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Civiltà

Elisabetta Frezza: Gioventù terminali, generazioni telecomandate, artificializzate, geneticamente modificate. Formare il ritorno degli uomini liberi

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Renovatio 21 pubblica l’intervento di Elisabetta Frezza al convegno «Sapiens^3. Superare un’antropologia disumana», Centro Ad Gentes, Nemi (Roma), 4 luglio 2021

 

 

 

 

Gli antichi chiamavano specchio di Diana questo piccolo lago di Nemi in cui storia e mito si incontrano. Diana era la dea della caccia e dei giovani che si affacciavano all’età adulta.

 

Anche oggi, come allora, a suggellare questo passaggio ci sono dei riti di iniziazione. Dei quali è mutata la forma, perché si sono smaterializzati, e si risolvono nella apposizione di un marchio di Stato; ed è mutato lo stesso significato, per il fatto che l’età adulta non è altro che un prolungamento caricaturale dell’infanzia, in una società liquida e ormai svirilizzata.

 

C’è di mezzo qualche millennio tra l’ora presente e il tempo di Diana Nemorensis. C’erano, allora, altri eroi, altre armi e altre battaglie. A cui sbaglieremmo se smettessimo di guardare.

Dei riti di iniziazione è stata mutata la forma, perché si sono smaterializzati, e si risolvono nella apposizione di un marchio di Stato; ed è mutato lo stesso significato, per il fatto che l’età adulta non è altro che un prolungamento caricaturale dell’infanzia, in una società liquida e ormai svirilizzata

 

Se partiamo dal fondo, dall’ultimo anno e mezzo – dal «via» della nuova era post-COVID – salta all’occhio come le istituzioni, quelle centrali e a cascata quelle periferiche, si siano disvelate come braccio armato del Potere, ossia come sua emanazione diretta, non più mediata (nemmeno per finta) dal diritto; quel diritto che, figlio della Civiltà più che millenaria sbocciata in questa terra – fatalità è proprio il Rex Nemorensis la prima magistratura della storia di Roma – ha sviluppato nei secoli una funzione duplice e interdipendente: da un lato svolge una funzione essenzialmente ordinatrice per la società, secondo un ordine che deve rispondere a criteri oggettivi ispirati al bene comune e in primis a un’esigenza di conservazione; dall’altro incorpora una funzione di garanzia per il singolo cittadino e per le formazioni sociali (naturali, che significa pregiuridiche, in primo luogo la famiglia) in cui l’individuo nasce, cresce e forma la propria personalità: serve cioè, in questo senso, a fare da argine alle degenerazioni del potere, per porre il cittadino al riparo dall’arbitrio sia del legislatore sia del giudice.

 

Il diritto oggi è stato inghiottito dalla cosiddetta pandemia.

 

E il Potere, oggi, si presenta al pubblico sottoforma di auctoritas autoaccreditata dal mito scientista: infatti è decentrato dalla sua sede naturale e (almeno nominalmente) «democratica», e trasferito in capo a organismi tecnici (comitati tecnico-scientifici, task force, cabine di regia) che emettono gli ipse dixit soggetti, poi, a mera ratifica da parte degli organi della politica. Con il risultato che il sindacato di legittimità sopra gli atti, cui viene data la forma di provvedimenti legislativi o amministrativi, diventa pressoché impraticabile.

 

Perché questi atti sono blindati dentro un guscio tecnocratico che rende spuntata ogni forma di controllo giuridico. Ma pure, paradossalmente, ogni forma di controllo scientifico, sempre per l’ipse dixit di cui sopra.

Salta all’occhio come le istituzioni, quelle centrali e a cascata quelle periferiche, si siano disvelate come braccio armato del Potere, ossia come sua emanazione diretta, non più mediata (nemmeno per finta) dal diritto; quel diritto che, figlio della Civiltà più che millenaria sbocciata in questa terra

 

Dunque, il presidio rappresentato dall’ordinamento giuridico in uno Stato di diritto ne esce di fatto neutralizzato (resta, e solo in parte, come puro involucro onomastico), grazie anche alla acquiescenza, tacita ma eloquentissima, delle istituzioni che sarebbero incaricate di esserne custodi, specialmente in frangenti di crisi o di emergenza.

 

La politica, dal canto suo, relegata dal pretesto emergenziale in una posizione ancillare, sconta almeno altri due limiti propri:

1) sconta la annosa tara di essere, nella cosiddetta democrazia rappresentativa, ostaggio dell’arbitrio delle maggioranze, dove le maggioranze sono le masse psicomediaticamente pilotate. Sappiamo bene come la propaganda sia in grado di generare superstizioni inscalfibili, e come su queste si fondi la logica del consenso, che viene guadagnato soprattutto attraverso la manipolazione dei linguaggi e delle idee;

2) sconta un limite empirico, di cui non possiamo non prendere atto: sugli scranni parlamentari e governativi sono approdate schiere di abusivi della politica, cioè personaggi privi del senso stesso, e alto, del mestiere che fanno, e perciò capaci solo di screditarlo e di affossarlo.

 

Il diritto oggi è stato inghiottito dalla cosiddetta pandemia. E il Potere, oggi, si presenta al pubblico sottoforma di auctoritas autoaccreditata dal mito scientista: infatti è decentrato dalla sua sede naturale e (almeno nominalmente) «democratica», e trasferito in capo a organismi tecnici (comitati tecnico-scientifici, task force, cabine di regia) che emettono gli ipse dixit soggetti, poi, a mera ratifica da parte degli organi della politica. Con il risultato che il sindacato di legittimità sopra gli atti, cui viene data la forma di provvedimenti legislativi o amministrativi, diventa pressoché impraticabile

Al guinzaglio di avventurieri senza scrupoli che ne sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità, questi personaggi ottusi o ottusamente conniventi, poiché condizionano le maggioranze parlamentari, stanno producendo la distruzione di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati.

 

Nemmeno percepiscono, gli abusivi della politica, la gravità di quanto sfornano a getto continuo e nei più vari ambiti tematici. Giocano con il Lego, tolgono e spostano mattoncini – che si chiamano obblighi, diritti, libertà – senza rendersi conto, per una specie di incapacità metafisica, che, magari, qualcuno di questi mattoncini è la chiave di volta di una costruzione complessa, eretta con fatica, scrupolo, sacrifici, per reggere e proteggere la convivenza civile.

 

Pare del tutto estranea, a costoro, l’idea di avere per le mani un oggetto da maneggiare con cura e sapienza, la cui gestione implica una immensa responsabilità. L’ordinamento infatti è un sistema organico e strutturato di norme che risponde a principi generali fondamentali; si sostanzia di categorie tecniche – il diritto è una disciplina tecnica e parla un linguaggio proprio, non fungibile con parole in libertà – e, se si toccano quei principi, viene giù tutto, e ci si mette nulla a precipitare nella barbarie.

 

Un esempio eclatante della barbarie incipiente è l’obbligo inflitto al personale sanitario di sottoporsi alla somministrazione di un farmaco del tutto nuovo e tuttora in fase di sperimentazione, come dichiarano espressamente le stesse case produttrici: un obbligo assistito da sanzioni che incidono sul diritto del lavoro e al lavoro, fino a travolgerlo.

 

Col DL 44 si è materializzato un monstrum giuridico che disintegra con nonchalance, in un colpo solo, una serie di cardini dell’ordinamento costituzionale a partire nientemeno che dall’art. 1; ma, ancor prima, aggredisce quel nucleo inscalfibile di principi portanti inviolabili e inderogabili che nemmeno una legge di rango sopraordinato, come è la Costituzione, può intaccare, perché non può far altro che riconoscerli e garantirli. Altrimenti si spezza quel nesso tra nomos e dike che si radica nella consuetudine morale profonda e che, a partire da Antigone, tiene in piedi, puntella, non tanto e non solo un ordinamento positivo, ma una Civiltà.

 

Al guinzaglio di avventurieri senza scrupoli che ne sfruttano l’ignoranza, l’ignavia o la stupidità, questi personaggi ottusi o ottusamente conniventi, poiché condizionano le maggioranze parlamentari, stanno producendo la distruzione di tutte le basi etiche, alcune conquistate a caro prezzo, di una società che aveva pensato se stessa come emancipata dai lacci delle tirannie e della arroganza di poteri incontrollati

C’era una volta l’habeas corpus. E ci voleva un manipolo di individui eletti da nessuno per pensare di eliminarlo, dall’oggi al domani, con decretazione d’urgenza. D’altra parte, il progressismo scientista e positivista, percorso dal sacro fuoco ecologista, è tranquillamente disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara, ma non si fa alcuno scrupolo a profanare con disinvoltura la bandiera della dignità umana che pure sventola da decenni, ad pompam, in tutte le carte, interne e sovranazionali, dei diritti.

 

E però, ridurre un qualunque essere umano ad oggetto di sperimentazione, travalicando la sua volontà che deve essere libera, attuale e informata, vuol dire reificarlo. E questo fatto impone a tutti noi, indistintamente, di ricordare cosa abbia potuto significare la sperimentazione sull’uomo nel tempo in cui era praticata – con il consenso politico – da un certo dottor Mengele, di cui ultimamente si sente parlare sempre meno.

 

A margine, vale la pena di sottolineare lo strabismo delle stesse maggioranze illuminate che, del tutto incuranti della contradditorietà delle proprie emissioni tossiche, avevano già stravolto in senso inverso (ma ideologicamente convergente) la ratio dell’art. 32 Cost. quando, a partire dal caso Englaro, hanno preteso che persino la somministrazione di cibo e di acqua necessari per assicurare la sopravvivenza di una persona disabile sia da considerare trattamento sanitario e, come tale, debba essere condizionato al consenso del paziente, consenso vero o (come è stato per Eluana) semplicemente presunto. Stravolgendo così, con una orchestrazione farisaica, il senso di una norma nata per salvare le vite da trattamenti invasivi arbitrari, e non certo per garantire la soppressione di un congiunto magari diventato scomodo. Eppure in questo modo è stato tirato fuori dal cilindro del legislatore il cosiddetto «testamento biologico».

 

Ora d’improvviso quel consenso, ritenuto imprescindibile persino per essere nutriti e idratati, diventa tranquillamente trascurabile se si tratta di imporre una pozione di magia genetica (fàrmakon nella etimologia greca significa medicina e anche veleno) preparata dagli apprendisti stregoni di stanza nelle multinazionali farmaceutiche per i loro esperimenti faustiani.

 

C’era una volta l’habeas corpus. E ci voleva un manipolo di individui eletti da nessuno per pensare di eliminarlo, dall’oggi al domani, con decretazione d’urgenza. D’altra parte, il progressismo scientista e positivista, percorso dal sacro fuoco ecologista, è tranquillamente disposto a riconoscere la dignità morale della zanzara, ma non si fa alcuno scrupolo a profanare con disinvoltura la bandiera della dignità umana che pure sventola da decenni, ad pompam, in tutte le carte, interne e sovranazionali, dei diritti

Fatto sta che, insomma, siamo scivolati rovinosamente nella giungla del sopruso istituzionalizzato in cui non vi è più alcun argine alla demenza fatta precetto, in un vortice di spregiudicatezza e di irresponsabilità dove il confine tra l’impostura, la malafede e la tragicomicità è diventato davvero difficile da identificare.

 

In questa giungla può trovare sfogo incontrastato la libidine di comando e di prevaricazione di quanti, privi di scrupoli e al servizio di interessi personali e contingenti, si trovino a vestire pro tempore la divisa della autorità, nei più diversi ordini di grandezza: dai dicasteri fino agli istituti scolastici, dagli enti territoriali ai condomini.

 

Dilaga ovunque la sindrome del kapò – di cui ciascuno di noi nei mesi trascorsi ha di sicuro fatto una qualche personale esperienza – che colpisce in misura direttamente proporzionale alla pusillanimità e alla frustrazione repressa di chi sia esposto al contagio per la posizione che riveste.

 

In questo virtuosismo di dissennatezza e prepotenza, la massa a trazione mediatica, acquisito definitivamente l’habitus del suddito mentalmente depresso e assuefatto, peraltro intimidita dal piglio autoritario del despota diffuso, è disposta a mettere da parte ogni reazione che il semplice buon senso – questo sconosciuto – dovrebbe suggerirle.

