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Internet

Che cos’è il metaverso? Incubo e realtà dell’evoluzione di Facebook e di internet

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Sarebbe emerso in queste ore che Mark Zuckerberg sarebbe intenzionato a «cambiare» nome al gruppo Facebook. Non al social col logo blu – che è di gran lunga il suo prodotto di punta – ma alla società che lo possiede, oltre a possedere Whatsapp, Instagram, Oculus. tutte società promettenti fagocitate durante la loro crescita dai miliardi messi sul piatto da Zuckerberg.

 

L’operazione non sarebbe differente, pare di capire, da quella con cui nel 2015 Google istituì una società più grande – cioè una holding che contenesse tutte le aziende del gruppo – chiamata Alphabet. Sul nuovo nome sono partite le scommesse, e qualcuno fa già notare che meta.org è un dominio della fondazione del CEO di Facebook e della moglie.

 

Zuckerberg è certo fiaccato da mesi, anni di rivelazioni e scandali riguardo Facebook – un nome che ad alcuni può sembrare sul punto di divenire quello di una toxic company.

 

Tuttavia, ci potrebbe essere un altro fattore a spingere la società verso una definizione: l’ambizione, ora esposta a chiare lettere, di essere la prima società al mondo del «metaverso». O meglio: l’ambizione di creare il primo (e, nei piani, probabilmente, unico, o comunque maggioritario) «metaverso».

 

L’oligarcato tecnologico della Silicon Valley afferma da tempo che a breve saremo tutti in un mondo di realtà virtuale (VR) interattivo, completo di giochi, avventure, shopping, offerte, lavori – il tutto in una simulazione che sostituisce la realtà e la dematerializza elettronicamente

Il metaverso (parola usata per la prima volta dal seminale autore di fantascienza Neal Stephenson, che qualcuno sostiene avesse pure preconizzato con anni di anticipo le criptovalute, nel romanzo del 1992 Snow Crash) è uno spazio cibernetico che è al contempo denso e navigabile per ogni questione umana. Il metaverso è la digitalizzazione delle attività, delle transizioni, della vita della popolazione.

 

L’oligarcato tecnologico della Silicon Valley afferma da tempo che a breve saremo tutti in un mondo di realtà virtuale (VR) interattivo, completo di giochi, avventure, shopping, offerte, lavori – il tutto in una simulazione che sostituisce la realtà e la dematerializza elettronicamente. 

Potete pensare alla VR vista nel film di Stephen Spielberg Ready Player One, tuttavia, quello è un gioco – come lo è il mondo virtuale visto recentemente nel film Free Guy: quest’ultimo è un caso più realistico, perché ispirato a Fortnite, gioco di estremo successo che per alcuni è già un abbozzo del metaverso. L’azienda che produce il gioco, Epic, ha dichiarato i aver raccolto 1 miliardo di dollari da spendere per i suoi piani sul metaverso. Anche il grande produttore di schede grafiche Nvidia e la piattaforma di gioco Roblox stanno lavorando in questo ambito.  Il CEO di Microsoft Satya Nadella ha dichiarato che la società sta lavorando per costruire un «metaverso aziendale»

 

Tuttavia, il metaverso è diverso dalla realtà virtuale di oggi, dove i visori ingombranti offrono esperienze isolate e poche possibilità di incrocio con persone che possiedono dispositivi di marche diverse. Il metaverso sarebbe qualcosa di più: un enorme ciberspazio comune, che collega insieme realtà aumentata e realtà virtuale, consentendo agli avatar di saltare senza problemi da un’attività all’altra.

 

Facebook dovrebbe essere riconosciuta come «società del metaverso», dove la parola «società» non significa solo «azienda»

Si può pensarlo come a come un «Internet incarnato» in cui sei dentro piuttosto che guardare. Gli avatar (cioè i personaggi che rappresentano gli utenti) potrebbero camminare e interagire con il mondo elettronico in modo simile a come le persone manovrano il mondo fisico, consentendo agli utenti di interagire con persone dall’altra parte del pianeta come se si trovassero nella stessa stanza.

 

Come scrive il Washington Post, si tratta di un’impresa enorme che richiederebbe la standardizzazione e la cooperazione tra i giganti della tecnologia, che non sono inclini a collaborare con i concorrenti, anche se non ha impedito a molti di dire che il metaverso è dietro l’angolo.

