Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Gheddafi sta stornando. Sul serio

Pubblicato

il

 

 

Gheddafi sta tornando, e la Libia è pronta ad accoglierlo a braccia aperte.

 

Non si tratta di Muhammar, che è difficile che torni dal Regno dei Morti (con buona pace di coloro che credono sia vivo, nascosto magari in un lussuoso sobborgo di Mosca con altri dittatori dalla pubblica morte simulata). Si tratta del figlio Saif al-Islam Gheddafi.

 

Il New York Times il mese scorso ha pubblicato un lungo e dettagliatissimo reportage che va ben oltre l’ardita intervista con il rampollo Gheddafi per offrire un quadro della Libia davvero importante per chiunque, come gli italiani, viva a poca distanza dalla polveriera libica. Inutile cercare analisi, o anche solo l’eco, di quello che viene detto nel pezzone del NYT sui media italiani.

 

Si tratta di un grande reportage, contente forse più di uno scoop.

 

In Italia e nei suoi giornali troppi sono gli interessi pubblici e privati (o meglio, semi-privati) in una situazione instabile dove il sistema Paese italiano certo non ha brillato per le sue scelte, scommettendo talvolta sul cavallo sbagliato, e creando una voragine di influenza un tempo impensabile, dove si sono posizionati la Turchia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati, e finanche il Qatar e Francia e Regno Unito. Del resto ogni tanto bisogna ricordare a noi stessi che il ministro degli Esteri è Luigi Di Maio.

 

Il pezzo del NYT è un esempio  di immenso giornalismo di inchiesta. Mesi e mesi di lavoro dell’inviato, su e giù per la Libia a parlare con capi tribali, ministri, miliziani e uomini della strada. Al giornalista Robert F. Worth, soprattutto, è consentito di incontrare Saif Gheddafi (che nessun giornalista occidentale vedeva da dieci anni) in una ricca villa che sembra appena arredata, dove il figlio del dittatore parla con franchezza del futuro suo e del Paese, due cose che sembrano destinate a divenire una sola.

 

Saif Gheddafi prima del 2011 agiva come volto internazionale del regime tripolino. Era accettato nelle cerchie mondialiste, specie londinesi – aveva acquisito un inglese impeccabile con gli studi alla London School of Economics. Aveva fatto dichiarazioni sorprendenti, come quando disse che in Libia non c’era democrazia, e non intendeva essere un complimento a suo padre. Non aveva ruoli precisi all’interno dello Stato libico, tuttavia il padre gli aveva dato incarichi delicatissimi come le riparazioni per la bomba che disintegrò il volo Pan Am 103 sopra Lockerbie. Si dice che egli possa aver avuto un ruolo nella decisione del padre di smantellare le armi di distruzione di massa (di fatto, la scelta più stupida possibile, che gli è costata con probabilità la morte e l’esplosione del suo Paese).

 

«Hanno violentato il paese, è in ginocchio. Non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia – stiamo illuminando mezza Italia – e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco».

Tuttavia, quando scoccò l’ora fatale della primavera araba in suolo libico, Saif partecipò alla repressione del regime, che fu certo violenta. Quando il ghedaffismo ebbe la peggio, Saif invece di essere giustiziato venne rapito da una milizia indipendente, che lo preservò dalle attenzioni di altre fazioni ribelli portandolo nella loro regione di origine, le montagne di Zintan. Fu prigioniero per lungo tempo, anche dopo le elezioni libiche del 2012.

 

Seguirono anni di caos e sangue. Milizie armate devastano città e villaggi, compare perfino un mini-califfato ISIS sulla costa.

