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Google ha incontrato più volte il governo tedesco per discutere di «incitamento all’odio» e «disinformazione»
Google ha incontrato decine di volte alti funzionari tedeschi tra l’inizio del 2022 e la primavera del 2024 per discutere della repressione dei «discorsi d’odio» e della «disinformazione» in rete. La notizia emerge dalle risposte fornite dal governo tedesco a un’interrogazione parlamentare sulla censura online emergono dati significativi.
Le principali piattaforme online e i motori di ricerca (X, Facebook, TikTok, Google ecc.) sono obbligati ad adottare misure contro i «discorsi d’odio illegali» – secondo gli standard delle leggi europee – e contro la «disinformazione» ritenuta dannosa ai sensi del Digital Services Act (DSA) dell’UE. Come evidenziato dal recente rapporto della Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti statunitense sulla censura di Internet in Europa, le aziende tech mantengono contatti costanti con i funzionari dell’UE per l’«applicazione» del DSA.
La risposta parlamentare del governo tedesco dimostra però che esistono contatti regolari e approfonditi anche direttamente con le autorità tedesche su questi temi, e che di gran lunga i più frequenti sono stati quelli con Google. Il DSA conferisce poteri di censura non solo all’UE nel suo insieme, ma anche ai singoli Stati membri; la Germania è nota per farne un uso particolarmente esteso. Sono infatti le leggi nazionali sulla libertà di espressione – tra le più severe in Europa proprio in Germania – quelle che le piattaforme devono applicare in base al DSA.
Queste rivelazioni risultano rilevanti non solo per i tedeschi, ma anche per americani, britannici e, di fatto, per il mondo intero, poiché l’applicazione del DSA non conosce limiti territoriali né linguistici. Si estende a qualsiasi tipo di discorso, in qualsiasi lingua e da qualsiasi fonte, purché visibile su internet all’interno dell’Unione Europea. Le piattaforme possono conformarsi bloccando geograficamente certi contenuti – in particolare i presunti «incitamenti all’odio» – solo nell’UE dove risultano illegali. Tuttavia spesso optano per la soluzione più semplice e meno costosa dal punto di vista tecnologico: rimuovere del tutto il contenuto in questione.
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Il DSA sanziona esplicitamente il filtraggio della visibilità, cioè la limitazione algoritmica della portata dei contenuti anziché la loro cancellazione, e tale filtraggio è per natura globale. Influenza la reperibilità e la visibilità dei materiali in tutto il mondo. Come dimostrato in vari casi, sotto la pressione del DSA il filtraggio della visibilità è diventato il metodo preferito dalle piattaforme social per sopprimere presunte «false» o «disinformazioni».
I motori di ricerca come Google possono agire in modo ancora più incisivo per limitare la diffusione di presunte «disinformazioni», ad esempio declassando siti o pagine web nei risultati di ricerca o escludendoli completamente.
L’interrogazione parlamentare presentata dal partito di opposizione tedesco AfD (Alternativa per la Germania) nel marzo 2024 riguarda espressamente entrambi i metodi di censura, ovvero ciò che i suoi autori definiscono «rimozione o limitazione della visibilità di post o account utente».
Sia la domanda che la risposta portano il titolo «Incontri di rappresentanti del governo federale con aziende [tecnologiche] e organizzazioni non governative finanziate sui temi dell’«odio» o della «disinformazione su Internet»». Una prima parte dei dati riguarda gli incontri con le ONG, tra cui ad esempio l’organizzazione tedesca HateAid, finanziata con fondi pubblici e riconosciuta come «segnalatore affidabile» di contenuti online problematici ai sensi del DSA.
Un secondo blocco di dati riguarda invece gli incontri su «incitamento all’odio» e «disinformazione» con le aziende tecnologiche stesse. Fornisce dettagli – data, luogo, partecipanti, argomento etc. – su non meno di 53 incontri nel periodo considerato. (Il governo ha incluso anche alcuni incontri su altri temi, come la tutela dei minori).
