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Geopolitica

«Una banda di drogati e neonazisti»

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Parlando di una banda di drogati e di neonazisti al potere a Kiev, il presidente Putin ha suscitato grande scandalo. La stampa atlantista lo presenta come un malato di mente. Ma i fatti sono innegabili: il potere in Ucraina è in mano a una banda di drogati che si è appropriata delle entrate del gas; è stata votata una legge razziale; sono stati eretti monumenti al collaboratore nazista Stepan Bandera. E due battaglioni nazisti fanno già parte dell’esercito regolare.

 

 

Oggi è impossibile decifrare la strategia militare della Russia perché non abbiamo un resoconto esatto delle operazioni sul campo.

 

Solo gli stati-maggiori russo e della NATO sono in grado di farlo. Quanto viene diffuso è, nel caso dei giornali occidentali e del governo ucraino, evidentemente falso; nel caso delle forze armate di Russia, Donetsk e Lugansk inverificabile.

 

Sicuramente per ora gli scontri si limitano al territorio ucraino, ma il conflitto riguarda Russia e Stati Uniti, soltanto accidentalmente l’Ucraina.

 

Ci aspettiamo che nei prossimi giorni la Russia alzi il tono e allarghi il conflitto a un secondo teatro operativo.

 

In attesa degli eventi spiego a cosa si riferiva il presidente Putin definendo le autorità ucraine «una banda di drogati e neonazisti», affermazione estremamente scioccante ma molto fondata.

 

Può darsi che il presidente Putin attribuisca troppa importanza a questi fatti, o forse noi Occidentali li minimizziamo.

 

 

«Una banda di drogati»

Il governo di Viktor Yanukovich (2010-2014) cercava di barcamenare l’Ucraina tra il vicino russo e l’amico statunitense. Ma siccome «Chi non è con noi è contro di noi», come disse il presidente Bush figlio, gli Occidentali lo consideravano filo-russo.

 

Yanukovich fu rovesciato dagli Stati Uniti con la «Rivoluzione della dignità» su piazza Maidan, diretta dal segretario di Stato per l’Eurasia, la straussiana Victoria Nuland.

 

Il regime transitorio cadde in mano a rivoltosi di professione. Scoperta la portata della corruzione della cricca di Yanukovich, gli straussiani decisero che avrebbero potuto mettere le mani su una montagna di denaro ancor più grande.

 

Il 3 aprile 2014 uno degli ex consiglieri del segretario di Stato USA John Kerry, il truffatore David Archer, e il suo compagno di sballo Hunter, figlio dell’allora vicepresidente Joe Biden, incontrarono in Italia, all’Ambrosetti Club sul lago di Como, il miliardario Stephen Schwartzman, direttore del fondo d’investimento Blackstone (da non confondersi con Blackrock).

 

David Archer fu inserito nel consiglio di amministrazione di Burisma Holdings, una delle principali società gasiere ucraine, il cui proprietario era sotto procedura giudiziaria dell’FBI e dell’MI5. Gli agenti statunitensi e britannici erano convinti che il proprietario di Burisma, nonché ministro delle risorse naturali del regime Yanukovich, l’oligarca Mykola Zlochevsky, avesse illegalmente concesso licenze a società gasiere e petrolifere di sua proprietà.

 

Come uomo di paglia di Burisma, Archer fu pagato 83.333 dollari al mese. Sul sito della compagnia venne messa una foto che lo ritraeva alla Casa Bianca in compagnia del vicepresidente Joe Biden.

 

Il vicepresidente Joe Biden e i consiglieri Jake Sullivan e Antony Blinken andarono a Kiev per promettere al nuovo regime l’aiuto degli Stati Uniti e organizzare elezioni credibili. Ma le oblast’ [regioni] di Donetsk e Lugansk non riconobbero il governo provvisorio, di cui facevano parte cinque ministri nazisti, e proclamarono l’indipendenza.

 

L’indomani, il 12 maggio 2014, il figlio del vicepresidente Biden, il drogato Hunter, entrò a sua volta nel consiglio di amministrazione di Burisma Holding. In seguito un terzo personaggio, Cristopher Heinz, cognato del segretario di Stato John Kerry, si aggiunse a David Archer e Hunter Biden.

