Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Resistete. Perché siete più forti di qualsiasi cosa possa accadervi

Pubblicato

il

 

 

L’ora è scoccata. Il 15 ottobre 2021 la discriminazione biotica diventa realtà per milioni di persone. Lavoreremo solo se marchiati, biologicamente e elettronicamente.

 

È un tuffo in una dimensione oltre la schiavitù: ci faranno pagare per lavorare – e non solo i tamponi, forse ci faranno pagare, come propone Confindustria, anche per i «danni» che la nostra renitenza al siero mRNA potrebbe provocare alle aziende.

 

Per la modernità si tratta di una situazione senza precedenti. Non è stato così per la spagnola (50 milioni di morti, specie tra i 20 e i 40 anni) o per l’influenza di Hong Kong, che nel 1968 uccise forse 4 milioni di persone.

 

Il primo articolo della Costituzione salta. Uno ingenuo potrebbe pensare: se salta il l’articolo 1, salta la Costituzione. E se salta la Costituzione, che ne è della Repubblica che basa la sua esistenza e la sua legittimità su di essa?

Il primo articolo della Costituzione salta. Uno ingenuo potrebbe pensare: se salta il l’articolo 1, salta la Costituzione. E se salta la Costituzione, che ne è della Repubblica che basa la sua esistenza e la sua legittimità su di essa?

 

Non cercate una risposta. Tanto nessuno si sta ponendo la domanda.

 

Anzi, al momento, non occupatevi di astrazioni come questa, per quanto fondamentali possano sembrarvi.

 

Pensate, più che altro, a resistere. Serrate le fibre del vostro essere. Respirate a fondo. Scacciate il timore. La paura uccide la mente, e la vostra mente fino ad adesso vi ha guidato benissimo. Se state leggendo queste righe su questo sito, è probabile che essa vi abbia preservato dalla più grande minaccia del XXI secolo. Quindi, protegge la vostra lucidità. Proteggete la vostra anima.

 

Pensate, più che altro, a resistere. Serrate le fibre del vostro essere. Respirate a fondo. Scacciate il timore. La paura uccide la mente, e la vostra mente fino ad adesso vi ha guidato benissimo

Come tanti di noi, sarete obbligati a quello stupro nasale che chiamano tampone. Un piccolo TSO inflitto a milioni di persone.

 

Ad alcuni (ad esempio a chi scrive) il tampone fa malissimo.

 

Ad altri ha causato mesi di copiose perdite di liquido cerebrospinale.

 

Altri si sentono defraudati del tempo: trovare la farmacia, ammesso che abbia posto, parcheggiare, fare la fila, aspettare, fare ancora la fila – e ripetere. Altri si sentono primariamente derubati del danaro.

 

Altri ancora umiliati da tutto l’imbuto logistico, le persone ammassate e nervosissime fuori dagli ambulatori, un quadro sempre più simile al Terzo Mondo da cui provengono i gommonauti afromediterranei.

 

È, come da programma, una crudeltà inflittaci arbitrariamente (perché in USA il tampone vale una settimana?) solo per spingerci una volta per tutte alla sprizza di RNA messaggero. Il tampone serve a farvi impazzire. Il tampone serve a frantumarvi. A sottomettervi. Oramai ve lo dicono pure apertamente

La paura è il loro strumento. Noi abbiamo paura di perdere il lavoro, la casa, il pane, la famiglia. La paura è il loro strumento perché il loro fine è uccidervi la mente. Tutto si riduce a questo: spegnetevi, sottomettetevi. Quindi, abbiate paura. Vi stanno mostrando manganelli e gas lacrimogeni non per altro

 

Dovremmo accettare questa follia solo perché la paura è il loro strumento. Noi abbiamo paura di perdere il lavoro, la casa, il pane, la famiglia. La paura è il loro strumento perché il loro fine è uccidervi la mente. Tutto si riduce a questo: spegnetevi, sottomettetevi. Quindi, abbiate paura. Vi stanno mostrando manganelli e gas lacrimogeni non per altro.

 

Dovremo accettare la necessità di tamponarci perché siamo in una vera emergenza – ma il morbo non è il COVID, è la cancellazione della dignità umana, il collasso dello Stato di diritto, la disintegrazione del contratto sociale.

 

Tuttavia, da più parti pare che una resistenza integrale sia possibile. I segni vengono da realtà  lontanissime.

 

A Seattle il 40% dei poliziotti si sta dimettendo per non obbedire all’obbligo vaccinale draconiano di Biden. Metà delle forze che devono vigilare sono sparite, lasciando la città, giocoforza, sprotetta. Il caos è dietro l’angolo – e con nessuna cura se non quella di mandare in strada i soldati, come un Paese del Terzo Mondo qualsiasi. Tutto questo, ricordate, per il vaccino.

 

Voi siete più forti della pandemia, siete più forti della catastrofe. Perché siete più forti delle vostre emozioni. Siete più forti dei pensieri. Siete più forti delle miserie, delle disgrazie, delle minacce. Siete più forti del dolore. Sì, siete infinitamente più forti di qualsiasi cosa possa attraversarvi

L’altro ieri la linea aerea americana South West, la più lesta e implacabile a recepire l’imperio della siringa genetica bideniana, ha cancellato 2.000 (duemila) voli. Hanno detto prima che c’erano problemi metereologici (il sole splendeva dappertutto e le altre compagnie volavano tranquille), poi che c’erano normali questioni di personale. La realtà è che sono rimasti a casa un numero impressionante di piloti, hostess, meccanici di hangar, controllori di volo. Uno dei piloti –che fa parte di una associazione creatasi in queste ore, la US Freedom Flyers – racconta che lui il vaccino non lo fa per questioni religiose, e perché crede nella libertà. Poi aggiunge che i piloti mica fanno volare solo gli aerei passeggeri. Ci sono i cargo: quindi dite addio ai pacchetti di Amazon che vi arrivano in pochi giorni; se vi va bene, aspetterete settimane, e potete già capire che per i regali di Natale, che sul groppone hanno anche la crisi navale globale, probabilmente non andrà tutto liscio.