 

Ad alimentare la propensione alla obbedienza cieca e automatica – si può dire cadaverica – se in origine era effettivamente, e comprensibilmente, la paura di un virus sconosciuto, ora è per lo più un’altra paura primordiale, che se possibile lascia ancora meno spazio all’esercizio del pensiero: la paura della morte civile, ossia la paura di essere emarginati dal consesso sociale, altrimenti detto società civile, perché fatta di bravi cives, cioè – nella accezione aggiornata del termine – ominidi educati dalla culla alla tomba a conformarsi ai dogmi del nuovo evangelo civico (arricchito recentemente del corposo capitolo sanitario).

 

Siamo scivolati rovinosamente nella giungla del sopruso istituzionalizzato in cui non vi è più alcun argine alla demenza fatta precetto, in un vortice di spregiudicatezza e di irresponsabilità dove il confine tra l’impostura, la malafede e la tragicomicità è diventato davvero difficile da identificare

Quell’evangelo che è diventato nel frattempo persino una nuova supermateria obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, a partire dall’asilo (supermateria perché trasversale a tutte le altre e che quindi si comporta come una sorta di asso pigliatutto) e che va sotto l’etichetta rassicurante di «nuova educazione civica» – pareva brutto chiamarla direttamente Agenda 2030, ma di fatto quello è: i libri di testo, infatti, si intitolano proprio così – introdotta con l. 92/2019 ed entrata in vigore giusto giusto a partire dall’ultimo anno scolastico 2020/21. Guarda un po’ le combinazioni.

 

Questa materia è un grande carro dentro cui vengono trasportati i macromotivi delle ideologie in voga, per addomesticare il suddito globale. In contemporanea il Vaticano, per non sfigurare, si è inventato una cosa che ha chiamato Global Compact on Education (c’era una volta il latino), con cui ha messo a tema anche lui la necessità di «ricostituire il patto educativo globale per costruire il futuro del pianeta», come da decalogo mondialista, quale risulta dal combinato disposto della Agenda ONU 2030 e della enciclica Laudato sì, che non sono altro che le due facce della stessa medaglia.

 

Così la teologia globalista, che si presenta al mondo in veste egualitaria, pacifista, ecologista (nel senso di Greta), scientista, genderista, omosessualista e ora terapeutica, diventa un programma congiunto contro-culturale (a-culturale) da imporre alle masse a uso e consumo del Potere; di qui discende la sua implacabile vocazione fondamentalista, nel senso che quanti non vi si convertano sono ipso facto rigettati dal consesso civile. Candidati alla nuova apartheid.

Ad alimentare la propensione alla obbedienza cieca e automatica – si può dire cadaverica – se in origine era effettivamente, e comprensibilmente, la paura di un virus sconosciuto, ora è per lo più un’altra paura primordiale, che se possibile lascia ancora meno spazio all’esercizio del pensiero: la paura della morte civile, ossia la paura di essere emarginati dal consesso sociale, altrimenti detto società civile, perché fatta di bravi cives, cioè – nella accezione aggiornata del termine – ominidi educati dalla culla alla tomba a conformarsi ai dogmi del nuovo evangelo civico (arricchito recentemente del corposo capitolo sanitario).

 

Questo pacchetto di dogmi è stato imbellettato con un cerone mistico e si è tramutato in un vero e proprio credo, elaborato nei templi delle tecnocrazie sovranazionali, sposato dalla chiesa postcattolica, e propagato in filodiffusione a reti unificate. Una religione con le sue formule, i suoi riti, i suoi sacramenti, i suoi ministri del culto.

 

L’apporto del cristianesimo – un cristianesimo evidentemente contraffatto, orizzontale, rivisto e corretto in salsa filantropica e umanitaria – è oltremodo utile a fornire alla manovra il respiro universale cui ambisce.

 

Nelle catechesi di massa, come è questa con cui abbiamo a che fare, torna comoda la struttura gerarchica del cattolicesimo romano, che incorpora in sé il germe dell’obbedienza, sfruttando l’equivoco madornale insito nella domanda che pochi si fanno, ma che è cruciale: obbedienza a chi? Alla verità rivelata, o alla istituzione pro tempore? A Cristo, o al suo vicario? Alla legge di Dio, o ai suoi interpreti estemporanei? Questa ambiguità sul senso dell’obbedienza lascia tutto lo spazio all’indottrinamento massivo, che fa leva su un duplice atavico bisogno delle persone: di avere una guida morale da seguire, e di sentirsi in pace con la coscienza.

 

A questo serve, e non è cosa da poco, la santa alleanza tra le tecnocrazie e la neochiesa, impegnate oggi nella stessa identica opera di proselitismo.

 

Da notare che chi aderisce a questa nuova religione ha il terrore di sottoporne i dogmi al vaglio della ragione, perché sa che questo vaglio potrebbe far crollare miseramente una impalcatura farlocca a cui ha finito per affidare tutto, per puro atto di fede, a partire dalla propria salute, la propria vita, la salute e la vita dei propri figli.

 

Ecco perché il devoto si aggrappa disperatamente ai mantra che i media di regime diramano per soffocare i fatti – che hanno il vizio di accadere nonostante la narrazione costruita a tavolino che tenta di soffocarli – e li ripete ipnoticamente, questi mantra, in cattedra, al bar, dal salumiere, nel sonno.

 

Ecco perché il devoto odia coloro che non si lasciano trascinare nel gorgo del conformismo ed esercitano ancora un discernimento critico (peraltro nemmeno troppo sofisticato, anzi piuttosto elementare). Questo nuovo uomo pio odia gli empi che disertano i rituali di massa, le orge scientificamente corrette, perché in qualche modo mettono in luce tutta la debolezza, l’abulia, l’apatia, di chi si lascia stregare dai suoni disarticolati della propaganda, per quanto siano palesemente stonati, grossolanamente contraddittori, ma non importa.

Ecco perché il devoto odia coloro che non si lasciano trascinare nel gorgo del conformismo ed esercitano ancora un discernimento critico (peraltro nemmeno troppo sofisticato, anzi piuttosto elementare).

 

Questo nuovo uomo pio odia gli empi che disertano i rituali di massa, le orge scientificamente corrette, perché in qualche modo mettono in luce tutta la debolezza, l’abulia, l’apatia, di chi si lascia stregare dai suoni disarticolati della propaganda, per quanto siano palesemente stonati, grossolanamente contraddittori, ma non importa.

 

La massa ovina non si pone troppi problemi: obbedisce in cambio di una brucata qua e là. E comunque, a rinsaldare e nobilitare questa modalità gregaria (cioè propria di chi è parte integrante del gregge) soccorre l’autoidentificazione con la figura del missionario, che incarna la più alta forma di altruismo caritatevole. Così che, appunto, anche la coscienza ne esce non solo pacificata, appagata, ma addirittura gonfiata con generoso autocompiacimento.

 

Alla luce di tutto questo, è evidente come da un anno e mezzo a questa parte noi non siamo di fronte a una operazione di carattere sanitario, ma semmai psicosociale e psicopolitico. L’adesione al piano terapeutico calato dall’alto è un referendum, una richiesta di consenso (non informato, perché fondato su un puro atto di fede).

 

Ebbene, il popolo eterodiretto ha votato: la maggioranza ha detto sì. Un voto estorto con l’inganno, in cambio del miraggio della restituzione di una finta libertà, come se la mia libertà fosse l’oggetto di una graziosa concessione altrui.

 

Particolarmente esposte a restare catturate nelle geometrie perverse e pervertite di questo potere ab-soluto (sciolto da ogni vincolo superiore) e nei suoi tentacoli mediatici, e soprattutto prone a subirne massimamente i danni, sono le nuove generazioni. Plasmabili per definizione e obbedienti per formazione.

 

Alla luce di tutto questo, è evidente come da un anno e mezzo a questa parte noi non siamo di fronte a una operazione di carattere sanitario, ma semmai psicosociale e psicopolitico. L’adesione al piano terapeutico calato dall’alto è un referendum, una richiesta di consenso (non informato, perché fondato su un puro atto di fede)

Il loro indottrinamento, già a buon punto grazie a un programma che parte da molto lontano, ha subito nell’ultimo anno e mezzo una accelerazione furibonda e un cambio di passo verso l’addestramento precoce della vita in schiavitù.

 

È stato inflitto loro un violento condizionamento psicofisico, fortemente potenziato dalla privazione protratta di tutti quegli spazi naturali, tempi naturali, modalità spontanee, legati indissolubilmente ai bisogni vitali di individui in crescita: la scuola, l’aggregazione, il movimento, l’aria aperta. Addirittura sono stati cancellati i volti, le espressioni; è stato inibito il contatto, il respiro, il sorriso e l’abbraccio. La vita.

 

Nelle parentesi elargite in presenza, momentaneamente scarcerati dalla famigerata DAD, gli scolari sono stati costretti a inscenare in modo continuato, come tante scimmiette ammaestrate, una serie di rituali di massa (distanziamenti, igienizzazioni, controlli, monitoraggi, sensi unici alternati, e chi più ne ha più ne metta): un incrocio tra un lager e un presidio sanitario, insomma. Queste azioni ritmate e ripetute, intimamente condizionanti, finiscono per cementare demenziali automatismi, per inculcare ipocondria, diffidenza verso i propri simili, subordinazione cieca agli ordini della sedicente autorità. L’obbedienza a ogni genere di imposizione, cui la massa è stata educata per tempo a scuola con mezzi subdoli quanto suggestivi, si radica così definitivamente legandosi pure al voto in pagella.

 

Ebbene, il deserto sensoriale e l’annientamento psicofisico sono stati la premessa ideale per completare un piano di conquista e di sottomissione di una generazione già pesantemente minata nel proprio sistema immunitario dalla dipendenza telematica (con tutti i suoi effetti degradanti sullo sviluppo delle facoltà superiori), oltre che da una scuola divenuta, da tempo, palestra di omologazione coatta: è stato fatto un lavoro implacabile e certosino nella scuola dei test a crocette, del mercato e delle soft skills, del successo formativo, dei crediti e dei debiti. Dell’alternanza con il lavoro, dei corsi alla sessualità e alla non violenza, all’inclusione, alla alimentazione e al codice della strada. Di tutto, insomma, fuorché della conoscenza, della cultura, della teoresi: ovvero dei fondamentali. La scuola è di fatto una fabbrica di invertebrati analfabeti, che devono essere svuotati di tutto e rimpinzati di contenuti ad alta carica ideologica.

 

Com’è intuitivo, ha un ruolo chiave nel processo di destrutturazione, liquefazione e riprogrammazione dell’essere umano, perché è lì che transitano tutti e che tutti si possono plasmare, come il pongo.

 

Particolarmente esposte a restare catturate nelle geometrie perverse e pervertite di questo potere ab-soluto (sciolto da ogni vincolo superiore) e nei suoi tentacoli mediatici, e soprattutto prone a subirne massimamente i danni, sono le nuove generazioni. Plasmabili per definizione e obbedienti per formazione.

La cattività protratta, e tutta la sofferenza che ne è scaturita, è stata il trampolino di lancio per l’ultimo ricatto e la soluzione finale che, attraverso i noti raggiri mediatici, ha indotto i nostri ragazzi ad assumere di slancio il ruolo di cavie inconsapevoli in una surreale, agghiacciante, transumanza. Messi in carcere per un anno e mezzo-due, sono diventati delle molle, hanno perso la capacità di guardare a un orizzonte che vada oltre la prospettiva asfittica della vacanzina estiva o della serata in discoteca. Hanno perso il senso del limite e il senso stesso della vita e, pur di riconquistarne una fettina, un pallido simulacro peraltro a scadenza, sono pronti a tutto.

 

Non bisogna dimenticare che la scuola dell’emergenza – un grottesco surrogato di scuola – era stato definito dall’UNESCO (propaggine ONU per l’educazione, la scienza e la cultura), come «l’esperimento di più vasta scala nella storia dell’istruzione». Siamo, appunto, nell’era degli esperimenti di massa. Ce lo dicono a chiare lettere, ormai non c’è più nulla di nascosto, la fase carsica dell’esecuzione del piano egemonico è superata, ora è tutto alla luce del sole. Pornograficamente.

 

La cavia predestinata di questo esperimento era appunto l’alunno, ridotto a paziente, a terminale, a materiale di laboratorio, ostaggio fisso della macchina che gli è fornita in dotazione e che deve prendere il sopravvento su di lui, profilandolo e, poi, telepilotandolo. Nel fantastico mondo dei finti diritti e della finta democrazia, nella ubriacatura delle finte libertà, il controllo si fa sempre più penetrante e pervasivo e serve alla manipolazione, alla standardizzazione, alla robotizzazione sistematica. D’altra parte, il potere che ci sovrasta (e che si presenta oggi sotto la forma insidiosa del biopotere) è ossessionato dal controllo. Talmente ossessionato da fare irruzione fin dentro lo spazio sacro della sovranità famigliare e persino della sovranità biologica, genetica, molecolare. E di quella spirituale.