Va sottolineato che, per ammissione dello stesso governo, i dati non sono completi e riguardano soltanto gli incontri che hanno coinvolto alti funzionari, come ministri o «segretari di Stato». I contatti a livelli inferiori sono esclusi e il governo precisa di non avere obbligo legale di registrare tutti gli incontri, neppure quelli ai massimi livelli.
Alcuni incontri sono stati resi pubblici dal governo tedesco al momento del loro svolgimento, ma la maggior parte è rimasta riservata. Lo dimostrano i dati stessi, che indicano come certi incontri siano stati giudicati «non adatti» alla divulgazione pubblica, mentre in altri casi si è semplicemente ritenuto «non necessario» informare i cittadini.
Tra gli esempi figurano un incontro avvenuto nel gennaio 2023 a San Francisco tra Elon Musk, da poco acquirente di Twitter, e l’allora ministro tedesco per gli affari digitali Volker Wissing, sul tema «come Twitter gestisce le informazioni false, nuovi requisiti previsti dalla legge sui servizi digitali». Questo incontro è stato reso pubblico in Germania.
I dati registrano inoltre non meno di 13 incontri con rappresentanti di Meta su argomenti quali «la disinformazione nel contesto della guerra della Russia contro l’Ucraina» (3 marzo 2022 presso il ministero degli Affari Digitali a Berlino) e «questioni di sicurezza informatica e come Meta affronta la disinformazione» (12 febbraio 2024, con un funzionario del ministero degli Interni tedesco a Menlo Park, California). TikTok è stato coinvolto in sette di questi incontri.
Di gran lunga il maggior numero di incontri si è però svolto con Google: almeno 34 in totale, di cui non meno di 29 bilaterali tra Google o la sua casa madre Alphabet e il governo tedesco. Anche YouTube, società controllata da Google, è stata talvolta coinvolta.
L’allora cancelliere Olaf Scholz (indicato con le iniziali «BK» – Bundeskanzler) ha partecipato a due degli incontri con Google e a tre in totale. Tra gli altri partecipanti tedeschi figuravano il capo di gabinetto di Scholz Wolfgang Schmidt, il segretario di Stato Jörg Kukies, il ministro dell’Interno Nancy Faeser, il ministro della Giustizia Marco Buschmann, il ministro dell’Economia Robert Habeck, alti funzionari del ministero degli Esteri e del Ministero della Digitalizzazione, nonché Klaus Müller, capo dell’Agenzia federale per le reti (responsabile dell’attuazione del DSA in Germania), che ricopre ancora oggi la carica sotto il cancelliere Friedrich Merz. Anche il vicepresidente dell’agenzia Wilhelm Eschweiler ha incontrato Google in due occasioni.
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Tra i rappresentanti di Google hanno partecipato Sundar Pichai, CEO di Alphabet/Google, il Presidente degli Affari Globali, il Vicepresidente per la Fiducia e la Sicurezza e il Direttore degli Affari Governativi e delle Politiche Pubbliche. Lo stesso CEO Sundar Pichai ha preso parte personalmente ad almeno quattro incontri.
Gli argomenti discussi includevano «incitamento all’odio, notizie false e disinformazione sul web», «disinformazione nel contesto della guerra tra Russia e Ucraina», «Digital Services Act e come affrontare la disinformazione e la misinformazione sulle piattaforme», «disinformazione, democrazia resiliente, contenuti illegali, crimini d’odio», «rafforzare la resilienza della democrazia e contrastare la disinformazione», «le principali sfide di Google e YouTube in materia di sicurezza informatica e disinformazione» e simili.
