Geopolitica
Diplomatico russo picchiato da parlamentare ucraino al meeting di Ankara
Botte ad Ankara, durante l’Assemblea Parlamentare della Cooperazione Economica del Mar Nero (PABSEC), dove membri della delegazione ucraina hanno cercato di interrompere un incontro che coinvolge la Russi e infine picchiato un diplomatico di Mosca.
Olga Timofejeva, capo ad interim della delegazione russa, ha dichiarato al sito russo RT che gli ospiti sono rimasti «scioccati» dalle azioni dei loro colleghi ucraini.
Mentre la Timofejeva stava pronunciando un discorso ad una sessione dell’incontro, diversi ospiti ucraini si sono avvicinati alle sue spalle, dispiegando una grande bandiera ucraina e quello che sembrava essere uno stendardo appartenente a un’unità militare ucraina.
Nel video è visibile una delle bandiere esposte dietro il seggio della diplomatica conteneva anche il colore nero e rosso, come da tradizione del banderismo, cioè del nazionalista integrale ucraino Stepan Bandera che fu collaboratore della Germania nazista.
???????? #Turkey ????????#Ukraine ???????? #Russia
( Flag Fight )
A scuffle broke out between #Ukrainian and #Russian delegates at a meeting of Parliamentary Assembly of Black Sea Economic Cooperation (PABSEC) in Türkiye’s capital Ankara
⬇️#FlagFight #Putin #Kyiv pic.twitter.com/F7nRLtWy5a— Top Viral Videos (@ManojKu40226010) May 5, 2023
«Stanno usando qualsiasi piattaforma per calunniarci, mentre noi utilizziamo qualsiasi piattaforma per affermare effettivamente la nostra posizione», ha detto la Timofejeva, che ha esternato il fatto che gli ucraini si sarebbero poi comportati in modo «aggressivo» poco dopo la sessione, aggiungendo inoltre che i membri di altre delegazioni erano rimasti «scioccati dal loro atteggiamento».
Secondo Politico, il presidente del parlamento turco Mustafa Şentop, che presiedeva la riunione, è intervenuto e ha chiesto che i rappresentanti ucraini fossero scortati fuori dalla sala. Şentop in seguito si è scusato su Twitter per l’incidente «sfortunato e inaccettabile», che «ha interrotto l’ambiente di pace che la Turchia sta cercando di raggiungere».
Ma non è finita. L’episodio più grave è avvenuto quando la Timofejeva stava rilasciando un’intervista in diretta al canale televisivo Rossiya-1 nel corso della giornata.
Durante l’intervista, il deputato ucraino Oleksandr Marikovskyi le si è avvicinato con in mano una bandiera ucraina tridentata. Il segretario della delegazione russa Valerij Stavitskyj ha strappato la bandiera dalle mani di Marikovskyj, ma mentre l’uomo se ne stava andando, Marikovskyi gli è corso dietro e gli avrebbe dato uno schiaffo tale da fargli volare a terra gli occhiali, riottenendo infine il drappo. Il breve combattimento è stato interrotto dal personale turco.
Russian delegate to the Ukrainian flag at #Ankara. pic.twitter.com/cbs8I7aq9T
— Elizah Shafak (@ElizahShafak) May 5, 2023
Secondo quanto riportato, Irina Kasimova, portavoce dell’ambasciata russa in Turchia, ha detto che Valerij Stavitskij, il segretario della delegazione russa, sarebbe stato ricoverato in ospedale dopo l’attacco.
Il deputato ucraino Oleksandr Valeriyovyvch Marikovskyi, 40 anni, si presenta come molto più giovane rispetto al collega russo strattonato e picchiato.