 

E poi, soprattutto, ci sono loro, i portuali di Trieste. Hanno detto che bloccheranno le operazioni in entrata e in uscita nel primo porto petrolifero del Mediterraneo. Hanno detto che lo fanno per tutti i lavori. Il loro obbiettivo e far sì che il governo pandemico ritiri la follia del green pass. Se il ministero degli Interni ha provato – con grande fair play verso ogni altra categoria che devolve una frazione non indifferente ai cotton fioc epidemiologici – a offrire loro tamponi gratis (generosi…), significa che qualche probabilità di aver successo possono averla. Se perserverano, come hanno detto, «ad oltranza», e se sono davvero così incorruttibili (girano retroscena sullo status di Trieste come Porto Franco) da resistere ad ogni cosa che la tirannide metterà loro sul piatto, potremmo

 

Nel 2021 ci tocca vedere anche questo: il mondo salvato dalle lotte sindacali – cioè la cosa che i sindacati istituzionali non vogliono più fare.

 

Ma nelle ore dello start dell’apartheid biotica, non è di scioperi e manifestazioni che volevamo parlare.  Volevamo parlare di noi. Volevamo parlare alla nostra umanità.

 

Volevamo dire di resistere. Perché ne vale la pena. Perché abbiamo la possibilità di vincere. E, soprattutto perché noi siamo più forti.

 

Voi non siete il vostro lavoro. Non siete la vostra amarezza. Non siete i vostri problemi. Non siete la vostra reputazione. Non siete ciò che hanno programmato per voi. Voi siete più grandi, più forti. Perché, finiti il lavoro, l’emozione, la pena, restate sempre voi. Voi contenete la storia, prima che essa contenga voi

Ciò costituisce, per molti, una verità scioccante. Una questione che riguarda il fondo della natura umana. Voi siete più forti della pandemia, siete più forti della catastrofe. Perché siete più forti delle vostre emozioni. Siete più forti dei pensieri. Siete più forti delle miserie, delle disgrazie, delle minacce. Siete più forti del dolore. Sì, siete infinitamente più forti di qualsiasi cosa possa attraversarvi.

 

Questo è uno sconvolgente potere che vi è stato dato assieme alla vita. Come esseri umani potete sopravvivere a qualsiasi cosa facciano schiantare sul vostro spirito.

 

Voi siete liberi.

 

Voi non siete il vostro lavoro. Non siete la vostra amarezza. Non siete i vostri problemi. Non siete la vostra reputazione. Non siete ciò che hanno programmato per voi. Voi siete più grandi, più forti. Perché, finiti il lavoro, l’emozione, la pena, restate sempre voi. Voi contenete la storia, prima che essa contenga voi.

 

Quindi: possono bastonarci, insultarci, deriderci, licenziarci, emarginarci. E allora? Tutto ciò non è abbastanza, per noi. Tutto ciò non è in grado di toglierci la libertà, non arriva nemmeno a scalfirla.

 

Basterebbe comprendere questo perché l’incantesimo sparisse. Basterebbe comprendere la forza immane che è in ogni vita umana.

 

Tenete presente che siete più forti di questo ricatto. Siete più forti di quest’ora di tenebra della storia. Siete più forti del Male. Siete più forti del diavolo. Siete, perfino, più forti della morte: perché dopo di essa voi resterete sempre voi

Nel IV secolo, i cristiani furono perseguitati dall’imperatore. Il potere voleva che i cristiani consegnassero le Scritture. Molti, specie sacerdoti e vescovi, lo facevano: la parola «traditore» deriva da lì: il traditore era colui che «consegnava» (etimologicamente, dal latino tradĕre, «trasmettere»). L’impero poi pretendeva che i cristiani significassero materialmente la loro sottomissione all’Imperatore (che era, a modo suo, una figura religiosa del paganesimo romano). Dicevano: fate un sacrificio all’imperatore. Basta poco. Basta un nonnulla: basta un granello di incenso. Se per l’imperatore gettate ritualmente nel fuoco questa cosa microscopica e profumata, vi lasceremo stare, per sempre. Molti cristiani, molti vescovi, lo fecero. Scendendo dai templi dove avevano tradito, magari incontravano file e file di cristiani (fra di essi, tante famiglie con bambini piccoli) che invece no, il granello di incenso all’imperatore non lo avrebbero mai bruciato.  Potevano minacciarli, ricattarli, ferirli, torturarli, ucciderli – ma non avrebbero mai rinnegato il loro principio più sacro. Potevano privarli della vita, ma non della libertà.

 

Come andò a finire la storia, lo sapete bene: l’imperò crollò, i cristiani rimasero. E cristianizzarono il mondo secondo il sangue dei martiri, e non secondo i compromessi dei traditori. Roma, la centrale delle persecuzioni, fu espugnata dal sangue dei martiri.

 

Ora, bisogna riconoscere che ai martiri del IV secolo è andata meglio che a noi. A loro chiedevano di bruciare un semino di incenso, una cosa «simbolica» con cui tradire il loro Dio e quindi contaminare l’anima per renderla prona alla sottomissione imperiale. A noi l’impero chiede la sottomissione non solo simbolica, ma anche biologica: non c’è un rito del fuoco, c’è l’iniezione nel nostro corpo di materiale genetico alieno. Non ci sono micrologici granelli d’incenso, ci sono cellule di feto squartato vivo. Se lo fate non solo perdete la libertà, potreste perdere anche la salute. Non vogliono più solo la vostra anima: vogliono pure il vostro corpo.

 

Tenete presente, quindi, la posta in gioco.

 

Con la vita vi è stata data la libertà. Con la vita vi è stata data una forza immane.

