Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Zelens’kyj è fuori controllo

Pubblicato

il

In pratica è venuto a Roma, e ha rifiutato l’offerta del papa. Lui può: è più re del vicario del Re dei re.

 

Povero Bergolio, ci teneva tanto. Lui ha capito che la narrativa atlantica non porta da nessuna parte – o meglio, ha capito che così come sono le cose, lui non può ricavarne niente. Aveva fatto figure da cioccolataio a ripetizione. Dice che la NATO abbaia, poi fa una foto mentre bacia una bandiera di Maidan. Insulta i ceceni e i buriati, poi difende i monaci della Lavra. Insomma, aveva voglia di provarci. Del resto i papi servono anche a quello – e lui magari ha compreso pure che ad una certa deve dimostrare – materialmente, formalmente, mediaticamente – di esserne uno.

 

E invece no. Quello arriva, con la felpetta nera con il tridente che pare proprio quello delle milizie di Bandera che collaborarono con Hitler nella pulizia etnica (apice assoluto raggiunto da Vespa: Zelens’kyj che accusa Putin di aver inventato e diffuso l’idea che in Ucraina ci sono i nazisti, e lo dice con il logo ucronazista sul petto e sulle spalline).

 

Dimentichiamoci il dress code: il giorno prima, ad un evento «familiota», gli era toccato di sedersi a fianco di Giorgia Meloni che, in barba ad ogni regola nota nei secoli (ma qualcuno del protocollo non glielo ha detto?) si è presentata vestita di bianco come lui, pantaloni e taccazzi, e in più la manina a toccare il braccio del papa, quasi come faceva il suo amico rivale Macron, che gli metteva le mani in faccia.

 

Zelens’kyj non ha avuto bisogno di toccare il papa, perché gli è superiore. Se il cristianesimo si basa su un Dio che si fa vittima dell’umanità, ecco qui il presidente di una Nazione che ha battuto ogni record di vittimismo globale, al punto che potrebbe rubare alla Polonia il titolo di «Cristo fra le Nazioni», se non fosse che di fatto a Kiev e dintorni va in onda ora una vera persecuzione anticristiana.

 

Eccolo allora che si siede prima del pontefice, non aspetta che l’anziano vicario di Cristo in terra, che lo accoglie con il bastone, si sieda in casa sua. Dettagli, direte. Maddeché. Se lo pensate non avete capito come funziona la diplomazia, né la prossemica, né le semplici relazioni interpersonali.

 

«Con tutto il rispetto per Sua Santità, noi non abbiamo bisogno di mediatori, noi abbiamo bisogno di una pace giusta. E invitiamo il Papa, come altri leader, per lavorare ad una pace giusta ma prima dobbiamo fare tutto il resto», dice il re di Kiev dinanzi ad una pletora di direttori di giornaloni chez Bruno Vespa, che peraltro era quello, se non erriamo, che si commuoveva fino alle lagrime quando il papa polacco (un’etnia massacrata da Bandera, lì rappresentato dal simboletto sul maglione) lo chiamò in studio.

 

«Non si può fare una mediazione con Putin, nessun Paese al mondo lo può fare». Punto. Caro omino bianco, mettitela via.

 

«Nessun Paese al mondo». Neppure un Paese curioso come il Vaticano, sembra dire l’attore divenuto presidente – votato per una piattaforma, va ripetuto, che garantiva una pace ritrovata con la Russia.

 

Non che sia esattamente comune, rifiutare un’offerta diplomatica della Santa Sede. Una delle Nazioni più spietatamente militariste che la storia recente rammenti, il Giappone imperiale, chiese verso la fine della guerra la mediazione del papato per un armistizio con gli americani. È una storia che raccontiamo, su Renovatio 21, ogni anno dal 6 al 9 agosto, le date del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki.

