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Pensiero

Estasi ed orrore del tramonto occidentale. È un grande onore vivere un tempo come questo

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Renovatio 21 ripubblica il video di una conferenza tenuta fondatore Roberto Dal Bosco tenutasi oramai quasi una decade fa. Si tratta dell’intervento per l’edizione 2014 del Convegno di  Civitella del Tronto, organizzato come ogni anno dall’imbattibile Pucci Cipriani.

 

Lo riproponiamo perché molti dei temi sono ancora, incredibilmente di stretta attualità: il mondo sembra non essersi mosso più di tanto. Pensiamo all’enantiodromia atomica tra USA e Russia, tanto trattata da Renovatio 21, la competizione nell’abisso termonucleare che come notato qui già si trascinava dalla Guerra Fredda, forse anche da prima, e che era più presente che mai nel 2014 e oscenamente sbattutaci in faccia da questo 2022.

 

Pensiamo a quella che, già allora era chiaro da lustri, è l’importanza globale, storica e metastorica di Vladimir Putin, del suo pensiero (come espresso nei discorsi al Club Valdai) e delle sue azioni, e quindi, di fronte alla catastrofe papale presente, alla necessità di un nuovo ghibellinismo di matrice russa.

 

Pensiamo a quando, parole che possono sembrare ora profetiche, si dice del progetto per «isolare la Russia, istigandole contro la sua stessa culla, l’Ucraina».

 

«Mai nel grande giuoco contro la Russia – giuoco che Washington ha ereditato dall’Impero britannico – gli americani si erano spinti sino ad incendiare il cancello d’ingresso di Santa Madre Russia, la porta d’oro di Kiev. Mai attacco fu più diretto, sfrontato. Signori e signori, questa è la fase vera della Guerra Fredda, che fredda non è più. Una polveriera termonucleare, ecco cosa è la questione Ucraina».

 

No, la situazione delle cose del mondo non è cambiata. 

 

Quanto al finale, con l’appello alla creazione di «un partito integralmente cattolico», ci rendiamo conto dell’amarezza.

 

Si parlava di «un partito di cristiani dalla Fede incrollabile, capaci – oggi più ancora dei tempi della Guerra Fredda – di creare la prosperità necessaria a vivere in pace, capaci di lottare per il futuro dei propri nipoti, capaci di difendere le genti dai pericoli inenarrabili che attorniano ora la vita umana.

 

Di una forza politica «per testimoniare il primato dell’Essere, il diritto delle nuove generazioni a fiorire, il diritto dell’Uomo a dominare sull’Universo visibile, e prosperare indefinitamente, secondo il comandamento di Dio: “Andate, e moltiplicatevi”».

 

Fa quasi male sentire queste parole e poi guardare il panorama ridicolo e devastato del cattolicesimo dell’ora presente.

 

Ahinoi, in questi otto anni nessun passo è stato fatto in questa direzione, a meno che non si voglia considerare qualche fenomeno grottesco e biodegradabile che fa perdere tempo alla gente.

 

Tuttavia, non perdiamo la speranza. Si prepara ora un’era molto, molto più buia del 2014 e degli anni successivi.

 

Un tempo in cui siamo chiamati a riorganizzare definitivamente le forze residue per provare a salvare il XXI secolo dalla Cultura della Morte.

 

Sotto riportiamo il testo preparato per la conferenza.

 

 

 

 

Estasi ed orrore del tramonto occidentale

 

 

Ci troviamo davanti ad un mondo che si sente al suo culmine.

 

Gli anni Novanta ci hanno consegnato la vittoria sul Comunismo. La sbornia di questo mondo unipolare, che quasi sente di aver risolto per sempre le sue  contraddizioni, non è – ammettiamolo – ancora passata.

 

Il pensiero unico tuttora domina il discorso sociale, ovunque. Liberismo, democrazia, pace, sostenibilità… Francis Fukuyama parlava di «fine della Storia», Jean Baudrillard di «sciopero degli eventi». Come nel sogno hegeliano, la vicenda dell’uomo pareva aver trovato la sintesi finale, il superamento. E come ogni sogno idealista, siamo innanzi, ovviamente, ad un incubo.

 

Gli anni Novanta ci hanno consegnato un altra grande novità: internet. Un medium, ci hanno raccontato, che ci avrebbe reso tutti più liberi, più ricchi, più intelligenti.

 

Quello che è successo lo sappiamo tutti: la società è divenuta più povera, più stupida, più rabbiosa, più segregata nel vizio e nella solitudine. Ho recentemente scritto un libro su internet e sul partito che crede di rappresentarla, il quale ha ora in Italia un quarto dei voti del Paese. Ho ricevuto, l’altro giorno, qualcosa come cinquemila messaggi di scherno, di odio, di minaccia. Nessun ragionamento è più possibile, in un medium che è ora totalmente dominato dal risentimento e dalla disarmonia, e la coesione fra persone è solo un brodo tossico.

 

Internet e la telematica hanno distrutto, certamente con altre mostruosità portate dal modernismo come la globalizzazione e il mercatismo, l’economia italiana, facendo migrare la manifattura e l’industria di precisione verso l’Asia ed ora persino l’Africa.

 

L’Italia è un paese in ginocchio. Lo è di sicuro moralmente, lo è in via definitiva anche economicamente.

 

Il tutto mentre persevera il mito delle meravigliose sorti progressiva della UE, mentre ci raccontano che in fondo basterà fare qualche sacrificio per restare aderenti ad un apparato che in realtà, oltre a sovratassarci e pervertire i nostri figli, ci disprezza.

 

E sì che ci avevano detto che l’Europa Unità sarebbe stato un super-stato edenico, una cornucopia di prosperità e giustizia. Se leggete Repubblica o il Corriere, potete ancora trovare, sia pure in modo sempre piu sbiadito, questa idea.