 

Ebbene, il deserto sensoriale e l’annientamento psicofisico sono stati la premessa ideale per completare un piano di conquista e di sottomissione di una generazione già pesantemente minata nel proprio sistema immunitario dalla dipendenza telematica (con tutti i suoi effetti degradanti sullo sviluppo delle facoltà superiori), oltre che da una scuola divenuta, da tempo, palestra di omologazione coatta. La scuola è di fatto una fabbrica di invertebrati analfabeti, che devono essere svuotati di tutto e rimpinzati di contenuti ad alta carica ideologica

Bene. Abbiamo il risultato (parziale) di questo bell’esperimento scolastico. Ce lo hanno fornito i dati, rilanciati pure senza vergogna dai giornaletti mainstream, che titolano: «I ragazzi come reduci di guerra». I primi sono stati i neuropsichiatri del Bambin Gesù, poi l’equipe del Gaslini, da ultimo l’istituto neurologico Mondino di Pavia, e molte altre sirene qualificate che hanno fatto suonare l’allarme rosso: il 79 per cento degli adolescenti manifesta sintomi riconducibili a un disturbo post traumatico da stress. Proprio come i reduci del Vietnam. Si impennano i suicidi, tentati e consumati.
È criminale che, dopo questa strage dichiarata, gli stessi cosiddetti “esperti” lascino che passi liscio liscio il messaggio becero che la vita, rapinata e insultata fino a quel punto, si ripari e si riconquisti attraverso un green pass, che sta diventando il patentino da esibire in società per farle credere (alla società) che sei un tipo emancipato. Quando invece è la plastica manifestazione del più beota asservimento.

 

Stiamo truffando e annientando una generazione intera. Ora lo stiamo facendo proprio fisicamente. Ma spiritualmente, moralmente, culturalmente il grosso del lavoro era già stato fatto e il terreno era ampiamente dissodato.

 

Lo Stato, appropriandosi manu militari dei suoi sudditi in erba, li vuole crescere ligi, uguali e obbedienti. L’arma vincente, per ottenere la piena uniformità di vedute e comportamenti, ed evitare disertori, è la minaccia dell’esclusione dei non conformi dal gruppo dei pari.

 

In questo delirio collettivo, è sbocciata addirittura una nuova virtù civica, la delazione (che si è aggiunta alla lista dei comandamenti del bravo cittadino globale, allevato in batteria col becchime della Agenda ONU 2030). Il sicofante, prototipo del personaggio spregevole nella letteratura classica, è diventato un eroe nella nuova catechesi scolastica.

 

La scuola dell’emergenza – un grottesco surrogato di scuola – era stato definito dall’UNESCO (propaggine ONU per l’educazione, la scienza e la cultura), come «l’esperimento di più vasta scala nella storia dell’istruzione». Siamo, appunto, nell’era degli esperimenti di massa. Ce lo dicono a chiare lettere, ormai non c’è più nulla di nascosto, la fase carsica dell’esecuzione del piano egemonico è superata, ora è tutto alla luce del sole. Pornograficamente

Si sa bene quanto la pressione del gruppo abbia il potere di conformare fino a intimamente persuadere, soprattutto chi fisiologicamente ha bisogno del gruppo per identificarsi e via via identificare se stesso, e per sbalzare fuori così la propria personalità. Sapevano di affondare il coltello nel burro. Li avevano già programmati per rispondere a un determinato segnale.

 

Ma di questo trattamento crudele e zootecnico in cui sono rimaste invischiate le nuove generazioni, e non da oggi, i primi responsabili ovviamente siamo noi, i loro ascendenti. Abbiamo assistito in questi mesi al film impietoso e grottesco di genitori storditi, e nonni teledipendenti, ripiegati tutti sul proprio travolgente egotismo, che non hanno fatto altro che avallare una narrazione drogata e rincarare ab intra le vessazioni inflitte a quei figli che, invece, avrebbero dovuto proteggere dagli abusi e armare con le armi della ragione, dell’autonomia, del coraggio.

 

Senza colpo ferire li hanno consegnati al leviatano, come vittime sacrificali. Nel senso letterale, perché in questi rituali si praticano anche sacrifici umani.

 

L’idea estrema che deve passare è che bisogna mettere nel conto anche i sacrifici umani, la gente deve imparare ad accettarli in nome del calcolo utilitarista: alcuni muoiono, magari tu stesso muori, ma siccome secondo la vulgata altri da queste morti trarrebbero beneficio, nel bilancio demenziale inculcato alle masse rintronate va bene così. In un clamoroso quanto devastante ribaltamento dei principi morali più elementari, della logica e, ancor prima, del primordiale istinto di conservazione.

 

Paradossalmente, la leva che ci ha portato fino a dover subire la schiavitù più feroce che sta umiliando le nostre vite è stata proprio l’ubriacatura della finta libertà.

 

L’uomo si è persuaso di potersi autodeterminare senza limiti nel suo brodo individualistico ed edonistico, fino al punto di sbarazzarsi persino della realtà, della natura e della stessa fisiologia. Ma l’uomo-misura di tutte le cose, quello che si dà le proprie leggi senza alcun parametro superiore, non può che approdare al proprio suicidio. Un po’ come la barca che perde il timoniere o gli strumenti di bordo e non vede più le stelle sopra di sé a darle l’orientamento. Ci siamo schiacciati rasoterra e ci siamo chiusi il cielo sopra di noi.

 

L’immanentizzazione della religione, completamente addomesticata alle logiche adulterate del mondo, è stata, in questo processo, decisiva.

Stiamo truffando e annientando una generazione intera. Ora lo stiamo facendo proprio fisicamente. Ma spiritualmente, moralmente, culturalmente

 

Non è un’iperbole paragonare i connotati dell’ora presente a quelli dell’universo concentrazionario, di cui la letteratura ci offre descrizioni mirabili, ma dalle quali non abbiamo tratto l’insegnamento che avremmo dovuto. Del resto, c’è un motivo per cui la storia non si insegna e non si impara più.
In Arcipelago Gulag, Solženicyn racconta la vita nelle centinaia di lager in cui, fra il 1930 e il 1953, sono transitati circa venti milioni di cittadini sovietici. Ogni lager era un’isola dell’Arcipelago.

 

A un certo punto della sua opera, l’autore elenca i veleni che, dal vasto mare dei lager, si propagarono in tutta la Russia, fino a deformare anche la cosiddetta «vita libera» di coloro che stavano oltre i reticolati. Questi veleni, diffusi come un gas tossico, dappertutto, erano: «costante paura, marchiatura, circospezione e diffidenza, generale ignoranza, delazione, corruzione, tradimento e menzogna come forma di esistenza, crudeltà, psicologia da schiavi».

 

Meno di un secolo dopo, ciascuna di queste componenti, nessuna esclusa, si ripropone e stende sulla società lo stesso reticolato invisibile. Anzi, l’insieme di questi elementi esce amplificato dalla potenza di fuoco, e dalla estensione senza confini territoriali, del progresso tecnologico, soprattutto biotecnologico. Il nostro è un lager planetario.

 

L’idea estrema che deve passare è che bisogna mettere nel conto anche i sacrifici umani, la gente deve imparare ad accettarli in nome del calcolo utilitarista: alcuni muoiono, magari tu stesso muori, ma siccome secondo la vulgata altri da queste morti trarrebbero beneficio, nel bilancio demenziale inculcato alle masse rintronate va bene così. In un clamoroso quanto devastante ribaltamento dei principi morali più elementari, della logica e, ancor prima, del primordiale istinto di conservazione

Ciò che davvero interessa i suoi tenutari non è l’egemonia economica o l’espansione geopolitica, ma è il dominio sull’uomo, nel corpo e nel pensiero: la sua umiliazione, la sua riduzione, secondo un piano antico, esplicito e ordinatissimo, che operativamente possiamo ricondurre al Club di Roma alla fine degli anni Sessanta, ma le cui radici teoriche risalgono al Malthus di qualche secolo prima. Era stato messo in fila da tempo tutto ciò che serve all’avvento del postumano e del transumano. Cioè, dell’anti-umano.

 

Ecco allora i piani di riduzione della popolazione, detti graziosamente di «pianificazione famigliare» (Planned Parenthood). Ecco la sterilizzazione generalizzata, chiamata con la formula più carina di «sviluppo sostenibile» (che è poi il titolo della Agenda 2030), ecco la decrescita più o meno felice. Ovvero la contrazione terminale del sistema tutto: delle libertà, della procreazione, del lavoro. In una parola, della Civiltà.

 

L’uomo, l’Imago Dei, va annientato.

 

Alla depopolazione, secondo il programma neomalthusiano che sta alla radice delle agende sovranazionali da qualche decennio a questa parte, si procede attraverso due direttrici interdipendenti: la sterilizzazione e l’eugenetica.

 

Il mondo nuovo è un mondo sterilizzato, in ogni senso possibile. Sia nel senso che l’umanità va resa sterile, cioè va messa in condizione di non riprodursi naturalmente, e va educata a essere sterile. Sia nel senso che deve nascere, vivere e morire in ambiente sterile: la fecondazione avviene in provetta e l’utero artificiale – si dice in ambienti sedicenti scientifici – sarebbe preferibile all’utero materno perché a differenza di questo è un ambiente sterile; allo scemare della qualità della vita – qualità misurata secondo il metro arbitrario di chi comanda – c’è l’eutanasia a garantire una dipartita pulita, anch’essa in ambiente sterile e sanificato; infine, la cremazione assicura l’igiene post mortem.

 

Ciò che davvero interessa i suoi tenutari non è l’egemonia economica o l’espansione geopolitica, ma è il dominio sull’uomo, nel corpo e nel pensiero: la sua umiliazione, la sua riduzione, secondo un piano antico, esplicito e ordinatissimo, che operativamente possiamo ricondurre al Club di Roma alla fine degli anni Sessanta, ma le cui radici teoriche risalgono al Malthus di qualche secolo prima. Era stato messo in fila da tempo tutto ciò che serve all’avvento del postumano e del transumano. Cioè, dell’anti-umano.

Tutto risponde a un disegno contronaturale, contro il logos (contro il bio-logos) che sovrintende al creato. Contro la carne e lo spirito.

 

L’uomo deve essere pian piano sostituito dal prodotto fabbricato in laboratorio, all’ultimo grido dell’ingegneria eugenetica. L’ultimo grido si chiama CRISPR. Il CRISPR è il procedimento biotecnologico di editing genetico, cioè di taglia e cuci molecolare, con cui nel DNA vengono sostituiti dei geni, i cosiddetti geni bersaglio, e poi viene ricucita la catena genetica.

 

Le tecniche connesse con la fecondazione in vitro (il grande affare della provetta) servono a programmare i connotati dell’essere umano nella fase che precede l’impianto dell’embrione. Ancora una volta, su modello zootecnico. Li abbiamo già, i bambini geneticamente modificati, tipo le famose gemelline cinesi, nate nel 2019 AIDS-free (immuni all’HIV) con la tecnica CRISPR.

 

Un co-scopritore del CRISPR ha detto a chiare lettere che «fare il bambino con il CRISPR sarà come vaccinarlo». La provetta cioè, di fatto, come cantiere prenatale della vita diventa una sorta di vaccino preventivo incorporato nel procedimento di fabbricazione del manufatto umano, in modo che il prodotto sottoforma di bambino possa essere consegnato all’aspirante genitore insieme al relativo certificato di garanzia: immune all’HIV, o un domani immune al Covid, ma anche, per esempio, dotato di ossa indistruttibili, o di orecchio assoluto, di intelligenza matematica.

 

Il genetista sir Richard Dawkins nel 2006 diceva che è lecito chiedersi, essendo ormai passati sessant’anni dalla morte di Hitler, quale sia la differenza morale tra la riproduzione di esseri con abilità musicali, e il costringere un bambino a prendere lezioni di musica. O tra l’allenare corridori veloci o saltatori in alto, e riprodurli.