 

L’azione dei diplomatici nipponici, da poco accreditati presso la Santa Sede, fu, a quanto sembra, bloccata da Montini, allora sostituto segretario di Stato. Montini, è stato talvolta accusato, fra le altre cose, di essere stato in rapporti con il vero padre dell’Italia postbellica, la superspia USA James Jesus Angleton. Insomma: la mediazione vaticana avrebbe potuto evitare l’olocausto termonucleare di due splendide città giapponesi…

 

Con il regime di Kiev abbiamo a che fare con tutt’altra creatura. Respinge la mano che gli viene data, schifa la pace, manca di rispetto all’autorità perfino religiosa, non pare aver nessun interesse riguardo al rischio di annichilimento della sua terra. I militari giapponesi, quelli per cui si creano problemi ogni agosto per la commemorazione di tanti passati alla storia come «criminali di guerra», a confronto della banda di Kiev erano dei bambini. Qui invece c’è uno serio.

 

Chi insinua che sia la cocaina a rendere così il presidente-comico TV ucraino, con forniture costanti da parte della cintura di neonazisti che ne cura la sicurezza personale – e che sono gli stessi probabilmente che hanno detto che lo avrebbero impiccato sul principale viale di Kiev se avesse retrocesso di un centimetro rispetto alla Russia – non ha alcuna prova per dirlo. E nemmeno una fonte di qualche tipo, visto che quello che aveva raccolto la voce per le strade ucraine, chiamandolo «the cokehead of Kiev» («il cocainomane di Kiev»), è stato ri-arrestato, ed è sparito: nessuno sa dove sia Gonzalo Lira, e crediamo sia il caso di dire una preghiera, visto che, come notava Maria Zakharova, nessun giornalista ne sta chiedendo la liberazione, né il Gabriel Boric presidente goscista del suo Paese, il Cile (Nazione portata all’indipendenza da un avo di Lira, il libertador José Miguel Carrera) sembra aver voglia di chiederlo indietro ai servizi segreti interni ucraini.

 

Zelens’kyj ha fatto il tour d’Europa, in una versione avanzata della questua per le armi – vuole i caccia occidentali, magari pilotati da occidentali, altro che la pace del papa. A Roma è venuto sì, ma aveva giri più importanti da fare, per esempio a Berlino, dove c’è il governo più ridicolmente desovranizzato dell’universo, ha accettato il premio Carlo Magno (quando si parla di grandi re) assieme a 3 miliardi in armamenti. In Olanda è passato perché doveva dare un messaggio simbolico: io all’Aia ci vado da eroe, Putin ci arriverà da detenuto. Londra poi, non poteva mancare – ovvio.

 

Sono giorni tuttavia, che il Volodymyr è nervoso. Domenica a Berlino ha lasciato il suo cellulare in un’auto, prima che un agente di polizia lo ricongiungesse con esso. Si era recato in macchina alla Cancelleria tedesca domenica pomeriggio, dove ha tenuto un incontro con il cancelliere Olaf Scholz. Le foto pubblicate da Bild mostrano che è stato portato su un elicottero dopo l’appuntamento, ma ha lasciato il cellulare in macchina. Immediatamente prima della partenza dell’elicottero, un ufficiale della polizia criminale federale ha individuato il dispositivo e lo ha portato di corsa all’ucraino.

 

Tutto questo è stato riferito il tabloid tedesco Bild. Bisogna tenere a mente che, secondo i documenti del Pentagono trapelati, quel telefono non può che essere intercettato come nessun altro.

 

Anzi diciamo pure che le intercettazioni su Zelens’kyj uscite in questi giorni – sul Washington Post, non su un canale Telegram russofilo – fanno capire che la figura è più preoccupante di quanto già non pensiate.

 

Secondo i nuovi Pentagon leaks, nonostante l’assicurazione pubblica che avrebbe limitato l’azione militare ai confini del suo paese nel 1991, Zelens’kyj ha elaborato piani per condurre attacchi in profondità all’interno della Russia e ha suggerito di «distruggere» l’industria dell’Ungheria.

 

Citando i rapporti dell’intelligence statunitense recentemente pubblicati su un server di gioco, il WaPo ha scrive che Zelenskyj avrebbe suggerito in una riunione dello scorso gennaio che le sue truppe «conducessero attacchi in Russia», mentre attraversavano il confine per «occupare città di confine russe non specificate» al fine di «dare La leva di Kiev nei colloqui con Mosca». Ricorderete, in quei giorni, un attacco terroristico nell’oblast’ di Brjansk che fece due morti; i perpetratori dissero di agire con l’approvazione di Kiev, ma al tempo era difficile capire cosa stessa accadendo.