 

Facebook, avendo digitalizzato l’identità di miliardi di persone del pianeta, parte ovviamente in vantaggio. E lo sa.

 

La filosofia economica è chiarissima: un nuovo mercato già popolato di consumatori in grado di generare economie di scala.

In una conferenza con gli azionisti dello scorso luglio Mark Zuckerberg lo ha detto apertis verbis: Facebook dovrebbe essere riconosciuta come «società del metaverso», dove la parola «società» non significa solo «azienda».

 

L’obiettivo, ha affermato Zuckerberg nella conferenza, è popolare questo mondo virtuale attirando nuovi utenti con visori VR economici: e anche qui Facebook parte molto avanti rispetto ai concorrenti, avendo investito nell’acquisto e nello sviluppo della visiera da realtà virtuale stand-alone (senza cavi, ora) Oculus.

 

Alla fine, ha dichiarato Zuckerberg, questa solida base di utenti si rivelerà come un vantaggio pubblicitario: «centinaia di milioni di persone» nel metaverso «compongono le dimensioni dell’economia digitale al suo interno».

 

La filosofia economica è chiarissima: un nuovo mercato già popolato di consumatori in grado di generare economie di scala.

 

Si badi che non si tratta più solo di giuochi. Negli ultimi mesi, con la spade di Damocle dei lockdown ancora parzialmente attiva, Facebook ha lanciato uno spazio di lavoro in realtà virtuale per chi lavora da casa – in Italia, una porzione immensa dei dipendenti pubblici.

 

È chiaro a tutti che, qualora il metaverso diventasse mainstream, chi controlla la piattaforma controllerebbe il mondo.

L’azienda di Menlo Park sta anche lavorando su un braccialetto intelligente e occhiali VR che proiettano negli occhi di chi lo indossa. L’investimento su questo sforzo è da miliardi di dollari.

 

Il metaverso non esiste oggi e non esiste una data chiara per il suo arrivo. La realtà aumentata e la realtà virtuale devono ancora conquistare le masse e rimangono un interesse di nicchia. Tuttavia Zuckerberg, tra i primi dieci uomini più ricchi della terra e (in teoria…) padrone del maggiore canale di comunicazione globale (quindi, dei contenuti mentali dell’umanità) nel 2017 aveva promesso di portare il numero di utenti del suo device per la realtà virtuale Oculus a un miliardo.

 

È chiaro a tutti che, qualora il metaverso diventasse mainstream, chi controlla la piattaforma controllerebbe il mondo.

 

Capitelo: l’inquisizione si basava su processi, Facebook no.

E un assaggio di quale sarebbe la legge, in questo mondo 2.0 dominato dal titano tecnologico, ce lo abbiamo già avuto.

 

Utenti espulsi per le proprie idee personali, le proprie opinioni, le proprie propensioni politiche, ideologiche, espressive.

 

Politici, partiti, persino il presidente degli USA bandito – mentre magari pedofili e narcotrafficanti usano indisturbati la piattaforma. Censura, repressione della libertà di parola e delle realtà scientifiche.

 

Punizioni che non prevedono possibilità di difendersi: cioè un mondo senza giusto processo, senza stato di diritto, senza diritti in generale, in cui non sai nemmeno di cosa ti accusano.

 

A Renovatio 21, lo sapete, è capitato. Se vi chiedete perché la pagina Facebook sia stata rimossa dalla piattaforma, non siete soli, non lo sappiamo neanche noi. E non abbiamo avuto modo di chiederlo a nessuno, anche solo per capire in dettaglio cosa non andasse (anche se immaginiamo).

 

Riusciamo a immaginarci benissimo, quindi, come sarà il metaverso di Facebook. E chi vi regnerà esercitando un terrificante potere totale sulle vite degli altri

Capitelo: l’inquisizione si basava su processi, Facebook no.

 

La giustizia, la politica, i diritti, sono disrupted, disintermediati. Già ora è così.  Del resto era il motto di Zuckerberg: move fast, break things. Muovendosi veloce, ha rotto tante cose, tra cui, c’è chi sostiene, i diritti umani, la libertà di espressione, la democrazia così come la conoscevamo, il tessuto umano della società di ogni nazione.