L’uomo deve essere pian piano sostituito dal prodotto fabbricato in laboratorio, all’ultimo grido dell’ingegneria eugenetica. L’ultimo grido si chiama CRISPR. Il CRISPR è il procedimento biotecnologico di editing genetico, cioè di taglia e cuci molecolare, con cui nel DNA vengono sostituiti dei geni, i cosiddetti geni bersaglio, e poi viene ricucita la catena genetica

 

Cosa significa questo? Significa che, sotto la suggestione del miglioramento della progenie (il che dovrebbe ricordare qualcosa, ma di nuovo il non studiare più la storia serve anche a dimenticare gli orrori del passato), stiamo allegramente consegnando ai signori delle farmaceutiche il controllo di qualità e di quantità sulle nostre vite.

 

In cambio dell’illusione di ottenere il figlio perfetto, munito dei connotati scelti da catalogo, liberato a priori da una lista di malattie e affrancato dai rischi connessi alla lotteria della natura (una roulette russa, in fondo), in cambio di questa illusione, siamo disposti a cedere il rubinetto della vita alle multinazionali del farmaco e ai filantropi che le controllano, che potranno accenderlo o spegnerlo a piacimento, e possono condurre impuniti i loro esperimenti eugenetici.

 

Non ci vuole molto a capire come l’agenda segnata voglia che la procreazione, da naturale, debba diventare sintetica. Cioè de-sessualizzarsi (il sesso viene relegato a funzione ricreativa, ma sterile) e spostarsi verso il paradigma della “fertilizzazione”, come nella zootecnia (con relative selezioni e manipolazioni tecnologiche).

 

Il «padre» della prima bambina concepita in provetta nel 1978 – il prototipo Louise Brown – per la sua impresa conquistò nel 2010 il Nobel per la medicina. Nella motivazione del premio, si legge che, grazie a lui, «la fecondazione in vitro passa da visione a realtà, e comincia una nuova era della medicina». E lui, sir Robert Edwards, dichiarò, papale papale, di essere riuscito a dimostrare con successo di sapersi mettere al posto di Dio. E preconizzava compiaciuto che «presto sarà colpa dei genitori avere un bambino portatore di disordini genetici». Vale a dire che, nella sua testa, la normalizzazione della provetta doveva gradualmente portare verso la demonizzazione della generazione naturale.

 

Le tecniche connesse con la fecondazione in vitro (il grande affare della provetta) servono a programmare i connotati dell’essere umano nella fase che precede l’impianto dell’embrione. Ancora una volta, su modello zootecnico. Li abbiamo già, i bambini geneticamente modificati, tipo le famose gemelline cinesi, nate nel 2019 AIDS-free (immuni all’HIV) con la tecnica CRISPR

Ha fatto proseliti costui, perché il nostro ministero della salute qualche anno fa, in occasione del lancio dei cosiddetti Fertility Day (una bella trovata della Lorenzin acclamata dalla galassia cattolica), diceva che la FIVET, «nata come risposta terapeutica a condizioni di patologia specifiche e molto selezionate, sta forse assumendo il significato di un’alternativa fisiologica». Cioè, alla procreazione come madre natura l’ha pensata. Alternativa fisiologica è il passaggio che precede la «scelta obbligata» perché, in questo ordine di idee, la procreazione naturale, quella appunto affidata alla roulette russa della natura, deve diventare un rischio assurdo e correrlo una scelta irresponsabile, da persone civicamente ineducate e anche un po’ egoiste: oggi infatti il progresso offre la possibilità di eliminare gli imprevisti attraverso la riprogenetica, sterilizzata e selettiva, quella che produce e consegna designer babies su ordinazione, chiavi in mano e in garanzia.

 

Il punto è che la fecondazione artificiale, cioè la fabbricazione dell’uomo in laboratorio, è intimamente e inscindibilmente interconnessa alla eugenetica. Per una questione di logica invincibile. Se io ordino un bambino e, dopo tutta la filiera, mi viene consegnata una creatura con qualche patologia o senza gli optional richiesti è, tecnicamente, un aliud pro alio.

 

Lo stesso Edwards non ha mai fatto mistero né del proprio brutale orizzonte utilitarista, né del proprio credo eugenetico. «Quando la gente dice che la diagnosi preimpianto è costosa, rispondo sempre: qual è il prezzo di un bambino disabile che nasce? Qual è il costo che ognuno deve sopportare? È un prezzo terribile per tutti, e il costo economico è immenso. Per una diagnosi preimpianto, a confronto, servono davvero pochi soldi». L’eroe della scienza, vincitore del premio Nobel, portatore per definizione di un’alta vocazione umanitaria, colui che ha inaugurato una nuova era della medicina, può permettersi impunemente di parlare come un Mengele. Il grande innominato che ci ha lasciato in eredità un sacco di cloni in incognita.

 

Cosa significa questo? Significa che, sotto la suggestione del miglioramento della progenie (il che dovrebbe ricordare qualcosa, ma di nuovo il non studiare più la storia serve anche a dimenticare gli orrori del passato), stiamo allegramente consegnando ai signori delle farmaceutiche il controllo di qualità e di quantità sulle nostre vite

Quindi, alla base della legge 40/2004 («norme in materia di procreazione medicalmente assistita)» – per inciso legge voluta e scritta dal mondo cattolico e prolife – e poi alla base dell’ingresso della fecondazione artificiale nei LEA di Stato non vi è di certo la preoccupazione di incentivare le nascite, come qualcuno voleva farci credere, a partire appunto dai cattolici. Peraltro e per inciso, se c’era bisogno di una riprova di come tutti rispondano a un unico richiamo e a interessi convergenti, basti dire che oggi i cosiddetti prolife italiani sono tutti presi a promuovere la bontà dei cosiddetti «vaccini» OGM: e con questo è detto tutto.

 

La FIVET è subdola perché si presenta al pubblico sotto la maschera della vita (dietro il paravento caritatevole di fornire un bimbo in braccio a chi lo desideri e che, siccome ogni volontà desiderante oggi si tramuta magicamente in diritto, sarebbe titolare del cosiddetto «diritto alla genitorialità»). Ma il suo obiettivo, per chi vede la luna e non si ostina a guardare il dito, è tutt’altro e prevale su tutto: è appunto la desessualizzazione della procreazione, la sua artificializzazione, connessa con la selezione eugenetica della specie, in costanza di libera orgia, purché sterile.

 

La FIVET in quanto tale – omologa, eterologa, la sostanza non cambia – porta con sé la reificazione e la mercificazione dell’uomo. Esattamente a questo mirano i ministeri che si chiamano della salute, mira la neochiesa, mirano soprattutto le multinazionali del farmaco, i loro scagnozzi e i loro padroni.

 

E intanto l’uomo, nel silenzio generalizzato, si derubrica a manufatto di precisione, a prodotto industriale come un altro, soggetto alle regole del mercato e alla logica del profitto, diventa un codice a barre. Una monade senza identità, privata persino delle radici di un padre e di una madre, di un grembo e di una famiglia, al di fuori di quella catena che, da che mondo è mondo, lega insieme le generazioni. E che a tutti i costi si vuole spezzare, con conseguenze che nemmeno gli scienziati-stregoni sono in grado di prevedere. Fanno esperimenti, loro.

 

In cambio dell’illusione di ottenere il figlio perfetto, munito dei connotati scelti da catalogo, liberato a priori da una lista di malattie e affrancato dai rischi connessi alla lotteria della natura (una roulette russa, in fondo), in cambio di questa illusione, siamo disposti a cedere il rubinetto della vita alle multinazionali del farmaco e ai filantropi che le controllano, che potranno accenderlo o spegnerlo a piacimento, e possono condurre impuniti i loro esperimenti eugenetici

Ora la Francia, come sempre all’avanguardia, ha in dirittura di arrivo una legge che consentirà la ricerca senza limiti sulle cellule staminali embrionali umane, la creazione di gameti artificiali, copie di embrioni umani, embrioni chimerici ed embrioni transgenici. Cioè permetterà, di fatto, la trasformazione dell’uomo in un organismo geneticamente modificato, e l’attraversamento della barriera delle specie. Ovviamente, tutto dietro il paravento del progresso medico-scientifico e biotecnologico, per il bene dell’umanità. L’Italia, come sempre, seguirà a ruota.

 

Secondo una nota genetista francese, Henrion-Caude, c’è un rapporto diretto tra i trattamenti genici sperimentali di massa a mRNA, diffusi a seguito della pandemia da COVID-19, e gli orizzonti spalancati dalla nuova legge francese che liberalizza la manipolazione del DNA degli embrioni. Entrambe sono manovre di chiara matrice transumanista. Dove il transumanesimo diventa una operazione di massa.

 

Evidentemente, l’obiettivo è controllare il seme della stirpe dell’uomo, il suo codice genetico, il codice della vita.

 

Quello che stiamo vedendo e vivendo ora non è altro che l’esito cibernetico della hybris antica e il precipitato finale del non serviam, il binomio suicida con cui la creatura, disconoscendo il proprio statuto, addenta il frutto dell’albero della vita.

 

Il 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto cui seguì l’espulsione dalla Russia, fu pubblicata la celebre esortazione di Solženicyn ai suoi compatrioti, intitolata Vivere senza menzogna.

 

La FIVET è subdola perché si presenta al pubblico sotto la maschera della vita (dietro il paravento caritatevole di fornire un bimbo in braccio a chi lo desideri e che, siccome ogni volontà desiderante oggi si tramuta magicamente in diritto, sarebbe titolare del cosiddetto «diritto alla genitorialità»). Ma il suo obiettivo, per chi vede la luna e non si ostina a guardare il dito, è tutt’altro e prevale su tutto: è appunto la desessualizzazione della procreazione, la sua artificializzazione, connessa con la selezione eugenetica della specie, in costanza di libera orgia, purché sterile.

«Stiamo ormai per toccare il fondo, su tutti noi incombe la più completa rovina spirituale, sta per divampare la morte fisica che incenerirà noi e i nostri figli, e, noi continuiamo a farfugliare con un pavido sorriso: Come potremmo impedirlo? Non ne abbiamo la forza. Siamo a tal punto disumanizzati, che per la modesta zuppa di oggi siamo disposti a sacrificare qualunque principio, la nostra anima, tutti gli sforzi di chi ci ha preceduto, ogni possibilità per i posteri, pur di non disturbare la nostra grama esistenza. Non abbiamo più nessun orgoglio, nessuna fermezza, nessun ardore nel cuore. (…) Davvero non c’è alcuna via d’uscita? E non ci resta se non attendere inerti che qualcosa accada da sé? Ciò che ci sta addosso non si staccherà mai da sé, se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non respingeremo almeno la cosa a cui più è sensibile. Se non respingeremo la menzogna. (…) Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia! (…) Per i giovani che vorranno vivere secondo la verità, all’inizio l’esistenza si farà alquanto complicata: persino le lezioni che si apprendono a scuola sono infatti zeppe di menzogne… Ma per chi voglia essere onesto non c’è scappatoia…: mai, neanche nelle più innocue materie tecniche, si può evitare l’uno o l’altro dei passi che si son descritti, dalla parte della verità o dalla parte della menzogna: dalla parte dell’indipendenza spirituale o dalla parte della servitù dell’anima. E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima non ostenti le sue vedute d’avanguardia, non si vanti d’essere un accademico o un «artista del popolo» o un generale: si dica invece, semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena. Ma se ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo di lamentarci che qualcuno non ci lascerebbe respirare: siamo noi stessi che non ce lo permettiamo. Pieghiamo la schiena ancora di più, aspettiamo dell’altro, e i nostri fratelli biologi faranno maturare i tempi in cui si potranno leggere i nostri pensieri e mutare i nostri geni. Se ancora una volta saremo codardi, vorrà dire che siamo delle nullità, che per noi non c’è speranza, e che a noi si addice il disprezzo di Puskin: A che servono alle mandrie i doni della libertà?».

 

Solženicyn ha fatto conoscere al mondo i meandri maligni dell’Arcipelago Gulag; ma, insieme a questi, ha fatto conoscere anche i tanti ricoveri spirituali di cui l’arcipelago, nonostante tutto, era disseminato. Perché, proprio là dentro, gli uomini che intendevano mantenere integro il loro cuore potevano trovare la via della salvezza.

 

La FIVET in quanto tale – omologa, eterologa, la sostanza non cambia – porta con sé la reificazione e la mercificazione dell’uomo. Esattamente a questo mirano i ministeri che si chiamano della salute, mira la neochiesa, mirano soprattutto le multinazionali del farmaco, i loro scagnozzi e i loro padroni.

Non a caso egli titola L’anima e il reticolato la parte della sua opera dedicata alla rinascita spirituale sua e di tanti suoi compagni di prigionia.

 

Senza volerlo, i reticolati erano divenuti riparo di una terra benedetta, fecondata dai martiri, e fiorita di quel cristianesimo di cui la rivoluzione aveva cancellato sì le tracce, ma senza distruggere la semente.