Tenete presente che siete più forti di questo ricatto. Siete più forti di quest’ora di tenebra della storia. Siete più forti del Male. Siete più forti del diavolo. Siete, perfino, più forti della morte: perché dopo di essa voi resterete sempre voi.

 

E soprattutto, sappiate che non siete soli. È finito il tempo in cui ognuno è per sé. Nella persecuzione, siamo divenuti una cosa sola.

 

Contate su di noi. Noi contiamo su di voi.

 

Con la vita vi è stata data la libertà. Con la vita vi è stata data una forza immane.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Pensiero

Se Bergoglio avesse veramente letto Chesterton

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo articolo del dottor Paolo Gulisano apparso su Ricognizioni.

 

 

 

 

Hanno fatto abbastanza scalpore le dichiarazioni del Vescovo di Roma nel corso della visita in Canada dei giorni scorsi.

 

Dichiarazioni che in effetti sono state un durissimo attacco alla storia della Chiesa, alla sua azione missionaria, di cui tra l’altro furono grandi protagonisti i membri di quella Compagnia di Gesù da cui lo stesso vescovo proviene. Ma ormai è un dato di fatto che il pastore argentino prova un livore incontenibile per la Chiesa, per come è stata per secoli, fino al 1963.

 

Tuttavia, se è lecito che abbia fatta sua questa visione ecclesiologica e ideologica che da decenni è entrata prepotentemente – quasi fumo di Satana – nel Tempio di Dio, non dovrebbe permettersi di maltrattare la Storia, stravolgendone i fatti, al solo scopo di screditare la Chiesa di Cristo e la società cristiana che da essa è nata attraverso i secoli.

 

La richiesta di compiere un atto di Cancel Culture, che non è altro che il tentativo di mettere sotto processo la Civitas Dei per condannarla senza prove, è venuta dal premier canadese Justin Trudeau, che è notoriamente un pupillo di Klaus Schwab e tra i maggiori fautori del globalismo e dell’Agenda di Davos, e immediatamente fatte proprie da Bergoglio.

 

Ma nonostante tutti gli attacchi portati dal Vescovo di Roma alla Chiesa cattolica, tutto questo non è bastato, non è ancora sufficiente per le forze anticristiane: il ministro dei culti canadese ha ufficialmente dichiarato, a nome del suo governo, che le «scuse» del Papa non sono sufficienti perché sono state rivolte all’operato di alcuni cattolici e non invece, come a giudizio del governo canadese dovrebbe essere, all’operato della Chiesa in sé, dato che non sarebbero colpevoli i singoli ma la Chiesa.

 

Per il governo canadese, la Chiesa è un male dell’umanità da sradicare dalla storia.

 

Un monito rivolto a Bergoglio ad essere più efficace, in futuro, nel gettare discredito sul passato della Chiesa cattolica, colpevole delle peggiori efferatezze, per legittimare la sua persecuzione presente, tanto da parte dello Stato quanto da parte della stessa Gerarchia.

 

Perché quella Chiesa, la Chiesa cattolica «intollerante», «rigida», che predicava il Vangelo a tutte le genti e che lasciava martirizzare i propri Missionari da tribù immerse nella barbarie del paganesimo, non deve esistere più, non deve «fare proselitismo» e non deve pretendere di avere alcuna Verità da insegnare alle nazioni per la salvezza delle anime.

 

Se il papa avesse avuto una buona formazione storica, e non fosse stato intenzionato a condividere un’operazione puramente ideologica, avrebbe parlato del grande e saggio sciamano Alce Nero o del grande capo Geronimo e della loro conversione al cattolicesimo, oppure delle missioni gesuitiche dalla California alle foreste del Canada che portarono, senza violenze, alla fede migliaia di indiani ben disposti ad accettarla non appena ne saggiarono la spiritualità.

 

Ha invece ossequiato la cultura woke e l’indigenismo d’accatto per condannare la memoria di altri missionari che cercarono di evangelizzare i nativi, in particolare nel Canada francofono, con un approccio non razzista, ma al più «paternalista» della Corona francese, che tentava di integrare gli indiani nelle colonie insegnando loro l’agricoltura: molto diverso da quello «segregazionista» e razzista della Corona inglese.

 

Bergoglio ha parlato di «genocidio culturale» come se l’arrivo della fede cristiana non cambi necessariamente l’essenza delle culture precristiane, esattamente come era accaduto nell’Europa romana, celtica, germanica, slava, con la cristianizzazione di tante feste e tanti culti locali precristiani.

 

L’indigenismo propugnato da Bergoglio oltretutto è un falso prodotto intellettuale delle università nord-americane. Il genocidio, non solo culturale ma anche etnico, lo ha perpetrato l’America WASP, ossia bianca, anglosassone e protestante.

 

Quei coloni provenienti dalla Gran Bretagna che già si erano accaniti ferocemente contro i cattolici, e lo avrebbero fatto anche nei confronti dei messicani, altrettanto cattolici.

 

La politica di distruzione etnica e assimilazione culturale delle popolazioni locali è stata tipica del colonialismo inglese che la attuò in diversi luoghi come ad esempio l’Australia, gli USA e il Canada. Questi paesi non erano governati da re cattolici ma dalla massoneria anglosassone e dai protestanti. La responsabilità di alcuni uomini di Chiesa può essere perciò solo quella di aver collaborato, in qualche modo, con quelle politiche che furono pensate e dirette però da nemici della Chiesa.

 

La Chiesa avrebbe dovuto combattere con maggiore forza e determinazione queste forze, la cui luciferina abilità è sempre stata quella di attribuire ad altri le colpe per i loro delitti.

 

Tempo fa su qualche giornale si era scritto che Bergoglio è un lettore di Chesterton. Non sappiamo se sia vero, o se la sua conoscenza di GKC (del quale in questi giorni si è celebrato il Centenario della conversione) si sia limitata a qualche episodio di Padre Brown, ma certamente avrebbe molto giovato alla sua corretta interpretazione della storia delle Americhe e del colonialismo protestante britannico leggere il seguente brano di Chesterton, tratto da Il pozzo e le pozzanghere.