 

Mentre i sostenitori occidentali dell’Ucraina erano fino a poco fa riluttanti a fornirgli missili a lungo raggio per paura che li usasse contro obiettivi all’interno della Russia, Zelens’kyj già suggeriva al suo principale comandante militare, il generale Valery Zaluzhny, di usare i droni per «attaccare luoghi di schieramento non specificati a Rostov», che è una città russa distante dai confini. Detto, fatto: prima e dopo il presunto incontro, le forze ucraine hanno utilizzato i droni per attaccare le infrastrutture nella regione di Rostov, che confina con l’ex territorio ucraino di Lugansk.

 

Poi il capolavoro. L’operazione da vero, grande amico della UE e della NATO, cui anela fortemente di far parte. In un incontro con il vice primo ministro Yulia Svridenko a febbraio, Zelensky avrebbe suggerito all’Ucraina di «far saltare in aria» l’oleodotto Druzhba («amicizia», in russo), che trasporta il petrolio russo in Ungheria. Secondo i documenti citati dal quotidiano di Washington, lo Zelens’kyj avrebbe detto che «l’Ucraina dovrebbe semplicemente far saltare in aria l’oleodotto e distruggere… l’industria ungherese [del primo ministro] Viktor Orban, che si basa pesantemente sul petrolio russo».

 

Le spie americane che intercettavano Zelens’kyj minimizzavano: si trattava di «minacce iperboliche e senza senso». Eccerto. Tuttavia, l’oleodotto Druzhba è stato attaccato in diverse occasioni dall’incontro, l’ultima volta quando è stato colpito da esplosivi lanciati da droni lo scorso mercoledì. L’Ungheria, rammentiamo, è sia nella UE che soprattutto nella NATO. Un attacco a Budapest farebbe scattare l’articolo 5, quindi tutti contro Kiev. No? Non è andata esattamente così quando gli ucraini hanno ammazzato cittadini polacchi, su territorio polacco, con dei missili chissà come andati a Nord-Ovest invece che a Sud-Est. Misteri.

 

Non è finita. In un episodio che mostra la vetta inimmaginabile raggiunta dalla censura in Occidente, abbiamo visto uno dei maggiori quotidiani del pianeta autocensurare, per carità di patria (ucraina), alcuni commenti rilasciati da Zelens’kyj, oramai incontrovertibilmente fuori controllo.

 

Il Washington Post infatti ha tagliato un ampio segmento da un’intervista con il presidente-attore, in cui questi spingeva il giornale a rivelare presunti traditori tra le sue fila e accusava con rabbia i giornalisti del WaPo di aiutare la Russia pubblicando informazioni da documenti trapelati.

Citando documenti del Pentagono trapelati di recente, il Post stava spiegando a Zelens’kyj durante le interviste che le spie americane avevano preso nota un incontro tra il presidente e il capo del servizio ucraino GUR Kirill Budanov a febbraio in cui questi gli aveva detto di aver appreso di un piano Wagner per «destabilizzare la Moldavia», dicendo altresì che era in grado contrastare questo presunto piano esponendo i suoi «affari» con Prigozhin, descrivendo il boss Wagner come «un traditore che ha lavorato con l’Ucraina».

 

Zelens’kyj ha risposto con rabbia, prima chiedendo chi all’interno del suo governo avesse consegnato questo documento al Post. Chiunque fosse, ha detto, stava commettendo «alto tradimento», che «è il crimine più grave nel nostro Paese». Non sappiamo in Ucraina, ma negli USA la pena per il tradimento è la morte per esecuzione. È questo che il re di Kiev sta invocando? Pena di morte immediata?

 

Ad occhio, l’eroe non deve fidarsi moltissimo di chi gli sta intorno. Nonostante gli fosse stato detto che il documento non proveniva da Kiev, ma da Washington, Zelens’kyj ha chiesto al suo intervistatore «con quale funzionario ucraino ha parlato?»