 

«Lentamente, i libici hanno iniziato a pensare in modo diverso a Saif al-Islam, che profetizzò la frammentazione della Libia nei primi giorni della rivolta del 2011. Ci sono state segnalazioni che era stato liberato dai suoi rapitori, e anche che stava progettando di candidarsi alla presidenza. Ma nessuno sapeva dove fosse». Era a Zintan, assieme ai suoi nemici ora alleati. Da prigioniero a principe in attesa. «Riesci a immaginare? Gli uomini che erano le mie guardie ora sono miei amici». R

 

All’epoca qualcuno parlava del fatto che Saif fosse ancora vivo forse perché sapeva dove era nascosto, e magari poteva disporre, del famoso «tesoro di Gheddafi». Renovatio 21 rammenta figure che erano alla febbrile ricerca di questa quantità infinita di danari, da riconsegnare alla Libia, alla banche o chissà a chi. Il tesoro, infine, parrebbe non essere stato trovato.

 

Il giornalista nota che a Saif mancano il pollice e l’indice destro, che sostiene essere stati amputati in un attacco aereo nel 2011. Dice inoltre di non essere più prigioniero, e di star preparando il suo ritorno sulla scena politica.

 

«Saif ha sfruttato la sua assenza dalla vita pubblica, osservando le correnti della politica mediorientale e riorganizzando silenziosamente la forza politica di suo padre, il Movimento Verde. È timido sul fatto che si candiderà alla presidenza, ma crede che il suo movimento possa ripristinare l’unità perduta del Paese». Qui il New York Times fa un implicito riferimento al populismo di Trump.

 

Può essere che si senta tradito dagli italiani, che in fine dei conti erano grandi alleati del padre?  Significa che se salisse al potere, Saif farà una politica anti-italiana, a partire dalla questione energetica?

Un messaggio contro i politici che, tra corruzione e incompetenza, hanno portato il Paese alla miseria e alla violenza, cioè l’esatto contrario di quello che era la Libia di Gheddafi senior.

 

«Hanno violentato il paese, è in ginocchio. Non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia – stiamo illuminando mezza Italia – e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco».

 

Già qui, ci sarebbe mezzo scoop per gli Italiani. A cosa si riferisce il rampollo? Può essere che si senta tradito dagli italiani, che in fine dei conti erano grandi alleati del padre (che arrivò a piazzare l’immagine di Berlusconi che stringe la mano al Rais come grafica di tutti passaporti libici)? Significa che se salisse al potere, Saif farà una politica anti-italiana, a partire dalla questione energetica?

 

«Nonostante lo status di fantasma di Saif , le sue aspirazioni presidenziali vengono prese molto sul serio

Non sono questioni di poco conto per il nostro Paese. Chi si occupa di combustibile, di economia, di tenuta del Paese, leggendo questa dichiarazione dovrebbe sobbalzare dalla sedia.

 

Anche perché l’analisi pare condivisa sia dal giornale di Nuova York che dal popolo libico: «Dieci anni dopo l’euforia della loro rivoluzione, la maggior parte dei libici probabilmente sarebbe d’accordo con la valutazione di Saif».

 

Non si tratta di un miraggio. Gheddafi junior ha delle concrete possibilità di arrivare al potere.

 

«Nonostante lo status di fantasma di Saif , le sue aspirazioni presidenziali vengono prese molto sul serio. Durante i colloqui che hanno formato l’attuale governo libico, i sostenitori di Saif sono stati autorizzati a partecipare e finora hanno manovrato abilmente per respingere le regole elettorali che gli avrebbero impedito di candidarsi».

 

Racconta il giornalista americano:

 

«Per molti libici, il ritorno di Saif al-Islam sarebbe un modo per chiudere la porta a un decennio perduto»

«Ero in Libia solo da pochi giorni quando sono entrato in un’area di servizio autostradale e mi sono ritrovato a guardare un discorso del colonnello Muammar el-Gheddafi degli anni ’80, trasmesso dal canale televisivo del Movimento dei Verdi con sede al Cairo. Una notte all’iftar del Ramadancena a Tripoli, ho chiesto a quattro libici poco più che ventenni chi avrebbero scelto come presidente. Tre di nome Saif al-Islam. Un avvocato libico mi ha detto che i suoi sforzi informali per valutare l’opinione pubblica suggeriscono che otto o nove libici su 10 voterebbero per Saif».