 

«Il fatto è che la tirannia protestante è completamente diversa dalla tirannia cattolica; per non parlare della libertà cattolica. La tirannia protestante è inesorabilmente radicata in un movente e in una filosofia morali che sono agli antipodi di quelli cattolici. Il dottor Crespi sembra suggerire che, laddove le restrizioni protestanti raggiungono un livello veramente eccessivo, è solo a causa del tipico atteggiamento dell’ufficiale che mette troppo zelo nell’adempiere al suo dovere».

 

«Sono dolente, ma devo contraddirlo, poiché non si tratta di nulla del genere. Qui siamo nel cuore del problema: il protestantesimo è per natura predisposto ad abbracciare quell’atteggiamento che oggi chiamiamo “proibizionismo”. Con questo non intendo esclusivamente la proibizione di alcolici (anche se, a ben vedere, il paragone mi sembra dei più efficaci, se si tiene conto che nessuno tra le migliaia di tiranni della storia del Mediterraneo, da quando Penteo fu fatto a pezzetti, si è mai sognato di eliminare il vino dalla quotidianità); intendo dire che i protestanti tendono a proibire drasticamente, più che a controllare o a limitare. Il nostro modello di protestante attinge la sua idea di proibizionismo dalla sua teoria di progresso, teoria che cominciò con l’attesa dell’Età dell’oro, per finire poi con le speranze nel Superuomo».

 

«Non so cosa il dottor Crespi intenda parlando della mia “Età dell’oro”: dopo l’episodio dell’Eden non ho saputo di altre Età dell’oro nel passato. Il concetto protestante di progresso, invece, implica una tale Età futura, rigorosamente diversa e indipendente dal passato. Oggi, però, questa attesa di un nuovo Sole è fortemente influenzata dalla teoria dell’evoluzione. L’uomo è una scimmia che ha perso la coda, e che non la rivuole indietro. Non si tratta di fargli ridurre un po’ le dimensioni della sua coda perché troppo ingombrante; nemmeno è sufficiente dirgli di arrotolarla e metterla da parte, agitandola solo nei giorni di festa, come suggerisce l’idea cattolica di disciplina e ricreazione».

 

«Nell’ideologia protestante l’uomo può benissimo fare a meno della coda, quindi tanto vale amputarla. I protestanti oggi applicano meccanicamente questa teoria dell’amputazione a ogni aspetto problematico della natura umana, a ogni tradizione storica, a ogni costume popolare. Non si limitano a chiedere all’uomo di contenersi, di limitarsi in ciò che, in un particolare momento, costituisce per loro un problema. Vogliono che l’uomo si liberi definitivamente del problema, come un giorno la scimmia fece con la coda».

 

«Se i puritani aboliscono il ritualismo, significa che d’ora in avanti non esisterà più nessun tipo di cerimonia; quando i proibizionisti abolirono il consumo di alcolici, giurarono che la nuova generazione sarebbe cresciuta senza mai conoscerne il gusto; se i protestanti guardano con favore alla proposta socialista, la maggior parte di essi non pensa affatto a criticare quel nuovo disordine chiamato “capitalismo”: a loro interessa abolire per sempre l’idea stessa di proprietà privata, questo è tutto».

 

«Per questo sostengo che nella Riforma protestante ci sia qualcosa di fanatico, di soffocante, di estremista, qualcosa di disperante che non c’è nemmeno nelle repressioni di stampo cattolico. Quando il puritanesimo si diffuse in America, così come quando il prussianesimo ha conquistato la Germania, è sorta una nuova legge: la sterilizzazione, o l’eugenetica, forzata, dalla quale persino i peggiori dittatori di tradizione latina rifuggirebbero con orrore».

 

Ci sono stati molti buoni cattolici, come Savonarola e Manning, che potrebbero essere chiamati protestanti, in quanto anch’essi accesero il loro piccolo falò delle vanità. Non ebbero però mai la pretesa di paragonarlo al fuoco eterno.

 

Ci sono stati altrettanti cattivi cattolici che si potrebbero definire tiranni, come i Borgia o il re Bomba, che per ambizione seminarono morte, odio e terrore, ma che nemmeno durante la tortura di un povero infelice si sarebbero illusi di stare deformando o piegando a loro piacimento l’umanità stessa. Ecco perché le loro proibizioni non erano poi così proibizioniste.

La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri»

 

«Mussolini compie indubbiamente un atto abominevole quando sopprime i giornali, ma lo si sentirà mai dire: “Il mondo non sarà mai più afflitto dalla carta stampata», nel modo in cui Jennings Bryan avrebbe detto “Non saremo mai più minacciati dalle bevande alcoliche”»?

 

«Sono fermamente convinto che alcuni degli ultimi sistemi ideati dai fascisti per addestrare i bambini rasentino l’assurdo, tuttavia essi non raggiungono il punto di dire che i bambini dovrebbero essere tolti alle madri, cosa che moltissimi protestanti, seguaci progressisti di Welles o di Shaw, non avrebbero scrupolo di dichiarare».

 

«In poche parole, senza considerare la libertà cattolica, la tirannia cattolica è qualcosa di transitorio, come una penitenza, un digiuno, un assedio o una legge marziale. La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri».

 

Chesterton scrive da inglese che conosceva molto bene la storia del proprio Paese, e aveva scelto di diventare cattolico proprio mentre l’Inghilterra stava abbandonando il bigottismo protestante per diventare nichilista e scientista, mentre stava diventando una fucina dove elaborare il pensiero transumanista per il futuro prossimo.

 

Forse Bergoglio dovrebbe leggere meno teologia indigenista e un po’ più di Chesterton.