 

Insomma, giornalista, fuori la fonte: che devo mettere al muro qualcuno, mi sa.

 

Sissì, nervosetto. E non chiedete come mai, perché la spiegazione più semplice – quella da Rasoio di Occam – è solo un’illazione disgustosa. La paranoia magari gli è venuta così, naturalmente, senza bisogni di aiuti.

Il WaPo tuttavia non ha ancora pubblicato un articolo basato su quel documento, e quando è stato informato che era il primo funzionario ucraino con cui il giornale aveva parlato, lo Zelens’kyj ha esortato il suo intervistatore a non pubblicare l’articolo, sostenendo che così facendo avrebbe «demotivato l’Ucraina» e accusando i giornalisti di «giocare con me».

 

«In questo momento stai giocando con, credo, cose che non vanno bene per la nostra gente», ha tuonato il presidente ucraino, chiedendo al giornalista del Washington Post: «il tuo obiettivo è aiutare la Russia?» Quando il giornalista ha detto che non era così, Zelens’kyj ha ribattuto che «beh, sembra diversamente».

Qui arriva il colpo di scena – e il colpo di grazia per l’attendibilità del giornalismo occidentale. Domenica, però, la conversazione di cui sopra – durante il quale Zelensky non ha contestato che l’incontro con Budanov fosse avvenuto – era stato fatto sparire dalla trascrizione online della conversazione sul Washington Post. Sul documento l’intero scambio di ben 1.400 parole è stato rimosso, senza spiegazione alcuna.

 

L’autocensura del prestigioso quotidiano della capitale USA non è il primo incidente in cui in Occidente si cancella informazioni potenzialmente imbarazzanti o dannose per il regime Kiev. A dicembre, la Commissione europea aveva cancellato un video e la relativa trascrizione in cui il presidente della Commissione Ursula von der Leyen affermava che l’esercito ucraino aveva subito 100.000 vittime dall’inizio dell’operazione militare russa dieci mesi prima. «Sono solo 10 mila» attaccò subito il consigliere di Zelens’kyj Oleksij Arestovich – lo stesso che, come riportato da Renovatio 21, ad una certa saltò fuori con l’idea di Zelens’kyj monarca alla Tolkien.

 

Lo avevamo scritto quando, sbalorditi, avevamo notato che non vi era stata nessuna reazione da parte di giornali e politica in Europa e America quando, nei primi giorni del conflitto, venne giustiziato brutalmente per strada uno dei negoziatori ucraini, Denis Kireev. Un omicidio efferato di cui sappiamo ancora poco, se non che sono stati gli ucraini, che neanche hanno fatto lo sforzo di dare la colpa ad improbabili agenti russi.

 

Lo sbalordimento è continuato: parlamentari assassinati, ragazze russe fatte saltare in aria, intellettuali russi disintegrati nei caffè o per strada: e il tutto oramai rivendicato apertamente dai vertici, da quello stesso capo dei servizi Budanov dell’intercettazione sulla Moldavia. E poi ancora, un ignaro camionista mandato sul ponte di Crimea a morire nella detonazione che doveva rovinare il compleanno di Putin.

 

C’è, dietro a tutto questo sangue, una mente infantile, psicotica, nichilista, oscena – goffa, pure. C’è ovviamente un netto divorzio dalla realtà, che permette spargimenti di sangue indicibili, che vediamo talvolta in scene di crudeltà che arrivano dal fronte.

 

Lo ripetiamo a quelli che si spellano le manine con gli applausi e, prosciutto oftalmico ben saldo in faccia, sbianchettano i vecchi articoli in rete: non avete capito con chi avete a che fare.

 

Non avete capito lo stato psicologico di Zelens’kyj, e di quelli che gli stanno intorno. Non avete capito che l’intero apparato apocalittico sopranazionale che gli sta dietro vuole che sia proprio così – scostante, furioso, incerto, scollato dalla realtà, paranoide, fuori controllo: quindi totalmente manipolabile. Il pupazzo giusto per portare il mondo alla catastrofe.

 

Perché, a questo punto lo crediamo, è questo che vogliono.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di Pubblico Dominio CC0 via Flickr.