 

Riusciamo a immaginarci benissimo, quindi, come sarà il metaverso di Facebook. E chi vi regnerà esercitando un terrificante potere totale sulle vite degli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Cina

App per la fertilità condivide i dati sensibili delle utenti con aziende cinesi

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Una popolare app per il monitoraggio della fertilità chiamata «Premom» (di proprietà di Easy Healthcare) è sotto accusa per aver condiviso le informazioni sulla salute degli utenti con inserzionisti di terze parti, secondo una nuova denuncia della Federal Trade Commission, l’agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti atta a promuovere la tutela dei consumatori e l’eliminazione e la prevenzione di pratiche commerciali anticoncorrenziali.

 

L’applicazione per smartphone, che agisce come tracker dell’ovulazione, calendario mestruale e strumento per la fertilità avrebbe condiviso i dati sensibili dell’utente con terze parti tramite kit di sviluppo software integrati nell’app. Lo riporta il sito di tecnologica Tech Crunch.

 

Nell’agosto 2020, l’International Digital Accountability Council ha scoperto che Premom condivideva i dati sulla posizione dell’utente e gli identificatori del dispositivo con due società cinesi senza il consenso dell’utente.

 

«In definitiva, ciò potrebbe consentire a queste terze parti di associare questi eventi app personalizzati di fertilità e gravidanza a un individuo specifico», afferma la denuncia FTC.

 

«Easy Healthcare avrebbe anche condiviso i dati sensibili identificabili degli utenti con due società di analisi mobile con sede in Cina note per “pratiche sospette sulla privacy“, secondo una dichiarazione del procuratore generale del Connecticut William Tong» scrive Tech Crunch. «I dati, inclusi i numeri IMEI – stringhe di numeri legati ai singoli dispositivi – e precisi dati di geolocalizzazione sono stati trasferiti alle società di analisi Jiguang e Umeng tra il 2018 e il 2020, secondo la FTC».

 

«La FTC sostiene che la società lo abbia fatto sapendo che Jiguang e Umeng potrebbero utilizzare questi dati per i propri scopi commerciali o potrebbero trasferire i dati a terze parti aggiuntive, e afferma che Easy Healthcare ha smesso di condividere questi dati solo quando Google ha notificato al produttore dell’app nel 2020 che il trasferimento di dati a Umeng ha violato le norme del Google Play Store» continua il sito della Silicon Valley.

 

Samuel Levine, direttore del Bureau of Consumer Protection della FTC, ha affermato che l’app per la salute «ha infranto le sue promesse e ha compromesso la privacy dei consumatori».

 

Il Dipartimento di Giustizia USA si è accordato con Easy Healthcare per 100.000 dollari per aver violato la regola di notifica delle violazioni sanitarie della FTC. E la società di app si è accordata anche con il Connecticut, l’Oregon e il Distretto di Columbia per 100.000 dollari.

 

Il problema vero, nella questione delle app che condividono i dati con Pechino, rimane TikTok, la app-social media molto popolare tra i giovani. E non solo per le autorità americane: la Commissione Europea ha ordinato ai propri dipendenti di disinstallare l’app dai telefonini aziendali, nonostante la società si sia offerta di combattere la «disinformazione» nella UE.

 

TikTok era già stata messa al bando in India tre anni fa in seguito alle tensioni himalayane tra Pechino e Nuova Dehli.

 

«Pechino accede a tutti i dati» ha dichiarato un ex ingegnere delle società che possiede TikTok.

 

TikTok in USA è stata altresì accusata di perseguire una sorta di piano di ingegneria sociale sulla gioventù americana, con video volgari ed inutili distribuiti in America e, al contrario, video patriottici che promuovono la responsabilità e l’impegno diffusi nella Repubblica Popolare Cinese.

 

Un gruppo bipartisan di legislatori americani guidati dal senatore della Florida Marco Rubio sta introducendo una legislazione per colpire l’app di condivisione video cinese, definita come «fentanil digitale» per la popolazione statunitense.

 

Tuttavia, il progetto di legge colpirebbe in generale ogni realtà di internet, portando un controllo ulteriore del governo americano sui contenuti in rete.