Marikovskyi è deputato alla Verkhovna Rada, il Parlamento unicamerale di Kiev, per il partito Servitore del Popolo, la formazione politica di Zelens’kyj che prende il nome dal telefilm in cui l’attuale presidente, comico di professione, interpretava un uomo qualsiasi che ascendeva al potere in Ucraina, come poi avvenuto. La trasmissione, con la conseguente carriera politica nella vita reale di Zelens’kyj, fu lanciata nei canali TV dell’oligarca ebreo-ucraino con cittadinanza cipriota Igor Kolomojskyj, accusato di crimini da più parti, da cui Zelens’kyj, dopo un raid nella sua abitazione, sembra essersi emancipato.
Capello corto, spalle larghe, l’aspetto di Marikovskyi potrebbero far pensare ad uno degli hooligan neonazi allevati dagli oligarchi negli stadi di calcio nei decenni in cui i plutocrati si ingrassavano a spese dal popolo ucraino sempre più impoverito, invece si tratta di un laureato in scienze politiche con specializzazione in e-government, ecologia, e pratiche anticorruzione. Wikipedia ci fa anche sapere che è membro di iniziative animaliste.
David Arakhamia, capo del partito zelenskiano Servitore del popolo del presidente, ha ringraziato Marikovsky per «aver difeso l’onore della bandiera ucraina e la sua posizione dignitosa».
Qualcuno può ricordare l’Arakhamia per un altro episodio, oramai sepolto nella memoria dalla spazzatura della propaganda NATO. Egli fu membro del gruppo negoziale ucraino mandato a Pripjat, sul confine bielorusso-ucraino, per trattare un arresto del conflitto il 28 febbraio 2022, a quattro giorni dall’inizio dell’invasione russa.
Ricorderete la strana sperequazione estetica tra le due parti: da una parte i diplomatici russi, completo e cravatta di ordinanza, compostezza affinata da decenni di pratica internazionale; dall’altra gli ucraini, presentatisi in felpa, cappello da baseball fissato in testa, telefonino lasciato sul tavolo, e forse nemmeno per sola sciatteria.
Forse non il lettore di Renovatio 21, ma certamente il pubblico medio occidentale ha dimenticato cosa accadde al team di negoziatori di Arakhamia: un suo membro, Denis Kireev, fu trucidato in strada. Dissero che era stato «giustiziato» per tradimento, di cui ci sarebbero state «prove evidenti». Abbiamo notato che era l’unico degli ucraini in cravatta, come la controparte russa.
Rimase di lui una foto in maglione, steso sul selciato, la pancia che un po’ gli esce, e un rivolo di sangue dietro alla nuca. Qualcuno disse che c’erano i segni del fatto che lo avessero picchiato, e poi gli avessero sparato in faccia.
Intel Slava- Ukrainian media and ex-deputy of the Rada Dubinsky reported that the SBU killed one of the five negotiators from the Ukrainian side, Denis Kireev.
Kireev is an expert in the financial and banking sector????They're killing off their own peace talks negotiating team. pic.twitter.com/ABlioPRidK
— Sergeant News Network (@Sgtnewsnetwork) March 5, 2022
Solo quell’evento, belluino, scomposto fino all’inspiegabile, doveva far capire da subito al mondo con chi si aveva a che fare.
Invece, siamo ancora qui a toglierci dalle tasche il danaro (e le armi, sottratte alla nostra Difesa) per darlo al regime di Zelens’kyj, nonostante la violenza patente mostrataci fin dentro le sedi diplomatiche.
Nell’attesa che presto, quella boria e quella violenza ferale si riversi anche in Europa, nel nostro Paese, nella vostra cittadina. Le armi per far partire un macello qui sotto casa nostra già sono in circolo: ce le hanno messe gli ucraini, ma gliele abbiamo date noi.
Preparativi ad una «gestione della barbarie» ucraina nel vostro quartiere.
Immagine screenshot da YouTube
Economia
Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.
Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».
Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».
«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.
Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
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Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».
Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.
All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».
Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.
Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione
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Geopolitica
Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese
Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.
Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.
«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.
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Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».
Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.
La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.
Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.
Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.
La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.
Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.
Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.
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I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.
Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.
Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.
In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.
Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.
Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.
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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.
Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.
In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.
Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».
Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.
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Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.
Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.
La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.
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Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International
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