 

Economia

Trump ipotizza un’acquisizione del settore petrolifero iraniano

Pubblicato

il

Da

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che Washington potrebbe decidere se chiudere il conflitto con l’Iran oppure restare nel Paese e «tenersi il petrolio». Trump ha più volte minacciato di impadronirsi delle infrastrutture petrolifere della Repubblica islamica, spingendo i funzionari iraniani a definire il piano un’illusione.

 

Parlando con i giornalisti domenica, Trump ha detto che la guerra, in corso da oltre sei mesi, potrebbe concludersi «subito dopo» le elezioni di medio termine del 3 novembre e ha sostenuto che l’Iran «desidera ardentemente raggiungere un accordo» e «chiama continuamente».

 

Teheran ha ripetutamente smentito di essere alla ricerca di negoziati, definendo tali affermazioni «invenzioni» e aggiungendo che Washington sta confondendo la diplomazia con la «dittatura».

 

«Alla fine ce ne andremo, a meno che non decidiamo di restare e tenerci il petrolio, come ha fatto il Venezuela», ha poi detto Trump.

 

Il confronto riguarda l’accordo petrolifero concluso da Washington con Caracas dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Ad agosto Trump ha annunciato un’intesa che assegna a una società privata le concessioni su 17 giacimenti petroliferi venezuelani, per un totale di circa 65 miliardi di barili di riserve, con il governo americano che ottiene quote azionarie e diritti preferenziali sull’acquisto della produzione. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha tuttavia ribadito che il suo Paese «mantiene la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse».

 

Trump ha ripetutamente avanzato l’ipotesi di prendere il controllo dei flussi petroliferi iraniani. Fine marzo, interrogato sulla possibilità che Washington si impadronisse del petrolio iraniano, ha risposto: «È un’opzione». A giugno è andato oltre, minacciando di occupare l’isola di Kharg — snodo che gestisce circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran — e di «assumere il controllo totale» dei mercati petroliferi e del gas iraniani.

 

All’epoca Ebrahim Azizi, presidente della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del parlamento iraniano, definì Trump «delirante e confuso» sulla minaccia a Kharg e avvertì che qualsiasi mossa sul territorio iraniano avrebbe innescato una risposta «che passerà alla storia».

 

Durante l’intero conflitto i media statunitensi hanno riferito che Washington aveva valutato l’occupazione dell’isola di Kharg, anche se i funzionari del Pentagono consideravano l’operazione estremamente rischiosa. Diverse fonti giornalistiche hanno inoltre indicato che l’esercito americano stava subendo l’esaurimento delle scorte di missili antiaerei e da crociera, un’affermazione sempre smentita da Trump.

 

Queste dichiarazioni arrivano dopo una nuova escalation: l’esercito statunitense ha sostenuto di aver distrutto diverse petroliere iraniane. L’Iran, dal canto suo, ha rivendicato attacchi a dieci imbarcazioni vicino allo Stretto di Ormuzzo, tra cui due navi della Marina americana e otto petroliere.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Continua a leggere

Geopolitica

Putin contro il globalismo occidentale: come gli dei dell’Olimpo, avete intrapreso un cammino di autodistruzione

Pubblicato

il

Da

Alla vigilia del vertice BRICS di Nuova Delhi, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso quella che presenta come la realtà della crisi strategica in corso. Lo riporta EIRN.   Ancora prima dell’apertura dei lavori, l’11 settembre, rispondendo a una domanda dei media sulla Germania, aveva già impostato il quadro, avvertendo che l’Occidente sembrerebbe intenzionato a riscrivere la storia della sconfitta del nazismo nella Seconda guerra mondiale. «Ora parlano di contemplare l’invio di truppe in territorio ucraino. Ciò significherebbe una guerra con la Russia», ha detto senza ambiguità.   Putin ha evitato di entrare nelle vicende politiche interne tedesche e ha offerto una lettura strategica secca. «Tutto ciò che sta accadendo ora in tutta Europa è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti occidentali, in ambito politico, di sicurezza ed economico».   Secondo Putin l’errore si è radicato «in seguito alla fine della Guerra Fredda e al crollo dell’Unione Sovietica; si consideravano in cima all’«Olimpo» e, evidentemente, conclusero che, in primo luogo, potevano fare tutto e, in secondo luogo, che loro stessi erano incapaci di sbagliare. Da quel momento in poi, questi errori iniziarono ad accumularsi e a ingigantirsi».

