Politica
Ben Gvir: «tutto il Libano deve bruciare»
Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, tra i maggiori esponenti dell’ideologia suprematista ebraica, ha reagito alla morte di quattro soldati israeliani impegnati nell’invasione del Libano meridionale lanciando un appello infuocato per la distruzione completa del Paese.
In un messaggio pubblicato venerdì su X, Ben-Gvir ha affermato: «Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi dovrebbero piangere. Tutto il Libano deve bruciare!».
«Israele deve chiarire al mondo intero che il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono sacrificabili. Tutto il Libano deve bruciare», ha ribadito dopo la netta condanna di Israele espressa dal presidente Donald Trump mercoledì.
על כל דמעה של אמא ישראלית, אלף אמהות לבנוניות צריכות לבכות. לבנון כולה צריכה לבעור!
עם כל הכבוד לאמריקאים, ישראל חייבת להבהיר לעולם כולו שדם בנינו וביטחון אזרחנו איננו הפקר. לבנון כולה צריכה לבעור. חובתנו העליונה היא להגן על אזרחי ישראל ועל חיילי צה״ל, והמחויבות הזו קודמת לכל…
— איתמר בן גביר (@itamarbengvir) June 19, 2026
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«Il nostro dovere supremo è proteggere i cittadini di Israele e i soldati delle Forze di Difesa Israeliane, e questo impegno ha la precedenza su qualsiasi altra considerazione», ha dichiarato in seguito all’utilizzo da parte dell’esercito israeliano di «tattiche simili a quelle di Gaza» in Libano, che hanno provocato lo sfollamento di oltre 1,2 milioni di persone, la completa distruzione di città e villaggi, la morte di almeno 3.798 persone e il ferimento di 11.781, il tutto nel chiaro intento di allargare i confini del Paese verso Nord.
La violenza della dichiarazione è tale da aver spinto il social network di Elon Musk a porre una nota sul post: «Il suo post ha violato le regole di X. Tuttavia, X ha stabilito che potrebbe essere nell’interesse pubblico che il post rimanga accessibile».
Il Ben-Gvir ha aggiunto di aver trasmesso privatamente lo stesso messaggio al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, invitandolo a respingere «risposte misurate e moderazione» e insistendo invece sul fatto che «bisogna scatenarsi. Annientare. Schiacciare».
In dichiarazioni pubbliche della scorsa settimana, il ministro aveva detto: «Non possiamo smettere di distruggere le case nel Libano meridionale. Non possiamo smettere, punto e basta. Non possiamo permettere che la popolazione del Libano meridionale ritorni (…) Dobbiamo continuare a controllare il territorio anche se Trump non è d’accordo».
🇮🇱🇱🇧 Israeli Minister Ben-Gvir:
“We cannot stop destroying houses in southern Lebanon. We cannot stop, period.
We cannot allow the population of southern Lebanon to return. … We must continue to control the territory even if Trump disagrees.”
PSYCHO.
Writer: Samuel… https://t.co/uilzuQcgTV
— Mario Nawfal (@MarioNawfal) June 17, 2026
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Questa retorica è emersa nel contesto degli sforzi dell’amministrazione Trump per porre fine al conflitto regionale, dopo l’annuncio, all’inizio della settimana, di un Memorandum d’intesa (Memorandum of Understanding, MoU) tra gli Stati Uniti e l’Iran (e i loro alleati).
L’accordo quadro, firmato da Trump mercoledì, prevede la «cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano», con l’impegno di «garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano».
Al vertice del G7, Trump ha criticato pubblicamente i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano, denunciando la distruzione sproporzionata di edifici in risposta a episodi di minore gravità ed esprimendo solidarietà al popolo libanese, definendo la «grande cultura» del Libano come «distrutta» e ha sostenuto che il suo popolo ora «vive all’inferno», affermando che Israele dovrebbe adottare un «tocco più morbido» invece di abbattere gli edifici «ogni volta che qualcuno di Hezbollah ci entra».