 

Nel secondo semestre 2014, su istruzioni di David Archer e Hunter Biden, Burisma versò sottobanco 7 milioni di dollari al procuratore generale del nuovo regime di Petro Poroshenko per redigere falsi documenti e chiudere le azioni giudiziarie contro Burisma e il suo proprietario, l’oligarca Zlochevsky.

 

In un’intercettazione telefonica Poroshenko conferma al vicepresidente Biden che la faccenda è «sistemata». Gli Stati Uniti poterono così riciclare l’ex ministro del «filorusso» Yanukovitch. Il procuratore generale, diventato troppo esoso, fu allontanato con un voto del parlamento, istigato da Stati Uniti, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale; lo scopo era salvare l’oligarca, nonché ex-primo ministro, Yulia Timoshenko, ma spendendo meno denaro.

 

Questi fatti, diffusamente riportati dalla stampa ucraina, non sono che la punta dell’iceberg: per esempio, secondo il Wall Street Journal il segretario per l’Energia degli Stati Uniti, Rick Perry, avrebbe fatto pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky per cacciare gli amministratori della società gasiera pubblica Naftogaz e sostituirli con altri, fra i quali lo straussiano Amos Hochstein.

 

A luglio 2019 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiese all’omologo ucraino Volodymyr Zelensky d’indagare su queste vicende di corruzione, senza escludere quella che riguardava il segretario statunitense per l’Energia Perry. Zelensky rifiuta. Trump si fa sempre più insistente, ma un funzionario dell’intelligence USA rivela il contenuto della conversazione e accusa il presidente Trump di strumentalizzare l’Ucraina per nuocere al proprio avversario, il candidato democratico Joe Biden. Ne seguirà una procedura di destituzione del presidente Trump, l’Ucrainagate.

 

Il meno che si possa dire è che ci sono stati tantissimi episodi di corruzione; che sono stati perpetrati a beneficio di personalità ucraine e statunitensi; che sono sparite decine di miliardi di dollari sottratti agli ucraini, il cui livello di vita è crollato.

 

Il tutto è avvenuto con la compiacenza di uomini di paglia, privi di ogni competenza sul gas, che condividono la frequentazione delle serate a base di droga di Hunter Biden. A tutto questo si riferiva, con ragione, il presidente Putin.

 

Sul versante europeo tutti hanno constatato che in un anno il prezzo al consumo del gas è decuplicato. Certamente la domanda supera l’offerta, ma questo non basta a spiegare l’esplosione dei prezzi.

 

In realtà, oggi i contratti di gas a lungo termine sono stipulati in base a prezzi di poco superiori a quelli passati, mentre i prezzi dei contratti a breve termine si sono impennati. La differenza si spiega con la speculazione.

 

E proprio Blackstone, nonché gli amici del presidente Biden sono stati i primi a speculare: evidentemente si aspettavano una crisi in uno dei Paesi produttori.

 

Si spiega così perché la stampa atlantista minimizzi l’affare Hunter Biden, in cui il padre, l’attuale presidente degli Stati Uniti, è coinvolto fino al collo. Alla fin fine l’operazione militare in corso in Ucraina provoca un ulteriore rialzo dei prezzi del gas, sempre a vantaggio degli amici del presidente USA e a danno degli europei.

 

Bisogna mettere in relazione questi fatti con quanto ho scritto nel precedente articolo di questa serie. Jake Sullivan, Antony Blinken e Victoria Nuland, i manovratori di questi intrallazzi, sono Straussiani. E, come scriveva nel 1992 il primo di loro, Paul Wolfowitz, «il principale rivale degli Stati Uniti è l’Unione Europea, cui bisogna impedire a ogni costo lo sviluppo».

 

Tutto sommato questi fatti sono affari interni ucraini e dell’Europa occidentale. Non giustificano un intervento esterno.

 

 

«Una banda di neonazisti»

Il presidente Putin ha parlato anche di una «banda di neonazisti». In questo caso non un piccolo gruppo di poche decine di persone, ma di migliaia: tra 10 e 20 mila.

 

Per capire a cosa alludeva Putin bisogna ricordarsi che alla fine della seconda guerra mondiale Stati Uniti e URSS fecero prigionieri numerosi dignitari nazisti. Entrambi i Paesi cercarono di ricavarne informazioni. I sovietici li rispedirono a casa dopo otto mesi, gli statunitensi invece ne trattennero alcuni e li riciclarono.

