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Epidemie

La mancanza di contatto uccide i bambini

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Non è un’iperbole: la mancanza di contatto uccide i bambini. Letteralmente.

 

Il mondo pandemico, con le sue mascherine, i suoi guanti, e sopratutto il cosiddetto «distanziamento sociale» può avere ripercussioni serie sulla salute delle persone, in ispecie sulla salute dei bambini.

 

L’assenza totale di contatto fisico avrà ripercussioni sull’infanzia non ancora calcolabili

Avrete notato tutti come, volenti o nolenti, le abitudini di tutti sono cambiate: nessuno si abbraccia più con la stessa passione di prima, né amici né parenti: e figurarsi, per quanto possa sembrare incredibile, il mondo ha appena abolito la stretta di mano.

 

L’assenza totale di contatto fisico – e con esso la trasmissione di emozioni e di senso di benessere gruppale – avrà ripercussioni sull’infanzia non ancora calcolabili. Tuttavia la Storia ci può aiutare a capire meglio la mostruosità della situazione.

 

Dobbiamo citare l’immane tragedia del dottor  . Un’ecatombe da lui perpetrata, inflitta sulla popolazione, con i denari di una delle più orrende «Famiglie della Morte». Al dottor Holt si imputano una quantità massiva di morti infantili.

 

Il pediatra Holt riteneva che il contatto con i bambini, anche neonati, andasse limitato. Soprattutto non andavano cullati e tenuti in braccio: questo, secondo la sua teoria che ebbe un grandissimo successo negli USA di inizio Novecento, li avrebbe resi viziati.

Il pediatra Luther Emmet Holt (1855-1924) riteneva che il contatto con i bambini, anche neonati, andasse limitato. Soprattutto non andavano cullati e tenuti in braccio: li avrebbe resi viziati

 

Migliaia, decine se non centinaia di migliaia di bimbi, perirono di quel male che chiamano «marasma». Una piaga che investì tutte le classi sociali, anche i più ricchi, che come oggi, vogliono tenersi al passo delle nuove teorie educative.

 

La vera strage, però, fu – ovvio – negli orfanotrofi, dove l’imposizione della regola del non contatto fisico si sommava agli altri problemi tipici degli istituti.

 

Nel 1915, secondo uno studio, morivano nei primi 2 anni di vita dal 30% al 60% degli orfani istituzionalizzati negli USA. A Baltimora, moriva il 90%. Epperò, era un ospedale di Nuova York ad avere il primato, con il 100% della mortalità infantile sotto i due anni.

 

Solo alla fine degli anni venti alcune strutture «ribelli» trovarono il coraggio di rompere le regole e cullare e accarezzare i piccoli, così come guida la più basica natura umana. Il tasso di mortalità calò in modo impressionate. Le idee di Holt caddero dimenticate, ma, attenzione, non vennero condannate. Il motivo lo diciamo poco sotto.

Migliaia, decine se non centinaia di migliaia di bimbi, perirono di quel male che chiamano «marasma».

 

Le ricerche successive in merito all’istituzionalizzazione prolungata dei bambini sotto un anno di vita parlano chiaro. Secondo René Spitz, studioso del fenomeno del marasma infantile e della morte per depressione anaclitica , l’assenza di tenerezza e di amore incidono sul 60% dei bambini presi in esame, malgrado fossero nutriti e ricevessero cure igieniche e cliniche necessarie: tutti morti prima dei due anni di età.

 

In pratica, puoi nutrire e curare un bimbo, ma se non gli dai affetto, questo muore, e prima ancora di poter proferire verbo, o anche solo essere in grado di capire qualcosa dell’universo circostante.

 

Il dottor Holt non aveva probabilmente mai preso in considerazione la maternità nel Paese più disciplinato che ci sia, il Giappone: le mamme nipponiche abbraciano e cullano il bambino a più non posso, costantemente. Il bambino del Sol Levante, diciamo sino a 12 anni, gode poi di una libertà che il coetaneo occidentale si sogna. Eppure, non credo che il popolo giapponese possa definirsi come composto da individui «viziati».

Nel 1915, secondo uno studio, morivano nei primi 2 anni di vita dal 30% al 60% degli orfani istituzionalizzati negli USA. A Baltimora, moriva il 90%. In un ospedale di Nuova York ad c’era  il 100% della mortalità infantile sotto i due anni.

 

Chiaramente, il pediatra non sapeva che cosa diceva. Era forse vittima di un complesso di onnipotenza tipico di certi medici.

 

Ci si può chiedere come sia possibile che il nome di Holt, formidabile genio del male, infanticida di massa senza uso di pinze e pesticidi umani, non sia rimasto maledetto nei secoli dalla pratica medica o semplicemente dal sentire degli uomini.

 

Ebbene, per comprenderlo basta dare un’occhiata alla sua pagina Wikipedia, tutt’ora redatta in stile agiografico, quasi fosse un eroe. Il nome che spunta fuori è uno: Rockefeller.

 

Già nel 1891, la nota famiglia cooptò Holt nel Rockefeller Institute. Si fece strappare la promessa, pure, che il nostro avrebbe viaggiato per conto loro in Cina

Già nel 1891, la nota famiglia cooptò Holt nel Rockefeller Institute. Si fece strappare la promessa, pure, che il nostro avrebbe viaggiato per conto loro in Cina – cosa non di poco conto, considerando che 70 anni dopo Aurelio Peccei, uomo Rockefeller, riuscì a vendere a Deng Xiaoping la politica del figlio unico: la famiglia della morte pensa a lungo termine, e su più piste.