 

Gli farebbe un gran bene all’anima.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

Continua a leggere

Pensiero

«Phantom pain»: la tragedia dell’elettore fantasma, da Di Maio a Calenda

Pubblicato

il

Da

Più guardo al panorama politico che si avvia alle elezioni, più sento un peso tragico posarsi sulla mia mente per farmi cadere le braccia e non solo quelle.

 

Sento già chi mi corregge: maddai, con la torma scappati di casa, descritti nell’articolo di due giorni fa, la situazione è semmai tragicomica, più che tragica.

 

Invece io sento proprio dolore e tristezza, ancorché poco catartici. Un dramma, allora, diciamo così.

 

L’evento più drammatico di queste settimane è stato a mio giudizio la quantità di storie attorno a Di Maio. Un rapido susseguirsi al limite del surrealismo.

 

Eccolo che si ferma all’ineffabile distributore politico-simbolico di Tabacci, così da saltare quella cosa delle firme: il partito nuovo è pronto, sul simbolo c’è un’ape. Neanche il complottista più zelota pensa all’alveare come simbolo massonico, perché tutti sappiamo che non c’è il livello. Tutti invece si accorgono dell’impagabile effetto rebus: è l’Ape Maio. Tutti se ne accorgono, tranne lui, forse, che magari è troppo giovane per ricordare l’infame insetto giapponese propalato dalla RAI.

 

Ma la spinta bestiale forse è più concreta del previsto.

 

Questa è di poche ore fa: «è in corso un’interlocuzione con i vertici di Impegno Civico per definire insieme una proposta concreta che caratterizzi Impegno Civico oltre che per la sua sensibilità ambientale anche per una sensibilità animalista», annuncia la Presidenza del Partito Animalista Italiano. In pratica l’Ape Maio tratta con il mondo-animal, del resto si era detto animalista quando da capo della diplomazia italiana – sì – insultò Putin in diretta TV, dicendo che era «più atroce di un animale», qualsiasi cosa voglia dire.

 

Tuttavia, la riflessione tremenda che si impone riguarda gli esseri umani, o meglio la mancanza di essi.

 

Ora, si è scritto a lungo della trasformazione del ragazzo partenopeo in una figura di caratura democristiana. «Trasformazione» è la parola sbagliata: quando nel 2013 per la prima volta lo vedemmo distribuire televisivamente le frasi fatte a braccia conserte, completo importante e taglio di capelli freschissimo, avevamo già capito quasi tutto.

 

I vecchi democristiani erano viscidi, sì. Erano furbi, calcolatori. Non avevano ideali, se non la spartizione del potere, il tirare a campare di elezione in elezione, mercanteggiando la morale e l’interesse del popolo, l’onore e la vita umana (le leggi su aborto, divorzio e financo, in fase post-mortem partitica, sulla fecondazione in vitro, le hanno prodotte personaggi DC).

 

I democristiani potevano permettersi di chiedere, e sgomitare nella riffa del potere, perché avevano qualcosa di importante, innegabile, insostituibile: avevano i voti.

 

Dietro a ogni deputato, soprattutto dietro a ogni politico di rilevanza, c’era una quota certa, inattaccabile, di elettori del territorio. Il feudo elettorale: c’era, eccome.

 

Prendete Andreotti: nella circoscrizione XIX Roma Viterbo Latina Frosinone prendeva centinaia di migliaia di voti. Se li meritava: perché non erano preferenze che scattavano per sindrome da cartellone, persistenza TV, o soggezione del feudatario. No: come noto, e reso bene nel brutto film di Sorrentino Il divo, Andreotti riceveva uno ad uno i suoi elettori, dal più povero al più criminale, a cui pagava talvolta l’avvocato. Riceveva, come un professore universitario, come un vescovo serio che dà udienza ai fedeli. Il 14 giugno 1987 nel suo feudo ciociaro, Belzebù beccò 329.599 preferenze.

 

Questo discorso possiamo farlo per tantissimi altri politici di DC. Infinite serie di mani strette ad infinite sagre, campanelli suonati in tutte le strade, nomi di famigli minorenni e ottuagenari imparati a memoria per avere quel singolo voto…

 

Nella mia ingenuità, avevo pensato che Di Maio avesse speso questi 10 anni per crearsi a Pomigliano e dintorni una dimensione di questo tipo. Immaginavo che, con tutto quel ben di Dio di potere che gli è capitato addosso, avesse investito tempo, risorse ed arguzia per democristianizzare il suo feudo. Del resto, avevo visto i servizi de Le Iene sui suoi compagni di liceo (perché l’Università non l’ha fatta, e va bene) finiti tutti in alto, in altissimo, perfino nei board delle immense multinazionali parastatali che vendono aerei, etc.

 

Chi può, nella zona, non votarlo? Mi ero detto. Intorno a lui, mi avevano raccontato, si erano assiepati tutta una serie di personaggi, nella politica e nell’amministrazione, ciascuno proveniente da quelle ridenti terre subvulcaniche.

 

Dove immaginare il mio shock quando saltò fuori che, invece che candidarsi a casa sua, si parlava di farlo candidare – per il PD – a Modena.

 

Eh?

 

I giornali fecero subito i titoli su Bibbiano: lui, quello che tuonò «partito di Bibbiano» dicendo che faceva «l’elettroscioc ai bbambini» dicendo che mai si sarebbe alleato con loro (salvo poi farci il governo Conte 2 pochi giorni dopo), candidato proprio lì? Il PD di Bibbiano, dove il partito alle ultime regionali è passato dall’80% a «appena» il 60%, ha fatto sapere che aspetta ancora le scuse.

 

A me è venuta in mente un’altra cosa: che a Modena, l’ultima volta, paracadutarono un ulteriore personaggio interessante con un suo partitello: Beatrice Lorenzin. Lo ricordo bene, perché a poche ore dal silenzio elettorale, Renovatio 21 fece una conferenza per pregare i modenesi di attaccarsi al telefono e chiedere ai parenti piddificati di non votare la ministro vaccinale. Aveva nevicato pazzamente, quella sera, ma la sala era comunque strapiena.