 

Un voto di protesta che, come abbiamo visto in vari Paesi del mondo, potrebbe diventare una frana irresistibile.

 

È «peculiare che il figlio di Muammar el-Gheddafi – lo stesso uomo che ha promesso “fiumi di sangue” in un discorso del 2011 – è ora visto da molti come il candidato presidenziale con le mani più pulite».

 

«I limitati dati dei sondaggi in Libia suggeriscono che un gran numero di libici – fino al 57 percento in una regione – esprimono “fiducia” in lui. Un omaggio più tradizionale alla vitalità politica di Saif è arrivato due anni fa, quando si dice che un rivale abbia pagato 30 milioni di dollari per farlo uccidere. (Non era il primo attentato alla sua vita.)».

 

«Per molti libici, il ritorno di Saif al-Islam sarebbe un modo per chiudere la porta a un decennio perduto».

 

«Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il Paese, perché oggi tutti vorranno essere presidente, o emiro, e tutti vorranno governare il Paese»

Attorno a Saif, quindi, si sta agglutinando un gruppo di potere, oltre che al consenso popolare. Di più: un mito, una narrazione.

 

Non solo. Anche la geopolitica si sta muovendo attorno a lui.

 

«Una vittoria per Saif sarebbe certamente un trionfo simbolico per gli autocrati arabi, che condividono il suo odio per la primavera araba. Sarebbe accolto anche al Cremlino, che ha rafforzato uomini forti in tutto il Medio Oriente e rimane un importante attore militare in Libia, con i propri soldati e circa 2.000 mercenari ancora sul campo. “I russi pensano che Saif potrebbe vincere”, mi ha detto un diplomatico europeo con una lunga esperienza in Libia. Saif sembra avere altri sostenitori stranieri».

 

Questo nonostante egli sia ricercato per crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale per i fatti del 2011. Non che i processi lo spaventino: È stato processato in un procedimento separato a Tripoli nel 2015, facendo apparizioni tramite collegamento video da una gabbia a Zintan, ed è stato condannato a morte per fucilazione. Secondo la legge libica, ci sarà un ricorso.

 

I libici ricordano ancora un suo discorso televisivo del 20 febbraio 2011, a tre giorni dalla prima protesta della Primavera Araba libica, partita da Bengasi. Invece che fare concessioni e intavolare discorsi para-occidentali su democrazia e diritti umani, accusò la protesta, dicendo che era ordita dagli oppositori libici all’estero ed era portata avanti da tossicodipendenti e criminali. Poi fece una profezia che i libici ricordano tutti benissimo: a causa delle sue radici tribali, la Libia è diversa dall’Egitto e dalla Tunisia, quindi potrebbe facilmente frantumarsi in mini-stati ed emirati. Nel discorso preconizzava la guerra civile, i confini infranti, la migrazione di massa.

 

«Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il Paese, perché oggi tutti vorranno essere presidente, o emiro, e tutti vorranno governare il Paese».

 

«Quello che è successo in Libia non è stata una rivoluzione. Puoi chiamarla guerra civile o giorni di malvagità. Non è una rivoluzione»

Il discorso all’epoca peggiorò le cose. I  rivoltosi lo interpretarono come la caduta definitiva della maschera della famiglia Gheddafi. La Jamahiriya era irriformabile.

 

Oggi invece è difficile non vedere quanto le cose che disse si sono avverate. Così la pensano molti libici, dopo questo «decennio perduto» tra guerre civili e milizie islamiche sempre più prepotenti.

 

«Quello che è successo in Libia non è stata una rivoluzione. Puoi chiamarla guerra civile o giorni di malvagità. Non è una rivoluzione». Anche qui, il realismo non fa difetto al ragazzo.