 

Presidente dell’Associazione Pediatrica Americana per due volte, divenne pure (!) presidente della American Association for the Study and Prevention of Infant Mortality (AASPIM), l’associazione americana per lo studio e la prevenzione della mortalità infantile. Cosa significativa perché nel suo primo discorso presidenziale, il nostro urlò la necessità del controllo delle nascite e dell’applicazione forzata dell’eugenetica:

 

«Dobbiamo eliminare gli inadatti tramite la nascita non tramite la morte. La razza deve essere effettivamente migliorata prevenendo il matrimonio e la riproduzione degli inadatti, di quelli che classifichiamo malati, i degenerati, i difettosi, e i criminali».

Presidente dell’Associazione Pediatrica Americana per due volte, divenne pure (!) presidente dell’associazione americana per lo studio e la prevenzione della mortalità infantile

 

Abbiamo idea che quando parla della sua contrarietà all’eliminazione degli inadatti «not by death» egli si riferisca a pratiche di sterilizzazione divenute, sulla spinta delle stesse forze, assai popolari negli USA del tempo (e non solo là: si chiama Eugenetica, ha avuto successo anche in Germania e in Svezia).

 

Il mostro Holt muore a Pechino nel 1924, dove i Rockefeller l’avevano mandato a tenere il semestre invernale nel loro Peking Union Medical College.

 

«Dobbiamo eliminare gli inadatti tramite la nascita non tramite la morte. La razza deve essere effettivamente migliorata prevenendo il matrimonio e la riproduzione degli inadatti, di quelli che classifichiamo malati, i degenerati, i difettosi, e i criminali» dottor Holt

In Cina, non solo poteva avere carne fresca per i suoi studi – i bambini cinesi, tanti e a buon mercato – ma non resisteva neanche alla ghiotta opportunità di esporre i medici cinesi alle sue teorie, cosa che interessava sia lui che i Rockefeller: i cinesi, prosperi e fertili, e senza il cattolicesimo fra le scatole (o quasi: del fallimento dell’evangelizzazione della Cina forse dovremmo ringraziare i gesuiti, ora a rimediare accordandosi con i cinesi persecutori e figlicidi ci sta pensando il gesuita Bergoglio, poco interessato al sangue dei bambini e ancora meno a quello dei martiri).

 

I cinesi, che tanto hanno dato al controllo delle nascite, proprio come ideato da Holt e Rockefeller, e che ora si sono presi definitivamente la scena del’eugenetica e pure anche della genetica, in ispecie quella dei virus.

 

Molte delle storie che fanno l’ossatura del nostro tempo si intrecciano, anzi: sono la stessa unica storia. La storia della Cultura della Morte, e del suo comando sul secolo XX e sugli albori del XXI.

 

Se i bambini muoiono, è perché è la Necrocultura, con i suoi sacerdoti e i suoi finanziatori, che dirige la nostra epoca

Se i bambini muoiono, è perché è la Necrocultura, con i suoi sacerdoti e i suoi finanziatori, che dirige la nostra epoca.

 

Questo fino a che glielo lasceremo fare. Il 21° secolo può essere il secolo della Vita: il nostro sacrificio è perché esso sia rigenerato nel segno del Bene.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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Epidemie

Patogeni ultraresistenti negli ospizi americani

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Secondo un nuovo rapporto dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (l’ente di controllo epidemiologico statunitense, o CDC), oltre quattro decessi su cinque negli Stati Uniti legati a infezioni resistenti ai farmaci sono causati da agenti patogeni comunemente associati a ospedali e case di cura.

 

Il rapporto sulle minacce della resistenza antimicrobica, pubblicato questa settimana dall’agenzia, si basa su dati del 2023 e stima che 19 tipi di batteri e funghi resistenti ai farmaci causino 9,7 milioni di infezioni e 50.800 decessi all’anno negli Stati Uniti. Sette minacce batteriche comunemente associate a ospedali e case di cura sono responsabili di oltre 42.000 di questi decessi, oltre a quasi 12 miliardi di dollari di costi sanitari.

 

La resistenza antimicrobica si verifica quando i germi sviluppano la capacità di resistere ai farmaci progettati per ucciderli, rendendo le infezioni difficili o impossibili da trattare. Gli anziani, le persone con un sistema immunitario indebolito e i pazienti sottoposti a procedure mediche invasive sono particolarmente vulnerabili.

 

Tra gli agenti patogeni classificati come minacce urgenti figura la Candida auris, un fungo potenzialmente letale in grado di resistere a numerosi farmaci e di sopravvivere sulle superfici delle strutture sanitarie. Colpisce principalmente i pazienti gravemente malati e può causare pericolose infezioni del flusso sanguigno.

Come riportato da Renovatio 21, focolai fungini negli anni hanno colpito diecine di persone arrivando alle cronache internazionali.

 

Uno studio separato del CDC, pubblicato a luglio, ha rilevato che i casi segnalati di Candida auris sono più che raddoppiati tra il 2022 e il 2024, passando da 2.882 a 6.197. La maggior parte dei casi per i quali è stato identificato il tipo di struttura medica sono stati rilevati negli ospedali, compresi quelli che forniscono cure a lungo termine a pazienti gravemente malati.

 

Il CDC ha osservato che molte infezioni correlate all’assistenza sanitaria sono prevenibili, ma gran parte dei progressi nella lotta alla resistenza ai farmaci sono andati persi durante la pandemia di COVID-19, quando la carenza di personale, il sovraffollamento e le interruzioni delle pratiche di controllo delle infezioni hanno contribuito a un aumento dei contagi.

 

L’avvertimento giunge in un momento in cui gli ospedali statunitensi si trovano ad affrontare crescenti pressioni finanziarie e di personale. Uno studio condotto da Harvard e pubblicato all’inizio di questo mese ha rilevato che tra il 2010 e il 2025 sono stati chiusi 432 ospedali a livello nazionale, con una conseguente perdita netta di 216 strutture e oltre 24.000 posti letto.