 

Non servì a nulla: il voto robotico piddinoide, infallibile, fece passare la Lorenzin, che, appena eletta, andò in visitaa Modena per ringraziare, e, profonda conoscitrice del territorio, davanti ad una foto di Enzo Ferrari chiese se quello fosse Gino Paoli. Altro che Andreotti.

 

Avevo chiesto a un amico avvocato di Modena se una scena del genere si potrebbe ripetere. Mi è stato risposto: «certamente».

 

Apprendiamo che anche questa prospettiva è sfumata. Non si sa bene perché, ma invece che incistarsi con il PD, ora pare che Giggino voglia correre da solo all’uninominale. Forse addirittura in Campania, a casa sua.

 

Dicono che ora che Calenda se ne è andato (ci arriviamo fra un attimo), per Di Maio la situazione «riapre i giochi. Non solo per il leader, ma anche per 3-4 fedelissimi, vedi l’ex ministro Vincenzo Spadafora, coordinatore politico del neo-nato partito dell’ape. Tutti tornano in ballo per un seggio quasi blindato».

 

Eh?

 

«3-4 fedelissimi»?

 

Fateci capire, Di Maio si disse che, per far continuare il governo del Draghi (bel lavoro, riuscito), aveva portato via qualcosa come 60 deputati e 11 senatori.

 

Quindi, tutta quell’intrepida truppa che ha tradito il partito e l’elettore grillino, lo ha fatto senza nemmeno lo straccia di una poltrona per uno su dieci? Forse nemmeno quelli?

 

Sì, perché tutti questi calcoli sono stati presi senza lontanamente considerare una variante importante: i voti.

 

Non importa che voti prendi, dove ti candidi, etc.: importa solo il paracadute nel collegio giusto; importa, cioè, un accordo preso nel segreto del palazzo, senza considerare nemmeno lontanamente l’elettore.

 

È un assunto dello Stato moderno: l’elettore, come Dio, è morto. Si può, al massimo, dover esperire la persistenza del suo fantasma. Tuttavia, il politico sa che esiste una grande, costante operazione di esorcismo nei confronti dello spettro: dalla UE a Mario Draghi, dalla NATO alla Troika, dalla censura social alla legge elettorale, tutto è predisposto per scacciare l’ectoplasma dell’elettore qualora esso appaia dopo che ha dato il voto.

 

Di Maio non ha voti. Non li ha per i suoi fedelissimi, che lo hanno seguito a caro prezzo. Non li ha forse neanche per lui. Soprattutto, mi sconvolge che non li abbia neanche a casa sua.

 

Sono un naif.

 

Tuttavia, avevo osservato questo schema anche con un altro personaggio di cui per motivi misteriosi si parla in continuazione: Carlo Calenda.

 

Sono anni che, quando vedo Calenda sui giornali, non capisco bene di cosa si tratti.

 

Prima di Renzi, non lo avevamo mai sentito. Uscì dal cappello del tizio di Rignano nel 2016: fu nominato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea, in pratica euroambasciatore d’Italia. Gli ambasciatori, quelli veri, si incazzarono, e in massa. Il tutto durò 20 giorni: Renzi riportò il personaggio a Roma per dargli un ministero importantissimo, quello dello Sviluppo Economico.

 

Ma chi era questo tizio? Cominciarono a fioccare biografie, interviste, agiografie di ogni sorta. Pariolino, anzi, del rione Prati. Figlio della regista Cristina Comencini quando aveva 16 anni, quindi nipote del regista Luigi Comencini, per cui il Carlo reciterà da bambino nello sceneggiato Cuore, dal libro del massone De Amicis. Fa una figlia, anche lui a 16 anni, con la segretaria del compagno produttore della madre, poi va a lavorare in Ferrari con Montezemolo.

 

Da lì, passando per Confindustria, ce lo ritroviamo al governo: vicesegretario al MISE di Letta, e pure in quello di Renzi. Diventa ministro quando Federica Guidi finisce nello scandalo di intercettazioni che coinvolge il fidanzato (il caso «Tempa Rossa»).

 

Rimane in sella al MISE perfino con Gentiloni. Non siamo sicuri che al MISE abbiano pianto quando è andato via. Tuttavia ricordiamo i suoi discorsi paternalistici agli operai durante dei tour che faceva da ministro nelle fabbriche.

 

Da dove viene questa ascesa inarrestabile? Non sappiamo dirlo.

 

Nel 2012, aveva firmato il manifesto dell’Associazione Italia Futura, che doveva essere l’embrione del partito del suo boss Montezemolo: non si andò da nessuna parte.

 

Nel 2013 si candidò in Lazio, casa sua, per Scelta Civica, il partito di Monti: trombato, nonostante il partito, ora biodegradato (lo chiamavano, infatti, «Sciolta Civica») avesse preso un ragguardevole 8,3%.

 

Nel 2015 aveva detto che lasciava Scelta Civica per iscriversi al PD. «Tale annuncio non ha però avuto seguito», scrive Wikipedia.

 

Nel 2019, tuttavia, il PD gli fa comunque un bel regalo: primo nella lista alle Europee nella circoscrizione Nord Est, che vuol dire Veneto, Trentino, Friuli-Venezia Giulia e soprattutto Emilia-Romagna. Maree di voti assicurati, e un posto nel listino dove spingono miriadi di politici locali piddini, magari di quelli che hanno fatto per anni anni un egregio lavoro come sindaci, portando voti al partito. (Ne conosciamo qualcuno)

 

Non importa: deve passare Calenda, che poco dopo però lascia il partito, perché irritato dall’alleanza PD-M5S. Si tiene ovviamente la poltrona da europarlamentare.

 

Lancia suo partitino, «Siamo Europei», a cui farà a stretto giro un rebranding: ecco il partito Azione.