 

Saif accusa Barack Obama di essere l’uomo che ha davvero distrutto la Libia, e il NYT amette che «potrebbe essere vero». Lo stesso Obama, nel 2016, dichiarò che l’attacco alla Libia, che di fatto equivaleva a permettere il suo crollo, fu il suo più grande errore. In Libia gli americano hanno fatto peggio che in Afghanistan, Hanno fatto collassare lo Stato, ma senza assumersi alcuna responsabilità: anzi, quando il gioco si è fatto davvero duro, con l’assassinio dell’ambasciatore J. Christopher Stevens a Bengasi (che, di racconta, fu trovato impalato) mollarono definitivamente i libici al caos che gli USA stessi avevano contribuito ad ingenerare.

 

Gheddafi jr ne ha anche per Recep Tayyip Erdogan: «Prima era con noi e contro l’intervento occidentale»., C’è nell’articolo anche un accenno a Nicolas Sarkozy, definito «attore straniero opportunista». Il giornale non lo dice, ma Sarkozy fu sospettato di aver spinto per la guerra in Libia anche a causa di imbarazzanti voci di finanziamenti di Gheddafi riguardo la campagna elettorale presidenziale del 2007: Saif nel 2018 dichiarò ad Euronews che «l’ex presidente Sarkozy è responsabile del caos, della diffusione del terrorismo e del traffico di esseri umani in Libia». Mentre Erdogan ora è da considerarsi il protettore militare del governo di Tripoli, dove ha scalzato il ruolo di Roma in vari settori, arrivando a far sgomberare un ospedale italiano per far posto ai suoi miliziani, che sono, si dice, tagliagole veterani del macello siriano.

 

In un Paese con lo Stato collassato, comando tribù e milizie – che chiamano meno spregiativamente kataib, brigate. E cioè clan familiari, alcuni dei quali in grado di compiere atrocità senza fine

L’intero appeal pollitico di Saif si riflette nella sua analisi veritiera della Libia come Stato in perenne collasso. «Non è nel loro interesse avere un governo forte»,  dice dei governi che si alternano. «Ecco perché hanno paura delle elezioni. Sono contrari all’idea di un presidente. Sono contro l’idea di uno Stato, un governo che ha la legittimità derivata dal popolo».

 

In un Paese con lo Stato collassato, comando tribù e milizie – che chiamano meno spregiativamente kataib, brigate. E cioè clan familiari, alcuni dei quali in grado di compiere atrocità senza fine.

 

Per esempio a Tarhuna, una cittadina agricola a circa un’ora di macchina a sud-est della capitale, comandava la milizia dei fratelli Kani. Alla fine, la loro kataib è stata cacciata. Dal  giugno dello scorso anno, quando i Kani se ne sono andati,  i residenti hanno iniziato a trovare resti umani vicino a un uliveto ai margini della città.

 

Le squadre di scavo hanno scoperto i corpi di 120 persone, ma vi sono anche altre fosse comuni. Più di 350 famiglie hanno denunciato la scomparsa di parenti. Le vittime includevano donne e bambini, ad alcuni dei quali hanno sparatoi fino a 16 volte.

«Per molti libici, Saif era diventato una specie di fantasia nazionale collettiva, un sogno di salvataggio»

 

«Quando le loro storie sono emerse, si è aperta una finestra su un bizzarro regno del terrore che è durato per quasi otto anni. Nessuno ha fatto nulla per fermare i Kani, perché si sono resi così utili a tutti nella classe politica libica, alleandosi prima con i capi politici di Tripoli e poi con Haftar. Il loro regno ha trasformato Tarhuna in uno stato di polizia con echi di Gheddafi: sei fratelli hanno messo il loro marchio su tutto e hanno terrorizzato la loro gente, tutto in nome della rivoluzione».

 

E in questa situazione che Saif è diventato un miraggio benevolo per tutta la popolazione della Libia.

 

«Per molti libici, Saif era diventato una specie di fantasia nazionale collettiva, un sogno di salvataggio – scrive Worth – il suo mistero sarebbe un balsamo per loro. Vorrebbero credere che fosse cambiato e che avesse imparato. Dopo tanti anni di delusioni, erano alla disperata ricerca di un salvatore. “Penso che la gente speri in una storia di redenzione”, mi è stato detto da un avvocato libico».