 

Anche le case di cura per anziani stanno affrontando difficoltà a causa della carenza di posti letto e di personale. Un’indagine condotta a settembre da KFF Health News ha rilevato che la diminuzione della capacità ricettiva ha costretto alcuni pazienti a rimanere ricoverati più a lungo a causa dell’indisponibilità di strutture di assistenza adeguate.

 

La questione riguarda largamente il tema, scottante, dell’antibiotico resistenza. Chirurgia, chemioterapia, trapianti, parti cesarei e terapie intensive funzionano perché gli antibiotici tengono sotto controllo le infezioni. Se smettono di funzionare, la medicina moderna perde la sua rete di sicurezza. Già nel 1945 Alexander Fleming, ritirando il Nobel, mise in guardia da questo rischio.

 

Oggi l’allarme è concreto: l’uso eccessivo e improprio di antibiotici in medicina, veterinaria e agricoltura seleziona ceppi sempre più resistenti.

 

Lo scenario peggiore è quello di un mondo in cui un’appendicite, una polmonite o un taglio infetto tornano a essere potenzialmente letali, e in cui interventi di routine diventano troppo rischiosi. Una stima parla di fino a dieci milioni di morti l’anno entro il 2050 su scala globale. Si tratta di una proiezione, non di un dato certo, ma indica l’ordine di grandezza della minaccia.

 

A rendere il quadro più inquietante c’è la circolazione dei geni di resistenza: la resistenza alla colistina, uno degli ultimi farmaci di riserva, si trasmette attraverso plasmidi, cioè frammenti di DNA che passano da un batterio all’altro e anche tra specie diverse. Una resistenza può quindi diffondersi molto più in fretta della comparsa di nuovi farmaci.

 

L’Italia è un caso critico. Secondo l’ISS, in passato il Paese deteneva il primato europeo di decessi correlati alla resistenza: circa 10mila all’anno sui 33mila europei. Il dato è datato, ma il problema resta. Nel 2024 sono state segnalate 3.735 batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi, a conferma della loro larga diffusione.

 

Sul piano normativo, il Piano nazionale di contrasto (PNCAR) 2022-2025 è stato prorogato al 2026 e i suoi obiettivi sono stati in gran parte non raggiunti. L’ISS ha lanciato nell’aprile 2026 un questionario tra gli operatori sanitari per raccogliere spunti utili alla stesura del nuovo Piano. Sul versante dell’innovazione, una determina del presidente dell’AIFA del 12 luglio 2025 ha attivato l’incentivo nazionale «pull», con un budget di 100 milioni di euro l’anno per gli antibiotici innovativi.

 

In ambito veterinario valgono i regolamenti europei: il Regolamento (UE) 2019/6 limita l’uso non essenziale degli antimicrobici e rafforza la responsabilità dei veterinari, mentre si diffondono alimenti, come le uova, dichiaratamente prodotti senza antibiotici al bestiame.

Se una gallina ovaiola assume un antibiotico, parte della sostanza può passare nell’uovo, in tuorlo e albume. Per questo nell’UE le regole sono molto severe. Per la maggior parte degli antibiotici non esiste un limite massimo di residui nelle uova, e questo equivale al divieto di usarli su galline che producono uova destinate al consumo umano. Se una gallina viene curata, le uova vanno scartate per un periodo di sospensione. I residui sono poi controllati dai piani nazionali di monitoraggio, e i casi di non conformità sono rari. Resta il rischio dell’uso illecito, che esiste ed è un reato, in teoria perseguito.

 

Alle dosi che si troverebbero in un uovo irregolare in teoria sono possibili reazioni allergiche in persone sensibili a certe classi, come le penicilline, e un effetto sul microbiota intestinale. La cottura non elimina in modo affidabile tutti i residui.

 

L’uso degli antibiotici negli allevamenti seleziona batteri resistenti, come Salmonella ed E. coli. Questi possono arrivare all’uomo in altri modi: contaminazione del guscio o della carne, scarsa igiene in cucina, contatto diretto con gli animali, ambiente contaminato dai liquami. Questo avviene anche senza alcun residuo di farmaco nell’alimento. Non esistono però stime attendibili di quanta parte della resistenza umana derivi dagli allevamenti: pesa soprattutto l’uso degli antibiotici in medicina umana.

 

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Epidemie

Il virus animale Shamonda uccide il primo essere umano in Francia

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In Francia è stato segnalato il primo caso documentato al mondo di infezione umana da virus Shamonda, in cui un paziente ricoverato in ospedale è poi deceduto, secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie.   Si riteneva in precedenza che questa malattia trasmessa dagli insetti, che circola tra il bestiame da decenni, non fosse in grado di infettare gli esseri umani. In una dichiarazione congiunta rilasciata giovedì, i ministeri francesi della Salute e dell’Agricoltura hanno confermato che il paziente, affetto da un sistema immunitario gravemente compromesso, è deceduto all’inizio di ottobre dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Lione.   «Fino ad ora, il virus Shamonda era considerato non trasmissibile all’uomo», hanno dichiarato i ministeri, secondo quanto riportato dall’agenzia AFP descrivendo l’infezione come la prima rilevazione confermata dell’agente patogeno in una persona. Il paziente ha sviluppato gravi complicazioni neurologiche che, secondo le autorità, sarebbero collegate all’infezione. Tuttavia, gli inquirenti non hanno ancora stabilito in modo definitivo se il virus sia stato la causa del decesso. Le autorità sospettano che il paziente abbia contratto il virus tramite la puntura di un moscerino infetto nella Francia orientale, dove il patogeno è stato recentemente rilevato nei bovini. Le circostanze dell’infezione sono tuttora oggetto di indagine. Nonostante il caso senza precedenti, le autorità francesi hanno affermato che al momento non vi sono indicazioni di una minaccia più ampia per la salute pubblica, sottolineando che il paziente era gravemente immunocompromesso e che non sono state identificate altre infezioni umane.   Il virus Shamonda appartiene al gruppo degli orthobunyavirus ed è stato identificato per la prima volta in Nigeria negli anni Sessanta. Viene trasmesso da minuscoli insetti ematofagi noti come moscerini Culicoides ed è stato rilevato nel bestiame in Africa e in Asia. Il virus è recentemente comparso tra i bovini europei, destando preoccupazione tra le autorità veterinarie.   In Francia, sono stati segnalati casi di infezione in decine di dipartimenti, con animali colpiti che presentano febbre, diarrea, debolezza e calo della produzione di latte, secondo quanto riportato dalle autorità agricole francesi.   Altri virus che sono passati dagli animali all’uomo includono l’HIV, l’Ebola e l’influenza aviaria. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha confermato il caso umano senza precedenti e sta collaborando con le autorità francesi per valutarne le implicazioni. Le autorità sanitarie stanno continuando le indagini epidemiologiche e di laboratorio per determinare come il paziente sia stato contagiato e se altri casi possano essere passati inosservati.

