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È morto Berlusconi. Viva Silvio, la pace e la vita umana

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È morto Silvio Berlusconi, e la notizia è per chiunque scioccante – perché per un trentennio si era preso il centro della scena politica italiana, e quindi anche della nostra vita.

 

Riteniamo di scriverne subito, senza aspettare, anche perché quello che pensiamo del personaggio lo abbiamo ripetuto varie volte, anche di recente.

 

Berlusconi muore, ma rappresentava proprio la vita contro la morte.

 

Berlusconi era l’uomo che più di ogni altro, oggi come venti anni fa, incarnava lo slancio verso la pace mondiale. Per questo, cerchiamo di capirlo una volta per tutte, è stato attaccato, massacrato fatto divorziare dalla politica e dalla scena internazionale – e forse pure dalla moglie.

 

Per chi per decadi lo ha stupidamente combattuto come il male incarnato, non può essere un momento di soddisfazione. L’Italia, grande laboratorio politico dell’umanità, ha già portato chiunque oltre lo shock del miliardario incontenibile che scende in politica, e con il passare degli anni senza di lui, con i Monti, i Renzi, i Conte, i Draghi, deve essere apparso chiaro pure a molti antiberlusconisti viscerali che poteri ben più oscuri operavano dietro l’esistenza del cittadino – e contro Silvio Berlusconi.

 

L’America non è così fortunata: in queste ore Trump, miliardario televisivo populista sceso in campo pure, riceve una ulteriore raffica di accuse, che lo porteranno ancora in tribunale, per motivi non sempre comprensibili, nel tentativo di azzoppare la sua inarrestabile corsa elettorale. La sinistra USA, forte di un blocco fatto dei grandi media (e dei social media) e dell’Intellighentsja tutta – dove è che avevano già visto questa cosa? – soffre di quella che si chiama Trump Derangement Syndrome, sindrome del disturbo Trump. In Italia non siamo stati così bravi da trovare una definizione simile, ma è esattamente quello che è accaduto per decenni: un Paese ostaggio di isterici malati della Berlusconi Derangement Syndrome.

 

«Giustizia ad orologeria»: era una delle sue espressioni preferite. Era stato un lungo countdown: per anni era uscito intonso dai processi, ma alla fine proprio i giudici riuscirono a estrometterlo definitivamente. Prima il colpo lo diede il fatale 2011, dove forze oscure angloamericane e francesi avevano trucidato Gheddafi – l’uomo da cui Berlusconi aveva tratto accordi assai vantaggiosi per l’Italia (contratti, gas, petrolio, zero migranti), finendo pure impresso, nell’immagine della storica stretta di mano con il rais di Tripoli, nei passaporti libici.

 

Il lettore forse potrebbe non ricordare, ma dopo Gheddafi e Berlusconi, tentarono di disarcionare pure Putin, in campagna elettorale per il voto del 2012 che lo avrebbe riportato alla presidenza. Cioè: un asse alternativo al potere Atlantico, che si era creato abbracciando tre continenti e tante, tante risorse – era stato demolito.

 

Merkel e Sarkozy risero di Berlusconi davanti ai giornalisti. Draghi, con una lettera recapitata dalla BCE di cui era presidente, diede una mano: rammenterete la panzana dello spread, arma economica di distrazione di massa. Dall’altra parte dell’Oceano c’era Obama, un tizio forse infiltrato alla Casa Bianca dalla CIA (che odia Berlusconi come nient’altro, sin dal 1994, quando ruppe le uova nel paniere dei nuovi beneficiari ex-comunisti dell’affetto del Deep State), che da Senatore si era rifiutato di applaudire Berlusconi quando questi parlò al congresso americano.

 

Tutto il complotto fu ammesso dall’ex segretario del Tesoro USA Geithner. Berlusconi disse che lo avevano fatto fuori perché contrastava la Germania. L’odio per lui, tuttavia, ha radici ben più profonde, radici metastoriche, metapolitiche, apocalittiche, che si fondono con quelle dell’odio per la Russia che stiamo vedendo mostruosamente all’opera ora, a costo delle vite di centinaia di migliaia di ragazzi ucraini.