 

È noto che, per esempio, lo scienziato nazista che inventò le V2, Werner von Braun, diventò direttore della NASA (Operazione Paperclip). Come è altrettanto noto che il consigliere speciale del cancelliere Adolf Hitler per il Nuovo Ordine in Europa, Walter Hallstein, fu il primo presidente dell’Unione Europea.

 

E ancora, che l’alpinista Heinrich Harrer provvide su incarico della CIA all’educazione del Dalai Lama. Meno noto è invece che la CIA riciclò un po’ ovunque nel mondo anche molti SS e poliziotti della Gestapo. Per esempio, mise l’ex Gestapo Klaus Barbie a capo dei servizi della Bolivia, dove riuscì ad assassinare Che Guevara, e collocò l’SS Alois Brunner in Siria, all’epoca Paese alleato di Washington.

 

Per tutta la guerra fredda la CIA utilizzò nazisti. Il presidente Jimmy Carter incaricò l’ammiraglio Stansfield Turner di rimettere ordine nell’Agenzia, di limitare il ruolo di questi agenti e di farla finita con le dittature. La maggior parte dei nazisti furono allontanati, ma quelli che potevano essere operativi nel Patto di Varsavia continuarono a essere usati. Così il presidente Ronald Reagan esaltò le «nazioni prigioniere» dell’Europa dell’Est, creando una sequela di associazioni finalizzate alla destabilizzazione degli Stati del Patto di Varsavia, nonché dell’URSS.

 

È quindi affatto logico che nel 2007 la CIA abbia organizzato a Ternopol (Ucraina) un congresso di neonazisti europei e di jihadisti mediorientali anti-russi. Avrebbero dovuto presiederlo il nazista ucraino Dmitro Yarosh e l’emiro ceceno Doku Umarov.

 

Quest’ultimo, ricercato dall’Interpol, non poté essere fisicamente presente e mandò un messaggio video di sostegno. In seguito i neonazisti e gli jihadisti combatterono insieme per imporre l’Emirato islamico di Ichkeria, in sostituzione della Repubblica di Cecenia.

 

Nel 2013, in Polonia, la NATO addestrò al combattimento urbano uomini di Dmitro Yarosh, poi usati nell’operazione in Ucraina di cambiamento di regime, condotta da Victoria Nuland: la «Rivoluzione della dignità», o «EuroMaidan». La maggior parte dei giornalisti sul posto notò l’inquietante presenza dei neonazisti, ma le personalità occidentali che parteciparono alla «rivoluzione», come Bernard-Henri Lévy, chiusero gli occhi.

 

Nei mesi che seguirono, la presenza di cinque ministri nazisti nel governo di transizione provocò i referendum per l’indipendenza nelle oblast’ di Donetsk e Lugansk.

 

Il presidente Petro Porochenko, consigliato dagli amici di Hunter Biden, organizzò i neonazisti in unità militari, che schierò alla frontiera con le nuove Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

 

I gruppi neonazisti erano finanziati dal padrino della mafia locale, Ihor Kolomoisky, cui il fatto di essere presidente della Comunità ebraica dell’Ucraina non impedì di selezionarne alcuni come sicari al proprio servizio. Tuttavia, quando, grazie al denaro e alle minacce, Kolomoisky tentò di assumere il controllo delle organizzazioni ebraiche europee, fu espulso.

 

Per rovesciare il presidente Poroshenko, Kolomoisky costruì di sana pianta un nuovo uomo politico, producendo una serie televisiva (Servitore del popolo), il cui protagonista era un certo Volodymyr Zelensky. Quest’ultimo, una volta eletto presidente, accettò tutti i consigli degli Straussiani, tornati nel frattempo alla Casa Bianca.

 

Il neo-presidente eresse monumenti a Stepan Bandera, capo dei collaboratori nazisti durante la seconda guerra mondiale, appoggiandone l’ideologia: la popolazione ucraina ha due origini, scandinava e proto-germanica da un lato, slava dall’altro. Solo chi appartiene alla prima è ucraino, gli altri sono russi, cioè subumani. Promulgò poi una «Legge sui popoli autoctoni» che priva gli ucraini di origine slava del godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Una legge che non è ancora stata applicata.

 

Per sette anni i gruppi neonazisti hanno massacrato a caso gli abitanti del Donbass. Francia e Germania, garanti degli accordi di Minsk, non hanno fatto nulla. Anche le Nazioni Unite hanno chiuso gli occhi. Per sette anni questi gruppi si sono allargati, passando da alcune centinaia a migliaia di soldati.

 

Su richiesta di Victoria Nuland, il presidente Zelensky ha nominato Dmitro Yarosh consigliere speciale del capo delle forze armate.

 

Quest’ultimo, evidentemente imbarazzato, si è rifiutato di commentare la strana coppia che forma con Yarosh, limitandosi ad alludere a problemi di «sicurezza nazionale». Yarosh ha riorganizzato i neonazisti in due battaglioni e in gruppi urbani. Durante il week-end della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza ha lanciato un vasto attacco alle oblast’ separatisti, provocando la risposta russa.

 

Il 3 marzo il Battaglione nazista Aidar è stato vinto dall’esercito russo. Il presidente Zelensky ha nominato governatore di Odessa il loro capo, con l’incarico d’impedire all’esercito russo di collegare Crimea e Transnistria.

 

Sono fatti indiscutibili. Si può giudicare la risposta russa sproporzionata e inappropriata, ma non ingiustificata.

 

Bisogna altresì tener presente che la Seconda Guerra Mondiale è stata vissuta in modo diverso in Occidente e in Oriente.

 

In Europa occidentale il nazismo fu una dittatura che perseguitò le minoranze, zigani ed ebrei, imprigionate e uccise a milioni nei campi di concentramento.

 

In Europa orientale il progetto era diverso: liberare uno spazio vitale sterminando tutta la popolazione slava. Non occorrevano i campi di concentramento, bisognava uccidere tutti. Le devastazioni non sono comparabili. La Russia ha contato da sola 27 milioni di morti.

 

La Russia moderna si è costruita sul ricordo della Grande Guerra Patriottica contro il nazismo. Per i russi è inaccettabile portare croci uncinate e votare una legge razziale. Bisogna agire prima che venga applicata.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

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Immagine di MK via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

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Cina

Paura COVID-19, Pechino dà un colpo alla Corea del Nord: no alla piena riapertura dei confini

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I cinesi non si fidano delle rassicurazioni nordcoreane sul contenimento della pandemia. Rimane chiusa la ferrovia Dandong-Sinuiju, da dove passa di solito il 70% del commercio tra le due parti. I cittadini cinesi trovati a commerciare con i nordcoreani devono pagare una multa fino a 43mila euro.

 

 

 

Il governo cinese non asseconda le richieste del regime di Kim Jong-un e non riapre il confine al commercio terrestre tra le province di Jilin e Liaoning e la Corea del Nord. La Cina è ancora minacciata da focolai di Covid-19 e teme che contatti diffusi con i nordcoreani possano aggravare la situazione.

 

Pyongyang sostiene di aver messo sotto controllo l’emergenza pandemica scoppiata a maggio. Le autorità di Pechino non si fiderebbero delle rassicurazioni che arrivano dai nordcoreani, e ciò nonostante Kim abbia ordinato misure draconiane sul modello di quelle cinesi per contenere la propagazione del coronavirus.

 

La Corea del Nord è isolata a livello internazionale, tranne che dalla Cina e in parte dalla Russia, sottoposta da anni a misure punitive decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per il suo programma nucleare e missilistico. Il Paese è alle prese con una cronica crisi economica, che la recente ondata di infezioni da COVID-19 e una serie di alluvioni hanno reso ancor più profonda.

 

Il 90% del commercio nordcoreano dipende dagli scambi con la Cina. Secondo dati delle dogane cinesi, nei primi sei mesi dell’anno l’import-export bilaterale si è fermato a 333 milioni di euro: un calo del 73% rispetto allo stesso periodo del 2019 – prima della pandemia.

 

In condizioni normali il 70% degli scambi commerciali tra i due Paesi corrono lungo la ferrovia che collega Dandong in Cina e Sinuiju. Nikkei Asia rivela che Pyongyang ha chiesto la riapertura della tratta, ricevendo però il rifiuto cinese. Per prevenire la diffusione del COVID dalla Cina, il servizio era stato bloccato una prima volta nel gennaio 2020 su iniziativa nordcoreana; riattivato a gennaio di quest’anno, è stato bloccato di nuovo ad aprile.

 

Al momento l’unico passaggio aperto per il commercio sino-nordcoreano è quello di Nampo, porto della Corea del Nord sul Mar Giallo. Le navi cinesi vi attraccano di solito da Shanghai o Dalian.

 

A quanto riporta Daily NK, che cita una propria fonte sul versante cinese del confine, le autorità cinesi impongono multe fino a 300mila yuan (circa 43 mila euro) ai propri cittadini trovati a commerciare con i nordcoreani.

 

 

 

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Immagine da AsiaNews

 

 

 

 

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Geopolitica

Mosca avverte Washington: diplomazia vicina al «punto di non ritorno». Rottura delle relazioni in vista?

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Il governo russo ha messo in guardia gli Stati Uniti sul fatto che la diplomazia tra i due Paesi si sta avvicinando ad un punto di non ritorno, dopo il quale è possibile una rottura delle relazioni diplomatiche, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia di Stato russa TASS Alexander Darchiev, direttore del dipartimento nordamericano del ministero degli Esteri russo.

 

TASS ha chiesto al diplomatico se si stesse valutando la possibilità di abbassare le relazioni diplomatiche tra Mosca e Washington.

 

«Non vorrei entrare in ipotetiche speculazioni su ciò che è possibile e ciò che non è possibile nell’attuale situazione turbolenta, quando gli occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno calpestato il diritto internazionale e i tabù assoluti nella pratica diplomatica», ha affermato Darchiev.

 

«In questo contesto, vorrei citare l’iniziativa legislativa attualmente in discussione al Congresso per dichiarare la Russia uno “Stato sponsor del terrorismo”. Se approvata, significherebbe che Washington avrebbe attraversato il punto di non ritorno, con il più grave danno collaterale alle relazioni diplomatiche bilaterali, fino al loro abbassamento o addirittura alla loro rottura. La parte statunitense è stata avvertita», ha sottolineato Darchiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il Parlamento della Lettonia ha dichiarato la Russia uno Stato sponsor del terrorismo.

 

La mossa dei legislatori lèttoni sembra obbedire alle intimazioni del presidente ucraino Zelens’kyj, che ancora quattro mesi fa aveva «ordinato» agli USA di mettere la Russia nella lista degli Stati sponsores del terrorismo.

 

Si tratta, per il Paese che più di ogni altro ha contribuito per la distruzione dell’ISIS e il ritorno della pace nella Siria piagata dal fondamentalismo esportato poi in fiume di sangue riversatisi in tutto il mondo (Bataclan, Bruxelles…), di un insulto inaccettabile.

 

Come riportato da Renovatio 21, pochi giorni fa il senatore russo Andrej Klishas, ​​presidente della commissione per la legislazione costituzionale e la costruzione dello Stato del Consiglio della Federazione russa, ha risposto alla Lettonia chiedendo «misure economiche e politiche più dure».

 

«La Russia ha dato il contributo più significativo alla lotta al terrorismo, e sono coloro che hanno cercato di distruggere lo Stato di Iraq, Siria e Libia, innescando un’ondata di terrorismo in Medio Oriente, Nord Africa e nel resto del mondo, che dovrebbero essere designati come collaboratori del terrorismo» ha dichiarato Klishas.

 

I russi hanno una percezione opposta rispetto alla questione dei legami tra terrorismo e conflitto ucraino. Nei mesi passati l’Intelligence russa ha accusato gli Stati Uniti di addestrare militanti dell’ISIS in Siria per la guerra in Ucraina. Già a inizio conflitto si parlava di miliziani siriani e turchi diretti in Ucraina per vendicarsi dei russi.

 

È emerso altresì che armi mandate in Ucraina dagli occidentali sarebbero rispuntate tra i guerriglieri siriani a Idlib, zona infestata dal terrore fondamentalista.

 

Non è che quando i Paesi NATO e il loro personaggio a Kiev parlano di «sponsor del terrorismo» siano vittime di quel fenomeno psicologico – indagato dallo stesso Sigismondo Freud nelle sue Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896) – chiamato «proiezione»?

 

 

 

 

Immagine di Andrew via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

 

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Geopolitica

Un anno dal ritorno dei talebani: Paesi confinanti temono l’Islam radicale

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In Afghanistan dominano l’estremismo religioso e regole tribali. Le nazioni dell’area osservano con apprensione – e cercano di limitare – gli influssi dell’islam radicale. Guerra e armi dettano i tempi della politica, la crisi economica alimenta tensioni. Il controllo delle frontiere e la riapertura dei ponti sul confine uzbeko.

 

 

Il 15 agosto 2021 i talebani concludevano la riconquista di Kabul, dopo il precipitoso e convulso ritiro delle truppe Usa e il caos della fuga dall’aeroporto, con i bambini gettati dalle madri al di là delle reti di recinzione nelle braccia dei marines. Un anno dopo, le notizie dall’Afghanistan sono sempre più rare e oscure, al di là del ripristino della cappa di estremismo religioso e delle regole tribali.

 

I Paesi confinanti dell’Asia centrale, Tagikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, ma anche Kazakistan e Kirghizistan poco lontani, vigilano con apprensione sui possibili influssi dell’islam radicale. In essi si cerca in tutti i modi di incoraggiare una pratica moderata della religione, compatibile con sistemi politici tutt’altro che stabili, affidati a una classe dirigente ex sovietica che ha prosperato per decenni sulla relativa stabilità della Russia da una parte, e delle forze armate occidentali dall’altra.

 

Ora i due argini sono crollati: la guerra e le armi tornano da entrambi i lati a dettare i tempi della politica e della vita sociale e la crisi economica suscita non poche tensioni sui territori, tra le diverse classi sociali e i gruppi etnici. Oltre alle posizioni di neutralità asimmetrica riguardo alla guerra russa in Ucraina, sono particolarmente importanti le relazioni che questi Paesi riescono a mantenere con la polveriera afghana.

 

In prima linea il Tagikistan non solo per ragioni geografiche – il suo confine con l’Afghanistan è quello più a rischio di penetrazione – ma anche per la composizione etnica, essendo i tagiki la principale minoranza in territorio afghano, non riconosciuta dal governo dominato dai pashtun.

 

L’Uzbekistan mantiene piuttosto una posizione di contenimento, essendo non solo il Paese più popoloso della zona (35 milioni di uzbeki, a fronte di 31 milioni di afghani) ma anche quello strategicamente decisivo per il transito delle merci tra Cina, India, Russia ed Europa. Anche per questo Taškent cerca di smussare il più possibile le tensioni con i talebani.

 

Un buon esempio di questo atteggiamento più costruttivo degli uzbeki è la situazione che si è creata a Termez, una piccola cittadina al confine, che si è trasformata nella «porta della vita» per milioni di afghani. Qui sono stati dislocati i magazzini con i carichi umanitari organizzati dall’ONU, da cui oltre un migliaio di tonnellate sono stati portati in Afghanistan, e ora vengono in parte inviati alle zone disastrate dell’Ucraina.

 

Un Paese senza sbocco sul mare, confinante con Stati altrettanto lontani dalle rive, si trasforma così in un canale su cui scorrono le speranze di profughi, sfollati e abbandonati.

 

L’Uzbekistan è anche il principale fornitore di energia per l’Afghanistan, che si preoccupa di pagarne i costi senza lasciare debiti in sospeso con Taškent. Nella stagione estiva, peraltro, Kabul si stacca dalla rete uzbeka per allacciarsi a quella del Tagikistan.

 

I territori uzbeki e afghani si sono spesso intrecciati, come le etnie dei due Paesi, nel succedersi delle dinastie dai tempi antichi e moderni.

 

Nel 1750 venne firmato uno storico «Accordo di amicizia» tra lo sceicco afghano Akhmad Durrani e quello di Bukhara Mohammad Murad Bek, che fissò il confine sul fiume Amu Darja.

 

In tempi passati i sovietici vi hanno costruito il Ponte dell’Amicizia, lungo 816 metri e rimasto a lungo inaccessibile per le vicende belliche degli ultimi 20 anni. La frontiera uzbeka rimane una delle più sorvegliate della zona, ma i ponti si stanno lentamente riaprendo.

 

 

 

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