 

Oggi i renitenti alla leva della menzogna sono chiamati, ancora una volta, ad uno sforzo che sembra sovrumano.

 

Ma la pillola rossa una volta inghiottita produce effetti irreversibili e dirompenti: fa saltare fuori dalla società anestetizzata. La cosa ostica e insieme tremenda da digerire è che lo Stato ti vuole male, che lo Stato, al quale tu peraltro versi le tasse, in realtà lavora per il tuo danno. Che la forza di gravità delle istituzioni non tende al bene comune, ma al male comune. Questa prospettiva genera una dissonanza cognitiva insostenibile, che i più rifiutano a priori, perché, per lo meno in prima battuta, getta nella sensazione terribile dell’abbandono.

 

La cosa ostica e insieme tremenda da digerire è che lo Stato ti vuole male, che lo Stato, al quale tu peraltro versi le tasse, in realtà lavora per il tuo danno. Che la forza di gravità delle istituzioni non tende al bene comune, ma al male comune. Questa prospettiva genera una dissonanza cognitiva insostenibile, che i più rifiutano a priori, perché, per lo meno in prima battuta, getta nella sensazione terribile dell’abbandono

Invece questa prova va affrontata con determinazione.

 

Innanzitutto con la consapevolezza che abbiamo a che fare con un’Idra dalle molte teste ma da un unico corpo, cioè tanti filoni in apparenza a se stanti fanno capo a un mostro ideologicamente compatto.
Poi con la certezza che la Verità non è quella creata da chi in un dato momento si è conquistato una posizione di supremazia, ma è qualcosa che ci precede e ci resiste, e non si definisce a colpi di maggioranze: la menzogna rimane menzogna anche se la maggioranza la professa e pretende di imporla a tutti come regola di vita.

 

A noi tocca ogni sforzo per far uscire i nostri figli da questo folle involucro di conformismo e pseudo sicurezza in cui li vogliono ingabbiare per disinnescare la loro vitalità, addestrandoli alla passività cadaverica, smerciando loro in cambio una libertà falsa, del tutto illusoria. In questa sterile sbornia libertaria va risvegliata l’esigenza della trasgressione, che dovrebbe essere peraltro una attitudine congeniale a chi si affaccia alla vita. Va stimolato l’esercizio dello spirito critico sopra ogni regola di cui è preteso il rispetto acritico attraverso un martellamento ossessivo di messaggi di morte e di terrore, e di ricatti e intimidazioni che creano un cupo rumore di fondo.

 

Dobbiamo fare ogni sforzo per tenere viva nelle nuove generazioni la capacità di elaborare e manifestare un pensiero libero, il che implica la capacità di reggere il dissenso, anche in condizioni di solitudine o di minoranza. Per far questo servono le energie culturali e serve la forza spirituale, interiore, per poter dire: non in mio nome.

 

Alla dittatura biosecuritaria e ai suoi farmaci transumanisti abbiamo qualcosa di grande da opporre: abbiamo il patrimonio spirituale e la forza del logos di una straordinaria Civiltà, germogliata e sedimentata in questa nostra terra, luogo dell’innesto del cristianesimo nella cultura e nel pensiero dei classici.

 

Alla dittatura biosecuritaria e ai suoi farmaci transumanisti abbiamo qualcosa di grande da opporre: abbiamo il patrimonio spirituale e la forza del logos di una straordinaria Civiltà, germogliata e sedimentata in questa nostra terra, luogo dell’innesto del cristianesimo nella cultura e nel pensiero dei classici.

Abbiamo l’orgoglio delle nostre radici e della nostra identità, un vincolo materiale, fatto di terra e di sangue, in cui riconoscerci. Abbiamo anche il legame fondato sull’idem sentire, un legame che si stringe nel momento della verità, ed è in grado di generare nuove e feconde alleanze. Abbiamo la nostra coscienza, un bene che nessuno potrà mai imprigionare tra i reticolati, e che dobbiamo tenacemente continuare a nutrire di vera libertà.

 

Per tutto questo insieme, e soprattutto per la responsabilità che non possiamo non sentire, enorme, verso chi ci succede, ci sarà dato infine anche il coraggio, un’arma grande e benedetta che rende sempre onore a chi la prende con sé.

 

 

Elisabetta Frezza

 

 

Articolo previamente pubblicato sul sito dell’autrice.

 

 

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Il messaggio di mons. Viganò alla protesta di Roma

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Renovatio 21 pubblica il testo del videomessaggio inviato dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò alle persone scese in Piazza del Popolo a Roma il 9 Ottobre 2021

 

 

Cari amici,

 

Vi siete riuniti in questo giorno a Roma, in Piazza del Popolo, e in molte altre piazze d’Italia, come centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo manifestano la propria opposizione all’instaurazione di una tirannide globale. Milioni di cittadini di ogni Nazione, nel silenzio assordante dei media, da mesi gridano il proprio «No!» : No alla follia pandemica, No ai lockdown, ai coprifuoco, all’imposizione delle vaccinazioni, No ai passaporti sanitari, ai ricatti di un potere totalitario asservito all’élite.

 

Sono trascorsi quasi due anni dall’inizio di questo incubo planetario. Ci siamo addentrati in un labirinto, passo dopo passo.

 

All’inizio erano le mascherine al chiuso; poi arrivarono i lockdown con le autocertificazioni; poi il coprifuoco… ricordate?

 

Ci hanno impedito di andare in chiesa, di uscire di casa, di lavorare, di andare a scuola, di visitare i nostri cari e addirittura i parenti moribondi in ospedale. Passo dopo passo

Ogni volta, dinanzi ad un abuso che poteva sembrare giustificato dall’emergenza, abbiamo accettato di farci sottrarre un po’ di libertà. Passo dopo passo.

 

Ci hanno impedito di andare in chiesa, di uscire di casa, di lavorare, di andare a scuola, di visitare i nostri cari e addirittura i parenti moribondi in ospedale. Passo dopo passo.

 

A una certa ora della sera, nelle nostre strade, si vedevano solo i rider per le consegne di Amazon e JustEat: nuove vittime del Great Reset, nuovi schiavi del Sistema, assieme a tanti piccoli imprenditori, a proprietari di negozi, bar e ristoranti, costretti al fallimento da norme assurde, illegittime e controproducenti.

 

Senza parlare del tracollo psicologico che ha colpito molti di noi, dai più piccoli ai più anziani: gli uni privati di ogni contatto sociale, gli altri reclusi nelle RSA senza cure, condannati a morire da un protocollo ministeriale.

Passo dopo passo, ci siamo abituati all’idea che un Comitato Tecnico-Scientifico potesse decidere – così almeno ci hanno raccontato – che il virus circolava solo dopo le 18, o che colpiva nei bar gli avventori in piedi e non quelli seduti, che contagiava nelle chiese o nei musei ma non sui treni dei pendolari o sugli autobus pieni di studenti

 

Passo dopo passo, ci siamo abituati all’idea che un Comitato Tecnico-Scientifico potesse decidere – così almeno ci hanno raccontato – che il virus circolava solo dopo le 18, o che colpiva nei bar gli avventori in piedi e non quelli seduti, che contagiava nelle chiese o nei musei ma non sui treni dei pendolari o sugli autobus pieni di studenti.

 

Passo dopo passo, ci hanno fatto credere che un’influenza stagionale come qualsiasi altro Coronavirus potesse uccidere migliaia di persone, senza però dirci che ai medici di base e nei reparti ospedalieri era stato vietato di somministrare cure, aspettando che la malattia si aggravasse.

 

Non ci hanno detto che il COVID, su indicazione dell’autorità sanitaria, doveva essere curato come una malattia polmonare, mentre era di origine circolatoria; non ci hanno detto che erano state proibite le autopsie e che i cadaveri venivano cremati, per impedire di scoprire le cause della malattia e capire come curarla.

 

Ma intanto ci mostravano i camion militari del Generale Figliuolo, carichi di cadaveri; e si guardavano bene dallo spiegare che quei camion contenevano poche bare, accumulate a Bergamo dopo un periodo in cui alle pompe funebri era stato impedito di ritirare le salme e di organizzarne i funerali.

 

Quale impatto, sull’intera popolazione, confinata in casa davanti al televisore, ipnotizzata dal terrorismo mediatico, scientificamente pianificato secondo i più cinici principi della propaganda!

Ma quale impatto, sull’intera popolazione, confinata in casa davanti al televisore, ipnotizzata dal terrorismo mediatico, scientificamente pianificato secondo i più cinici principi della propaganda!

 

Pensate agli anziani, lontani dai loro cari, privati di ogni conforto anche spirituale – era vietato l’accesso anche ai preti per amministrare l’Estrema Unzione! – costretti a subire questo martellamento quotidiano, a veder morire il proprio vicino di letto, ad assistere alla disperazione di persone ancora più sole di loro.

 

Oggi scopriamo che la somministrazione del Propofol, un anestetico che serve per indurre il coma farmacologico, (…)  era prassi comune a tutti gli ospedali, (…) come ha segnalato il dott. Scoglio.

 

In pratica, ci stanno dicendo con la massima tranquillità che lo scorso anno i malati gravi di COVID, prima di essere intubati, venivano sedati con il Propofol, nella consapevolezza che questo ne avrebbe causato la morte. E ce lo dicono in modo così sfrontato, perché evidentemente sono persuasi che nessuno di noi avrà nulla da obiettare, che nessun magistrato aprirà un fascicolo, che nessun giornalista denuncerà questo ennesimo scandalo, che nessun politico oserà criticare il Primo Ministro o il Ministro della Salute.

 

Passo dopo passo, siamo arrivati a vederci costretti, per non perdere il lavoro e per poter svolgere le normali attività, a presentare un documento – il green pass– che certifica lo stato di salute di vaccinati contagiosi e contagiabili e di negativi a tamponi sostanzialmente inaffidabili. Perché, come sapete, il vaccino non protegge dal contagio e i tamponi non garantiscono che il risultato corrisponda alla realtà.

 

E per cosa? Per un’influenza che si poteva curare – e che in molti casi è stata curata con successo documentato, dove lo hanno lasciato fare – ma che doveva essere incurabile, per poter legittimare la sperimentazione dei vaccini in deroga alle norme ordinarie.

 

E sempre in questi giorni – giorni in cui la verità sembra venire sempre più alla luce – apprendiamo dalle dichiarazioni di alcuni medici che i tamponi, sulla base dei quali ci hanno confinato in casa o costretti a ridicole ed estenuanti quarantene; i tamponi che ci hanno imposto per rilevare i casi di positivi da usare per le famose statistiche degli esperti sono inaffidabili.

 

E ce lo dicono oggi, impunemente, dopo aver mandato in rovina l’economia, il tessuto sociale, l’equilibrio psicofisico di un’intera Nazione. Ma se quei tamponi non servono oggi, non servivano nemmeno ieri; e lo dicevano non solo i «complottisti», ma i loro stessi inventori, affermando che non avevano uso diagnostico. Ma siccome oggi occorre delegittimare i tamponi perché costituiscono l’unica alternativa – anche se costosa – all’inoculazione del siero genico sperimentale, ecco che magicamente non sono più attendibili, mentre prima lo erano per legge. Un po’ come il COVID dopo le 18.

 

Ho accennato, poco fa, al labirinto nel quale ci siamo inoltrati. Più precisamente: un labirinto nel quale ci siamo ritrovati seguendo coloro che ci promettevano di uscirne, sapendo benissimo che non ha uscita. Ad ogni passo che abbiamo compiuto addentrandoci nei meandri di questo labirinto, ci siamo allontanati e smarriti.

 

Perché questo è un labirinto. Un groviglio di affermazioni pseudoscientifiche, di contraddizioni logiche, di proclami apodittici, di dogmi proclamati dai nuovi sacerdoti del COVID, dal Sinedrio pandemico. 

Perché questo è un labirinto. Un groviglio di affermazioni pseudoscientifiche, di contraddizioni logiche, di proclami apodittici, di dogmi proclamati dai nuovi sacerdoti del COVID, dal Sinedrio pandemico.

 

Non vi è nulla di consequenziale e di razionale in quello che ci viene detto, ed è proprio nel credere che quanto ci raccontano abbia senso, che ci inoltriamo sempre più nel labirinto.

 

«Vacciniamoci per salvare i fragili e gli anziani che non si possono vaccinare», ci dicevano, mentre vaccinavano i fragili e gli anziani.

 

«Vacciniamoci per poter togliere la mascherina e ricominciare a vivere», e poco dopo scoprivamo che non solo avremmo dovuto portare la mascherina, ma che una dose di siero non era più sufficiente, e nemmeno due, e forse neanche tre.

 

Intanto i fragili e gli anziani muoiono di COVID anche dopo la doppia dose, e se sopravvivono è perché negli ospedali – smentitemi, se ci riuscite – da qualche tempo ai malati di COVID si somministra l’azitromicina, facendola figurare come cura contro i parassiti intestinali ma sapendo benissimo che serve proprio contro il virus. Per non intaccare la credibilità dei vaccini, non certo per la salute dei pazienti.

 

Dobbiamo uscire da questo labirinto, cari amici. Ma non possiamo uscirne limitandoci a protestare contro il green pass, che è solo il più recente strumento di repressione, e certamente non l’ultimo.

 

Certo: il green pass è un’aberrazione giuridica, un odioso ricatto, una prova della pretestuosità dell’allarme pandemico; ma se anche revocassero il green pass, rimarrebbe l’assurdità di considerare mortale un virus curabile che non ha fatto più morti di quelli degli scorsi anni; l’assurdità di portare mascherine che non solo non servono a nulla – per stessa ammissione degli «esperti» – ma che al contrario provocano malattie polmonari gravi e patologie cerebrali; l’assurdità di considerare «vaccino» un farmaco che non serve a dare immunità e che dimostra di avere effetti collaterali così gravi, da superare nei soli pochi mesi di somministrazione i decessi di tutti i vaccini degli ultimi dieci anni; l’assurdità di lasciarci inoculare un farmaco sperimentale che agisce sul nostro DNA, rendendoci organismi geneticamente modificati; l’assurdità di seguire indicazioni e protocolli che paiono scritti da stregoni e non da medici coscienziosi, vista la serie di contrordini ormai giunta al patetico.

 

L’assurdità di confutare seriamente e pacatamente ad affermazioni così scandalose e false da non meritare risposta. Quella di Draghi: «Chi si vaccina si salva, chi non si vaccina muore» è una menzogna; affermare «I vaccinati non muoiono di COVID» è falso, com’è falso affermare che il COVID sia una malattia mortale, dal momento che diventa tale solo se non la si cura.

 

Ed è falso che non ci sono cure, perché quelle cure tanto screditate sono oggi utilizzate proprio dalle autorità europee a scopo preventivo sui profughi afgani che abbiamo accolto qualche settimana fa.

 

È tutto falso. Falsi i dati sui deceduti per COVID. Falsa l’attendibilità dei tamponi. Falsa l’efficacia e la non pericolosità dei vaccini. Falsi i ricoveri nelle terapie intensive. Falsa la «non correlazione» dei «malori improvvisi» che colpiscono i vaccinati. Falsi gli allarmi dei telegiornali, falsi i servizi dei programmi di intrattenimento in cui intervengono i soliti «esperti» e virostar, false le previsioni degli esperti di statistica

È tutto falso. Falsi i dati sui deceduti per COVID. Falsa l’attendibilità dei tamponi. Falsa l’efficacia e la non pericolosità dei vaccini. Falsi i ricoveri nelle terapie intensive. Falsa la «non correlazione» dei «malori improvvisi» che colpiscono i vaccinati. Falsi gli allarmi dei telegiornali, falsi i servizi dei programmi di intrattenimento in cui intervengono i soliti «esperti» e virostar, false le previsioni degli esperti di statistica.

 

Usciamo dal labirinto! Rifiutiamo la narrazione mediatica, magari decidendoci a spegnere il televisore, che oggi si è trasformato in un tabernacolo infernale.

 

Rompiamo il cortocircuito logico di chi pretende il nostro assenso anche quando mente spudoratamente. E per uscire dal labirinto, cari amici, occorre guardare le cose con uno sguardo che non si limiti ai singoli fatti, ma li veda tutti in un quadro più ampio, in cui la pandemia è uno strumento di ingegneria sociale provocato ad arte con lo scopo di portarci proprio al green pass, al controllo totale, alla limitazione delle libertà naturali e costituzionali in nome di un Great Reset che nessuno di noi vuole, che nessuno ci ha mai chiesto di votare, che concentra il potere e le ricchezze nelle mani di un’élite – quella dei «filantrocapitalisti» come Gates e Soros – e che considera il resto dell’umanità come un serbatoio di schiavi e clienti, ai quali dare quel minimo di denaro – creato dal nulla e che grava come debito proprio su di loro – che serve a permettere loro di comprare i beni che questa élite produce; beni prodotti con manodopera a basso costo, ben inteso, costretta a tutto pur di sopravvivere. Mentre si prepara a venderci anche l’aria, l’acqua e la luce del sole, magari col pretesto dell’emergenza green e sotto la spinta dei ridicoli Fridays for Future di Greta Thunberg.

 

Usciamo dal labirinto, riconoscendo che vi è un problema di autorità: autorità civile che non persegue il bene comune dei cittadini, e autorità religiosa che non solo ha smesso di occuparsi della salvezza eterna dei fedeli, ma li consegna nelle fauci di un drago infernale.

 

Usciamo dal labirinto imparando a usare il giudizio critico, a non farci ingannare da chi ha un curriculum di tali abusi, menzogne e crimini, da non lasciar supporre che si comporterà diversamente con noi.

 

Usciamo dal labirinto comprendendo che è in atto una guerra mondiale, combattuta non con armi reali, ma con armi non convenzionali, come la censura delle informazioni, l’asservimento dei medici, la complicità di politici, magistrati e forze dell’ordine

Usciamo dal labirinto comprendendo che è in atto una guerra mondiale, combattuta non con armi reali, ma con armi non convenzionali, come la censura delle informazioni, l’asservimento dei medici, la complicità di politici, magistrati e forze dell’ordine; una guerra che lascia sul suo cammino vittime innocenti, che distrugge la società, che colpisce le persone nell’anima prima ancora che nel corpo, che è stata dichiarata contro tutto quello che richiama la nostra Civiltà, la nostra cultura, la nostra Fede, i nostri valori. Una guerra tra Luce e tenebre, tra Bene e male.

 

A costoro non importa nulla della nostra salute, come non importa di preservare l’ambiente o di promuovere la pace: secondo alcuni – come il il ministro Cingolani – più della metà di noi esseri umani dovrebbe scomparire, perché siamo dei parassiti per il pianeta.

 

Ed è proprio chi teorizza il depopolamento del pianeta ricorrendo ai nuovi vaccini, all’aborto, all’eutanasia e alla sterilizzazione di massa, che guarda caso si propone come benefico filantropo e distribuisce dei vaccini efficaci proprio per questo scopo.

 

E tutti coloro che a vario titolo si sono venduti a questi «filantropi» ci chiedono di «credere nella scienza» (oggi per il COVID, domani per il surriscaldamento globale), rinunciando alla ragione in nome di un assenso fideistico che sconfina nel suicidio.

 

Usciamo dal labirinto! Non possiamo vincere una partita, quando le regole possono in qualsiasi momento essere stravolte dal nostro avversario.

 

Dobbiamo riconoscere che, se siamo giunti a questo punto, lo dobbiamo in gran parte alla nostra infedeltà, all’aver lasciato che altri decidessero al posto di Dio cosa è giusto e cosa non lo è, all’aver consentito che in nome della tolleranza si permettesse la violazione della legge naturale e la degenerazione della morale cristiana, l’omicidio dei bambini nel ventre materno, l’uccisione dei malati e degli anziani, e la corruzione dei bambini e dei giovani.

 

Quanto avviene oggi è il frutto avvelenato di decenni di dissoluzione, di ribellione alla Legge del Signore, di peccati e vizi che gridano vendetta al cospetto di Dio. La Provvidenza ci mostra come può diventare il mondo, quando abbandona la Signoria di Gesù Cristo e si pone sotto la schiavitù di Satana

Quanto avviene oggi è il frutto avvelenato di decenni di dissoluzione, di ribellione alla Legge del Signore, di peccati e vizi che gridano vendetta al cospetto di Dio. La Provvidenza ci mostra come può diventare il mondo, quando abbandona la Signoria di Gesù Cristo e si pone sotto la schiavitù di Satana.

 

Le mie non sono parole apocalittiche – come qualcuno sostiene – ma un severo monito, come Pastore, a tornare a Dio, a riconoscere che dove non regnano Cristo Re e Maria Regina, impera la crudele e spietata tirannide del demonio, che promette fratellanza universale, mentre vuole solo la vostra distruzione in terra e la vostra dannazione eterna.

 

Gesù Cristo è Re e Signore della Storia, nelle Sue mani sono le sorti e i destini di ciascuno di noi, degli Stati e della Santa Chiesa.  Egli non permetterà che soccombiamo dinanzi all’assalto del nemico del genere umano.

 

Ritornate, ritorniamo tutti a Lui, con la fiducia del figliuol prodigo che chiede umilmente al padre di perdonarlo e di riaccoglierlo nella sua casa.

 

Ritorniamo ad essere Cristiani, fieri della nostra Fede e della civiltà che la Religione ha edificato nel corso di duemila anni di Storia.

 

Ritorniamo a difendere nell’impegno civile e politico quei valori non negoziabili che oggi vediamo negati e conculcati. Ma soprattutto – vi prego, vi scongiuro – ritorniamo a vivere nella Grazia di Dio, a frequentare i Sacramenti, a praticare le virtù, ad essere Cristiani coerenti con le promesse del Battesimo, autentici testimoni di Cristo.

Disobbedienza civile, coordinamento delle azioni di protesta, contatti con i movimenti di altri Stati, unione in un’alleanza antiglobalista che assicuri aiuto e supporto contro le autorità asservite al Sistema 

 

Per uscire dal labirinto, occorre ripercorrere a ritroso il cammino intrapreso: il nostro «filo di Arianna» è la difesa della famiglia, del tessuto sociale e religioso della Nazione, della nostra cultura che è ineludibilmente cristiana, cattolica e romana.

 

Noi Italiani non siamo razzisti! In nome della Carità che nel corso dei secoli ha rappresentato uno dei vanti dell’Europa cristiana, possiamo accogliere chi è perseguitato e proscritto dal proprio Paese, ma non possiamo renderci responsabili dello sfruttamento di milioni di migranti, sotto il pretesto dell’accoglienza. Sappiamo che la loro immigrazione in Europa è stata pianificata dall’élite per distruggere la nostra identità civile, culturale e religiosa; serve all’élite per creare caos sociale, per immettere manodopera sottopagata, per fomentare guerre tra poveri e per privare dei loro giovani i Paesi dai quali provengono.

 

Per uscire dal labirinto, dobbiamo resistere con coraggio e fermezza, come seppero opporsi alle dittature del secolo scorso i nostri padri. Disobbedienza civile, coordinamento delle azioni di protesta, contatti con i movimenti di altri Stati, unione in un’alleanza antiglobalista che assicuri aiuto e supporto contro le autorità asservite al Sistema. Una resistenza serena, nutrita dalla consapevolezza che il mondo prospettato dal Great Reset non è il nostro mondo, poiché fondato su un’ideologia di morte, su un pensiero antiumano e anticristico, e che si regge solo sulla forza delle armi o sul ricatto verso chi non può ribellarsi.

 

Dimenticano, questi sciagurati servi del Nuovo Ordine, che la loro è un’utopia, anzi una distopia infernale, che ripugna a tutti noi proprio perché non considera che non siamo fatti di circuiti elettromagnetici, ma di carne e sangue, di passioni, di affetti, di gesti di eroismo e di generosità.

Una resistenza serena, nutrita dalla consapevolezza che il mondo prospettato dal Great Reset non è il nostro mondo, poiché fondato su un’ideologia di morte, su un pensiero antiumano e anticristico, e che si regge solo sulla forza delle armi o sul ricatto verso chi non può ribellarsi

 

Perché siamo umani, fatti a immagine e somiglianza di Dio, dotati di intelligenza e libera volontà. Ma questo, i demoni non possono comprenderlo: per questo falliranno miseramente.

 

E perché questo giorno in cui manifestate pubblicamente e con coraggio la vostra opposizione all’incombente tirannide non rimanga sterile e privo di luce soprannaturale, vi invito tutti a recitare con me le parole che il Signore ci ha insegnato.