 

L’oramai più che centenario «Oscar della massoneria», il premio Nobel, è stato assegnato l’anno passato ad un ghignante Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, che nega di essere membro di una loggia. Atto di onanismo esibizionista al limite dell’autismo, reso tollerabile solo dalla persistenza dell’idea del Sol dell’Avvenire europoide, il benessere dei popoli uniti, la bella bandierina con le 27 stelline…

 

L’Europa, infine, in questa promessa di Estasi si è perduta, ed è divenuta quel locus horriblis che ero tutti abbiamo sotto gli occhi: Eurosodoma.

 

L’Europa si eclissa, l’occidente («Abendland» per germanici, ossia la «terra della sera») muore dunque con il suo ultimo sole. L’occidente – sempre restando all’etimologia – si uccide. Il suicidio dell’Europa è sotto i nostri stessi occhi, e con tutto il suo orrore.

 

L’Europa, argomento di questo convegno a cui ho l’onore di essere stato invitato,  è oramai stretta definitivamente nella morsa genocida della Cultura della Morte.

 

L’Europa vota per il suo suicidio, lo prepara con cerimonie sempre più oscene. L’eutanasia dei bambini belgi è uno degli esempi, nemmeno il più sconvolgente.

 

L’Europa è umanamente corrotta, e politicamente insignificante. Si diceva tre lustri fa: «L’Europa è un nano politico ed un gigante economico»: ora, con la mostruosa decrescita economica, non possiamo più nemmeno dire questo. Ictu oculi, l’Europa è un nano malefico, e basta.

 

L’Europa non è nulla. La vacca Europa è la flaccida vittima di un sacrificio al quale essa si presta con perversa docilità, muggendo appena, dopo che diavoli di ogni sorta hanno succhiato via il suo latte prezioso.

 

Se vi è ancora sulle terre emerse una battaglia tra il Bene ed il Male, gli attori protagonisti vanno cercati ai lati del vecchio continente. Paradossalmente, sia pure a parti invertite ed in un quadro infinitamente più complesso, abbiamo capito proprio negli ultimi anni che si riproduce quella medesima enantiodromia – pericolosamente drogata da armi termonucleari – che abbiamo visto nel recente passato: L’America e la Russia.

 

Da una parte abbiamo Washington. Sappiamo delle origini massoniche, talvolta boriosamente esibite, della nazione nordamericana. Oggi la situazione è ben  più pericolosa di così. In plancia di comando, nello studio ovale, siede un personaggio che dietro la maschera tutto è meno che l’orgoglioso negro che vediamo in TV.

 

Barack Obama è quasi certamente stato allevato dalla CIA. La due generazioni precedenti della sua famiglia – in ispecie la nonnina bianca che dalle Hawaii finanziava Chiang Kai-Shek e ogni altra guerra asiatica (Corea, Vietnam, Indonesia, et coetera) – sono appartenute alla CIA. La madre stessa era con probabilità una spia della CIA, di elementi per pensarlo ve ne sono molti; sul padre, un kenyota che appresso alle basi militari delle Hawaii studiava russo, dubbi ve ne sono pochi.

 

Onore a Langley: come un antico ordine cavalleresco, alleva un suo figlio e lo infiltra sino al centro del potere, da dove ora autorizza legibus solutus lo sterminio di migliaia di persone attraverso i droni, i robot volanti seminatori di morte con i quali, nell’era Obama si è de facto militarizzata la CIA.

 

Non mi riesce di sorvolare qui sulle voci, certo suggestive, per cui il nonno e il padre di Obama fecero il famoso giuramento dei Mau Mau: un sacrificio umano, con squartamenti e cannibalismo, tramite il quale si entrava a far parte della setta pagana ed idolatra che gestì, con violenza inaudita (stupri, decapitazioni e quant’altro) la sanguinaria cacciata dei coloni bianchi dal Kenya. La consacrazione al «demone della montagna», come lo chiamavano i Mau Mau, valeva per tre generazioni, quindi comprenderebbe pure il Barack Hussein. Visto che il suo primo atto da Presidente fu elargire danari a multinazionali abortiste, visto che la sua riforma medica arriva all’aberrazione (che altro non è che una diabolica vendetta, vista tante volte nel corso della storia) di costringere la Chiesa a pagare gli aborti dei suoi dipendenti, non è in fondo un pensiero pazzoide credere che alla Casa Bianca risieda ora un demone, strictu sensu.

 

Poi, dall’altra parte, a Mosca, abbiamo un uomo differente. Abbiamo uno statista che il  19 settembre 2013, a Valdaj, parlò così:

 

«Possiamo vedere come i Paesi euro-atlantici stanno ripudiando le loro radici, persino le radici cristiane che costituiscono la base della civiltà occidentale. Essi rinnegano i principi morali e tutte le identità tradizionali: nazionali, culturali, religiose e financo sessuali. Stanno applicando direttive che parificano le famiglie a convivenze di partners dello stesso sesso, la fede in Dio con la credenza in Satana»,

 

«La “political correctness” ha raggiunto tali eccessi, che ci sono persone che discutono seriamente di registrare partiti politici che promuovono la pedofilia. In molti Paesi europei la gente ha ritegno o ha paura di manifestare la sua religione. Le festività sono abolite o chiamate con altri nomi; la loro essenza (religiosa) viene nascosta, così come il loro fondamento morale. Sono convinto che questo apre una strada diretta verso il degrado e il regresso, che sbocca in una profondissima crisi demografica e morale».

 

«E cos’altro se non la perdita della capacità di auto-riprodursi testimonia più drammaticamente della crisi morale di una società umana? Oggi la massima parte delle nazioni sviluppate non sono più capaci di perpetuarsi, nemmeno con l’aiuto delle immigrazioni. Senza i valori incorporati nel Cristianesimo e nelle altre religioni storiche, senza gli standard di moralità che hanno preso forma dai millenni, le persone perderanno inevitabilmente la loro dignità umana. Ebbene: noi riteniamo naturale e giusto difendere questi valori. Si devono rispettare i diritti di ogni minoranza di essere differente, ma i diritti della maggioranza non vanno posti in questione».

 

No, questa non è una enciclica di una Santo Papa.

 

Queste parole che avete inteso sono parole sante. Non vengono da un cattolico, va bene, ma sono per la mente di chi ha a cuore Vera Chiesa di Cristo, diamanti perfetti. Miracoli abbaglianti in un mondo – in una Chiesa – che ha espulso il Bene per farvi entrare ogni sorta di sozzura e malattia.

 

Ebbene, cari amici, ascoltate queste parole, anche a fronte dell’infame spettacolo di un Papa folle ed amorale chef dice ad una gazzetta massonica che «non vi sono valori non-negoziabili», io dico che voglio stare con un tale Imperatore. Voglio stare con lo Zar.

 

Voi sapete che la parola Zar, etimologicamente, viene (come la parola teutonica Kaiser), da Caesar. Cesare.

 

Vladimir Vladimirovic Putin parla meglio di un Papa. E finanche, crede più di un Papa – lo abbiamo visto tutti, qualche mese fa, quando diede a Bergoglio l’esempio di come si bacia un’icona, cosa che l’uomo biancovestito di San Pietro non aveva, all’apparenza, nessuna intenzione di fare.

 

E se sogniamo dei Re Cattolici, diciamo che adesso intorno a noi proprio non ne vediamo. Anzi, approfitto di questa occasione per chiede hic et nunc la ghigliottina per i Reali del Belgio, che hanno vidimato da poco un ulteriore sterminio medico degli infanti.

 

Sciolgo ogni mia perplessità, e dichiarò che al momento l’opzione unica per chi voglia difendere la Tradizione della vita umana sul Pianeta è quella di questo nuovo ghibellinismo, un ghibellinismo dalla imprevedibile matrice russa.

 

In questa prospettiva, certo sconvolgente per qualcuno che si è sempre orgogliosamente definito Guelfo, sull’orizzonte appare  Fatima, ma pure, in qualche forma, la profezia slava della Terza Roma.

 

Vladimir Vladimirovic, lo sappiamo,  viene dal KGB – ossia dalla più grande fucina delle persecuzioni cristiane. Molti non credono alla sua conversione, nonostante i ripetuti segni della croce davanti all’Icona della Madonna Vladimirskaja. Non so giudicare la sua fede, non posso nemmeno. Ma ricordo un romanzo, Il montaggio, che trattava della penetrazione del KGB nelle centrali culturali francesi (editori, giornali). Ad un punto del racconto, l’ufficiale del KGB malato accendeva un cero innanzi ad una icona. Nel mondo rovesciato delle spie sovietiche, forse l’ateismo era solo per le masse, mentre le spie conoscevano la verità sulla Madre di Dio. Comunque sia, la fede personale del Presidente Putin, davanti a discorsi stupendi come quelli di Valdaj, non fa testo.

 

L’ex KGB e i siloviki, gli uomini dei servizi ora a capo dello stato e della società russa, sono arrivati sino a di riplasmare l’onore perduto negli anni alcolici di Eltsin. La Chiesa Russa ha dal quel 25 dicembre 1991 – giorno in cui la bandiera sovietica fu per sempre ammainata, giorno ovviamente simbolico.

 

Alla Casa Bianca, abbiamo detto sopra, siede una creatura della CIA.

 

I servizi dei due Paesi – cioè gli animi più belligeranti dei rispettivi Stati – sono arrivati al potere in ambedue le grandi potenze.

 

Come possiamo pensare quindi che la Guerra Fredda sia finita?

 

La Guerra fredda non è mai stata più calda.

 

Lo stiamo vedendo in questi giorni della follia Ucraina, dove infuria tra morti e tensioni di intensità mai vista, la dottrina Brzezinski, lo stratega di origine polacca che ha ripreso con l’amministrazione Obama e che come tutti i polacchi cova una piagnucoloso revanscismo contro la Russia.

 

Isolare la Russia, istigandole contro la sua stessa culla, l’Ucraina, e domani sicuramente anche la Cina.

 

Mai nel grande giuoco contro la Russia – giuoco che Washington ha ereditato dall’Impero britannico – gli americani si erano spinti sino ad incendiare il cancello d’ingresso di Santa Madre Russia, la porta d’oro di Kiev.

 

Mai attacco fu più diretto, sfrontato. Signori e signori, questa è la fase vera della Guerra Fredda, che fredda non è più.

 

Una polveriera termonucleare, ecco cosa è la questione Ucraina.

 

Vi sono migliaia di testate atomiche ancora perfettamente puntate.

 

Tra le due parti, come figlio di Dio non ho dubbio alcuno su quale sia la parte dove schierarmi.

 

Non con i demoni neri alla casa bianca. Non con Eurosodoma. E nemmeno con quello che resta del Papato.

 

Ad Akita, in Giappone, la vergine apparve a Sorella Agnese Sasagawa in quella che fu l’ultima apparizione mariana riconosciuta ufficialmente da Roma. «Akuma ha, Kyōkai no naka made hairikomi» disse la Madonna. Akuma, il diavolo, entrerà sin dentro alla Chiesa. Akuma è qui, lo vediamo oramai scatenarsi su San Pietro quasi fisicamente. «Kyōkai ha, dakyō suru mono de ippai ni nari», la Chiesa sarà riempita di compromessi.