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Epidemie

Poco prima della pandemia, uno scienziato aveva proposto di modificare geneticamente il coronavirus per renderlo più infettivo

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Le email ottenute da US Right to Know mostrano che Vincent Munster ha suggerito a un altro scienziato dei Rocky Mountain Laboratories del NIH di inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike del coronavirus per renderla più infettiva. Nulla collega questa ricerca al SARS-CoV-2. Munster è stato recentemente incriminato per aver introdotto clandestinamente campioni del virus MPOS negli Stati Uniti.

 

Una domenica mattina di ottobre del 2019, il responsabile dell’unità di ecologia virale presso i Rocky Mountain Laboratories dei National Institutes of Health ha inviato un’e-mail a un ricercatore post-dottorato del suo laboratorio con un’idea.

 

Vincent Munster e il suo collaboratore post-dottorato, Michael Letko, avevano trascorso quell’anno a costruire un sistema per testare rapidamente se decine di coronavirus dei pipistrelli, simili a quelli della SARS, potessero infettare le cellule umane.

 

Quella settimana, Munster lesse una nuova bozza preliminare pubblicata dai gruppi di ricerca degli eminenti virologi Vineet Menachery e Ralph Baric, che dimostrava come la proteasi tripsina potesse consentire l’ingresso di alcuni coronavirus che altrimenti non sarebbero in grado di infettare le cellule umane.

 

Letko gli aveva inoltrato il documento due giorni prima con la nota: «sembra che presto altri gruppi convergeranno su questa idea».

 

«Dovresti essere in grado di creare S con una firma di scissione più ampia (simile alla furina) per aumentare l’infettività», ha scritto Munster il 6 ottobre 2019. «Potresti includere un motivo come questo RX-[K/R]-R↓. Potrebbe essere interessante sintetizzarne un po’».

 

In gergo virologico, «S» è la proteina spike del coronavirus, che permette al virus di agganciarsi alle cellule che infetta, e RX-[K/R]-R è un motivo di sito di clivaggio della furina, che può rendere i virus più capaci di infettare le cellule e diffondersi.

Munster stava suggerendo al suo ricercatore post-dottorato di inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike del coronavirus per renderla più infettiva.

 

Undici settimane dopo, a Wuhan, in Cina, è emerso un coronavirus con un sito di clivaggio della furina simile, dando origine alla pandemia di COVID-19. Rimane l’unico sarbecovirus noto, tra i coronavirus correlati alla SARS che Munster e Letko stavano analizzando, ad averne uno.

 

Lo scambio di email non era mai stato reso pubblico prima. Compare in una raccolta di 270 pagine di documenti recentemente rilasciati dai National Institutes of Health ( NIH ) a US Right to Know in risposta a una richiesta presentata ai sensi del Freedom of Information Act.

 

La richiesta riguardava la corrispondenza specifica proveniente dal laboratorio di Munster a Hamilton, nel Montana, dal marzo 2019 al 22 gennaio 2020, data in cui il suo gruppo ha pubblicato uno dei primi articoli che dimostravano come il nuovo coronavirus utilizzasse un recettore delle cellule umane chiamato ACE2 come porta d’accesso alle cellule.

 

Due nuovi elementi emergono dagli archivi: settimane prima dell’inizio della pandemia, un virologo senior del NIH propose per iscritto di integrare in una proteina spike simile a quella della SARS la caratteristica che sarebbe poi diventata l’argomento centrale a sostegno dell’origine in laboratorio del COVID-19: un sito di clivaggio della furina.

 

E, nel corso dello stesso anno, il suo laboratorio chiedeva ai virologi sequenze inedite della proteina spike del coronavirus dei pipistrelli, e le otteneva, anche dai ricercatori del consorzio finanziato dagli Stati Uniti chiamato PREDICT, il cui partner principale con sede a New York, EcoHealth Alliance, aveva una collaborazione di lunga data con l’Istituto di Virologia di Wuhan (WIV) per raccogliere e studiare virus correlati alla SARS.

 

Ciascuna ipotesi si riferisce a un punto chiave diverso nel dibattito sulle origini. Il sito di clivaggio della furina è la singola caratteristica genetica più citata nelle argomentazioni secondo cui il SARS-CoV-2 non si sarebbe originato interamente in natura.

 

L’altro fattore sono le sequenze inedite: poiché il virus pandemico non corrisponde a nulla nella letteratura scientifica pubblicata, la maggior parte degli scenari di origine in laboratorio si basa sull’ipotesi che qualche laboratorio abbia conservato un virus che il resto del mondo non aveva mai visto.

 

Nulla nei documenti indica che Letko abbia dato seguito al suggerimento di Munster di inserire un sito di clivaggio della furina nella proteina spike della SARS. Di fatto, il sito di clivaggio della furina trovato nel SARS-CoV-2 differisce dal motivo, o breve sequenza di amminoacidi, suggerito da Munster.