 

Riassumendo: Gheddafi sta tornando – e la cosa potrebbe sconvolgere gli equilibri mediterranei e non solo. L’Italia non se ne sta nemmeno accorgendo. Del resto, che ci volete fare: la diplomazia è in mano a Giggino Di Maio, e non si tratta di una «fantasia nazionale collettiva», ma dell’amara realtà.

 

Una realtà che, una volta di più, potrebbe costarci carissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Geopolitica

Cuba potrebbe attaccare Guantanamo Bay

Pubblicato

il

Da

Cuba sarebbe in possesso di centinaia di droni militari e che potrebbe puntare gli Stati Uniti in un contesto di crescenti tensioni tra i due Paesi, ma il presidente cubano ha affermato che l’isola non rappresenta una minaccia e non ha «piani o intenzioni aggressive nei confronti» degli Stati Uniti.

 

Secondo quanto riportato dalla testata Axios, la nazione insulare avrebbe acquisito più di 300 droni militari e recentemente avrebbe iniziato a discutere piani per utilizzarli per attaccare la base statunitense di Guantánamo Bay, le navi militari statunitensi e forse anche Key West.

 

La notizia giunge dopo che il direttore della CIA, John Ratcliffe, si è recato giovedì all’Avana e ha messo in guardia i funzionari governativi locali contro l’instaurarsi di ostilità.

 

Secondo Axios, Cuba sta acquistando questi droni da Russia e Iran. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez ha pubblicato una risposta sui social media, scrivendo che «senza una giustificazione legittima, il governo statunitense costruisce giorno dopo giorno un caso fraudolento per giustificare la guerra economica contro il popolo cubano e la successiva aggressione militare»

 

Tuttavia, lunedì mattina, il presidente cubano Miguel Diaz-Canel ha dichiarato in un lungo post su X che i piani riportati sono inesistenti, sottolineando che Cuba non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti, né per «nessun altro Paese».

 


Sostieni Renovatio 21

«Le minacce di aggressione militare contro Cuba da parte della più grande potenza del pianeta sono ben note. Tale minaccia costituisce già un crimine internazionale. Se si concretizzasse, provocherebbe un bagno di sangue dalle conseguenze incalcolabili, oltre a un impatto devastante sulla pace e la stabilità regionale. Cuba non rappresenta una minaccia, né nutre piani o intenzioni aggressive nei confronti di alcun Paese. Non li nutre nemmeno nei confronti degli Stati Uniti. Il governo statunitense ne è ben consapevole, in particolare le sue agenzie di difesa e sicurezza nazionale. Cuba, che sta già subendo un’aggressione multidimensionale da parte degli Stati Uniti, è un membro degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno il diritto assoluto e legittimo di difendersi da un attacco militare, che non può essere logicamente o onestamente utilizzato come pretesto per imporre una guerra al nobile popolo cubano».

 

Mentre i cittadini cubani affrontano condizioni sempre più disperate, una nave umanitaria con a bordo rifornimenti provenienti dai governi di Messico e Uruguay è arrivata lunedì all’Avana nel tentativo di alleviare la crescente crisi sull’isola.

 

Questi sviluppi si verificano mentre i cubani sull’isola protestano contro i blackout che colpiscono tutto il territorio. Dal blocco petrolifero imposto dagli Stati Uniti, la nazione insulare sta soffrendo: non è in grado di eseguire interventi chirurgici, tenere acceso il condizionatore o riscaldare il cibo.

 

La base di Guantánamo nasce nel 1898, quando gli USA intervengono nella guerra d’indipendenza di Cuba contro la Spagna. Con la vittoria, gli statunitensi occupano l’isola e nel 1901 impongono l’Emendamento Platt nella Costituzione cubana. Questa clausola concede agli USA il diritto di intervenire militarmente e di affittare terreni per basi navali.Nel 1903 viene firmato il trattato formale per la base di Guantánamo.

 

Nel 1934 un nuovo accordo stabilisce che il contratto d’affitto può essere revocato solo con il consenso di entrambi i Paesi o se gli USA abbandonano l’area. Dal 1959 il governo di Fidel Castro considera l’occupazione illegale e rifiuta di incassare gli assegni d’affitto annuali di circa 4.000 dollari, ma gli USA restano in virtù del principio di perpetuità di quel vecchio trattato.

 

Attualmente la base di Guantánamo (complessivamente estesa per circa 120 chilometri quadrati) rappresenta la più antica installazione militare d’oltremare degli Stati Uniti. Funge da centro logistico strategico per la Marina Militare nel Mar dei Caraibi, supportando le operazioni di contrasto al narcotraffico e le missioni di soccorso umanitario nella regione.

 

Al contempo, la base ora contiene il famigerato centro di detenzione militare, aperto nel 2002, è ancora attivo ma quasi vuoto. Attualmente ospita solo 15 detenuti ad alto rischio (tra cui presunti ideatori degli attentati dell’11 settembre), molti dei quali si trovano in un limbo legale da oltre vent’anni senza aver subito un regolare processo.

 

La base include il Migrant Operations Center (MOC). A partire dal 2025, sotto la seconda amministrazione Trump, l’area è stata significativamente ampliata e impiegata per detenere e processare temporaneamente centinaia di migranti irregolari (soprattutto individui intercettati in mare o trasferiti dal suolo statunitense dall’agenzia ICE) in attesa di espulsione.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

Continua a leggere

Geopolitica

La Turchia propone un oleodotto da 1,2 miliardi di dollari per rilanciare la logistica NATO

Pubblicato

il

Da

La Turchia ha «proposto la costruzione di un gasdotto da 1,2 miliardi di dollari (1 miliardo di euro) per uso militare, al fine di soddisfare il fabbisogno energetico degli alleati sul fianco orientale europeo della NATO». Lo riporta Bloomberg, che cita fonti a conoscenza della questione.   «A seguito della spinta dell’alleanza ad espandere la propria rete di oleodotti militari, Ankara propone la costruzione di un nuovo collegamento tra Turchia e Romania attraverso la Bulgaria», hanno affermato fonti che hanno parlato a condizione di anonimato, aggiunge il rapporto.   Secondo fonti interne, la rotta turca potrebbe costare solo un quinto delle alternative proposte, in un contesto in cui ultimamente sono state avanzate diverse proposte di percorsi alternativi, in particolare attraverso la Grecia o i paesi confinanti con la Romania a ovest.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Secondo quanto riferito da alcuni funzionari, la guerra in corso della Russia in Ucraina e l’escalation del caos in Medio Oriente, compresi i recenti shock di approvvigionamento dovuti alla chiusura di fatto dello Stretto di Ormuzzo, hanno costretto la NATO a rendersi conto che il suo attuale modello di approvvigionamento di carburante è pericolosamente fragile.   La proposta, presentata in tono discreto, precede l’attesissimo vertice NATO del 2026, che si terrà ad Ankara il 7 e l’8 luglio. Sarà la seconda volta che la Turchia ospiterà il principale vertice annuale dell’Alleanza.   Fonti hanno esplicitamente affermato che questo gasdotto sarà destinato al 100% all’uso militare. La capacità esatta, le portate e le specifiche tecniche sono tenute rigorosamente segrete, senza alcuna dichiarazione ufficiale da parte del ministero della Difesa turco.   Più in generale, la Turchia è da tempo considerata fondamentale per ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, grazie alla sua posizione geografica eurasiatica e al fatto di possedere il secondo esercito più grande della NATO.   I media e gli esperti turchi si sono dati da fare per enfatizzare il ruolo della Turchia nel rimodellare l’alleanza, anche in occasione di un evento tenutosi questa settimana a Washington.   L’evento, intitolato «L’alleanza turco-americana al centro della nuova geopolitica della NATO», è stato organizzato dalla Direzione delle Comunicazioni della Turchia e dalla Fondazione per la Ricerca Politica, Economica e Sociale (SETA) e moderato da Kadir Üstün, direttore esecutivo di SETA a Washington.   Il panel si è svolto in vista del vertice NATO del 2026, in programma il 7 e 8 luglio ad Ankara, e rappresenta la seconda volta che la Turchia ospita un vertice NATO, dopo Istanbul nel 2004. Il direttore della comunicazione, Burhanettin Duran, ha aperto il panel con un videomessaggio. «Nel nostro percorso di 74 anni con la NATO, abbiamo affrontato molte sfide e difficoltà. Ogni volta, nel rispetto del principio di lealtà reciproca, siamo riusciti a superare queste prove», ha affermato il Duran.   «Grazie alla sua posizione geostrategica, alla sua capacità militare e alle sue doti di deterrenza, il nostro Paese è stato uno Stato centrale indispensabile nell’architettura di difesa collettiva della NATO e un fattore di equilibrio geopolitico dalla Guerra Fredda ad oggi» ha aggiunto il Durano.   In relazione a ciò, e in cima all’agenda, ci sarà lo sfruttamento della posizione strategica della Turchia e della sua capacità di fornire rotte energetiche alternative che riducano progressivamente la capacità della Russia di influenzare la politica energetica europea.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Continua a leggere