 

È emerso che anche nel ramo americano di TikTok sono attivi tanti ex dipendenti delle agenzie di Stato, e di Intelligence, USA.

 

 

 

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Internet

YouTube censura l’omelia di Pasqua di monsignor Viganò

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YouTube ha rimosso il video dell’omelia pasquale di monsignor Carlo Maria Viganò e sanzionato con uno «strike» (un «avvertimento») il canale di Renovatio 21 per averlo pubblicato.

 

Proprio nelle ore in cui si stava risolvendo il problema tecnico che ha tenuto spento il sito di Renovatio 21 tra domenica e lunedì, ci arrivava una comunicazione dalla grande piattaforma di video di proprietà di Alphabet-Google: «YouTube ha rimosso i tuoi contenuti» scrive l’oggetto della missiva elettronica.

 

«Il nostro team ha esaminato i tuoi contenuti e, purtroppo, riteniamo che violino le nostre norme sulla disinformazione medica. Abbiamo rimosso i seguenti contenuti da YouTube: Omelia di Monsignor Viganò per la Pasqua 2023»

 

Il motivo, ci viene detto, è una violazione della policy di YouTube. «YouTube non ammette affermazioni sulle vaccinazioni contro il COVID-19 che contraddicono il consenso degli esperti delle autorità sanitarie locali o dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS)».

 

 

Dobbiamo far notare che nella sua omelia, monsignor Viganò accennava appena alle vaccinazioni, per dedicarsi alla questione spirituale della Santa Pasqua.

 

Per questa infrazione, viene quindi non solo censurata la predica pasquale del prelato già nunzio apostolico negli USA, ma anche sanzionato il canale YouTube.

 

«Il tuo canale ha ora 1 strike [avvertimento, ndr]. Non sarai in grado di eseguire operazioni come caricare, pubblicare o trasmettere in live streaming per 1 settimana. Un secondo strike ti impedirà di pubblicare contenuti per 2 settimane. Tre strike nello stesso periodo di 90 giorni comporteranno la rimozione definitiva del tuo canale da YouTube».

 

 

Colpisce, anche qui, la retroattività della sanzione: dal momento della pubblicazione, e cioè la scorsa Pasqua, è passato più di un mese. Del resto sappiamo che accade spesso: a Renovatio 21 è arrivato poche settimane fa un  piccolo ban temporaneo da Facebook per un post dove si descriveva semplicemente la crisi internazionale che si poteva ingenerare con la morte del generale Suleimani, assassinato da un’operazione americana il 3 gennaio 2020. Come si possa infliggere a qualcuno una pena per qualcosa di scritto tre anni prima (qualcosa che non solo era perfettamente rispondente alla libertà di espressione prevista in Costituzione, ma che era reso giornalisticamente in linguaggio neutro, di sola preoccupazione per le tensioni internazionali) resta un mistero.

 

Il lettore calcoli pure che la piattaforma di Mark Zuckerberg aveva nel settembre 2021 cancellato l’intera pagina Facebook di Renovatio 21 e tutti gli account personali collegati, e pure altre pagine legate ai profili estromessi per sempre: pagine e account sono tornate solo dopo l’ordinanza del tribunale, ma ci pare proprio vi sia uno shadowban piuttosto consistente: i nostri post su Facebook, piattaforma che in pratica non usiamo più, raccolgono magari due-tre like (letteralmente due o tre), invece delle centinaia e migliaia di un tempo.

 

Ciò detto, è davvero rilevante che ora anche le omelie pasquali possano essere censurate. Non è più solo una questione di libertà di espressione  – art. 21 della Costituzione: «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria».

 

Né ci pare solo una questione di diritto commerciale – secondo alcuni esperti di giurisprudenza non è possibile cambiare i termini di un contratto senza l’assenso di ambo le parti.

 

Si potrebbe pensare che possa trattarsi di una questione di libertà religiosa, un diritto che in Italia ha pure copertura costituzionale.

 

Art. 19: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto».

 

Perché, di fatto, quella di Viganò era un’omelia religiosa, spirituale. E qui si consuma il tema su cui Renovatio 21 si è spesa da anni (molto prima della pandemia), praticamente dall’atto stesso della sua creazione: la vaccinazione come questione religiosa.