 

I documenti non indicano nemmeno che Rocky Mountain Labs fosse in possesso del SARS-CoV-2 o di un suo stretto parente, né che Munster o Letko abbiano comunicato direttamente con i ricercatori di Wuhan durante lo svolgimento del loro progetto.

 

La loro ricerca ha inoltre utilizzato frammenti genici sintetici, non virus vivi, impiegando particelle che non possono replicarsi o diffondersi. Questo tipo di lavoro generalmente presenta minori rischi per la biosicurezza.

 

Le due sequenze della proteina spike del virus dei pipistrelli, all’epoca non ancora pubblicate e ottenute dal progetto PREDICT, una dalla Malesia e una dall’Uganda e dal Ruanda, sono anch’esse troppo distanti dal SARS-CoV-2 per averne dato origine.

 

Letko, che ora è professore associato alla Washington State University, ha rifiutato di commentare la vicenda, dichiarando in una e-mail: «scriverete quello che volete, a prescindere dalla verità o da quello che ho da dire».

 

Munster non ha risposto alle richieste di commento. All’inizio di quest’anno è stato incriminato per aver introdotto negli Stati Uniti campioni di virus del mosaico del mais senza la documentazione necessaria e per aver rilasciato false dichiarazioni alle forze dell’ordine nell’ambito di una ricerca non correlata finanziata dal NIH (National Institutes of Health). Si è dichiarato non colpevole.

 

L’ufficio stampa del NIH si è inoltre rifiutato di rispondere alle domande sul perché l’agenzia non avesse precedentemente informato il pubblico che i suoi scienziati avevano richiesto e ottenuto sequenze inedite della proteina spike di un coronavirus simile alla SARS, o proposto di inserire un sito di clivaggio della furina in una proteina spike simile alla SARS, prima della pandemia.

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Convergere sull’idea

Il suggerimento di Munster di aggiungere un sito di clivaggio della furina è il secondo caso noto in cui degli scienziati hanno proposto di inserire questa caratteristica distintiva in una proteina spike della SARS o simile alla SARS circa due anni prima dell’emergere del COVID-19.

 

Nel 2018, EcoHealth Alliance, il laboratorio di Baric e i ricercatori del WIV avevano proposto lo stesso tipo di modifica alla Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), in un lavoro che avrebbe utilizzato virus vivi e replicanti. La loro richiesta, nota come proposta DEFUSE, fu respinta.

 

Il concetto è rilevante perché il sito di clivaggio della furina, che ha contribuito a causare la pandemia da parte del virus, è diventato centrale nel dibattito sulle origini della pandemia stessa.

 

Alcuni sostenitori di un’origine in laboratorio considerano DEFUSE come un modello per la creazione del SARS-CoV-2, mentre i principali fautori di un’origine naturale hanno sostenuto che progettare deliberatamente una caratteristica del genere sarebbe stato improbabile e inutilmente complicato. L’e-mail di Munster offre ai sostenitori dell’origine in laboratorio un altro esempio di una simile proposta relativa al sito di legame della furina.

 

La rivelazione relativa alla ricerca, da parte del laboratorio di Munster, di sequenze inedite, solleva una questione diversa nel dibattito sulle origini del COVID-19.

 

Poiché il SARS-CoV-2 non discende da alcun virus precedentemente descritto nella letteratura scientifica, qualsiasi scenario in cui sia stato creato artificialmente richiede di ipotizzare che qualche laboratorio possedesse sequenze correlate alla SARS che non erano mai state rese pubbliche.

 

Una revisione del SARS-CoV-2 pubblicata nel 2021 sulla rivista Cell da 21 scienziati ha definito tale ipotesi inverosimile. «Non esiste alcuna ragione sperimentale razionale per cui si dovrebbe sviluppare un nuovo sistema genetico utilizzando un virus sconosciuto e non pubblicato», hanno scritto.

 

Ma i documenti mostrano che un laboratorio del governo statunitense aveva fatto proprio questo due anni prima.

 

La piattaforma di Letko era un nuovo sistema genetico, e lui cercava sequenze inedite proprio perché non erano state pubblicate. Condividerle, scrisse nell’aprile del 2019, «aumenterà sicuramente l’impatto della nostra storia, fornendo una prova di principio con sequenze inedite».

 

I ricercatori del programma di ricerca sui virus finanziato dagli Stati Uniti ne hanno forniti due in otto settimane. Uno dei ricercatori, Simon Anthony, era anche uno degli autori della revisione pubblicata su Cell.

 

Alina Chan, una biologa molecolare che si è battuta per un’indagine approfondita sugli scenari di origine di laboratorio, ha recentemente esaminato le e-mail di Munster e Letko su richiesta dell’organizzazione statunitense Right To Know.

 

«Questo dimostra che diversi gruppi di virologi stavano convergendo sull’idea di inserire siti di clivaggio nelle proteine ​​spike dei coronavirus potenzialmente pericolosi», ha affermato.

 

«Ipotizzando un’origine di laboratorio per il COVID-19, se un laboratorio di Wuhan non avesse causato la pandemia, è plausibile che un laboratorio negli Stati Uniti avrebbe alla fine seguito lo stesso percorso».

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Sequenze di sollecitazione

La proposta di Munster, inviata via email, non è arrivata dal nulla. Lui e Letko erano nel bel mezzo di un progetto di ricerca della durata di un anno, come documentato dai documenti recentemente pubblicati, fin dal suo inizio.

 

Sette mesi prima, nel marzo 2019, Munster e Letko si erano posti l’obiettivo di rispondere a una domanda: tra le centinaia di coronavirus correlati alla SARS presenti nei database di ricerca di tutto il mondo, quali potevano infettare le persone?

 

Secondo i documenti, Letko ha creato una soluzione alternativa che lui e Munster hanno descritto come una «piattaforma rapida e scalabile».