Gli incontri si sono svolti presso il ministero dell’Interno, il ministero degli Esteri e altri ministeri a Berlino, nonché negli uffici dell’Agenzia federale per le reti. Non meno di tre si sono tenuti presso la Cancelleria federale di Berlino, l’equivalente tedesco della Casa Bianca.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana un tribunale tedesco ha stabilito che chiamare il cancelliere Friedrich Merz «Fritz il bugiardo» debba essere perseguito penalmente per «interesse pubblico», infliggendo al colpevole una multa pari a uno stipendio mensile medio, ovvero più di 2.000 euro.
Il carattere orwelliano della repressione della libertà di espressione da parte del governo tedesco è stato attaccato direttamente dal vicepresidente USA JD Vance e dal dipartimento di Stato di Marco Rubio.
Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato si videro raid all’alba contro cittadini che su internet criticavano il governo.
In alcuni casi, è scoppiato uno scandalo nazionale quando i dettagli dei casi sono diventati pubblici, come nel caso di un pensionato, Stefan Niehoff, la cui abitazione è stata perquisita per aver definito «idiota» l’ex ministro dell’Economia Robert Habeck.
La repressione più dura si abbatte in Germania da anni, prendendo di mira soprattutto AfD, perseguitata dagli stessi servizi di sicurezza della Budesrepubblica. Infatti, i servizi di sicurezza interna tedeschi BfV hanno messo sotto sotto sorveglianza il loro stesso ex capo, Hans-Georg Maaßen.
Mesi fa un tribunale distrettuale tedesco ha condannato il caporedattore della rivista conservatrice Deutschland-Kurier a sette mesi di carcere per aver diffamato l’allora ministro degli Interni Nancy Faeser – proprio quella dei corsi contro l’estremismo di destra per i bambini di tre anni nei kindergarten – con quello che era chiaramente un meme satirico.
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La repressione delle espressioni dei cittadini trova un alleato nel partito dei Verdi tedeschi, con parlamentari che, oltre che per la guerra contro la Russia, premono apertamente per la censura dei social network.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un tribunale di Amburgo ha condannato un uomo a tre anni di galera per aver giustificato l’«aggressione russa» all’Ucraina su Telegram.
Mesi fa è stata de-bancarizzata una delle più importanti TV anti-globaliste di lingua tedesca, AUF1. L’anno passato, era stato debancarizato anche il leader di Alternative fuer Deutschald (AfD) Tino Chrupalla.
Come riportato da Renovatio 21, il caso più avanzato di repressione di libertà di parola pare essere la Gran Bretagna, dove almeno 12 mila persone all’anno sono messe in galere per frasi sui social. In Albione si è arrivati a condannare persino chi prega con la mente.
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Trump diventa castano. Internet scatenata
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La Sony dice che gli utenti PlayStation non hanno mai posseduto i giochi digitali che hanno acquistato
Sony chiede l’archiviazione di una class action sulla proprietà reale dei videogiochi acquistati dagli utenti, puntando sull’arbitrato individuale e sulla sospensione del giudizio oppure sull’archiviazione definitiva del caso. Lo riporta Reclaim The Net.
La causa è stata promossa a giugno da quattro querelanti dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California e riguarda quella che i ricorrenti definiscono una pratica ingannevole di Sony: la vendita di giochi digitali con un linguaggio che evoca la proprietà, mentre i termini di servizio del gruppo precisano che gli acquirenti ottengono soltanto una licenza limitata.
I querelanti, quattro giocatori californiani, accusano Sony di violare la sezione 17500.6 del Codice delle Attività Commerciali e Professionali della California, che vieta di pubblicizzare beni digitali con espressioni come «compra», «acquista» o analoghe, salvo che il venditore ottenga la «conferma esplicita» del cliente che non sta acquistando il prodotto ma una licenza, oppure fornisca una dichiarazione «chiara ed evidente» prima della transazione, specificando che il prodotto è concesso in licenza e non venduto.
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La mozione depositata da Sony il 21 agosto chiede al giudice di accogliere tali richieste e richiama i termini di servizio che, secondo l’azienda, i querelanti avrebbero accettato, compresa una clausola vincolante di arbitrato individuale e di rinuncia all’azione collettiva.