Sostieni Renovatio 21

Sul piano della sicurezza, ha sostenuto che fu lanciata un’offensiva per frammentare e indebolire la Russia, prima «attraverso l’uso di terroristi nel Caucaso e di separatisti, poi con altri metodi e ora, per mezzo del regime neonazista in Ucraina… Non appena il regime fu rovesciato, ripeto, con un sanguinoso colpo di Stato, l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nella NATO fu immediatamente messo in moto, e questo, di fatto, è diventato la causa principale dei tragici eventi odierni in Ucraina».   Si è poi soffermato su energia ed economia: «Abbiamo fornito gas all’Europa a un prezzo di 150 dollari – anzi, 180 dollari – per 1.000 metri cubi… ‘No’, insistevano, ‘i prezzi devono essere fissati in borsa’. Li abbiamo avvertiti che il gas non è una merce di mercato, o almeno non una merce di mercato classica; questo approccio non porterà a nulla e i prezzi non faranno altro che aumentare».   «E così è stato: ora i prezzi sono a 1.000 dollari o euro per 1.000 metri cubi. E potrebbero benissimo salire ancora… E perché? Chi si occupa di trading in borsa non si preoccupa delle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e dei volumi fisici coinvolti. Credono che oggi sia più vantaggioso estrarre gas da depositi acquistati a prezzi inferiori, e per quanto riguarda il futuro, beh, vedremo».   Quelle élite, ha aggiunto il presidente russo, cercano ora di allarmare l’opinione pubblica con «una mitica minaccia russa, che risalirebbe all’epoca sovietica. Ma una simile minaccia non esiste e non è mai esistita. Noi non minacciamo, né intendiamo minacciare, i paesi europei…».   «Ciononostante, persistono su questa strada, chiedendo determinati cambiamenti. Ma quali cambiamenti cercano? Stanno forse tentando di rivedere gli esiti della Seconda Guerra Mondiale? A quale scopo stanno conducendo i loro popoli? Verso la guerra con la Federazione Russa? Ora parlano di valutare l’invio di truppe in Ucraina. Ciò significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei capiscano cosa sta succedendo».  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
Continua a leggere

Geopolitica

Gli israeliani non possono «fare quello che vogliono in Tailandia»: parla il ministro degli Esteri tailandese

Pubblicato

il

Da

Secondo il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, Israele deve impegnarsi di più per spiegare ai propri cittadini come ci si aspetta che si comportino in Tailandia.

 

Sihasak, che è anche vice primo ministro, ha incontrato martedì l’ambasciatrice israeliana Alona Fisher-Kamm dopo una serie di episodi scandalosi e potenzialmente penali che coinvolgono cittadini israeliani e che hanno acuito le tensioni in Thailandia.

 

«La Tailandia è un Paese che accoglie i turisti. Ma accogliere i turisti non significa che i visitatori, a prescindere dalla nazionalità, possano fare quello che vogliono in Tailandia», ha dichiarato il ministro alla stampa. «I visitatori devono comprendere e rispettare la cultura e le tradizioni thailandesi», proprio come fanno i turisti thailandesi quando viaggiano all’estero.

Sostieni Renovatio 21

Fisher-Kamm, che prima dell’incontro aveva espresso l’intenzione di manifestare preoccupazione per la crescente ostilità verso israeliani ed ebrei in Thailandia, ha definito il confronto con Sihasak «positiva e aperta» e ha detto che ha riguardato «la stretta cooperazione in agricoltura, lavoro, sanità e sicurezza informatica».

 

Sihasak ha detto di aver chiesto a Gerusalemme Ovest di interagire di più con turisti e residenti in Thailandia, dove esistono numerose comunità di cittadini israeliani a Phang Nga e Phuket, per assicurare un comportamento adeguato.