 

Nel 2020 si candida a sindaco di Roma, arriva terzo.

 

Non importa, lui prosegue imperterrito la sua cavalcata spavalda sui media, attacca tutti, i sovranisti, i grillini, i suoi giovani candidati con il Rolex, se stesso («per 30 anni ho ripetuto cazzate sul liberismo»), si mostra mezzo nudo (lui!) mentre fa il bagno in un elegante laghetto di montagna, si presenta scravattato e a volte con vestiti che pare tirino, è disinibito a livelli olimpionici.

 

In tutta questo, pare chiare che, a parte il voto robotico piddino dell’Emilia-Romagna, è tutto meno che certo che questo personaggio abbia mai avuto con sé e il suop partitello un singolo elettore.

 

Calenda non esiste: per questo era perfetto per il PD.

 

È umiliante, anche per chi crede che il Paese possa essere salvato solo previa deppidificazione, vedere il segretario PD Letta implorare Calenda, vellicarlo, accarazzerlo per poi essere tradito, e piagnucolare, fino al punto di dire – a pochi giorni dalle elezioni – di aver sbagliato ed essere pronto quindi a dimettersi: per Calenda.

 

Qualcosa, ripeto, ci sfugge. Calenda, che voti ha? Il partito che discende da Gramsci e Togliatti, che motivo ha di tenerlo con sé?

 

Ci sono delle entrature di Calenda che non conosciamo, e che spingono i Letta e le Bonino a volerlo a tutti i costi, e a piangere disperati se lui se ne va, peraltro senza pagare il conto e pure insultando («hanno voluto l’ammucchiata, perderanno»)?

 

È una cosa che non sappiamo dire. La sicumera di Calenda, uno che avrebbe fatto il gagà sprezzante anche sul Titanic inclinato a 70°, rimane per noi un mistero.

 

Ci è chiaro invece in tutta questa operazione che riempie i giornali manca, come per Di Maio, un fattore in teoria importante: i voti. Gli elettori. Il popolo italiano. Quella roba là…

 

L’elettore è un fantasma, di quelli che non fanno neanche paura. Perché lo Stato-partito, come abbiamo detto, vive in un mondo di esorcicci e di Ghostbusters fenomenali e transnazionali, di quelli che i fantasmi sono in grado di farli sparire anche quando per due anni ogni sabato riempiono le piazze urlando contro il potere e la sua apartheid biotica.

 

Dicevamo, l’elettore è morto. Hanno ragione di pensarlo: come zombie, milioni di persone voteranno quel che vorrà il PD. Altri zombie voteranno Fratelli d’Italia, anche se è la scelta che è contro l’interesse dell’elettore: più armi all’Ucraina, meno gas, più vaccini… un PD con la Meloni sopra.

 

Vivono di questa certezza. La democrazia è finita. La Costituzione, a cui adesso ridicolmente si appellano, è stata annichilita – lo sanno, questo è un mondo post-costituzionale, post-democratico. Post-umano. Le elezioni sono un rito vestigiale, una stantia cerimonia aritmetica attraverso cui il potere accetta ancora di dover passare, nella sicurezza, però, che le cose importanti saranno conservate integre, e l’agenda prosegue come previsto, come pagato tramite l’interno immane poltronificio.

 

Il quale poltronificio è pure cambiato radicalmente, quantomeno nel numero: dobbiamo ancora, tutti, ben comprendere cosa significa avere ora la metà dei rappresentanti. Cosa significa per le dinamiche dei partiti, cosa significa per quelle sigle, che come abbiamo visto sono tante e grottesche, che aspirano ad arrivare in Parlamento.

 

I deputati di Di Maio, di Conte, di Letta etc. hanno votato più che la loro stessa fine (come abbiamo visto sopra, nemmeno i seggi per i fedelissimi…), per la castrazione elettorale del popolo italiano. E questo non è drammatico, è, come tutte le storie in cui esce il sangue, propriamente tragico.

 

Il Parlamento è stato amputato, reciso dal corpo che dovrebbe rappresentare. Succederà, al massimo, che sarà inviato qualche segnale da «phantom pain»: il «dolore dell’arto fantasma» che provano i mutilati per membra che non hanno più. Il potere legislativo è oramai quindi un «arto fantasma» a tutti gli effetti, separato con la lama dal corpo del popolo.

 

È il caso di dire: vi hanno fatto a pezzi.

 

Ecco perché oggi si permettono di parlare di Calenda, di Di Maio, del niente.

 

Perché la Repubblica Italiana ha oramai ben poco a che fare con le schede elettorali. Perché il lavoro di desovranizzazione politica intentato contro il popolo – attaccando anche la sovranità economica, famigliare, biologica – è oramai completo.

 

Vi hanno squartati, e ridotti a fantasmi.

 

Siete pronti per le urne.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

Continua a leggere

Necrocultura

Montini ha aiutato la bomba atomica. Bergoglio la bomba a mRNA

Pubblicato

il

Da

Sta per finire anche questo triduo atomico 2022. Non è una ricorrenza molto sentita qui, ci rendiamo conto: il bombardamento di Hiroshima il 6 agosto 1945 e di Nagasaki tre giorni dopo non colpisce l’immaginario di tutti – solo di qualche apocalittico che realizza la portata del fenomeno, ossia l’introduzione del concetto di potenziale annientamento dell’intero genere umano. In pratica, sì, l’apocalisse.

 

In questi tre giorni, a Hiroshima c’è una grande manifestazione serale, capeggiata dal sindaco, dove tutti, hibakusha (i «sopravvissuti alla bomba») in testa, depongono origami lungo il fiume, a lato del genbaku dome, un palazzo liberty che hanno lasciato devastato per farne un simbolo del martirio atomico della città.