Secondo Sony, Andrew Garcia, Edward Heycock, Jason Mendoza e John Salinas hanno riconosciuto che un avviso di licenza compariva sopra il pulsante «Conferma acquisto» sul PlayStation Store, il sistema informatico di distribuzione dei giochi Sony. L’avviso recitava che «l’acquisto di questo prodotto digitale equivale a una licenza soggetta al Contratto di licenza del prodotto software».
Sony ha inoltre evidenziato che i termini e le condizioni di PlayStation e il contratto di licenza erano disponibili come collegamenti ipertestuali blu su sfondo nero.
In base ai termini del gruppo, quando un prodotto viene ordinato o acquistato dal negozio l’acquirente ottiene «una licenza personale per utilizzare tale prodotto per uso privato e non commerciale». La licenza non è trasferibile, salvo diversa previsione della legge locale, e «ciò significa che è possibile utilizzare un prodotto nei modi descritti nella licenza, ma non se ne diventa proprietari», si legge nel documento depositato da Sony.
Un’altra sezione dei termini precisa che parole come «possedere», «proprietà», «acquisto», «vendita» e «comprare» non implicano alcun trasferimento di titolarità. Il contratto di licenza del software afferma che il software è «concesso in licenza, non venduto».
Sony sostiene inoltre che nell’«era digitale» non è credibile che consumatori ragionevoli ritenessero di acquistare la proprietà di un gioco digitale anziché una licenza. Lo illustra osservando che i due querelanti che hanno comprato il videogiuoco Resident Evil Requiem non avrebbero potuto farlo se il primo acquirente fosse divenuto proprietario esclusivo del titolo. I consumatori ragionevoli sanno che molte persone giocano allo stesso gioco contemporaneamente e quindi non possono esserne tutti i proprietari esclusivi.
La società aggiunge che tutti e quattro i querelanti hanno accettato l’ultima versione dei termini nell’aprile 2024, che contiene la clausola arbitrale e la rinuncia all’azione collettiva, e che non hanno esercitato il diritto di recesso entro i 30 giorni previsti per farlo per iscritto.
La richiesta di Sony sarà esaminata il 1° ottobre. La controversia è emersa dopo che PlayStation aveva già revocato l’accesso a film e serie TV a pagamento nel 2022 e annunciato un’ulteriore rimozione dei contenuti Discovery nel 2023. Nel 2026 Sony avrebbe dovuto togliere 551 film di StudioCanal dalle librerie dei clienti.
Ad aprile Sony ha inoltre introdotto un controllo della licenza per i giochi digitali appena acquistati per PlayStation 4 e PlayStation 5. «Dopo l’acquisto è richiesto un controllo online una tantum per confermare la licenza del gioco, dopodiché non saranno necessari ulteriori controlli», ha dichiarato un rappresentante di PlayStation a Game File.
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Una decisione distinta di Sony è destinata a incidere sull’autenticazione dei dischi PlayStation nel gennaio 2028. Nel frattempo, nel documento depositato in tribunale ad agosto, il negozio online invita il cliente a «Confermare l’acquisto», mentre i termini che Sony intende far valere affermano che il cliente non è proprietario del prodotto.
La querelle giudiziaria in cui è incorsa Sony illustra bene un caposaldo dell’era dell’economia elettronica: nessuno è davvero padrone di ciò che compra, ma di una sua licenza, che quindi può essere revocata dal venditore.
Quando acquisti un software o un videogioco – si badi, sia in formato digitale che fisico – nella stragrande maggioranza dei casi non ne diventi proprietario, ma acquisti una licenza d’uso, cioè il diritto di utilizzarlo secondo termini stabiliti dal produttore/editore. Il titolare dei diritti (sviluppatore o editore) resta proprietario del software. L’utente riceve una licenza, spesso «non esclusiva, non trasferibile, revocabile», per usare il prodotto per uso personale.