 

La Tailandia, da tempo nota per una vita notturna orientata al turismo, sta cercando di staccarsi dalla fama di meta degli eccessi e di attrarre altri tipi di visitatori, tra cui famiglie e chi è interessato all’ecoturismo.

 

Il cambio di linea coincide con un mutamento di atteggiamento verso gli stranieri da parte di una parte della popolazione locale, soprattutto quando i visitatori sono visti come una fonte di disturbo all’ordine pubblico. Il governo ha introdotto diverse misure, tra cui visti più brevi e procedure di espulsione più semplici, pensate per contrastare i disturbatori.

 

Venerdì scorso il cittadino israeliano Jacob Ohayon è diventato il primo straniero espulso in base alle nuove norme sui rimpatri. Un tribunale tailandese lo aveva condannato a 15 giorni di carcere con sospensione condizionale e a una multa per una controversia con i proprietari del Samui Exotic Park, una donna thailandese e un uomo francese.

 

La lite è nata dall’esposizione di una bandiera palestinese, a cui Ohayon si è opposto in un modo che le autorità tailandesi hanno ritenuto contrario alla legge locale. Tra le altre cose, l’israeliano ha organizzato una campagna di «recensioni a raffica» online contro il loro parco divertimenti a Koh Samui e ha proferito minacce personali.

 

Le minacce gli sono costate il diritto di restare in Tailandia: il primo ministro Anutin Charnvirakul, che è anche ministro degli Interni, ha firmato personalmente l’ordine di espulsione. Anche il cittadino francese Kevin Dimino è stato espulso per il suo comportamento molesto e violento durante lo scontro.

 

Sihasak ha citato il caso, sottolineando che «chiunque, indipendentemente dalla nazionalità, violi la legge taailandese deve affrontare severe sanzioni». Il ministro degli Esteri ha aggiunto che Bangkok tiene alle buone relazioni con Israele, dove oggi lavorano oltre 60.000 lavoratori tailandesi.

Iscriviti al canale Telegram

I turisti israeliani non sono nuovi a storie di guai in località in giro per il mondo.

 

Il fenomeno è ormai documentato da anni e ha un nome quasi standardizzato nel gergo giornalistico israeliano e internazionale, dove si parla di «rotta post-militare», quel periodo di viaggio prolungato che moltissimi giovani israeliani intraprendono subito dopo la fine del servizio militare obbligatorio, che dura in genere due o tre anni. Le mete più gettonate sono da sempre il subcontinente indiano, in particolare zone come Goa, Manali, Dharamsala e la valle di Parvati, il Sud America (Perù, Bolivia, Argentina) e più di recente il Sud-est asiatico. Si tratta di viaggi che possono durare da alcuni mesi fino a un anno intero, spesso finanziati con la liquidazione ricevuta alla fine del servizio.

 

Il problema di cui si parla riguarda una minoranza di questi viaggiatori, ma abbastanza visibile da aver generato tensioni ricorrenti con le comunità locali. Si sono accumulate nel tempo segnalazioni di comportamenti aggressivi o irrispettosi verso residenti e altri turisti, di episodi legati all’uso di droghe pesanti in alcune enclave turistiche diventate quasi extraterritoriali rispetto al contesto locale, di conflitti con la popolazione per l’occupazione di spazi pubblici o per la gestione di locali e ostelli gestiti da israeliani per israeliani, con la conseguenza di creare delle bolle culturali isolate dal paese che li ospita.

 

In alcune località dell’India e del Sud America sono comparsi negli anni cartelli in ebraico che invitavano esplicitamente i turisti israeliani a comportamenti più rispettosi, un segnale piuttosto insolito che testimonia quanto il problema fosse percepito come ricorrente dalle comunità locali.

 

Diversi osservatori, anche israeliani, hanno provato a spiegare le radici di questo fenomeno collegandolo alla decompressione psicologica dopo un periodo di servizio militare spesso segnato da stress, disciplina rigida e in alcuni casi esposizione diretta a conflitti armati. Il viaggio viene descritto da molti come una sorta di valvola di sfogo collettiva, quasi un rito di passaggio verso la vita adulta, in cui il bisogno di libertà assoluta dopo anni di regole ferree si traduce talvolta in eccessi.