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha manifestato apertamente il suo dissenso nei confronti del Memorandum d’intesa tra Trump e l’Iran, promettendo martedì di mantenere l’occupazione israeliana del Libano meridionale e diffondendo una mappa della zona di occupazione prevista.
Ciò ha evidenziato l’indifferenza di Israele rispetto alla necessità di riaprire lo Stretto di Ormuzzo per scongiurare una catastrofe economica globale, come spiegato da Trump al G7. «Le riserve (di petrolio) si esauriranno tra circa quattro settimane», ha avvertito il presidente. «Ci sono riserve in tutto il mondo e noi le esauriremmo davvero. E arriverà un momento in cui non saremo più in grado di procurarcele. Volete vedere il caos?», ha provocato durante la conferenza stampa.
La visione del mondo di Ben-Gvir affonda le radici nell’ideologia della supremazia ebraica. È un seguace del defunto rabbino Meir Kahane e del suo movimento Kach, che sosteneva la supremazia ebraica, l’espulsione violenta dei palestinesi dalle loro terre e interpretazioni militanti della legge ebraica. Kach è stato escluso dalle elezioni israeliane per incitamento al razzismo ed è stato designato come organizzazione terroristica da vari Paesi.
Ben-Gvir ha definito pubblicamente il Kahane – misteriosamente assasinato in un vicolo di Brooklyn nel 1990 – un «santo» e un «eroe», tiene in casa un ritratto di Baruch Goldstein, responsabile del massacro della moschea di Hebron del 1994 in cui morirono 29 palestinesi, e si è legato a estremisti che invocano l’espulsione dei cristiani e l’incendio delle chiese in Terra Santa.
Nel 1995, un giovane Ben-Gvir divenne noto per aver staccato e sventolato lo stemma a forma di «C» dal cofano della Cadillac del Primo Ministro Yitzhak Rabin, poche settimane prima del suo assassinio. Mostrandolo alle telecamere in televisione, dichiarò: «siamo arrivati alla sua auto, arriveremo anche a lui».
Esprimendo il pensiero di molti ebrei, l’ex ministro della Difesa israeliano Moshe Ya’alon ha condannato duramente questa ideologia, definendo la «supremazia ebraica» un «Mein Kampf al contrario», in cui «la razza superiore siamo noi». Lo Ya’alon ha messo in guardia sul fatto che tale politica alimenta violenza e pulizia etnica, trasformando Israele in un Paese «giudeo-nazista», e ha affermato che figure come Ben-Gvir e Bezalel Smotrich dovrebbero essere perseguite dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi contro i palestinesi.
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Ben-Gvir è inoltre legato ideologicamente al movimento sionista religioso eretico Chabad-Lubavitch, che promuove la supremazia ebraica attraverso concezioni mistiche. I loro insegnamenti sostengono che gli ebrei possiedano un’anima divina superiore, o scintilla divina, mentre le anime dei non ebrei deriverebbero da «kelipot» (gusci di impurità) che non contengono «assolutamente nulla di buono» e sarebbero quindi soltanto «anime animali».
Il diplomatico di lungo corso Alastair Crooke ha ammonito, in un’intervista rilasciata venerdì, che gli osservatori occidentali fraintendono profondamente la politica israeliana perché la analizzano con una lente razionale e laica, invece di considerare le dottrine e gli obiettivi eretici del movimento suprematista ebraico. In realtà, sostiene che elementi chiave — soprattutto all’interno di queste fazioni messianiche estremiste — sono guidati da credenze escatologiche incentrate sull’arrivo del loro «Moshiach» (Messia) che inaugurerà l’era messianica, riducendo tutti i non ebrei al servizio degli ebrei in un ordine gerarchico, scrive LifeSite.
Crooke afferma che Israele sta cercando di gestire il crollo del proprio paradigma strategico dopo anni di eccessi. Mentre alcuni israeliani mettono in discussione i conflitti senza fine e il costo umano per i soldati, i gruppi messianici sostengono che solo una grave crisi o «Armageddon» possa aprire la strada all’era messianica e alla Grande Israele. Questa cornice religiosa spiega perché le analisi puramente geopolitiche o razionali delle azioni israeliane spesso risultino inadeguate.