 

Facciamolo con fervore, con slancio di carità, invocando la protezione di Nostro Signore e della Sua Santissima Madre su noi tutti, sulle nostre famiglie, sulla nostra Patria e sul mondo intero

 

Padre nostro, che sei nei cieli…

 

 

 

 

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Civiltà

Il politicamente corretto e l’emergere della tirannia COVID

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Segni di incipienti impulsi totalitari sono stati evidenti fin dall’ascesa del politicamente corretto. (1)

 

Eppure, gli avvertimenti di coloro che hanno visto il carattere della cultura della «social justice» [termine ora usato per gli individui che promuovono punti di vista socialmente progressisti, di sinistra e liberali, inclusi femminismo, diritti civili, diritti di gay e transgender, politica dell’identità e multiculturalismo, ndr] contemporanea sono rimasti in gran parte inascoltati.

 

Tuttavia, anche prima di degenerare nel «woke» [ideologia basata sulla razza che insiste sull’oppressione dei non-bianchi, ndr], la cultura della social justice portava i semi del declino della civiltà e il sorgere simultaneo della tirannia sociale e politica.

 

L’arma della fragilità per lo più finta da parte dei totalitari snowflake è stato schierato per abrogare i diritti di coloro ritenuti offensivi, dannosi e persino «pericolosi». Ha anche dimostrato un «discorso paralogistico» o «discorso che è fuori dal contatto con la realtà, che implica premesse e conclusioni illogiche, fallaci, ingiustificate». (2)  Tale pensiero è caratteristico dell’isteria sociale. (3)

 

Questo armamento si è intensificato, facendo germogliare la «cancel culture», i germogli da cui da allora sono sbocciate le purghe neo-staliniste.

 

Il relativismo, il soggettivismo e l’antioggettività della teoria postmoderna, così come la priorità che attribuisce al linguaggio, sono stati imbrigliati dagli attivisti per la giustizia sociale e dai loro seguaci e portati a fini politici

Come ho sottolineato per primo, la social justice equivale al «postmodernismo pratico». (4) Il relativismo, il soggettivismo e l’antioggettività della teoria postmoderna, così come la priorità che attribuisce al linguaggio, sono stati imbrigliati dagli attivisti per la giustizia sociale e dai loro seguaci e portati a fini politici.

 

L’ideologia della giustizia sociale afferma che le «narrazioni», la «mia verità» e il linguaggio prevalgono o producono la realtà. In termini di ideologia transgender, ciò significa che dichiarare il proprio genere, o la mera (ri)denominazione, sostituisce e annulla la biologia. In termini di teoria critica della razza e del movimento Black Lives Matter, significa che le storie personali di oppressione sovrascrivono prove, statistiche e l’arco della storia.

 

Dato che gli appelli a criteri oggettivi sono banditi, quando sostenuti dal potere richiesto, tali affermazioni sono necessariamente autoritarie. Senza criteri oggettivi, non esiste corte d’appello se non quella di potere, e quindi tali «verità» sono ritenute incontrovertibili. (5)

 

Le ramificazioni legali del postmodernismo pratico sono state niente meno che sorprendenti.

 

Le politiche della cosiddetta diversità, equità e inclusione (DEI) hanno accelerato il già prevalente movimento ascendente delle persone non qualificate, coloro che hanno raggiunto posizioni importanti grazie all’azione affermativa e all’adesione all’ideologia politica.

 

L’ideologia della giustizia sociale afferma che le «narrazioni», la «mia verità» e il linguaggio prevalgono o producono la realtà. In termini di ideologia transgender, ciò significa che dichiarare il proprio genere sostituisce e annulla la biologia. In termini di Teoria Critica della Razza e del movimento Black Lives Matter, significa che le storie personali di oppressione sovrascrivono prove, statistiche e l’arco della storia

DEI (o DIE) si è metastatizzato in tutta la cultura in generale, con segni della mobilità verso l’alto dei non qualificati visti nel governo , nel mondo accademico e nel mondo aziendale. Su Twitter, agli account di attivisti insignificanti e di sinistra altrimenti incompiuta viene concesso il segno di spunta blu ufficiale di autorità e importanza.

 

Storicamente, il movimento ascendente dei non qualificati è stato foriero di un crescente autoritarismo; i non qualificati favoriscono l’autoritarismo, che protegge il loro status immeritato, e l’autoritarismo seleziona i non qualificati, che diventano accaniti lealisti del regime autoritario. (6) Pertanto, il movimento verso l’alto del non qualificato dovrebbe essere preso come un segno rivelatore.

 

Il regime COVID ha esteso e approfondito la crisi epistemica inaugurata dal postmodernismo e dal postmodernismo pratico

Il regime COVID ha esteso e approfondito la crisi epistemica inaugurata dal postmodernismo e dal postmodernismo pratico.

 

Il discorso paralogistico è ora penetrato nella «scienza», che si è trasformata in una serie di non sequitur sostenuti dalla forza. La scienza è diventata postmoderna, dimostrando l’affermazione del sociologo della scienza Bruno Latour: nel mondo postmoderno, i fatti scientifici sono semplicemente affermazioni socialmente costruite che diventano «troppo costose» da rovesciare. (7)

 

La scienza è ora una mossa del potere che si basa sull’iscrizione di «alleati» in un processo di affermazioni a «scatola nera». I fatti sono semplicemente «scatole nere» che diventano resistenti all’apertura. Tale resistenza deriva dal numero e dalla forza di altri fatti e alleati – altri scienziati, uomini d’affari, media, ecc. – che gli scienziati possono collegare alle proprie affermazioni, creando scatole nere che diventano troppo difficili da aprire. La forza di un fatto è il risultato della rete sociale che si crea nel processo di rivendicazione. (8)

 

Il regime COVID è la «scienza in azione» postmoderna, per citare Latour. Non si è mai trattato di scienza legittima o di salute pubblica. Altrimenti, i rimedi noti per il COVID-19 e i pericoli dei vaccini non sarebbero mai stati soppressi.

 

Il regime COVID è la «scienza in azione» postmoderna, per citare Latour. Non si è mai trattato di scienza legittima o di salute pubblica. Altrimenti, i rimedi noti per il COVID-19 e i pericoli dei vaccini non sarebbero mai stati soppressi.

La wokeness ha posto le basi per la tirannia COVID in piena regola: i locdown, le mascherine o e ora la demonizzazione dei non vaccinati e l’istituzione del passaporto vaccinale. L’arma della fragilità da parte dei totalitari snowflake  è stato esteso e amplificato dal regime COVID, che interpreta tutti coloro che si oppongono come «estremisti domestici violenti». I non vaccinati sono le nuove «persone pericolose», reprobi che dovrebbero essere rinchiusi, messi in quarantena e, secondo alcuni, fucilati.

 

Gli entusiasti woke del COVID hanno dimostrato di essere le stesse persone e le due preoccupazioni sono convergenti ad ogni angolo. Ad esempio, il regime COVID è venuto in difesa del movimento Black Lives Matter quando oltre milleduecento funzionari sanitari hanno firmato una lettera aperta in difesa delle proteste BLM, sostenendo che poiché, come il COVID, il suprematismo bianco  rappresenta un grande pericolo per la salute pubblica, le proteste BLM dovrebbero continuare indisturbate.

 

Come inconsapevoli fanti di Big Pharma e agenti dello Stato, i «membri» di Antifa hanno molestato e sparato ai manifestanti antivaccini.

 

Come inconsapevoli fanti di Big Pharma e agenti dello Stato, i «membri» di Antifa hanno molestato e sparato ai manifestanti antivaccini.

Nel frattempo, l’American Civil Liberties Union, ora completamente woke, ha taciuto sulla cultura della cancellazione delle libertà civili di coloro che non sono di sinistra. Recentemente, l’organizzazione ha sostenuto che «lontano dal compromettere le libertà civili, il vaccino impone in realtà  ulteriori  libertà civili» (enfasi nell’originale). Alla faccia del significato di «libertà civili» e della difesa dell’autonomia corporea da parte dell’ACLU.

 

Come molte corporazioni e associazioni di categoria, anche la National Football League si è diventata woke . L’organizzazione richiede che i suoi giocatori siano vaccinati o comunque isolati e penalizzati. E recentemente ha annullato la performance per l’inno nazionale del vincitore del Grammy Award Vittoria Boyd per il suo rifiuto, per motivi religiosi, dei vaccini COVID, nonostante il fatto che il cantante sarebbe stato centinaia di iarde da chiunque sul campo.

 

L’elenco delle connessioni woke-COVID potrebbe continuare all’infinito.

Il totalitarismo COVID comporta l’inversione postmoderna della realtà e della morale. I vaccinati ora devono essere protetti dai non vaccinati, anche se il vaccino avrebbe dovuto fornire quella protezione. Ora è «morale» pretendere che gli altri facciano iniezioni contro la loro volontà ed è “immorale” resistere a tali richieste.

 

Il totalitarismo COVID comporta l’inversione postmoderna della realtà e della morale. I vaccinati ora devono essere protetti dai non vaccinati, anche se il vaccino avrebbe dovuto fornire quella protezione. Ora è «morale» pretendere che gli altri facciano iniezioni contro la loro volontà ed è “immorale” resistere a tali richieste.

 

Il regime COVID coinvolge la scienza postmoderna pratica. «La scienza» è tutto ciò che le autorità affermano essere vero, e tutte le altre indagini scientifiche sono bandite in anticipo. Coloro che sono impegnati in aperte indagini e dibattiti scientifici vengono ridicolizzati e respinti a priori, e la loro reputazione distrutta.

 

Come l’assemblea dei teorici postmoderni, il regime COVID è una convenzione di ciarlatani. Lord Fauci rilascia dichiarazioni ex cathedra, nonostante la loro contraddizione con gli standard epidemiologici accettati e con le sue dichiarazioni precedenti, mentre l’establishment medico e i media vanno avanti nel viaggio.

 

Il regime COVID  è un consenso di isterici postmoderni. I compiacenti osservano rituali superstiziosi e rivolgono il loro sdegno ai non vaccinati piuttosto che alle autorità responsabili della loro follia.

Il regime COVID  è un consenso di isterici postmoderni. I compiacenti osservano rituali superstiziosi e rivolgono il loro sdegno ai non vaccinati piuttosto che alle autorità responsabili della loro follia.

 

Tutto ciò si aggiunge alla continua eliminazione dei diritti individuali e al potere crescente di uno stato burocratico delirante.

 

Solo una svolta post-postmoderna può portare al rovesciamento del totalitarismo COVID.

 

La marea deve volgere contro il consenso pratico postmoderno, portando a un ripristino della competenza sulla promozione del non qualificato, al ristabilimento della scienza legittima, a un rinnovato rispetto per il valore della verità e alla successiva eliminazione dell’autoritarismo dalla sfera pubblica.

 

In breve, richiederà la completa ricostruzione dell’ordine sociale.

 

 

Michael Rectenwald

 

 

NOTE

 

1) Michael Rectenwald, “Why Political Correctness Is Incorrect,” International Business Times, 22 novembre 2020, https://www.ibtimes.com/why-political-correctness-incorrect-2645346.

2)Andrew M. Łobaczewski, Political Ponerology: The Science of Evil, Psychopathy, and the Origins of Totalitarianism, rev. ed., ed. Harrison Koehli (Otto, NC: Red Pill Press), in uscita, p. 87n173. (I numeri di pagina possono essere soggetti a cambiamento)

3)Andrew M. Łobaczewski, Political Ponerology, p. 87.

4) Michael Rectenwald, Springtime for Snowflakes: «Social Justice» and Its Postmodern Parentage: A Memoir (Nashville, TN: New English Review Press, 2018), pp. xii, e 114–15.

5) Michael Rectenwald, «Why Postmodernism Is Incompatible with a Politics of Liberty», Mises Wire, 5 aprile 2021. https://mises.org/wire/why-postmodernism-incompatible-politics-liberty.

6) Łobaczewski, Political Ponerology, p. 72.

7) Bruno Latour and Steve Woolgar, Laboratory Life: The Construction of Scientific Facts (Princeton, NJ: Princeton University Press, 2006), p. 243.

8) Bruno Latour, Science in Action: How to Follow Scientists and Engineers through Society (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2015).

 

 

Articolo apparso su Mises Institute, tradotto e pubblicato su gentile concessione del professor Rectenwald.

 

 

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Civiltà

Equinozio, magia eterna

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Oggi è l’equinozio di autunno.

 

Tutti sappiamo cos’è: il giorno in cui la durata della notte coincide con quella del giorno.

 

Tecnicamente, equinozio è l’istante nel tempo in cui il piano dell’equatore terrestre passa attraverso il centro geometrico del disco solare.Ciò si verifica due volte all’anno, intorno al 20 marzo e al 23 settembre. In altre parole, è il momento in cui il centro visibile del Sole è direttamente sopra l’equatore.