 

Il basso costo della vita in alcune di queste destinazioni, unito alla presenza di reti consolidate di connazionali che facilitano il viaggio, ha inoltre creato negli anni dei veri e propri circuiti paralleli, con menu in ebraico, servizi dedicati e un turismo che si autoalimenta senza grande necessità di integrarsi con il contesto locale.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa un hotel ristorante di montagna a Davos (proprio la cittadina del WEF), in Svizzera, ha annunciato che non avrebbe noleggiato più l’attrezzatura per lo sci e altri sport sulla neve agli ospiti ebrei, a causa di una presunta lunga storia di comportamenti indisciplinati, danni alla proprietà e furti. Le accuse di antisemitismo arrivarono subito dopo.

 

Per anni vi sono state tensioni tra Polonia e Israele riguardo ai viaggi di studenti e cittadini ad Auschwitz.

 

In un episodio, che causò ulteriori problemi nel rapporto tra Varsavia e Tel Aviv, un ufficiale dell’esercito dello Stato Ebraico alzò sul sito del campo di concentramento un cartello che scriveva, in polacco, «anche voi avete partecipato». Israele, in seguito a polemiche che avevano coinvolto anche i Parlamenti, aveva cancellato l’intero programma di visite studentesche a Auschwitz.

 

Anche l’India ha la sua dose di questioni con i giovani turisti israeliani che, finiti i tre anni di naja (cioè di guerra), sciamano nel subcontinente per «riposare» spesso con l’aiuto della musica trance dei rave e dei cannabinoidi: alcuni indiani chiamano infatti questa categoria di visitatori «israeli chilum smokers».

 

Diversi psicologi e sociologi israeliani hanno descritto il viaggio, spesso in India o Sud America, come un tentativo di elaborare l’esperienza del servizio, che per molti include l’esposizione diretta a violenza, perdita di commilitoni o compiti in zone di conflitto. In questo quadro, l’uso di sostanze psichedeliche, in particolare funghi allucinogeni e in misura minore LSD, viene descritto da alcuni ricercatori come parte di una ricerca quasi terapeutica di elaborazione dell’esperienza, spesso in contesti collettivi legati alla scena delle feste psytrance, un genere musicale che ha radici storiche proprio nella comunità di viaggiatori israeliani a Goa fin dagli anni Novanta e che resta tuttora fortemente associato a questo tipo di turismo.

Aiuta Renovatio 21

Altri ritengono che, più che guarigione psicologica, si richerchi lo sballo: nelle località citate non vi si consuma solo cannabis ma pure droghe sintetiche come MDMA e Ketamina, che sono il carburante psicochimico di tutti i rave trance, compreso probabilmente quello nel deserto attaccato brutalmente da Hamas con il massacro del 7 ottobre 2023: qualcuno si è chiesto quanti di quei ragazzi fossero soldati, pochi si sono domandati se lo stato di alterazione della tragica massa di giovani non sia stato uno dei motivi della scelta dell’obbiettivo.

 

Episodi di overdose o crisi psicotiche acute che hanno portato al ricovero o al rimpatrio di alcuni giovani, soprattutto in zone dell’Himalaya indiano come la valle di Parvati, che nel tempo è diventata una delle aree di coltivazione di cannabis e hashish più note al mondo ed è quindi diventata una calamita per questo tipo di turismo. Vi sarebbe poi il coinvolgimento di alcuni di questi giovani anche dal lato dello spaccio locale, non necessariamente come organizzatori ma come piccoli anelli di reti di distribuzione rivolte proprio alla comunità di turisti israeliani, un fenomeno che ha portato nel tempo a arresti sporadici documentati dalla stampa israeliana stessa, che segue con una certa attenzione le vicende giudiziarie dei propri connazionali all’estero.

 

La questione è conosciuta dallo stesso Stato Ebraico, che con alcune organizzazioni no-profit ha sviluppato nel tempo programmi di supporto psicologico rivolti proprio a questi viaggiatori, anche attraverso ambasciate e consolati in India e Sud America.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di United Nations Office on Drugs and Crime via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari