021 quando i mulini a vento si sono congelati.
Nel 2022 in Germania, come noto, verrà chiusa l’ultima centrale nucleare insieme ad altre centrali a carbone, togliendo il 3% della potenza. Anche altre 6.000 turbine eoliche usciranno a causa dell’età, per un taglio totale del 7%.
Tuttavia, l’aggiunta pianificata di nuovo eolico e solare non si avvicina a sostituirli, in modo che entro il 2022 la Germania potrebbe avere un deficit compreso tra il 10% e il 15% di capacità dal lato della generazione.
Grande reset del WEF e Green Deal dell’UE
La cosa difficile da comprendere per i normali cittadini sani di mente con questo EU Fit for 55 e il Davos Great Reset o la relativa Agenda 2030 delle Nazioni Unite a livello globale, è che è tutto un deliberato piano tecnocratico per la disintegrazione dell’economia, usando la scusa fraudolenta di un pericolo di riscaldamento globale non dimostrato che afferma, sulla base di modelli informatici dubbi che ignorano l’influenza del nostro sole sui cicli climatici della Terra, che assisteremo a una catastrofe entro il 2030 se il mondo non ridurrà le emissioni di CO2 innocue ed essenziali per la vita.
Anche il sempre attivo Forum economico mondiale di Davos, nell’ambito del suo Great Reset, sta svolgendo un ruolo significativo nella definizione del Green Deal europeo della Commissione Europea.
Nel gennaio 2020, il World Economic Forum al suo incontro annuale a Davos ha riunito leader dell’industria e delle imprese con il vicepresidente esecutivo Frans Timmermans per esplorare come catalizzare il Green Deal europeo. La presentazione del 14 luglio da parte di Bruxelles è il risultato. Il WEF supporta il CEO Action Group per il Green Deal europeo per convincere le grandi aziende a sostenere il piano distopico di Bruxelles
William F. Engdahl
F. William Engdahl è consulente e docente di rischio strategico, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best seller sulle tematiche del petrolio e della geopolitica. È autore, fra gli altri titoli, di Seeds of Destruction: The Hidden Agenda of Genetic Manipulation («Semi della distruzione, l’agenda nascosta della manipolazione genetica»), consultabile anche sul sito globalresearch.ca.
Questo articolo, tradotto e pubblicato da Renovatio 21 con il consenso dell’autore, è stato pubblicato in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook e ripubblicato secondo le specifiche richieste.
Renovatio 21 offre la traduzione di questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
PER APPROFONDIRE
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Ambiente
Morti di caldo, morti di inciviltà
Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.
È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.
Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.
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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.
Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.
Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.
Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.
Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.
In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.
In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.
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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?
Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.
Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.
Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.
Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.
Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.
Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.
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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.
Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.
Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.
Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.
E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).
Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.
Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»
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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?
Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.
C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.
La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.
E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.
Roberto Dal Bosco
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Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo
🇷🇸🇭🇷 A sunken German flotilla has surfaced in Serbia due to the shallowing of the Danube, Reuters reports.
The rusting hulks of the German flotilla, sunk in 1944 during the retreat before the Red Army, are reportedly posing a threat to shipping. pic.twitter.com/WwacLDGlgC — Маrina Wolf (@volkova_ma57183) August 1, 2026
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Ambiente
La Xylella come prova generale del COVID. Intervista al professor Luca Marini
Si torna a parlare di Xylella, un allarme mediatico inflitto alla popolazione italiana tutta nel corso oramai di lustri. Ma cosa può nascondersi dietro questo ulteriore fenomeno epidemico-emergenziale? Quali dinamiche sono davvero in gioco? Ne abbiamo discusso con una delle uniche voci davvero dissidenti – ed indipendenti – emersa con forza nel biennio pandemico: il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed ex vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Sul caso il professore ha opinioni taglienti e sorprendenti.