 

Renovatio 21 ha tentato, sin dal 2017, di organizzare i materiali per far entrare la questione vaccinale nell’ambito della sfera religiosa, per cui è prevista in Italia l’obiezione di coscienza. Il fatto che la produzione dei vaccini si serva di linee cellulari da feti abortiti aiuta a comprendere che, di fatto, per un cristiano e non solo, la vaccinazione può essere intesa come qualcosa che ferisce l’intimità spirituale del cittadino.

 

Venne approntata, a questo fine, il più grande convegno internazionale mai realizzato sulle linee cellulari di feto abortito, al quale parteciparono ricercatori e attivisti americani e italiani nonché il cardinale Raymond Leo Burke. L’idea era quella di spingere il mondo cattolico verso la validità di un’obiezione di coscienza verso le vaccinazioni obbligatorie.

 

Come noto, il Vaticano nel 2017 e più tardi, in pandemia, avrebbe emesso noto in cui assicurava la liceità morale della vaccinazione con sieri derivati da cellule di aborto, di fatto promuovendo globalmente l’obbligo vaccinale – che peraltro, come documentato da Renovatio 21, fu imposto draconianamente alla popolazione della Santa Sede.

 

Ci è chiaro che se fossimo riusciti nel nostro intento, milioni di persone avrebbero potuto evitare la vaccinazione sventolando all’autorità la bontà della propria obiezione legale, visto che il vaccino alla fine riguardava anche aspetti di carattere religioso. Dall’altra parte, tuttavia, c’era il papa del Battesimo di Satana, che non avevamo ancora visto scatenarsi con il COVID.

 

Ecco perché anche questa nuova censura di YouTube non ci sorprende: vaccino e religione, siringa e spirito, sono stati tenuti separati dal discorso pubblico, con ettolitri di inchiostro della stampa versato con benedizione vaticana.

 

Dunque, si può censurare anche un’omelia di un successore degli Apostoli?

 

Chi scrive, ricorda, anni fa, di aver conferito telefonicamente con Claudio Messora, il titolare del sito video Byoblu, al momento della sua estromissione da YouTube. Giorgia Meloni, allora allora all’opposizione, lo aveva difeso in Parlamento contro il colosso dei video condivisi. Era un buon punto da cui iniziare, dicevo – bisognava creare una consapevolezza politica, con vera proiezione parlamentare, del tema della censura sui social.

 

È chiaro che non avrei il medesimo suggerimento oggi: non crediamo vi sia nessuno, nemmeno tra i politici sedicenti «cattolici», che abbia il coraggio (più che la voglia) protestare lo scandalo di un’autorità religiosa censurata, per soprammercato, da gruppi stranieri. Nessuno ha mosso un dito per le migliaia e migliaia di persone cancellate dai social per le loro opinioni durante la stretta pandemica, figurarsi se adesso, in questo Parlamento dimezzato e post-cristiano, qualcuno si muove per il diritto di un vescovo di fare un’omelia. Costituzione, decoro, pudore: abbiamo capito, infine, quanto valgano davvero.

 

E per quanto riguarda i «cattolici», specie quelli tiepidi che fingono di essere caldi per intortare il dissenso e carpirne le donazioni (più, magari, qualche mancia dall’8 per mille), ci torna in mente la prospettiva che sembrava stagliarsi all’orizzonte qualche anno fa con la storia della legge anti-omofobia.

 

I cattolici-attivisti, quelli controllati dall’episcopato traditore (lo stesso che ci ha venduto alla siringa del Male), all’epoca cercavano neanche tanto nascostamente, un compromesso – del resto, sono democristiani, e i compromessi suicidi sono l’unica cosa che sanno fare. C’era chi già diceva, all’epoca, che sì, la legge anti-omofobia si poteva in fondo fare, purché si facesse passare un emendamento-San Paolo, con cui cioè si potessero leggere nelle chiese quei passaggi della Bibbia che sarebbero stati illegalizzati.

 

I democristiani catto-familisti e catto-abortisti, che ancora continuano a far perdere tempo alla gente, volevano portarci al compromesso osceno di poter parlare di Cristo, cioè della Verità, solo nella riserva indiana degli edifici religiosi.