 

L’equinozio è un allineamento della Terra con l’astro che le dà la vita. Forse per questo da sempre varie religioni hanno considerato l’equinozio come una data di festa – perfino la laica Repubblica Francese, creata e portata avanti dalla massoneria come altre repubbliche europee, la vuole come festività nazionale.

 

Tutto il mondo dell’esoterismo e della magia freme nelle ore dell’equinozio. The Equinox era la rivista di occultismo pubblicata dal padre del neopaganesimo magico e del satanismo moderno Aleister Crowley.

 

C’è tuttavia una vera magia che vale la pena di ricordare: la precessione degli equinozi. Concetto non facilissimo da afferrare, tanto che chi scrive una volta ne chiese conto ad una laureanda in  Astronomia, che fece scena muta.

C’è una vera magia che vale la pena di ricordare: la precessione degli equinozi

 

 

La precessione è il lento ed inesorabile cambiamento di  l’orientamento dell’asse di rotazione terrestre rispetto alle costellazioni.

 

La precessione (cioè rotazione dell’asse attorno alla perpendicolare: immaginate una trottola) avviene per la forma non perfettamente sferica del pianeta e per l’intervento gravitazionale della Luna e del Sole.

 

Il moto completo della precessione è di 25.772 anni circa. In gergo, si chiama suggestivamente «anno platonico». Platone aveva infatti definito nel suo dialogo Timeo il periodo di ritorno del cielo alla sua posizione iniziale come «anno perfetto».

 

In questi quasi 26 millenni si avvicendano quindi le diverse ere astrologiche, e conseguentemente, cambia la stella polare: tra circa 13.000 anni a indicare il Nord  sarà Vega e non Polaris, cioè quella che a questa altezza dell’anno platonico chiamiamo « Stella Polare».

Il moto completo della precessione è di 25.772 anni circa. In gergo, si chiama suggestivamente «anno platonico»

 

In pratica, con il tempo l’asse della Terra (chiamato anche punto vernale, punto d’Ariete o punto Gamma) punti verso verso diverse costellazioni. Ciò ha creato l’idea che il mondo attraversi varie ere astrologiche.

 

L’era astrologica, o era zodiacale, è la suddivisione che il pensiero magico ha dato alla storia del mondo. Essa si compone di dodici eoni, che collimano perfettamente con i dodici segni dello Zodiaco, ciascuno dei quali della durata di 2160 anni.

 

Il punto vernale – che è la congiunzione dell’asse del pianeta con il Sole che avviene nel giorno dell’equinozio di primavera – circa 2100 anni fa, puntava la  costellazione dell’Ariete. In seguito con il passare dei secoli, la precessione, lo ha man mano spostato verso la costellazione dei Pesci (qui abbondano i riferimenti degli astrologi all’ascesa del Cristianesimo); secondo alcuni saremmo ora all’alba, dell’era astrologica successiva, la celeberrima Era dell’Acquario, popolarizzata dalla canzone del musical Hair. Sulla sua partenza le fonti sono discordi: taluni dicono che sarebbe scoccata proprio nel dicembre del fatale anno 2020, altri sostengono che sarebbe partita nel marzo di quest’anno.

 

Qui tuttavia si innesta la vera magia della storia degli equinozi.

Con il tempo l’asse della Terra punti verso verso diverse costellazioni. Ciò ha creato l’idea che il mondo attraversi varie ere astrologiche

 

La scoperta della precessione è dibattuta: babilonesi, egizi, cinesi… molti hanno trovato vaghe tracce di una possibile comprensione del fenomeno dei popoli antichi.

 

Tuttavia, qualcuno parla di una scoperta molto precedente, risalente addirittura al Neolitico. E con implicazioni di mistero totale.

 

Giorgio de Santillana, un fisico ebreo romano che fuggì dal fascismo riparando in USA (dove insegnò storia della scienza al MIT di Boston) pubblicò nel 1969 uno strano libro dal titolo assai poetico, Il mulino di Amleto. (Il libro, compilato con la scienziata Hertha von Dechend, è pubblicato ancora oggi in Italia dall’ineffabile editore Adelphi…)

 

L’idea alla base del volume si attirò critiche severe da parte della comunità scientifica.

 

Santillana sostiene che la conoscenza della precessione degli equinozi e delle ere astrologiche era conosciuta sin dai tempi di una non precisata civiltà megalitica capace di «insospettabile sofisticazione».

Santillana sostiene che la conoscenza della precessione degli equinozi e delle ere astrologiche era conosciuta sin dai tempi di una non precisata civiltà megalitica capace di «insospettabile sofisticazione»

 

La conoscenza della precessione e del susseguirsi delle ere zodiacali sarebbe stato quindi incapsulato nelle mitologie umane, di modo da far arrivare il messaggio sino a noi. Questi misteriosi antichi avrebbero inserito la realtà del fenomeno astronomico in particolare  sotto forma di una storia relativa a una macina e a un giovane protagonista (il mulino di Amleto che dà il titolo del libro, e un riferimento alla figura mitologica nordica Amlóða che compare nel racconto epico islandese Edda e che avrebbe poi ispirato Guglielmo Shakespeare nella creazione dell’eroe della sua tragedia più famosa).

 

Il libro ricostruisce il mito di un «mulino celeste» che ruota attorno al Polo e macina il sale e la terra del mondo, ed è associato ad un vortice.

 

La macina che cade dalla sua struttura rappresenta il passaggio della stella polare di un’epoca (simboleggiata da un sovrano o un re di qualche tipo) ad una nuova (simboleggiata dal rovesciamento del vecchio re dell’autorità e il potenziamento del nuovo).

 

Secondo gli autori questi «miti del mulino» sarebbe presenti in varie mitologie mondiali, come si evincerebbe da  « oggetti cosmografici di molte epoche e climi (…) Saxo Grammaticus, Snorri Sturluson (…) Firdausi, Platone, Plutarco, il Kalevala, Mahabharata, e Gilgamesh, per non dimenticare l’Africa, le Americhe e l’Oceania».

 

«Possiamo quindi vedere come tanti miti, all’apparenza fantastici e arbitrari, di cui il racconto greco dell’Argonauta è una progenie tardiva, possano fornire una terminologia di motivi immaginali, una sorta di codice che sta cominciando a essere decifrato» scrive Santillana in un precedente libro del 1961, Le origini del pensiero scientifico.

 

«Possiamo quindi vedere come tanti miti, all’apparenza fantastici e arbitrari (…) possano fornire una terminologia di motivi immaginali, una sorta di codice che sta cominciando a essere decifrato»

Tale codice segreto, scrive lo studioso, «aveva lo scopo di consentire a coloro che sapevano (A) di determinare inequivocabilmente la posizione di determinati pianeti rispetto alla terra, al firmamento e l’uno all’altro; (B) di presentare quale conoscenza ci fosse del tessuto del mondo nella forma di racconti su “come è iniziato il mondo”».

 

Le implicazioni di questo pensiero sono immense. C’è un’intelligenza superiore, che giace sotto la storia?

 

Immaginate lo shock per il Progressismo, l’idea che eravamo delle scimmie, poi dei bruti, e poi via via ci siamo «civilizzati» fino ai viaggi spaziali, i vaccini mRNA e i matrimoni gay. E se, invece, vi fossero state delle civiltà precedenti che avevano capito molto più di quanto siamo in grado di capire noi?

 

Le implicazioni di questo pensiero sono immense. C’è un’intelligenza superiore, che giace sotto la storia? E se la storia umana potesse quindi essere una forma di involuzione (una caduta, in termini religiosi…) invece di un luminoso sentiero verso un futuro sempre migliore, sempre più giusto ed intelligente?

E se la storia umana potesse quindi essere una forma di involuzione (una caduta, in termini religiosi…) invece di un luminoso sentiero verso un futuro sempre migliore, sempre più giusto ed intelligente?

 

E se tutto quello che sappiamo della storia, quindi, fosse falso? Se invece che guardare i nostri antenati dall’alto verso il basso, la situazione si rovesciasse?

 

Ancora: e se non avessimo neppure iniziato a decifrare le tracce che gli antichi ci hanno lasciato? Se la saggezza di cui disponiamo oggi non fosse nemmeno una frazione di quella di cui disponeva chi è venuto prima di noi?

 

Il pensiero progressista – cioè, l’incarnazione moderna dell’illuminismo massonico che ci ha dato le rivoluzioni degli ultimi secoli – non può tollerare in alcun modo un simile pensiero.

 

Ecco perché all’epoca il volume fu stroncato come «non serio», «amatoriale nel senso peggiore possibile» e quindi, di fatto, dimenticato, relegato allo scaffale delle bizzarrie. Esso poteva rappresentare un esercizio di mitologia comparata, al massimo, o di archeoastronomia, lo studio di come nelle passate epoche era osservato il cielo.

 

Per quanto l’accademia rigettasse il libro, l’idea continuava a vivere in libri come nel fortunatissimo saggio di pseudoarcheologia Impronte degli dei del giornalista Graham Hancock, dove si parla di questa sapiente civiltà scomparsa dopo un cataclisma, esattamente come quella di cui parla lo stesso Platone sempre nel Timeo e nel Crizia – Atlantide.

 

Il pensiero progressista – cioè, l’incarnazione moderna dell’illuminismo massonico che ci ha dato le rivoluzioni degli ultimi secoli – non può tollerare in alcun modo un simile pensiero

Scienziati ed intellettuali ridono di libri come questo – come ridevano di Donald Trump, diciamo.

 

Poi capita di leggere che, sì, in effetti l’allineamento perfetto delle Piramidi di Giza sarebbe dovuto proprio… all’equinozio d’autunno.

 

«Nel corso degli anni, gli esperti hanno proposto una serie di teorie per spiegare come gli antichi egizi costruissero le piramidi. Alcuni hanno ipotizzato di aver usato le costellazioni, mentre altri credono facessero affidamento sul sole» scrive la Smithsonian Magazine, che introduce il lavoro dell’archeologo Glen Dash. La rivista è serioso organo dello Smithsonian Institute, rispettabile ente di ricerca con annesso un notissimo museo a Washington D.C. e altri 19 musei, cosa che difatto rende lo Smithsonian il più grande gruppo museale al mondo.

 

«Nel suo articolo, Dash suggerisce che gli antichi egizi usassero effettivamente il sole per allineare le piramidi, ma in particolare il giorno dell’equinozio d’autunno» scrive la rivista.

 

«Per dimostrare la sua teoria, Dash ha piantato un’asta per tracciare il movimento del sole il 22 settembre 2016, il giorno dell’equinozio d’autunno (…) ha segnato la posizione dell’ombra della verga durante il giorno, formando una curva. Alla fine della giornata, ha avvolto un pezzo di spago attorno al palo e lo ha usato per segnare un arco che intercettava due punti della curva. Quando viene tracciata una linea retta, è quasi perfettamente puntata da est a ovest, con una leggera rotazione in senso antiorario, proprio come l’allineamento delle tre piramidi più grandi dell’Egitto».

 

Da qui si potrebbe aprire la storia della «Teoria della Correlazione di Orione».

 

L’idea – discussa in egittologia come teoria di frangia dal 1989 e popolarizzata dal film Stargate – ritiene che vi sia una correlazione tra la posizione delle tre piramidi di Giza e la Cintura di Orione della costellazione di Orione, e che questa correlazione fosse intesa come tale dai costruttori originali del complesso piramidale di Giza.

 

Le stelle di Orione erano associate a Osiride , il dio egizio  della rinascita e dell’aldilà. Accanto alle piramidi, sappiamo esserci un altro enigmatico monumento, la sfinge: un leone con la testa di donna. Ebbene,  secondo alcuni calcoli astronomici, l’era zodiacale della costruzione delle piramide era quella del Leone…

 

A noi non resta che far notare: quanta magia, in questo mondo. Quanta profondità, quanto significato hanno le sue storie. E che eterno mistero può nascondersi dietro ad un giorno qualsiasi, un giorno come oggi, equinozio d’autunno 2021.

Anche qui, un messaggio cifrato, incastonato in una mitologia antichissima.

 

Lasciamo i soloni ridere, e gli appassionati affondare nella letteratura sull’argomento.

 

A noi non resta che far notare: quanta magia, in questo mondo. Quanta profondità, quanto significato hanno le sue storie.

 

E che eterno mistero può nascondersi dietro ad un giorno qualsiasi, un giorno come oggi, equinozio d’autunno 2021.

 

 

 

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