 

Sappiamo come andrà a finire per Nostra Signora di Akita. «Hi ga Ten kara kudari». Dal cielo calerà la pioggia di fuoco. Che sia il fuoco atomico scatenato dalla follia ucraina, non lo so.

 

Quale che sarà a suo momento il giudizio di Dio, forse ora non ci deve interessare. Ciò che rileva qui è altro. È quello che possiamo fare noi stessi che farà la differenza.

 

Quel che importa qui, è non rimanere inani davanti a questo spettacolo suicida. Lo spirito di una Ecclesia Militans, va riattivato in ogni dove. Va riacceso nella Chiesa, che è ora bramosa di sottomettersi a Moloch. Va riattivato nello Stato, nella vita civile, nel tessuto del Potere.

 

Quello che serve – non posso che partecipare anche io a questo coro – è un partito che sia integralmente cattolico. Non una riedizione della Democrazia Cristiana, che alla fine si è dimostrata solo un consesso di opportunisti senza Dio, incapaci di proteggere il popolo che credeva in loro e che in loro confidava con certezza.

 

No, serve un partito di cristiani dalla Fede incrollabile, capaci – oggi più ancora dei tempi della Guerra Fredda – di creare la prosperità necessaria a vivere in pace, capaci di lottare per il futuro dei propri nipoti, capaci di difendere le genti dai pericoli inenarrabili che attorniano ora la vita umana.

 

Scriveva profeticamente Marshall McLuhan: «quello che serve è la prontezza a sottovalutare il mondo nel suo insieme. Questo è possibile solo ad un cristiano».

 

Solo i cristiani possono vincere il Mondo, perché discepoli di colui che ha vinto anche la Morte, poiché della stirpe di quella Donna che schiaccerà la testa al Serpente.

 

Serve un esercito di cattolici che guardi l’abisso della realtà di oggi negli occhi.

 

Servono persone che sacrifichino – finanche la propria vita! – per testimoniare il primato dell’Essere, il diritto delle nuove generazioni a fiorire, il diritto dell’Uomo a dominare sull’Universo visibile, e prosperare indefinitamente, secondo il comandamento di Dio: «Andate, e moltiplicatevi». Un comandamento che in quest’ora nera in cui la Rivoluzione della Morte ha compiuto quasi del tutto il suo ciclo, diviene sovversivo, anzi – consentitemi – rivoluzionario.

 

In gioco c’è tanto, c’è tutto. La Salvezza dell’Uomo, della sua Anima, del mondo. La resistenza estrema del Bene quando la Morte e la sua Cultura stendono con violenza le loro mani assassine. Il Bene contro il Male, la Vita contro la Morte.

 

Questi sono giorni densi, incredibili. Sono giorni di pagliacci e demoni assassini, ma anche di angeli ed eroi.

 

Il nostro compito è uno ed uno solo: ricostruire il trono terrestre del Dio vivente.

 

Ricostruirlo in Italia, per ricostruire l’Europa, e la Civiltà tutta – prima o dopo l’apocalisse atomica che sia.

 

Mi disse un giorno un combattivo vescovo del Centrasia: «È un grande onore vivere in un tempo come questo». Sì, lo è.

 

E con questo, a chiunque vorrà partecipare questo progetto dico, nella lingua neoghibellina, «Spazibo». Una parola che contiene una invocazione chiarissima.

 

Etimologicamente è la contazione dell’antico «spasi bog», che significa, letteralmente, «Iddio vi salvi».

 

Iddio ci salvi.

 

Ho detto.

 

Roberto Dal Bosco

Civitella del Tronto, 8 Marzo 2014

 

 

 

 

Pensiero

Pizzaballa incontra il privilegio israeliano. Aspettando il Golem e l’Anticristo

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L’incidente del patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, dovrebbe già essere rientrato. Almeno, sulla carta.

 

Al cardinale Pizzaballa, che si trovava con il Custode della Terra Santa fra’ Francesco Ielpo, la polizia israeliana ha proibito l’ingresso alla chiesa di Santo Sepolcro. Non stavano in processione, erano pochi cristiani (molti meno dei 50 previsti dalla legge) che dovevano celebrare e partecipare ad un rito privato. Niente: in uno dei giorni più sacri dell’anno, il vertice della cristianità in Terra Santa viene respinto. Il poliziotto giudeo può più del cardinale cattolico, alla facciazza dello Status Quo gerosolomitano.

 

Lo shock internazionale è stato tanto, e da subito.

 

Ieri stesso è stato pubblicata una dura dichiarazione congiunta del Patriarcato di Gerusalemme e della Custodia della Terra Santa. «Questo episodio costituisce un grave precedente e non tiene conto della sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme» scrive la nota. I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, si sono attenuti a tutte le restrizioni imposte: le riunioni pubbliche sono state annullate, la partecipazione è stata vietata e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Chiesa del Santo Sepolcro».

 

Abbiamo veduto quindi il comunicato della diocesi di Roma: «La diocesi di Roma esprime la propria fraterna vicinanza e solidarietà al cardinale Pierbattista Pizzaballa, (…) Apprendiamo con profonda amarezza che alle autorità ecclesiastiche è stato impedito di accedere alla Basilica del Santo Sepolcro per la celebrazione della Santa Messa della Domenica delle Palme, gesto che appare grave e ingiustificato e che rappresenta un motivo di seria preoccupazione per la libertà di culto e per il rispetto dello Status Quo nei Luoghi Santi».

 

Perfino la CEI si è fatta sentire: «A nome dei vescovi italiani» ha detto il segretario della Conferenza Episcopale, cardinale Mattro Zuppi «manifesto lo sdegno per una misura grave e irragionevole».

 

Poi il balletto dello Stato Ebraico, con l’ambasciatore presso la Santa Sede (che, pensate, esiste dal 1994: si tratta pur sempre della Chiesa di Pio X) che prima giustifica la proibizione, poi cambia idea quando arrivano anche le scuse del l presidente israeliano Isacco Herzog : «ho appena telefonato al Patriarca latino di Gerusalemme per esprimere il mio profondo dolore per lo spiacevole incidente avvenuto questa mattina (…) ho ribadito l’incrollabile impegno di Israele a favore della libertà di religione per tutte le fedi e a preservare lo status quo nei luoghi santi di Gerusalemme».

 

Si muove tecnicamente con la coda fra le gambe (ma le apparenze ingannano…) anche il premier dello Stato Giudaico: «oggi, per particolare preoccupazione per la sua incolumità, al Cardinale Pizzaballa è stato chiesto di astenersi dal celebrare la messa nella Chiesa del Santo Sepolcro. Pur comprendendo tale preoccupazione, non appena ho appreso dell’accaduto, ho dato istruzioni alle autorità affinché il Patriarca potesse celebrare le funzioni religiose secondo le sue volontà.».

 

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Perfino l’ambasciatore USA a Gerusalemme, il cristiano ultrasionista Mike Huckabee, appena reduce da un’intervista devastante con Tucker Carlson che ha creato un incidente diplomatico con i Paesi della regione (secondo Huckabee, Israele potrebbe prendersi tutto il Medio Oriente, e lui ne sarebbe felice), si è precipitato a condannare l’accaduto.

 

«L’azione odierna della Polizia Nazionale israeliana, volta a impedire al Patriarca latino Cardinale Pierbattista Pizzaballa e ad altri tre sacerdoti di entrare in chiesa per impartire la benedizione la Domenica delle Palme, rappresenta un’ingerenza eccessiva che sta già avendo gravi ripercussioni in tutto il mondo» avverte nel suo comunicato ufficiale l’inviato di Washington. «È difficile comprendere o giustificare il fatto che al Patriarca sia impedito l’accesso alla Chiesa la Domenica delle Palme per una cerimonia privata. Israele ha fatto sapere che collaborerà con il Patriarca per trovare un modo sicuro per svolgere le attività della Settimana Santa».

 

 

A livello più microscopico, abbiamo registrato alcune reazioni inaspettate, come quella di Erik Prince, miliardario ex Navy Seal fondatore del gruppo mercenario Blackwater, convertitosi al cattolicesimo ancora decenni fa. «Per la prima volta in secoli, dai tempi del dominio ottomano, ai cristiani è negata la messa nella Chiesa del Santo Sepolcro. Un evento davvero senza precedenti (…) Non esiste una ragione legittima per vietare alle persone di partecipare alla messa… un orribile affronto al cristianesimo. Ogni cattolico, evangelico, ogni ortodosso in America dovrebbe essere indignato». Il Prince, che immaginiamo nel corso della sua carriera possa aver avuto rapporti diretti con la sicurezza israeliana, pare avere avuto alienata ogni simpatia filo-israeliana, pure lui.

 

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La questione è che lo stesso Pizzaballa ora minimizza: «ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo compresi ed è questo quello che è accaduto. Non è mai successo, dispiace che questo sia accaduto». Insomma non è successo nulla, anzi forse è un po’ colpa nostra.

 

«Non ci sono stati scontri » ha spiegato il porporato già papabile a Tg2000, il telegiornale della TV dei vescovi. «Tutto è stato fatto in maniera molto educata. Non voglio forzare la mano, vogliamo usare questa situazione per vedere di chiarire meglio nei prossimi giorni cosa fare nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche nel rispetto del diritto alla preghiera».

 

Non c’è rabbia, ma tanta amarezza: «i fatti di stamattina sono importanti ma dobbiamo pensare al contesto generale. C’è gente che sta molto peggio di noi che non può celebrare per motivi molto diversi. Celebriamo ancora una volta una Pasqua sottotono».

 

Pizzaballa, che ricordiamo essere traduttore del rito della messa modernain lingua ebraica moderna (un tradizionista può rabbrividire di più?), in realtà negli ultimi tempi potrebbe aver detto o fatto qualcosa che potrebbe, diciamo così, aver infastidito lo Stato degli ebrei. Quattro settimane fa aveva parlato della differenza nella percezione tra la condotta bellica dei Russi in Ucraina e quella di Israele e Gaza e dintorni. Due mesi fa si era scagliato contro il «Board of Peace» di Trump, definito «operazione colonialista». La scorsa estate aveva subito visitato la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza distrutta dall’esercito israeliano.

 

Ancora pochi mesi fa il cardinale aveva detto nemmeno tanto cripticamente che «Satana cerca il controllo della Terra Santa». Poi, con i vescovi, aveva esortato i cristiani di tutto il mondo ad aiutare i fedeli attaccati dai coloni israeliani, un’escalation che sta montando ancora proprio in questi giorni.

 

Qui forse c’è una prima lettura possibile del retroscena dell’accaduto: è la repressione verso chi non accetta la colonizzazione della Cisgiordania e, tra non molto, di Gaza (e poi ancora il Sud del Libano, il Golan, quello che verrà conquistato dalle stragi militari).

 

Essendo che non sarà mai possibile far accettare alle autorità cristiane la presa colonica della West Bank – anche per la presenza di fedeli cristiani, come nei villaggi ora attaccati senza requie dai coloni – iniziano le molestie. O meglio, continuano.

 

Chi legge Renovatio 21 sa che disturbo e repressione nei confronti dei cristiani durante la Pasqua (per non parlare del resto dell’anno…) durano da molto tempo, ad esempio nel caso degli ortodossi e della cerimonia del Fuoco Sacro, proibita a più riprese dalle forze dello Stato Giudaico.