Geopolitica

Colono israeliano ripreso in brutale attacco con un contadino palestinese

Pubblicato

il

Da

Filmati pubblicati online mostrerebbero un’aggressione compiuta da un colono israeliano ai danni di un agricoltore palestinese nella Cisgiordania occupata, nell’ambito di uno degli ultimi presunti attacchi contro civili palestinesi.

 

Il video, diffuso sabato dall’ufficio stampa del governo palestinese, ritrae un uomo bendato inginocchiato in un campo e successivamente disteso a terra, circondato da uomini armati. La didascalia che accompagna il filmato afferma che il contadino è stato «rapito e tenuto prigioniero» dal colono.

 

Il filmato è emerso nel contesto di un’ondata di violenza in tutta la Cisgiordania, dove, secondo i testimoni, i coloni hanno compiuto ripetuti raid contro le comunità palestinesi, incendiando case e veicoli, vandalizzando proprietà e aggredendo i residenti.

 


Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

 

In un altro post pubblicato domenica, il governo palestinese ha condiviso immagini di quello che ha descritto come il dopo di un attacco da parte di «coloni israeliani estremisti» nella città di Surif, dove diversi veicoli sono stati incendiati.


Organizzazioni per i diritti umani, le Nazioni Unite e numerosi analisti sostengono che alcuni coloni ricorrono alla violenza, all’intimidazione e alla distruzione di proprietà per cacciare i palestinesi dalle terre contese o per vendicarsi degli attacchi palestinesi.

 

Secondo le Nazioni Unite, circa 40.000 palestinesi sono stati sfollati in Cisgiordania dall’inizio del 2025, a causa dell’intensificarsi delle operazioni militari israeliane, delle demolizioni di case e dei crescenti attacchi da parte dei coloni.

 

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, almeno 47 palestinesi sono stati uccisi quest’anno dalle forze israeliane o dai coloni nella Cisgiordania occupata. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che la giustizia è ancora rara e che la maggior parte delle indagini si conclude senza incriminazioni o condanne.

 

Funzionari israeliani, tra cui il premier Benjamino Netanyahu, hanno condannato gli attacchi dei coloni definendoli azioni di una «minoranza» di «estremisti». I critici, tuttavia, sostengono che la debolezza delle forze dell’ordine, l’espansione degli insediamenti e l’influenza dei partiti di estrema destra filo-coloniali abbiano contribuito a creare un clima di crescente impunità.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da Twitter

Continua a leggere

Più popolari