Se acquisti un gioco digitale (es. su piattaforme come Steam, PlayStation Store, Epic, etc.), stai comprando l’accesso, cioè una licenza legata al tuo account, non un «bene» che possiedi in senso pieno. L’editore può, in teoria, revocare l’accesso o chiudere i server, rendendo il gioco inutilizzabile, come è successo con alcuni titoli online-only.
La rivendita è un tema controverso: in Europa, la sentenza della Corte di Giustizia UE UsedSoft contro Oracle (2012) ha stabilito che, per il software (non specificamente i videogiochi), se hai acquistato una licenza a tempo indeterminato con pagamento univoco, hai il diritto di rivenderla, esaurendo il diritto di distribuzione del titolare. Tuttaviaquesto principio è stato applicato in modo molto più limitato ai videogiochi, specie se distribuiti tramite piattaforme con account personali (vedi caso UFC in Germania, o le policy di Steam, che vietano la rivendita degli account).
Per le copie fisiche (es. un DVD/cartuccia), il «supporto» fisico è tuo, ma il contenuto software resta sotto licenza: puoi rivendere il disco (principio di esaurimento del diritto sulla copia fisica), ma non hai diritti sul codice sorgente o sulla proprietà intellettuale.
Tale cifra dell’economia elettronica, il lettore lo capisce subito, si adatta stupendamente all’idea di una società in cui la propriet privata è abolita è tutto diviene «servizio», e cioè esattamente quella sintetizzata plasticamente dal World Economic Forum di Davos nel motto «non avrai nulla e sarai felice».
Sarai felice fino a che non ti toglieranno pure i videogiochi – magari perché non ti sei vaccinato, o perché hai detto, non necessariamente online, qualcosa che non va su minoranze etniche o sessuali, Vladimir Putin, procedure mediche e farmaceutiche, e via con altri tabù che piano piano verranno inseriti nel padrone del vapore. La vera importanza di istituzioni come il WEF è questa: la convergenza tra Stato e multinazionali, per cui anche aziende private vi giudicano persino moralmente – tanti lettori hanno subito tale trasformazione con censure, visibili o invisibili, sui social, mentre anche in Italia avanza la forma più incredibile della repressione del totalitarismo democratico terminale, cioè la debancarizzazione.
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Si tratta di una riformulazione del rapporto tra Stato e cittadino, in cui non più il primo è emanato dal secondo per servirlo, ma al contrario, è il cittadino che deve sottomettersi allo Stato. Il quale Stato non è più regolato da una Carta costituzionale (che, come visto in era COVID, può venire stracciata in tranquillità in ogni Paese, dall’Italia agli USA), ma da un sistema di accessi ai cittadini gestiti dal vertice – lo Stato diviene piattaforma, il cittadino utente.
E un utente, in una piattaforma che non ha legge fissa (è lo Stato post-costituzionale, è Stato detto), non può avere diritti. E chi non ha diritti, cosa è? Uno schiavo.
Con questo in mente, sappiate che il disegno dell’euro digitale – sulla cui architettura software è stato costruito, ma guarda, il sistema del green pass –è esattamente questo: faranno a mezzo miliardo di cittadini europei. Vi potranno limitare o togliere la possibilità di fare qualsiasi cosa, dal comprare carburante all’acquistare cibo (quale tipo, quale quantità), di improvi il dove e quando, di spiare e profilare il vostro comporamento a partire da ogni vostra singola transazione. In una parola, la moneta elettronica UE esisterà per controllarvi: perché non siete più cittadini, ma schiavi.
Il nostro futuro euro digitale, che è sempre più imminente (se non è già stato di fatto varato con l’ID digitale) è un videogioco da incubo. Anzi, non è un videogioco: è la nostra vita.
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Immagine di Mayuki Sawatari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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