 

Il lettore sa altresì che la «gang messianica» al potere ora in Israele fiancheggia, difende, sprona i coloni: il ministro sionista della sicurezza Itamar Ben Gvir (che controlla la polizia) e il ministro sionistareligioso delle finanze Bezalel Smotrich (nato da famiglia di coloni messianici nelle alture del Golan occupate, in settimana ha chiesto l’annessione del Libano meridionale) non fanno mistero del loro appoggio ai coloni e ai loro insediamenti.

 

La violenza colonica si è manifestata in questi giorni persino sull’inviato della CNN, che non è che si possa dire sia un canale TV anti-israeliano: il giornalista e il suo cameraman vengono attaccati da un gruppo di soldati in un insediamento che, dice, perfino Israele considera illegale. È chiaro, dice il giornalista ancora scosso (fucili puntati, telefono sequestrato, collaboratore strangolato), che «questi soldati sono qui al servizio del movimento dei coloni».

 

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Nel documentario Bibi Files, praticamente censurato per mesi prima che lo distribuisse Tucker Carlson, si capisce meglio quello che sta accadendo. Netanyahu fino a tre anni fa non avrebbe mai nemmeno posato in foto con i suoi ministri estremisti. Con la giustizia israeliana che preme sulla sua famiglia con accuse di corruzione, Bibi ha riconsiderato la sua posizione: ecco quindi imbarcati gli impresentabili nel gabinetto più estremista della storia d’Israele. Il documentario è particolarmente interessante anche perché racconta come lo Smotrich fosse stato arrestato dallo Shin Bet che voleva sapere di più su possibili piani del terrorismo ebraico.

 

Il Ben Gvir, talmente estremista che da adolescente gli è stato impedito di servire nell’esercito, invece viene mostrato mentre gongola esibendo un pezzo dell’auto di Isacco Rabin, il primo ministro degli accordi con Arafat, assassinato pubblicamente da un altro estremista giudeo.

 


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In pratica, la politica israeliana è in mano a personaggi con ideologie di suprematismo ebraico e che in passato possono aver avuto simpatie per il terrorismo sic e simpliciter.

 

Diventa più chiaro, a questo punto, tutto quello che stiamo vedendo nella zona, dall’assassinio dell’aiatollà Khamenei (il capo, oltre che della Repubblica Islamica dell’Iran, dei musulmani sciiti, cioè una religione mondiale!) agli attacchi contro i soldati italiani (e spagnoli, e irlandesi, etc.) dell’UNIFIL in Libano.

 

Chi è in Terra Santa non so deve illudere: il suprematismo ebraico (chiamatelo sionismo, se volete, ma è molto di più, è un culto messianico fondamentalista) ha il fucile puntato. E vuole perfino qualcosa di più grande del genocidio dei palestine: vuole Erez Israel, il «Grande Israele», che si estende dal Nilo all’Eufrate (non è che sono le due linee blu della bandiera israeliana, con in mezzo il simbolo cabalistico della stella a sei punte?), e che comprenderebbe, quindi, la conquista di terre dell’Iraq, del Libano, della Siria, dell’Arabia Saudita, della Giordania, dell’Egitto. I soldati IDF, mentre ci scandalizziamo per Pizzaballa, già hanno le mostrine.

 

È un ennesimo episodio del privilegio del giudaismo moderno: fanno quello che vogliono, fanno cose tremende, immani (tipo, un genocidio a Gaza) poi ti accusano di antisemitismo se apri bocca, e il governo italiano proprio ora (adesso! In questo momento storico!) sta adoprandosi per mandarvi in galera se direte qualcosa.

 

Non c’è da scandalizzarsi, quindi, se bloccano un principe della Chiesa in uno dei luoghi più sacri della cristianità. Non è diverso da qualsiasi altro goy, termine dispregiativo ebraico e yiddish per i non-ebrei, per i poveri gentili che non fanno parte del popolo eletto. Anzi: preparatevi tutti ad andare in prigione prossimamente se oserete protestare per Pizzaballa.

 

Dovete stare zitti, e subire l’opera dei terroristi che odiano voi e Gesù Cristo – come insegna il Talmud. Potete, al massimo, usufruire di qualche replica di kolossal sull’Olocausto, i libri di storia sulle persecuzioni degli ebrei, le paginate culturali di Corriere e Repubblica.

 

A qualcuno può venire in mente: ma non è che tutto questo sarà per gli ebrei, alla fin fine, controproducente? Ebbene, c’è modo di pensarlo. I giudei non sembrano imparare: anche l’altra volta programmarono che uccidere il Messia – il quale aveva osato presentarsi a Gerusalemme senza un esercito in grado di distruggere Roma, ma con un messaggio di amore universale – non andò loro benissimo, e si creò qualcosa di enorme cui persero subito il controllo.

 

Nello stesso documentario Bibi Files viene rispiegata la storia, che parrebbe perfino ammessa dal Netanyahu in persona, secondo cui Hamas sarebbe stata nutrita con 35 milioni di dollari al mese, via Qatar, da Israele stesso, per un totale, si dice, di più di un miliardo. «Ricordate quella scena de Il Padrino» dice Netanyahu ai poliziotti che lo interrogano per le accuse di corruzione, «tieni gli amici vicino a te, i nemici ancor di più». Com’è finita, con Hamas?

 

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Così come c’è tutta una letteratura dietro ai finanziamenti ebraico-americani all’ascesa di Hitler… a questo punto non si può non tirar fuori la maledizione del Golem, il Frankestein della cultura giudea. Il Golem, figura mitica del folklore ebraico, è un gigante di argilla portato in vita tramite rituali cabalistici per servire o proteggere gli ebrei, nella leggenda del XVI secolo del rabbino Loew di Praga, da protettore può crescere sino a divenire un distruttore incontrollato.