 

Anziché costruire ciascun virus individualmente, hanno preso solo il dominio di legame al recettore, ovvero il frammento della proteina spike che si aggancia al recettore della cellula ospite, e lo hanno inserito nella struttura portante della proteina spike del SARS-CoV.

 

Hanno quindi caricato queste proteine ​​spike chimeriche su particelle reporter innocue e le hanno utilizzate per infettare cellule che esprimono hACE2, il recettore che il SARS-CoV usa per entrare nelle vie respiratorie umane.

 

La luminescenza dell’enzima bioluminescente luciferasi indicava l’avvenuta penetrazione nella cellula. Con il metodo di Letko, ciò che in genere richiedeva mesi di test ora si completava in circa tre settimane.

 

L’elemento limitante per testare il loro metodo erano le sequenze spike. Letko aveva esaurito le sequenze simili alla SARS già pubblicate. Quindi, lui e Munster iniziarono a cercarne altre che non erano ancora state pubblicate, come risulta dai documenti.

 

L’8 marzo 2019, Munster ha inviato un’e-mail al presidente di EcoHealth Alliance, Peter Daszak, al vicepresidente Kevin Olival e al virologo della Columbia University, Simon Anthony, allegando un abstract riservato con un grafico e delle figure che illustravano il loro progetto.

 

«Sebbene abbiamo testato tutte le varianti attualmente pubblicate dei beta-coronavirus del lignaggio B per la loro capacità di entrare nelle cellule dei primati, siamo alla ricerca di ulteriori sequenze di beta-coronavirus del lignaggio B non ancora pubblicate da testare sulla nostra piattaforma», ha scritto Munster.

 

Ha chiesto loro di non diffondere l’allegato, perché il lavoro era «ancora inedito e piuttosto competitivo».

 

Dei tre destinatari, solo Anthony, all’epoca uno dei leader principali di PREDICT, compare nella corrispondenza resa pubblica. Quella stessa sera rispose: «Ehi! Sembra davvero fantastico».

 

Dalle email emerge che seguirono due mesi di trattative. Il 5 aprile, Letko ringraziò Anthony «per aver accettato di condividere con noi le sequenze della proteina spike del lignaggio B del betacoronavirus», aggiungendo che il materiale inedito «aumenterà sicuramente l’impatto del nostro articolo».

 

Il 2 maggio, Anthony ha riferito di aver partecipato a una riunione del gruppo PREDICT a Vancouver, nella Columbia Britannica. Il suo team aveva individuato «circa 5 o 6 nuovi virus 2b», ha scritto, ma «finora era riuscito a ottenere picchi solo per 2 di essi».

 

Poiché nessuno dei due studi era stato pubblicato, l’articolo di Letko «sarebbe la prima segnalazione di questi virus nella letteratura scientifica», a patto che riconoscesse il contributo di PREDICT e dei suoi partner come coautori, ha affermato Anthony.

 

Letko acconsentì. Due giorni dopo, Anthony inviò le sequenze. Le identificò come PREDICT_CoV-51, isolato PDF-0663, proveniente dalla Malesia (che Anthony descrisse come «SUPER divergente. Potrebbe essere davvero interessante») e PREDICT_CoV-43, proveniente da Uganda e Ruanda.

 

«Assolutamente fantastico!» rispose Munster. «Vi terrò aggiornati sui risultati!»

 

Anthony aveva sostanzialmente ragione. Un piccolo frammento del virus malese era stato depositato in GenBank, il database pubblico di sequenze del NIH, nel 2016, e citato l’anno successivo in un articolo di ricerca scritto da Anthony insieme a Daszak e altri. Tuttavia, né la sequenza completa della proteina spike né il genoma completo erano pubblici.

 

Non c’era assolutamente nulla di pubblico riguardo al virus africano. In nessun caso qualcuno al di fuori di PREDICT avrebbe potuto ottenere la sequenza della proteina spike, la parte che determina se un virus può entrare nelle cellule umane e l’unica parte che la piattaforma di Letko poteva utilizzare.

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Un passo in più

Cinque mesi dopo, dopo aver letto il nuovo preprint sulla tripsina, Munster propose di portare avanti il ​​progetto di Letko.

 

Affinché un coronavirus possa infettare una cellula ospite, il legame con il recettore è solo il primo passo. La proteina spike deve poi essere scissa da uno degli enzimi dell’ospite prima che il virus possa fondersi con la cellula e penetrarvi. Questi enzimi che scindono le proteine ​​sono chiamati proteasi e ognuno di essi agisce su punti diversi.

 

La proteasi per cui è progettata la proteina Spike determina in gran parte quali tessuti può infettare. Il SARS-CoV dipende da proteasi che non sono presenti in tutto il corpo. La furina, tuttavia, è espressa nelle cellule della maggior parte dei tessuti.

 

Il preprint di Menachery-Baric che ha ispirato l’idea di Munster aveva di

mostrato che l’aggiunta di tripsina dall’esterno poteva consentire ai coronavirus, che altrimenti non sarebbero stati in grado di infettare le cellule umane.

La tripsina è una proteasi molto meno selettiva, che taglia una proteina dopo amminoacidi comuni anziché richiedere una particolare sequenza breve, o motivo. Ciò che Munster ha proposto a Letko – inserire un sito di legame per la furina nella proteina spike stessa – permetterebbe al virus di auto-tagliarsi.

 

Invece di aspettare che un enzima esterno svolga il lavoro, un sito di legame per la furina potrebbe superare l’ostacolo in un solo passaggio per «migliorare l’infettività», come scrisse Munster.

 

L’idea era già stata proposta in precedenza.

 

EcoHealth Alliance ha presentato la proposta DEFUSE alla DARPA, nell’ambito di un programma denominato PREventing Emerging Pathogenic Threats (PREEMPT). Tra i suoi principali partner figuravano il laboratorio di Baric presso l’Università del North Carolina (UNC) e Zhengli Shi, la principale virologa specializzata in coronavirus del laboratorio di Wuhan.