 

Misero al suo posto Monti, un alieno scelto direttamente dalla tecnocrazia. Di lì fu l’inizio di un declino inesorabile. Sino a Giorgia Meloni – che votò Monti, come pure suoi attuali scherani come Mantovano et similia – possiamo tranquillamente dire che non c’è stato un premier eletto dopo averci messo la faccia in campagna elettorale. L’ultimo è stato, appunto, Berlusconi.

 

Ora, ci fa schifo vedere soloneggiare le scorregge giornalistico-politiche, che lo hanno schifato per anni su ordine dei loro padroni – editori che avevano interesse diretto a mettere in difficoltà lui e le sue aziende, e poi forze più oscure che si sono pian piano palesate.

 

Ci fa schifo, perché nessuno avrà mai il coraggio di dire, ora, che con Berlusconi la situazione sarebbe assai diversa.

 

Non parliamo solo dell’inutile strage ucraina, che certo non potrebbe andare avanti se un membro della NATO e della UE si mettesse coraggiosamente di mezzo – e soprattutto, non inviasse le armi. Teniamo presente che Silvio fu il solo a dire che se armiamo Kiev significa che siamo in guerra con Mosca. Per questo fu attaccato dal regime Zelens’kyj.

 

Vogliamo dire anche del fatto che il nostro Paese, basato sulla manifattura, mai avrebbe accettato di perdere la più stabile ed economica fornitura di gas possibile – una scelta suicida che sta strangolando definitivamente la nostra economia produttiva, come da imperativo dell’oligarcato che vuole la decrescita, cioè la povertà e lo sterminio per le nostre famiglie.

 

L’amicizia con Putin era vera. Non si spiega, altrimenti non solo la ridda di voci (il tunnel per attraccare i sottomarini sotto villa Certosa è una fake news, vero?), ma episodio incontrovertibili. Berlusconi che prende la parola ad una conferenza stampa a due rispondendo lui ad una domanda sugli scontri in Georgia nel 2008, difendendo a spada tratta il presidente russo lì al suo fianco (da Wikileaks avremo saputo quanto questa cosa avesse irritato gli USA). Putin che si presenta nella villa in Sardegna appena dopo le elezioni, prima che Berlusconi entrasse in carica: in pratica la conferenza della vittoria elettorale, Silvio la fece con Putin… a casa sua!

 

Diremo di più: era vero che Berlusconi aveva conquistato, all’Italia, la simpatia non solo della Russia, ma di tutte le Russie. E oltre.

 

A inizio 2009 chi scrive si trovava a Mosca. C’era un immane evento di partnership tra Russia e Italia, la più grande missione ICE mai organizzata prima. Dovevano partecipare Putin e Berlusconi, ma venne solo il presidente russo: Berlusconi restò in Italia perché in quelle ore vi fu il tremendo terremoto umbro – ogromnaja tragedja, immensa tragedia, disse Putin al pubblico italo-russo, mentre Silvio saliva in elicottero per dirigersi immediatamente nelle zone del sisma.

 

Il fatto è che dell’assenza di Berlusconi a Mosca – dove si prevedevano irresistibili siparietti pubblici con Putin – lo appresi da un tassista, cioè un uomo qualsiasi, perché a Mosca per farsi portare da qualche parte basta alzare la mano in strada e contrattare con la persona a caso che si è fermata quanto costa il passaggio (Uber, levati). Il signore russo mi descrisse per filo e per segno cosa era successo in Italia, e sembrava pure dispiaciuto. Quando parlava di Berlusconi, mi rendevo conto, parlava di una figura che conosceva bene, e che apprezzava moltissimo.

 

L’attacco definitivo a Berlusconi, osservò qualcuno, iniziò lì: il terremoto lo rese enormemente popolare, dicevano i sondaggi. Di lì parti tutta la storia delle ragazze. I giornali pubblicarono improvvisamente le foto di Berlusconi al compleanno di una ragazza napoletana; poi spuntarono fuori escort varie che, chissà perché, improvvisamente volevano raccontare la loro storia sessuale con Berlusconi – senza che vi fosse un reato, o un comportamento immorale da parte del presidente del consiglio, anzi.