Professore, la diffusione del batterio Xylella, che secondo alcuni provoca la morte degli olivi, è un tema praticamente sconosciuto al di fuori dei confini della Puglia. Lei, però, afferma da anni che si tratta di una problematica di portata nazionale, anzi globale. Vuole provare a spiegarci perché?
Perché dal punto di vista scientifico, comunicativo e biopolitico l’affaire Xylella è stata la prova generale del COVID: ma la sua percezione è molto limitata, perché ha riguardato solo una regione d’Italia, anzi solo una parte di quella regione, e conseguentemente una aliquota molto ridotta di italiani.
Senta, proviamo a fare un po’ ordine. Quando è iniziato l’affaire Xylella?
Quasi quindici anni fa, quando il batterio venne identificato per la prima volta nel Salento. Ma i sintomi della fitopatia nota come «Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo» (CODIRO), di cui la Xylella sarebbe una concausa, erano già noti. Consideri che, secondo alcuni studiosi, i disseccamenti sono praticamente ciclici, anche se su orizzonti temporali molto ampi, praticamente secolari.
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E come è comparso il batterio?
E chi lo sa? Due inchieste, una avviata dalla procura di Lecce, l’altra della procura di Bari, sono state archiviate. Fino a qualche tempo fa, qualcuno affermava che il batterio si fosse diffuso dopo lo svolgimento di un workshop sul tema svoltosi in Puglia nei primi anni Dieci. Oggi nessuno ne parla più.
Ma se il workshop avesse costituito l’occasione per diffondere la Xylella, si potrebbe parlare di un vero e proprio complotto?
Che vuole che le dica? Pensi al COVID: qualcuno è riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il virus SARS-CoV-2 sia, o non sia, stato diffuso intenzionalmente? In ogni caso, lasci che glielo dica, a me, come studioso, questo è un aspetto che interessa solo marginalmente.
In che senso?
Ma sì, a me, come giurista e studioso di biopolitica, interessa la gestione della problematica. Che la causa sia naturale o umana (e io, per esperienza, propenderei comunque per questa seconda soluzione) cambia poco, se non, nel secondo caso, sul piano delle responsabilità da accertarsi in sede giudiziaria.
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E allora ci dica: come è stata gestita la questione Xylella?
Imputando esclusivamente a essa la causa del CODIRO. Sulla base delle conclusioni raggiunte da una parte della comunità scientifica, la normativa europea e italiana, dopo un lungo periodo di attendismo che potrebbe non essere stato del tutto casuale, si sono concentrate sulla lotta al batterio imponendo soluzioni peggiori del male perché fondate, in prima battuta, su una sola misura: l’eradicazione degli olivi. Niente ricerca scientifica, niente di niente: solo eradicazioni.
Si è trattato di un approccio un po’ radicale, no?
Soprattutto se si pensa che le eradicazioni, non solo degli olivi colpiti dal CODIRO, ma di tutti quelli presenti nel raggio di 100 metri da quello considerato malato, venivano effettuate in nome e per conto del principio di precauzione, un principio che nessuno, in Europa, invocava più dal 2003, e cioè da quando era stata liberalizzata la commercializzazione degli alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM. Praticamente, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al paradosso di alberi sani abbattuti per precauzione e di cibi transgenici (come di apparati produttivi letali) imposti alla popolazione. Questa, del resto, è l’Europa che vuole il capitalismo ultra-finanziario e digitale.
Torniamo alla Xylella.
In seguito, all’eradicazione si sono aggiunte altre misure eterogenee, dal reimpianto di varietà considerati resistenti alla Xylella alle cosiddette buone pratiche agricole volte a limitare la diffusione di un insetto la [Sputacchina, ndr] che nel frattempo era stato individuato come vettore del batterio. Tutte queste misure, comunque, hanno prodotto, di fatto, risultati univoci e disastrosi.
Di che tipo?
Pensi al contrasto alla Sputacchina, che si traduce nella necessità di eliminare l’erba in cui vive e si sposta l’insetto: questo risultato può essere ottenuto o con arature periodiche, i cui costi sono cresciuti negli ultimi anni in modo tale da risultare praticamente insostenibili per chi non disponga di macchinari propri, o con l’impiego di ben più economici diserbanti, preferiti dalla maggior parte dei coltivatori. Ciò vuol dire che, se una delle concause del CODIRO fosse proprio l’uso massiccio di diserbanti, la soluzione normativa finirebbe per instaurare una spirale viziosa. Ma non è tutto qui.
Perché, c’è di peggio?
Certo. A distanza di quindici anni dall’inizio della vicenda, solo gli osservatori più ottusi potrebbero ostinarsi a negare che la gestione della Xylella non sia servito, di fatto, a
1) ostacolare la ricerca di altre possibili cause del CODIRO, con specifico riferimento, come detto, all’uso massiccio di diserbanti e fitofarmaci;
2) ridurre la biodiversità imponendo, in luogo degli olivi espiantati, il reimpianto di un numero ridottissimo di varietà (in origine una sola), ciò che fatalmente favorirà la diffusione di future fitopatie;
3) standardizzare verso il basso la qualità dell’olio prodotto a detrimento non solo delle tanto celebrate eccellenze alimentari e del Made in Italy, ma anche della dieta mediterranea, con intuibili conseguenze sulla salute umana se è vero che l’uomo è ciò che mangia;
4) compromettere la sopravvivenza dei piccoli produttori mediante la sostituzione di pratiche e modelli agricoli tradizionali con metodi e sistemi agro-industriali e, quindi, favorire ulteriormente i processi di concentrazione della proprietà e di globalizzazione dei mercati;
5) modificare permanentemente il paesaggio pugliese quale preludio all’insediamento di infrastrutture simbolo di una controversa transizione ecologica ed energetica, dalle pale eoliche ai parchi fotovoltaici alla TAP;
6) non ultimo, dividere la società tra «negazionisti» e «regolisti», e cioè tra scettici oscurantisti in odore di anarchia e zelanti cittadini ossequiosi delle leggi, secondo il classico evergreen «divide et impera».
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Messa così è difficile pensare che dietro tutta questa storia non ci sia un complotto.
Diciamo che la gestione della Xylella, azzerando diritti e libertà fondamentali di quanti (pugliesi e non) hanno dovuto sottostare a un impianto normativo scellerato, costituisce nient’altro che una applicazione del metodo totalitario, metodo che consiste, in buona sostanza, nel manipolare i dati scientifici per propagandare il terrore al fine ultimo di soggiogare i cittadini.
Sembra di ascoltare il tormentone post-COVID.
Se preferisce, diciamo che le misure di gestione dell’emergenza Xylella hanno avuto come scopo precipuo – con largo anticipo rispetto al COVID – l’azzeramento della libertà e dell’autonomia individuale quale preludio all’instaurazione e all’accettazione acritica del totalitarismo biopolitico globale, e cioè del totalitarismo promosso dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaico-massonica che punta a controllare l’intera dimensione psico-fisica dell’essere umano, dalla nascita alla morte.
Certo è strano che tutto ciò sia stato sperimentato in un settore, come l’agricoltura, la cui importanza, tutto sommato, non sembra determinante.
Niente di più logico, invece. il complesso di conoscenze antropologiche, culturali e medico-religiose direttamente connesso al mondo rurale, unitamente alle possibilità di autarchica sussistenza che da sempre assicura l’agricoltura, sono viste come un pericolo nel quadro dell’euro-globalismo promosso dal capitalismo ultra-finanziario e digitale. E quindi non deve stupire che lo scopo reale della PAC [la politica agricola comune, ndr] sia, da sempre, proprio quello di uccidere l’agricoltura europea: da questo punto di vista, anzi, l’affaire Xylella è solo l’ultimo capitolo di un disegno strategico che parte da lontano.
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