 

La proposta mirava a introdurre siti di clivaggio proteolitico specifici per l’uomo, inclusi i siti della furina, nelle proteine ​​spike del coronavirus dei pipistrelli correlato alla SARS, al fine di valutarne e potenziarne la capacità di infettare le cellule umane. La DARPA ha rifiutato di finanziarla, criticando la proposta per i rischi connessi alla ricerca di «guadagno di funzione».

 

Il nome di Munster non figurava nella proposta presentata alla DARPA. Tuttavia, secondo la corrispondenza ufficiale del Congresso, due mesi prima aveva fatto parte del team DEFUSE.

 

Nell’aprile 2024, il senatore Rand Paul, allora membro di spicco della Commissione per la sicurezza interna e gli affari governativi del Senato, scrisse al Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti (HHS) e alla DARPA affermando di aver ottenuto documenti che dimostravano che «Vincent Munster del NIAID [National Institute of Allergy and Infectious Diseases]

 

Il Rocky Mountain Laboratory è stato indicato come partner nella proposta DEFUSE presentata al «PREEMPT Proposers Day», un evento della DARPA tenutosi nel gennaio 2018, durante il quale Daszak ha illustrato il progetto ai rappresentanti di almeno 15 agenzie federali.

 

Secondo Paul, Rocky Mountain Laboratories «era a un certo punto elencata come partner» insieme al WIV, all’UNC, al Lipkin Lab della Columbia University e al Duke-NUS, una rivelazione che, a detta di Paul, sembrava contraddire la testimonianza resa al Congresso dall’ex direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, Anthony Fauci, secondo cui il NIH non sapeva nulla di DEFUSE.

 

Quando la proposta giunse alla DARPA nel marzo di quell’anno, Munster e il suo laboratorio non ne facevano più parte; l’elenco finale dei partner includeva EcoHealth, il WIV, l’UNC, la Duke-NUS, il National Wildlife Health Center dell’USGS e il Palo Alto Research Center.

 

Paul ha richiesto al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) i registri di «tutte le comunicazioni tra Vincent Munster e qualsiasi individuo di EcoHealth Alliance, WIV, Università della Carolina del Nord, Università della Columbia o Duke-NUS». Paul non ha reso pubblici i documenti in questione e né l’HHS né la DARPA hanno risposto pubblicamente alle sue richieste.

 

I documenti del NIH recentemente resi pubblici mostrano che circa un anno dopo la presentazione del progetto DEFUSE, Munster chiese a EcoHealth sequenze inedite di sarbecovirus; che le ricevette da un virologo del Center for Infection and Immunity della Columbia University, il centro diretto da Ian Lipkin; e che nell’ottobre del 2019 propose di costruire una proteina spike con un sito di clivaggio simile alla furina per aumentarne l’infettività.

 

Steven E. Massey, professore di bioinformatica all’Università di Porto Rico e ricercatore presso DRASTIC, il gruppo indipendente che per primo ha pubblicato la proposta DEFUSE, ha definito il suggerimento di Munster «significativo», affermando che «dimostra che l’idea [del sito sulla furina] circolava al di fuori del gruppo EHA-WIV-UNC», un riferimento a EcoHealth Alliance, WIV e UNC.

 

Nell’email di Munster non si fa menzione di DEFUSE. La sua idea appare invece come una reazione al preprint di Menachery-Baric, presentata come un potenziale esperimento successivo per il suo lavoro e quello di Letko.

 

E il motivo da lui proposto non è quello riscontrato nel virus pandemico emerso meno di tre mesi dopo. Il sito del SARS-CoV-2 presenta alanina laddove il modello di Munster richiedeva lisina o arginina.

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Un sito non ottimale

Questa differenza è fondamentale. Il sito di legame della furina nel SARS-CoV-2 migliora sostanzialmente la capacità del virus di entrare nelle cellule delle vie respiratorie umane ed è ampiamente considerato un fattore determinante nella sua trasmissibilità. La sua assenza in tutti gli altri sarbecovirus presenti in natura è anche una delle osservazioni citate più spesso dai sostenitori dell’origine in laboratorio.

 

La revisione del 2021 pubblicata su Cell ha affrontato direttamente anche la questione se il sito potesse essere stato creato artificialmente. I suoi autori, tra cui Kristian Andersen, Robert Garry e Simon, hanno sostenuto che la sequenza stessa del sito depone contro un progetto di laboratorio.

 

Il motivo del SARS-CoV-2, RRAR, «non corrisponde alla sua forma canonica (RXR/KR)», hanno scritto, ed è «subottimale» rispetto a quelli di altri coronavirus umani.

 

«Non esiste alcuna ragione logica per cui un virus modificato geneticamente dovrebbe utilizzare un sito di clivaggio della furina così subottimale, il che implicherebbe un’impresa di ingegneria genetica così insolita e inutilmente complessa», si legge nell’articolo.

 

Hanno osservato che l’unico lavoro precedente che aveva inserito un sito di legame per la furina in quella posizione nella proteina spike del SARS-CoV aveva utilizzato una sequenza ottimale in un sistema pseudotipico.

 

Massey contesta questa interpretazione. Ha affermato che una scissione eccessivamente efficiente può destabilizzare la proteina spike e ridurre la capacità del virus di entrare nelle cellule, quindi un sito che appare subottimale sulla carta potrebbe non esserlo per il virus.

 

I documenti recentemente pubblicati mostrano che Munster ragionava in linea con gli autori di Cell quasi due anni prima della pubblicazione della loro recensione. Il motivo da lui proposto corrisponde alla forma canonica da loro descritta, non a quella del virus pandemico, e il suo laboratorio utilizzava un sistema di pseudotipi del tipo da loro citato.