 

Qualche tempo dopo, in un viaggio differente, attraversavo via terra il confine tra Iran e l’ex repubblica sovietica del Turkmenistan, ora Stato indipendente dove si parla russo e vi sono molti russi. I doganieri, dopo averci visto i documenti, parlottarono fra loro e ci sorrisero: «noi amiamo Silvio Berlusconi», dissero i funzionari turkmeni armati, e con grande sincerità. Con me c’erano dei compagni di viaggio (sbagliati) drogati dall’onnipervadente stampa debenedettiana, quindi con sindrome antiberlusconica: non capivano, non poterono capire, si scandalizzarono. Una bella insopportabile ragazza di sinistra che era con me voleva pure rispondere e protestare, poi guardò le pistole e i fucili dei soldati, e cambiò idea.

 

Con evidenza, Berlusconi aveva conquistato pure il Turkmenistan. Sì: Berlusconi, a Est, era una superpotenza di soft power. E il valore di ciò è rimasto incomprensibile a una porzione immensa d’Italia divenuta tossica di propaganda, portata all’odio cieco verso l’uomo.

 

Me lo ripeté a Madrid, un’amica spagnola, direi pure di sinistra, ma talmente felice e libera – nelle sue passeggiate, nelle sue risate, nelle sue performance di contastorie – da non occuparsi troppo di politica. Mi disse che, nell’appartamento studentesco dove viveva, ad un certo punto era arrivato un ragazzo italiano, e, vedendo che lui insisteva sempre su quel tasto, gli chiese d’improvviso di spiegarle perché Berlusconi non andasse bene. «Parlò per venti minuti. Alla fine non fui capace di capire davvero quale fosse il motivo. Non c’era un argomento che fosse uno. Nada».

 

Era impossibile allora spiegare alle persone che se odiavano Berlusconi era perché c’era un quadro globale – geopolitico, ma non solo – in cui Silvio, come tanti altri privi di tutti i fili che servano ai burattinai – non poteva trovare un posto.

 

Dire loro che, sin dal 1994, l’odio antiberlusconiano coinvolgeva questioni americane e più avanti russe (nel senso: sempre americane, ma in ottica antirussa), e quindi equilibri di superpotenze atomiche e altre trame non visibili ma chiarissime, non avrebbe sortito effetto alcuno. Ricordare che nel 2002 Berlusconi era riuscito a portare la Russia nella NATO, con l’accordo di Pratica di Mare – un qualcosa che oggi pare un’allucinazione! – sarebbe servito a qualcosa.

 

E neanche ora, in cui il disegno è dolorosamente evidente, siamo sicuri che potrebbero capire: sono stati manipolati pavlovianamente, la bava gli esce dalla bocca, abbaiano ogni volta che sentono quel nome. La propaganda, del resto, serve a quello. A creare le basi per deviare il potere. I colpi di palazzo, pure. La pax eurasiatica di cui Berlusconi aveva gettato le fondamenta è ora disintegrata.

 

Cosa accadrà ora, non è dato sapere. L’inguardabile suo partito, Forza Italia, inizierà una diaspora – o, direbbe qualcuno, un mercato delle vacche – che altererà qualche equilibrio. Magari è già stato tutto calcolato, pure con qualche accordo. Un fatto rimane: politicamente, oltre che umanamente, era insostituibile. Questa è una scossa sistemica che non sarà immediatamente attutita.

 

Berlusconi è morto al San Raffaele, l’ospedale che, curiosamente, aveva detto durante una visita in Russia di aver finanziato, ai tempi di Don Verzè, per progetti di allungamento della vita.

 

Perdoniamo pure il transumanismo berlusconiano, perché era guidato da qualcosa di facilmente distinguibile: Silvio amava la vita. Amare la vita, per un uomo, può significare amare la prosperità, e pure le belle donne: capita. Non è, bisogna dirlo, un cattivo segno.

 

Una certa parte della popolazione, potete esserne sicuri, preferirebbe ancora oggi le «cene eleganti» con le olgettine alle dark room dove magari si infilano tanti politici che sfilano ai gay pride, o non sfilano, ma nelle dark room magari ci vanno lo stesso — luoghi non esattamente «eleganti» dove non si celebra la bellezza femminile né gli impulsi, pur discutibili, ma naturali.