Recentemente Il Ben Gvir ha insultatoanche l’Italia definendola «il Paese delle ciabatte». La dichiarazione offensiva è arrivata a inizio giugno 2026 tramite un post di reazione su X, in cui Ben-Gvir ha scritto testualmente: «Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte».
Il leader di Otzma Yehudit, il partito sionista secolarista al governo col Netanyahu, ha rilasciato questa affermazione dopo aver appreso la notizia di essere stato ufficialmente iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma. I magistrati italiani hanno aperto un fascicolo nei suoi confronti ipotizzando i gravissimi reati di sequestro di persona e tortura.L’inchiesta ruota attorno al caso della Global Sumud Flotilla: i militari israeliani avevano abbordato in acque internazionali le navi cariche di attivisti dirette a Gaza.
A testimoniare la posizione di Ben-Gvir è stato un video pubblicato da lui stesso sui social, nel quale si riprendeva mentre scherniva e dileggiava gli attivisti (tra cui cittadini italiani) costretti a restare legati, bendati e in ginocchio. Oltre all’insulto sul «Paese delle ciabatte», il ministro ha aggiunto in una nota ufficiale di «non essere per nulla intimorito» dall’azione giudiziaria di Roma.
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A inizio giugno 2026 il ministro della Sicurezza aveva esplicitamente chiesto di catturare e imprigionare le donne e i giovani libanesi per usarli come arma di pressione contro Hezbollah. Durante una riunione del gabinetto di sicurezza israeliano tenutasi il 9 giugno 2026, volta a discutere l’espansione delle operazioni militari in Libano, Ben-Gvir ha pronunciato parole riportate dai media internazionali e dal quotidiano Maariv.
«Iniziamo a pensare fuori dagli schemi riguardo a Hezbollah. Conquistare territori e uccidere molti terroristi è importante, ma dobbiamo anche arrestare le loro donne e i loro giovani e portarli nelle prigioni terroristiche. Questo è ciò che fa più male a loro» avrebbe detto secondo la testata israeliana.
A inizio maggio 2026, in occasione del suo 50° compleanno, la moglie di Ben-Gvir, Ayala, e i membri del suo partito hanno regalato al ministro delle torte di compleanno decorate con un cappio, a festeggiare l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi accusati di terrorismo. Le foto e i video, pubblicati orgogliosamente sui profili social ufficiali del partito, mostravano il cappio da boia al centro del dolce Il cappio da boia al centro del dolce e la scritta celebrativa in ebraico «congratulazioni al ministro Ben-Gvir, a volte i sogni diventano realtà», un riferimento esplicito al via libera della Knesset alla legge sulle esecuzioni.
Sulle torte erano raffigurate anche delle pistole e una mappa del territorio che includeva Gaza e l’intera Cisgiordania sotto la bandiera israeliana. Il cappio era già finito sui baveri dei rappresentanti di partito come spilla dorata. La forma e il colore della spilla imitavano volutamente i nastri gialli indossati dal resto della politica e della società israeliana in segno di solidarietà con gli ostaggi nelle mani di Hamas, scatenando la durissima reazione delle opposizioni e dei familiari dei rapiti.
Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.
L’anno passato, quando il Regno del Belgio pose sanzioni contro lo Stato Ebraico, Ben Gvir disse oscuramente che «i Paesi europei sperimenteranno il terrore».
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Immagine di Alexander Khanin via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Politica
«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
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- Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
- Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
- Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
- Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
- Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
- Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
- Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
- Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
- Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
- Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
- Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
- Franco Battiato — esoterico cantante etneo
- Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
- Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
- Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
- Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
- Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
- Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
- Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
- Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
- Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
- Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
- Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
- Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
- Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
- Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè
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Politica
Trump: l’Irlanda sarà riunificata
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.
La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.
Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».
Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.
Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».
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All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.
I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.
L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.
Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».
Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Politica
Sì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino
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