 

Come tutti i tiepidi, dice l’Apocalisse (3, 14-20), essi saranno vomitati: di fatto, i loro sciocchi paletti liberticidi sono già superati dalla realtà, dove si punta oramai a eliminare ogni discorso non allineato, religioso o no che sia. È disintegrata ogni pensiero, più la sua possibilità di locuzione, per una parola ritenuta sbagliata.

 

Questo è il mondo cui siamo capitati: la censura impera, il vero discorso religioso è perseguitato, come lo è la Verità – cioè, come lo è stato Dio.

 

Che possiamo dire: ricaricheremo l’omelia di Monsignor Viganò su Rumble, senza tuttavia avere aspettative di essere al sicuro.

 

Tuttavia, di una cosa siamo certi: questo momento osceno prima o poi, in un modo o nell’altro, dovrà finire.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Internet

Apple indagata per l’obsolescenza programmata

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La Procura di Parigi ha aperto un’inchiesta sui presunti tentativi di Apple di rendere obsoleti i propri dispositivi per costringere gli utenti all’aggiornamento. La denuncia segue sentenze di successo contro il colosso tecnologico della California in Francia e in Italia.

 

«A seguito di un reclamo, nel dicembre 2022 è stata aperta un’indagine sulle pratiche di marketing ingannevoli e sull’obsolescenza programmata», ha affermato lunedì l’ufficio in una dichiarazione, aggiungendo che la denuncia è stata presentata da un gruppo di attivisti chiamato «Halte a L’Obsolescence Programmee» (HOP).

 

La denuncia del gruppo è incentrata sulla pratica della «serializzazione», in base alla quale pezzi di ricambio come microchip o altoparlanti vengono abbinati con numeri di serie a una specifica generazione di iPhone. Ciò impedisce ai riparatori di terze parti di utilizzare parti generiche e, poiché i modelli vengono gradualmente eliminati da Apple, lo sono anche i ricambi associati, costringendo i clienti a sborsare per un modello più recente.

 

Apple, afferma HOP, è in grado di rilevare quando un telefono è stato riparato con parti non autorizzate e può «degradare» da remoto le sue prestazioni.

 

Un precedente reclamo di HOP ha portato Apple a essere multata di 27 milioni di dollari da un ente di protezione dei consumatori francese nel 2020 per aver rallentato le prestazioni dei vecchi iPhone tramite aggiornamenti obbligatori del sistema operativo.

 

Una decisione simile era stata presa in Italia un anno prima, con l’autorità antitrust del paese che aveva imposto una multa di 10,8 milioni di dollari alla società californiana.

 

Un tentativo simile di citare in giudizio Apple per obsolescenza programmata è stato sconfitto in Corea del Sud a febbraio, con un tribunale di Seoul che ha archiviato la causa senza spiegazioni e costringendo i querelanti a pagare le spese legali di Apple.

 

Come riportato da Renovatio 21, Apple due settimane fa ha costretto milioni di utenti ad un «aggiornamento rapido» di sicurezza, le cui cause non sono state ben spiegate.

 

Apple è stata accusata di aver ristretto il sistema di comunicazione tra telefoni durante le proteste antilockdown che hanno investito massivamente la Cina sei mesi fa. Mesi prima, la fabbrica di Apple a Shanghai aveva subito una rivolta.

 

Si tratta della società più capitalizzata della storia, la prima a raggiungere l’anno scorso un valore di mercato di 3 trilioni di dollari, superiore persino alla società petrolifera saudita ARAMCO.

 

L’azienda di Cupertino si è distinta per particolari prese di posizioni, come l’implementazione di emoji della donna barbuta e dell’uomo incinto.

 

Durante la pandemia Apple si era distinta, con Google, per l’integrazione di tecnologie di tracciamento COVID direttamente nei telefoni degli utenti.

 

Aveva suscitato polemiche l’annuncio di Apple di una scansione delle foto private degli utenti alla ricerca di materiale definito «pedofilo». L’azienda parrebbe avervi infine rinunciato, tuttavia altre società che gestiscono i dati di miliardi di persone lo stanno già facendo, con errori agghiaccianti che travolgono le vite di genitori e pediatri.

 

Rilevante la decisione di Apple di rimuovere la app di appuntamenti tra persone non vaccinate, il cosiddetto «Tinder no-vax».

 

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