 

Qualcuno ha suggerito che fosse un bipolare che conosceva però solo la fase manica: tuttavia, a differenza di chiunque altro, realizzava i suoi propositi altissimi, creava imperi immobiliari, editoriali, finanziari, saliva ai vertici del potere politico, vinceva campionati e Coppe dei Campioni (la squadra, si racconta, la faceva davvero lui).

 

È vero che, ogni tanto, andava giù – spariva per un po’, parlavano di malattie, come nel 1996, forse ammalarsi fisicamente era il suo cambio di fase, da cui però tornava più forte, e quasi subito, inarrestabile: dichiarazioni, barzellette, incontri, sorrisi, teatrini, risate… Era un’entità irrefrenabile, e qualcuno che ce lo ha avuto a fianco per qualche ora mi dice che il fenomeno era talmente vero che sembrava avesse dentro di se una centrale atomica, una fonte inesauribile e misteriosa di energia, tanto che la tua sembrava sparire al suo cospetto, trascinata via dalle sue radiazioni implacabili.

 

È il ritratto, in realtà, di un uomo che viveva per amare la vita in tutte le sue forme.

 

Sì, Berlusconi era un alfiere dell’apollineo, della beltà visibile, dell’esistenza umana e dei suoi appetiti naturali, in un momento in cui il mondo moderno cominciava a piombarci nello ctonio e nella Cultura della Morte.

 

Pace all’anima tua, Silvio. Hai amato la vita, è una dote rarissima oggi.

 

Hai amato la pace. Hai amato la verità.

 

Hai difeso come hai potuto l’Italia e l’interesse dei suoi cittadini, e hai pagato per questo.

 

Noi non lo dimenticheremo. Mai.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di European People’s Party via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

 

Politica

AfD stravince le elezioni in Sassonia-Anhalt: sarà ancora perseguitata? Subirà la «melonisierung»?

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Alternativa per la Germania (AfD) ha prevalso nelle elezioni regionali di domenica nello Stato tedesco orientale della Sassonia-Anhalt, ottenendo il 43,8% dei voti, secondo la commissione elettorale locale. L’AfD si appresta a conquistare 39 dei 97 seggi nell’assemblea legislativa regionale, senza però raggiungere la maggioranza di governo.

 

La consultazione è stata contrassegnata da un’affluenza record del 78%, la più elevata dalla riunificazione tedesca del 1990. Secondo i risultati preliminari ufficiali, il partito del cancelliere Friedrich Merz, l’Unione Cristiano-Democratica (CDU), è arrivato secondo con un esito deludente: poco più del 17,2% dei voti e 15 seggi.

 

Ulrich Siegmund, candidato di punta dell’AfD nello Stato, ha dichiarato che il partito ha «scritto la storia» e che l’esito del voto «scuoterà tutta la Germania».

 

«Riconquisteremo il nostro Paese, e cominciamo dalla Sassonia-Anhalt», ha affermato. I tedeschi hanno dato la loro fiducia all’AfD e «non li deluderemo. Non diventeremo come questi altri partiti», ha aggiunto Siegmund.

 


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In precedenza la co-presidente dell’AfD, Alice Weidel, non aveva escluso la possibilità di un governo di coalizione nella regione, anche con i cristiano-democratici di Merz, qualora il partito di destra non avesse ottenuto la maggioranza assoluta.

 

Dopo che gli exit poll hanno assegnato la vittoria all’AfD, Sven Schulze, candidato capolista della CDU in Sassonia-Anhalt e presidente regionale uscente, ha riconosciuto la sconfitta e si è congratulato con gli avversari per il successo elettorale. «Questa è democrazia», ha affermato Schulze, aggiungendo che gli elettori hanno inviato un messaggio chiaro da ascoltare sia a livello regionale sia federale, come riportato dai media tedeschi.

 

Lo Schulze ha attribuito il risultato modesto del proprio partito alle politiche impopolari del governo di coalizione federale, composto da CDU e Partito Socialdemocratico (SPD). Anche il co-leader dell’SPD e vicecancelliere Lars Klingbeil ha parlato di un «segnale a Berlino», insistendo però sulla necessità di proseguire con la cosiddetta politica del «firewall», in base alla quale i principali partiti rifiutano ogni collaborazione con l’AfD.