 

Israele sembra condannato a questa coazione a ripetere golemica: le ramificazioni delle sue scelte erronee e crudeli sfuggono al loro controllo e infliggono morte e devastazione a loro stessi.

 

Le maledizioni, le catene generazionali di dolore e orrore, hanno in realtà una soluzione: Gesù Cristo. Colui che, per spezzare il meccanismo della violenza, dice questa cosa incredibile: porgi l’altra guancia. Non è un caso, quindi, se ad un successore degli Apostoli venga proibito l’ingresso nel Santo Sepolcro.

 

È proprio Gesù Cristo il tema di questa guerra e di tutte le sue grandi e piccole conseguenze. È proprio per eliminare le sue idee, e Lui stesso, che tutto questo sta accadendo.

 

Ribadiamo quanto già scritto da Renovatio 21: il cuore di tutte queste tensioni sulla Terra Santa, che a breve possono divenire la Terza Guerra Mondiale, è l’arrivo dell’Iniquo: è la guerra messianica, è la guerra per l’anticristo.

 

Tutto il resto sono chiacchiere geopolitiche, quisquiglie economiche, miserie politiche e giornalistiche.

 

Niente conta, se non il Dio della vita.

 

Roberto Dal Bosco

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Mao e il «blocco storico» che ha vinto il referendum

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Il referendum per la riforma della magistratura è stato perduto, ma di pochi punti: 54%, un po’ poco per festeggiare con «Bella Ciao» e tric-trac in piazza – come tuttavia i fautori del No hanno fatto.   54%: significa che, grosso modo, il Paese è spaccato a metà. A questo punto, bisogna capire quali sono le metà.   Le variazioni sono non solo leggibili su scala partitica ed ideologica, ma anche territoriale. Tre regioni hanno visto la vittoria del Sì: Veneto, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia – in pratica, una grossa fetta del Nord. Da notare come ha prevalso il Sì anche nel voto all’estero, per quanto significante.   Il Sud – come il Piemonte, regione fortemente oggetto di emigrazione meridionale – ha votato compattamente per No, con picchi interessanti nella città di Napoli. Va detto che il No è stato trainato dalle grandi città. A Milano,il distacco è stato di ben 16 punti, un risultato che il sindaco Beppe Sala ha interpretato come il segnale di una «radicata forza progressista» che va oltre il cosiddetto «partito della ZTL». Anche a Torino il centro città ha spinto il risultato verso il No, mentre l’affluenza è crollata nelle zone periferiche.   Parallelamente, in diverse aree, le periferie hanno mostrato una tendenza opposta o un maggiore astensionismo. A L’Aquila, mentre in città ha vinto il No, il Sì è rimasto in vantaggio nelle frazioni e nelle aree più decentrate. In Trentino, il voto è salomonico: il No ha vinto nei centri urbani (50,38%), ma nelle valli e nei territori montani ha prevalso il Sì. In pratica: città contro periferia. Ma non solo.

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La popolazione italiana è quindi fortemente divisa. Da una parte chi, magari pensando ai disastri visti in questi anni, o peggio capitati personalmente, voleva riprogrammare la Giustizia, blindata dalla «Costituzione più bella del mondo», quella che si può buttare nel fosso in caso di epidemia, e sin dall’articolo 1 (che poteva essere riscritto come «L’Italia è un Paese fondato sul green pass»: fateci pure un referendum confermativo).   Dall’altra parte una schiera interessante formata dalla sinistra parlamentare e pure extraparlamentare, ma soprattutto dai dipendenti di quello che chiamiamo lo Stato-partito: l’insieme delle strutture pubbliche infiltrate e comandate dal PD, colosso inscalfabile che gestisce le nostre vite e – soprattutto – distribuisce magnifici salari garantiti ad almeno 4,7 milioni dipendenti della Pubblica Amministrazione e di enti parastatali (INPS, INAIL, ACI, Poste, Ferrovie, Municipalizzate).   Si tratta in realtà di un numero ancora più alto: l’indotto di Stato e para-Stato sono, secondo stime basate su flussi della spesa pubblica, almeno altri 2,5 milioni, ma si tratta di una cifra che riteniamo molto conservativa.   Aggiungiamoci il mondo sommerso delle cooperative, che sono, in larghissima parte, ingenerate dentro il noto mondo politico di riferimento: si tratta di altri 1,2 milioni di cittadini. Anche qui, il numero mi pare per difetto.   Diciamo che abbiamo una diecina di milioni di persone il cui stipendio dipende dallo Stato. Anche considerando che molti fra questi possono aver votato contro lo Stato-partito, abbiamo qui molti più voti in ballo: costoro tengono famiglia, il nonno pensionato, il figlio universitario… insomma la mangiatoia serve ben al di là del singolo.   Capite che l’analisi spannometrica che stiamo facendo è impietosa: com’è possibile che il Paesi cambi qualsiasi cosa per via democratica, se il popolo stesso è narcotizzato dal benessere salariale?   Non si tratta di un impasse casuale: è un effetto preciso, programmatico del sistema. Più stipendi, più voti. Più mangiatoia, più palude. La Nazione diventa immobile, per disegno del potere che lo comanda nel profondo. Ecco che quindi il Paese diviene conservatore: e ricordo ancora come 25 anni fa l’etichetta fu appioppata bonariamente dai giornali al segretario del sindacato CGIL Sergio Cofferati, che più di tanto non sembrava nemmeno dispiacersone.   Il sistema si conserva perché ha costruito pian piano, anche molto sotto la percezione pubblica, microsistemi che lo sostengono e ne impediscono il cambiamento. Di qui un tema completamente sottotraccia che è quello della cooperativizzazione dei servizi, con le cooperativa che stanno entrando di prepotenza – con leggine, regolette, pressioni continue – nel mondo della Sanità: rimpiazzi il lavoratore ospedaliero con uno che viene da una cooperativata, e quello che ottiene è un’omogeneizzazione politica maggiore, un tentacolo sistemico più forte dentro la società.