 

Interpretata in un certo modo, l’email corrobora la loro logica: uno scienziato che contemplava un sito simile alla furina ha cercato il motivo classico, e il SARS-CoV-2 non lo possiede.

 

Interpretato in un altro modo, questo dato chiarisce un aspetto che la revisione non ha affrontato: nell’ottobre del 2019, l’idea di aggiungere un sito di clivaggio della furina a una proteina spike correlata alla SARS per aumentarne l’infettività circolava non solo in una proposta non finanziata dalla DARPA, ma anche all’interno di un laboratorio del NIH.

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Ciò che è stato pubblicato

Quando gli scienziati cinesi pubblicarono finalmente la sequenza genetica del nuovo coronavirus che si stava diffondendo a Wuhan il 10 gennaio 2020, Letko e Munster avevano tutto il necessario per testarlo nel loro sistema.

 

La piattaforma non richiedeva un virus vivo, ma solo la sequenza del piccolo frammento della proteina spike che si aggancia a una cellula umana. Poche ore dopo la pubblicazione della sequenza, Neeltje van Doremalen, un’altra scienziata del laboratorio di Munster, la incollò in un’e-mail indirizzata a Letko e Munster.

 

Letko si aspettava i risultati entro il 26 o il 27 gennaio. Arrivarono prima del previsto. Il 21 gennaio, Munster decise a chi inviare il manoscritto finale che illustrava la loro ricerca. «Sia Nature», scrisse a Letko. «Facciamo due autori e acceleriamo i tempi».

 

L’articolo è stato inviato quel pomeriggio a Nature e al server di preprint bioRxiv. Erano trascorsi solo 12 giorni dalla comparsa della sequenza online.

 

Il laboratorio ha puntato tutto sulla velocità del nuovo metodo. Il loro metodo «riduce a meno di 12 giorni il tempo che intercorre tra la pubblicazione della sequenza e l’ottenimento di dati in vitro reali», si legge nella lettera di presentazione indirizzata ai redattori di Nature, «consentendo alla comunità scientifica di acquisire informazioni cruciali sul tropismo virale quasi in tempo reale con lo scoppio dell’epidemia».

 

Il lavoro ha attirato l’attenzione ai vertici del NIAID.

 

«Primi dati dal mio laboratorio che confermano ACE2 come recettore per il 2019-NCoV», ha scritto Munster in una e-mail inviata quel pomeriggio a una lista di contatti del NIAID impegnata nella risposta al coronavirus.

 

Greg Folkers, all’epoca capo dello staff dell’allora direttore del NIAID Anthony Fauci, rispose: «Quando questo verrà pubblicato su bioRxiv, potrebbe valere la pena di pubblicare un tweet».

 

L’articolo presentato non indica che Letko abbia accolto il suggerimento di Munster di creare un sito di clivaggio all’interno di una proteina spike. Mostra però che gli scienziati hanno utilizzato la proteasi tripsina anziché la furina, come proposto da Munster.

 

La seconda figura dell’articolo è intitolata «La tripsina potenzia l’ingresso del lignaggio B in diverse linee cellulari». Essa riporta che le proteine ​​spike del coronavirus dei pipistrelli, che non erano in grado di penetrare nelle cellule umane, dei primati o dei suini da sole, vi sono riuscite una volta che le particelle sono state immerse nell’enzima.

 

Gli esperimenti con la tripsina non compaiono in nessuna parte del progetto prima dello scambio di opinioni tra Munster e Letko avvenuto a ottobre in merito al preprint di Menachery-Baric. Sono assenti anche dall’abstract che Munster aveva precedentemente diffuso in primavera. L’articolo pubblicato cita il preprint di Menachery-Baric che ha dato origine alla loro conversazione.

 

Nessuna delle sequenze inviate da Anthony nel maggio 2019 compare nell’articolo, e né lui né PREDICT vengono menzionati. L’unica traccia di PREDICT nel manoscritto di 18 pagine è una citazione in nota a piè di pagina.

 

Il pannello di virus analizzati, secondo quanto riportato nello studio, era composto da 29 domini di legame ai recettori, ottenuti da un database pubblico gestito dal NIH.

 

Uno dei due virus è riemerso un anno dopo, quando il Center for Infection and Immunity della Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank il 6 luglio 2020, cinque mesi e mezzo dopo la pubblicazione preliminare che avrebbe dovuto contenerlo.

 

Nel febbraio 2021, il coronavirus dei pipistrelli proveniente dall’Uganda e dal Ruanda è comparso anche sulla rivista Virus Evolution, in uno studio su come i virus correlati alla SARS abbiano acquisito la capacità di utilizzare il recettore umano ACE2.

 

Letko era il secondo autore, Munster era elencato quasi alla fine, Anthony era l’autore senior e gli scienziati sul campo ugandesi e ruandesi e la leadership di PREDICT erano inclusi come coautori, come Anthony aveva affermato nel 2019 che sarebbe stato necessario. Attraverso la piattaforma di Letko, il virus non è riuscito a entrare nelle cellule umane attraverso l’ACE2.

 

Il virus malese, che Anthony aveva definito il più interessante dei due, non è mai comparso in uno studio pubblicato. Nulla negli archivi spiega il perché. Anthony, ora professore all’Università della California, Davis, non ha risposto alle richieste di commento.

 

Il 24 maggio 2021, due anni dopo aver inviato via email la sequenza della proteina spike del virus al laboratorio del Montana, Columbia ha depositato il suo genoma completo in GenBank per conto del consorzio PREDICT, ringraziando il Dipartimento della fauna selvatica del Sabah e l’EcoHealth Alliance della Malesia.

 

Lewis Kamb

 

Originariamente pubblicato da US Right to Know. 

Lewis Kamb è un giornalista investigativo specializzato nell’utilizzo delle leggi sulla libertà di informazione e dei documenti pubblici per smascherare illeciti e chiamare i potenti a risponderne. 

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