 

Il co-presidente dell’AfD, Tino Chrupalla – figura politica oggetto di debancarizzazione e pure inquietanti attacchi con siringhe per iniezioni – ha sostenuto che l’esito delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt dimostra che gli elettori respingono la controversa politica del «firewall» votando contro i partiti tradizionali.

 

Secondo i risultati preliminari, l’SPD si è classificato terzo con il 9,3% dei voti, seguito dai Verdi e dal Partito della Sinistra con rispettivamente l’8,9% e l’8,6%. Anche l’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) è riuscita di stretta misura a entrare in parlamento con il 5,3%.

 

Negli ultimi mesi i sondaggi hanno indicato in modo costante l’AfD come il partito più popolare a livello nazionale, con il sostegno del 28% degli intervistati.

 

Il partito, che costituisce la più grande fazione di opposizione nel Bundestag, fonda la propria campagna su una piattaforma anti-immigrazione ed è inoltre fortemente critico verso il sostegno del governo tedesco all’Ucraina e verso le sanzioni contro la Russia.

 

Un sondaggio INSA pubblicato dalla testata germanica Bild a fine agosto indicava che il sostegno al blocco di governo cristiano-democratico CDU-CSU era sceso al 20%, con circa il 78% degli intervistati insoddisfatto del governo di coalizione di Merz.

 

A marzo AfD aveva ottenuto quasi il 20% dei voti alle elezioni regionali nello stato tedesco occidentale della Renania-Palatinato. A fine 2025 il partito aveva triplicato i voti nella land della Renania Settentrionale-Vestfalia (il land del cancelliere Federico Merz) e volava in testa ai sondaggi nazionali come primo partito. Nella cittadina di Ludwigshafen era stato escluso il candidato AfD dalle elezioni, che si sono quindi tenute con la risibile affluenza del 29%.

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Nelle ultime elezioni negli stati di Sassonia e Turingia, l’AfD ha demolito la coalizione di sinistra al potere. In Turingia, ha ottenuto i voti del 37% dei 18-24enni. La crescita del partito ha portato anche a fenomeni di cannibalismo elettorale fra i partiti della coalizione, con la sparizione totale dei Verdi dal Parlamento del land del Brandeburgo.

 

Come riportato da Renovatio 21, Verdi e democristiani avevano segnalato la volontà di bandire l’AfD ancora mesi fa, quando era emerso che era divenuto il secondo partito del Paese e il primo della parte orientale. Nell’ultimo episodio di trasformismo compromissorio democristiano, la CDU si è dichiarata pronta ad allearsi con il partito ecologista per fermare l’avanzata di AfD e del nuovo partito populista di sinistra anti-guerra ed anti immigrati di Sahra Wagenknecht il BSW.

 

Per AfD, tuttavia, la vittoria può aprire a tempi problematici: notoriamente, il partito è stato perseguitato non solo dagli altri partiti, ma pure dagli apparati di sicurezza interna del Paese. Negli scorsi mesi il Bundesamt für Verfassungschutz (BfV) – il servizio di sicurezza interno, che secondo il nome dovrebbe difendere la Costituzione – mette sotto osservazione il partito: ad aprile 2023 era emerso che i servizi avevano etichettato l’organizzazione giovanile AfD come «estrema destra» in modo da poter sorvegliarne i membri. Pochi mesi fa il BfV aveva reiterato la classificazione di AfD come «estremista».

 

Come riportato da Renovatio 21, la caccia dell’Intelligence germanico a AfD è risalente. A livello federale, il partito è soggetto a una classificazione di livello inferiore che consente comunque il monitoraggio, sebbene con controlli giudiziari più rigorosi. Tuttavia, le autorità federali hanno richiesto un innalzamento del livello di sorveglianza per l’AfD, e la decisione finale è attualmente sospesa in attesa dell’esito di un ricorso legale presentato dal partito.

 

Come riportato da Renovatio 21, la Bassa Sassonia aveva inserito la sezione locale di AfD in una lista nera come «priorità di sorveglianza»un mese fa. Un Commissario di polizia del Budestag l’anno scorso aveva chiesto l’epurazione dei membri di AfD dai ranghi della Polizei, mentre il partito veniva escluso dai seggi della presidenza della commissione parlamentare al Bundestaggo di Berlino.

 

Come riportato da Renovatio 21, di recente è emersa una bozza di legge del governo tedesco introdurrebbe una norma che impedirebbe alle persone con opinioni «estremiste» di acquistare una casa.

 

La follia orwelliana in atto in Germania era stata condannata l’anno scorso dal segretario di Stato USA Marco Rubio e dal vicepresidente statunitense JD Vance.

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La persecuzione civile e politica del partito è multidimensionale: nel giugno 2025 l capo della polizia del Bundestag tedesco, Uli Grötsch, ha chiesto che tutti i membri del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) vengano rimossi dal servizio di polizia. Un mese prima l’agenzia di Intelligence interna tedesca ha temporaneamente sospeso la classificazione di AfD come gruppo «estremista di destra confermato», in attesa dell’esito di un ricorso legale. La tregua, tuttavia, arriva in anni di lotta persistente contro la formazione politica sovranista.

 

Il partito, che per i sondaggi è il maggiore del Paese, è escluso dai seggi per la presidenza alla commissione parlamentare del Bundestaggo.

 

A giugno, una ONG tedesca di orientamento liberal-progressista, la Gesellschaft für Freiheitsrechte («Società per i diritti civili») , ha proposto di dichiarare incostituzionale il principale partito populista del Paese

 

Come riportato da Renovatio 21, i leader del partito in passato hanno fatto capire di ritenere l’Europa un progetto fallito, e spingendosi sino a chiedere un referendum per uscire dalla UE. AfD porta avanti apertamente una politica di remigrazione, cioè il rimpatrio di milioni («milionenfach») di immigrati giunti irregolarmente su suolo tedesco

 

Si apre pure quella che sembra pure una prova più grande per il partito: quella di rimanere fedele alle promesse agli elettorali, e non diventare di colpo «moderato» una volta raggiunta la stanza dei bottoni.

 

Il problema, ai vertici dell’AfD, se lo sono già posto, facendo un’ulteriore giuramento ai sostenitori: il partito non subirà una melonisierung, una «melonizzazione» – così disse Chrupalla dopo che l’AfD era stata espulsa dal gruppo Identità e Democrazia (ID) al Parlamento europeo all’inizio di questo mese.

 

Si tratta di un promessa di non poco conto. Come sa il lettore di Renovatio 21sotto il governo Meloni sono aumentati gli sbarchi di immigrati clandestini.

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Politica

Ben-Gvir pubblica un video AI con i palestinesi su un nastro trasportatore diretti verso una prigione-mattatoio

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha pubblicato un video creato con l’Intelligenza Artificiale che mostrava prigionieri palestinesi su un nastro trasportatore diretti verso un campo di prigionia simile a un mattatoio. Il post era accompagnato dalla didascalia «Avevamo promesso, abbiamo mantenuto la promessa».   Il filmato aveva totalizzato oltre 4 milioni di visualizzazioni prima di essere rimosso.   Tuttavia, ltri utenti avevano salvato il video e lo avevano ripubblicato sui social media.  

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Il filmato, dove la figura del ministro appare dominante e sorridente sulla massa di prigionieri, non può non ricordare l’estetica dei campi di concentramento, sulla cui storia lo Stato di Israele ha fondato le sue stesse basi morali, arrivando a giustiziare l’organizzatore dei lager Adolfo Eichmann dopo averlo rapito in Argentina dove era fuggito per vivere da impiegato sotto falso nome.   In particolare, il rullo trasportatore aggiunge, rispetto all’immaginario dei lager, un elemeno nuovo e particolarmente disumanizzante: è esattamente il meccanismo che porta gli animali al macello nei mattatoi. Ancora una volta, vediamo nel linguaggio dello Stato Giudaico una cifra di disumanizzazione dell’altro (che non è più persona, ma «animale»), che, avevamo imparato, era una caratteristica precipua dei nazisti e del genocidio perpetrato contro gli stessi giudei nei campi di sterminio.   Osservatori notano che sebbene i video di Gvir realizzati con l’IA  siano estremi, anche i video reali del funzionario israeliano lo sono.   Ad agosto, Gvir ha mostrato con entusiasmo la sua nuova camera delle esecuzioni per la pena di morte per i palestinesi.   «Stiamo facendo la storia. I terroristi meritano una sola cosa: la morte per impiccagione», ha dichiarato Gvir . «Mi sono insediato promettendo di porre fine ai “campi estivi” nel sistema penitenziario. Questa promessa è stata pienamente mantenuta. Ho promesso di legiferare sulla pena di morte per i terroristi. Anche questo è stato fatto. E ora anche il braccio della morte e la struttura per le impiccagioni stanno iniziando a prendere forma».   Il centro di sterminio dispone anche di «cabine di osservazione» dove gli israeliani possono assistere all’esecuzione.   A inizio maggio 2026, in occasione del suo 50° compleanno, la moglie di Ben-Gvir, Ayala, e i membri del suo partito hanno regalato al ministro delle torte di compleanno decorate con un cappio, a festeggiare l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi accusati di terrorismo.   Il ministro dello Stato Ebraico famoso per aver affermato che avrebbe garantito che «i terroristi [in prigione] ricevessero il minimo indispensabile» in termini di cibo e per aver sostenuto l’anno scorso che «non esiste un popolo palestinese».   In passato, Ben-Gvir ha già manifestato il suo disprezzo per i prigionieri davanti alle telecamere.   Attivisti australiani che partecipano alla flottiglia umanitaria per Gaza (la Global Sumud Flotilla) accusano le forze di sicurezza israeliane di stupro e tortura in seguito al loro arresto avvenuto a maggio. Il servizio penitenziario israeliano ha negato tali accuse. Il Ben-Gvir è stato ripreso dalle telecamere mentre scherniva i detenuti non combattenti, suscitando l’indignazione pubblica anche del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Il ministro israeliano gli ha risposto dicendo oscuramente che «l’Italia è il Paese delle ciabatte».

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In una trasmissione dello scorso mese il Ben Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe effettuare dai 30 ai 40 «assassinii mirati» a Gaza ogni notte.   A giugno il ministro aveva detto che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi» di Israele. In precedenza, su X, aveva scritto che «tutto il Libano dovrebbe bruciare», in risposta agli attacchi di Hezbollah.   Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.   L’anno passato, quando il Regno del Belgio pose sanzioni contro lo Stato Ebraico, Ben Gvir disse oscuramente che «i Paesi europei sperimenteranno il terrore».      

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Politica

Il presidente zambiano presta giuramento mentre il rivale resta in carcere

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Il presidente dello Zambia Hakainde Hichilema ha iniziato un secondo mandato dopo elezioni segnate da tensioni, durante le quali il suo principale avversario è stato arrestato e un ex ministro è rimasto ucciso.

 

La cerimonia di giuramento si è tenuta martedì allo Stadio Nazionale degli Eroi di Lusaka, con la partecipazione di migliaia di persone e di diversi capi di Stato africani, tra cui quelli di Kenya, Botswana e Zimbabwe.

 

Secondo la Commissione elettorale, Hichilema ha vinto il voto del 13 agosto con circa il 60% dei consensi, superando nettamente Brian Mundubile, candidato dell’opposizione, fermo al 38% circa.

 

Il Mundubile non ha accettato l’esito, sostenendo che ci siano state anomalie nel conteggio, nella trasmissione e nella proclamazione dei voti, e ha dichiarato l’intenzione di contestarlo per via giudiziaria. Il 24 agosto, ultimo giorno utile secondo la Costituzione per presentare un ricorso, i tribunali sono però risultati chiusi e circondati dalle forze dell’ordine. Le autorità hanno giustificato la misura come precauzionale, basata su informazioni di intelligence, mentre Human Rights Watch ha denunciato che in pratica ciò ha reso impossibile qualunque azione legale.

 

Dopo che la polizia aveva fatto irruzione nella sua abitazione il 14 agosto, Mundubile si era reso irreperibile. Nel corso di quell’operazione l’ex ministro Mutotwe Kafwaya ha perso la vita colpito da colpi d’arma da fuoco e undici persone sono finite in stato di fermo. Secondo la versione della polizia, gli agenti — impegnati in un’azione contro una presunta milizia — sarebbero stati fatti bersaglio di spari, e sul posto sarebbero state trovate armi di tipo militare. Il Mundubile ha smentito che i suoi seguaci fossero armati, definendo il blitz un tentativo di attentare alla sua vita.

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Il Mundubile e il suo vice, Makebi Zulu, si sono poi rifugiati per un periodo in una sede delle Nazioni Unite, prima di costituirsi alla polizia. Sono stati in seguito formalmente accusati di tradimento — accusa che respingono — e portati nel penitenziario di massima sicurezza di Mukobeko. L’accusa di insurrezione può, nell’ex Rhodesia del Nord, portare alla pena dell’ergastolo.

 

Ex avvocato e commercialista, il Mundubile fino al 2026 è stato membro del Patriotic Front (PF), il partito che ha governato lo Zambia dal 2011 al 2021, di cui è stato anche capogruppo di governo e poi leader dell’opposizione (2021-2023). Nel 2026, poco prima delle elezioni presidenziali, ha aderito al National Reconciliation Party for Unity and Prosperity (NRPUP), un partito nato da una scissione interna al Patriotic Front, diventandone il candidato presidenziale, sostenuto dalla coalizione Tonse-Pamodzi Alliance.

 

Nel discorso di insediamento, affrontando il tema delle violenze legate al voto, lo Hichilema ha riconosciuto che il confronto politico fa parte della democrazia, ma ha avvertito che la conquista del potere non può giustificare il sacrificio della pace e della stabilità nazionale.

 

Il presidente ha inoltre annunciato l’obiettivo di triplicare l’economia zambiana entro i prossimi cinque anni, puntando su miniere, agricoltura, turismo ed energia, dopo un primo mandato dedicato soprattutto a risanare i conti pubblici. A maggio, il Fondo Monetario Internazionale aveva riconosciuto progressi concreti nella stabilizzazione macroeconomica del Paese: inflazione scesa al 6,8%, riserve valutarie salite a 6,4 miliardi di dollari e accordi di ristrutturazione del debito che coprono circa il 94% del debito ammissibile.

 

Dal ritorno al multipartitismo nel 1991, lo Zambia ha generalmente conosciuto elezioni e passaggi di generalmente potere pacifici, pur non essendo mancati episodi di violenza in passato. Lo stesso Hichilema, quando era all’opposizione, fu arrestato nel 2017 con l’accusa di tradimento e rimase in un carcere di massima sicurezza per quattro mesi, prima che le accuse cadessero e venisse scarcerato.

 

Quattro anni più tardi riuscì a battere l’allora presidente uscente Edgar Lungu, insediandosi come capo dello Stato nell’agosto 2021. Hichilema guida lo United Party for National Development (UPND), fondato nel dicembre 1998 da Anderson Mazoka (ex dirigente della Anglo American Corporation) come scissione dal MMD. L’ideologia del partito prevede liberalismo e agrarianismo, con collocazione politica di centro-destra. Il partito è membro osservatore della Liberal International ed è affiliato all’Africa Liberal Network.

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Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa è morto Guy Scott, ex presidente ad interim dello Zambia e primo capo di Stato bianco nell’Africa subsahariana dalla fine dell’apartheid. Lo Scott era stato prima nel PF per poi dirigere verso l’UPND dello Hichilema.

 

Lo Zambia passa per essere uno dei più tranquilli Paesi post-coloniali del Continente negro.

 

Il Paese una volta decolonizzato adottò immediatamente una politica di pacificazione sociale interrazziale e il presidente Kenneth Kaunda ((1924-2021, detto KK, riverito dalla popolazione di tutte le etnie) proclamò il rifiuto di qualsiasi governo di stampo razzista, bianco o nero che fosse. Le varie comunità di «neri» e «bianchi» furono così coinvolte in modo costruttivo nell’organizzazione del nuovo Stato.

 

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Immagine di THE ONE PEOPLE via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

 

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