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Scrivo queste parole memore dell’esperienza delle elezioni regionali in Emilia nel 2020, quelle che si tennero a poche settimane dal disastro di Wuhano, le elezioni che parevano essere quelle della «liberazione» dell’Emilia-Romagna. Possiamo dire che Renovatio 21 aveva un «suo» candidato: una signora stupenda, che ancora oggi ci legge, che aiutammo – tra conferenze, articoli, post – il più possibile in quella campagna elettorale, dove tra i temi, ricordiamo, c’era quello del caso degli affidi.   Negli ultimi giorni prima del voto l’atmosfera era elettrizzante. Circolava un audio interno della Lega, dove la voce di un signore (il classico nerd statistico-politico) parlava di uno scarto di 10 punti del candidato presidente regionale leghista. Era fatta: un altro nostro lettore, al termine di una conferenza a ridosso della domenica fatale, cominciò ad organizzare i festeggiamenti – ci troviamo lunedì mattina davanti al palazzo della regione in via Stalingrado. Confesso che avevo pianificato di portare il bambino all’asilo e poi partire alla volta Bologna, dove programmavo di salire sopra il tetto dell’auto e magari cantare un canto nuovo: «in via Stalingrado passano».   Maddeché. Il risveglio fu brutale. La destra aveva perso di netto. Il PD, che aveva fatto una campagna talmente insulsa che perfino nei bar si vedevano contestazioni del candidato, aveva vinto, come se non fosse accaduto nulla. Qualche giornalista se lo chiese: questa storia dei sondaggi che sbagliano di dieci punti non si era mai vista. Cosa era successo?   Anche lì, potevi capirlo guardando la mappa del voto: in pratica, il PD aveva vinto solo nel continuum urbano tra Bologna-Modena-Reggio nell’Emilia. Tutt’intorno, aveva vinto la Lega. Il rosso era letteralmente circondato dal verde: la costa, le montagna, la pianura erano verdissime. Le città, dove si concentra il lavoro delle PA e soprattutto l’indotto delle cooperative, erano rossissime.   Avevo immaginato che ad un certo punto, vista la possibilità concreta di perdere la regione, doveva essere scattato un ordine di scuderia: andate a votare sennò perdete il lavoro, e portate anche la nonna centenaria. È una mia fantasia: nessun giornalista o sociologo ha fatto un’analisi post-voto.   Quello che importa è notare, tuttavia, la natura della divisione politica: centro contro periferia, città contro campagna – davvero, la dottrina di Mao resa visibile da elezioni locali. Lo Zedongo sosteneva che la Cina con i Paesi della «campagna del mondo» fatta dei lavoratori unificati nel socialismo dovesse combattere il centro, la metropoli occidentale del Grande Capitale mondiale.   La situazione, ora che la sinistra è sposa del megacapitalismo (qualcuno ricorda Soros socio COOP? Io sì) e madre degli apparati di Stato, non è cambiata: il paradigma campagna contro città è ancora validissimo. I mandarini del centro contro i contadini della periferia. i boiardi della ZTL e i loro camerieri contro il popolo delle Partite IVA. Insomma, siamo alle solite: c’è un potere oppressore, e ci sono gli oppressi.

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È a questo punto che vale la pena di ritirare fuori il pensiero di un altro idolo della sinistra mondiale, Antonio Gramsci, in merito a quello che chiamava «blocco storico». Per lo scapigliato pensatore sardo, il blocco storico è l’unità dialettica tra struttura (base economica) e sovrastruttura (ideologia, cultura, politica), attraverso cui una classe dirigente esercita l’egemonia. Non è una semplice alleanza politica, ma un complesso sistema che unifica le masse attraverso il consenso, legittimando il dominio.   Il blocco storico, secondo Gramsci, rappresenta la saldatura tra la struttura economica e la sovrastruttura etico-politica in una data epoca. Di più: il blocco storico dominante riesce a imporre la propria visione del mondo come «senso comune».   Ecco, quindi, chi ha vinto davvero il referendum: l’ha vinto il blocco storico dello Stato-partito. L’ha vinto il tappo non solo di ogni possibile rivoluzione gramsciana, ma banalmente di qualsiasi riforma politica importante.   Se c’era bisogno di un’ulteriore prova dello stato terminale della democrazia italiana, l’abbiamo avuta.   Qualsiasi forza politica che intende avanzare senza colpire i gangli del blocco storico non ha nessuna speranza, perde solo il suo tempo, fa perdere il vostro, o ancora peggio cerca di diventare parte del sistema ed arricchirsene.   Il cambiamento del Paese passa attraverso il malcontento di decine di milioni di salariati garantiti, il cui stipendio serve sempre più ad assicurarsi che non muovano un dito anche quando lo Stato – contro la sua stessa Carta, contro i suoi stessi principi – censura, esclude, droga, uccide.   Lo Stato moderno, lo ripetiamo, è una macchina di morte: è un dispositivo della Necrocultura, che non è più solo una sovrastruttura etico-politica, fa parte della struttura stessa. Gli ospedali statali uccidono (con aborti, predazioni degli organi), gli apparati dello Stato finanziano e fomentano guerre contrarie agli interessi e all’esistenza stessa dei suoi cittadini (come avviene armando una guerra contro la maggiore superpotenza atomica planetaria).   Un blocco di milioni di persone è mantenuto per generare il consenso attorno ad sistema sempre più votato alla morte – della loro stessa morte, dello sterminio dei cittadini. Realizzarne una radicale riforma non è cosa facile. Ma diverrà, anno dopo anno, sempre più necessaria.   Roberto Dal Bosco SOSTIENI RENOVATIO 21
 
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Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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