 

A Nagasaki, la città cattolica, è diverso – malgrado la distruzione sia stata perfino maggiore, e assuma uno strano sapore religioso: la bomba cadde sulla cattedrale di Urakami, durante l’orario delle confessioni. Pochi metri più in là, la piazzetta dove trovarono il martirio decine di cristiani giapponesi – tra cui alcuni bambini – tra il XVI e il XVII secolo. Nagasaki, per qualche motivo, non pare intaccata del «dolorismo» che si respira ad Hiroshima.

 

Tuttavia, dico che sono rimasto ore a fissare, nel museo sotto la cattedrale ricostruita, un rosario dissolto dalla bomba atomica.

 

A pochi importa, perché in fondo la maggior parte delle persone ha confinato la possibilità di sterminio termonucleare alle due città giapponesi bombardate dal massone Truman. Al massimo, c’era da avere un po’ di paura durante la Guerra Fredda. Ma ora? Tutto è alle spalle. Giusto?

 

La realtà è che un uomo che possa dirsi tale non può non pensare alla possibilità di distruzione del mondo, anche più volte al giorno.

 

Quindi, non è lecito abbandonare il monito mostruoso di Hiroshima e Nagasaki.

 

Noi lo facciamo a modo nostro. Ogni anno, ripubblichiamo un articolo in particolare (quest’anno lo abbiamo segnalato nella Newslettera di sabato), quello secondo cui il Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, avrebbe stoppato il canale per gli accordi di pace che Tokyo voleva creare con Washington per tramite della Santa Sede, in cui da pochi mesi (abbiamo visto pochi anni fa una cerimonia per il 75° delle relazioni: un rito pagano in Vaticano) il Giappone aveva un ambasciatore, Ken Harada, e un rappresentante  piuttosto operativo, Masahide Kanayama. La storia dice, più o meno, che gli sforzi dei diplomatici nipponici si scontrarono contro il muro di Montini, noto per essere vicino al capo dei servizi americani James Jesus Angleton.

 

In pratica, il futuro papa, che all’epoca sostituto della Segreteria di Stato, non trasmise il programma di pace giapponese a Pio XII – il risultato fu la continuazione della guerra fino al suo doppio climax nucleare, una trovata americana utile a spaventare l’Unione Sovietica che da pochissimi giorni (cose che molti non sanno…) aveva  dichiarato guerra al Giappone, preparandosi con probabilità ad invadere la grande isola settentrionale dell’Hokkaido.

 

Il destino del Giappone poteva quindi essere quello di una Paese diviso in due da una spartizione delle superpotenze, come la Germania, e poi la Corea, il Vietnam, etc.

 

Ciò non accadde, perché la dimostrazione della potenza dell’atomo diede agli americani un vantaggio militare e decisionale sulla nuova epoca.

 

Quindi, qualcuno può arrivare a dire che, con le sue azioni volte forse a favorire gli USA, il Montini aprì la strada alla distruzione atomica delle due cittadine giapponesi, una delle quali pure l’unica cattolica in tutto il Sol Levante.

 

Si tratta di una visione storica abissale: un futuro papa… responsabile dello distruzione nucleare? Qualche studioso americano ammicca. Quali forse i motivi del favore concesso da Montini agli uomini di Washington, è motivo di speculazione. Ci sono quelli che, convinti, ricordano che si tratta del Paese con la bandiera piena di stelle a 5 punte, e che un identico pentacolo si trova anche nella mano della sue effigie scolpita in bronzo sulla Porta del Bene e del Male posta in uno degli ingressi del Vaticano.

 

 

Questa storia di Vaticano atomico, che in Italia praticamente abbiamo raccontato solo noi, ci è costata vari attacchi, lettere infuocate di persone indignate, qualche insulto.

 

È comprensibile. Se ciò fosse vero, riconosciamo quanto potrebbe essere difficile da accettare. Un uomo che diviene papa non può aver lavorato per la morte di centinaia di migliaia di persone – non è possibile.

 

Tuttavia, è un pensiero che deve tornarci in mente oggi, quasi 80 anni dopo.

 

Bergoglio, a quanto possiamo sapere, non ha tramato per accelerare l’annientamento cattolico di alcune città, tuttavia è innegabile che si sia speso, anche apertamente, per una bomba dagli effetti ancora più massivi: la bomba all’mRNA.

 

In molti hanno sottolineato che la campagna di vaccinazione mondiale, fatta senza conoscere i rischi a lungo termine di una tecnologia di modifica genetica mai prima provata sull’uomo,  possa dirsi una potenziale «bomba ad orologeria».

 

Non sappiamo quando scoppierà: al momento possiamo solo, come tentiamo di fare qui, registrare il numero impressionante di morti e feriti, dati che trovano la loro via nonostante la spirale del silenzio dei media, della politica e dell’infame classe medica che ora, per spiegare il massacro in corso, si è inventata la «morte in culla» per adulti.

 

Possiamo ritenere, tuttavia, che siamo solo all’inizio. Potremmo vedere altri effetti nei prossimi mesi, o anni. Per esempio, un calo delle nascite, dovuto al fatto oramai certo – nonostante i mesi di smentite dall’alto – che il vaccino possa interferire con il ciclo delle donne.

 

La bomba mRNA, quindi, possiamo dire che è bella che innescata.

 

Sappiamo come il Bergoglio abbia dato una grande mano. Ha cacciato chi in Vaticano si opponeva al siero genico. Ha creato il primo volo interamente vaccinato della storia, quello che lo ha portato in Iraq. Ha incontrato in segreto due volte Albert Bourla, il CEO di Pfizer. Ha fatto campagna per il vaccino in ogni modo, al punto da sembrare, come è stato detto, un piazzista di Big Pharma.

 

Soprattutto, Bergoglio ha agito con lo strumento definitivo per vaccinare tutti: il silenzio.

 

Il silenzio papale sull’origine maligna del siero – l’uso di linee cellulare da feto abortito – ha disintegrato l’unico scudo rimasto a chi voleva evitare la siringa, l’obiezione di coscienza. Questa grande foglia di fico della morale moderna, a cui però grati si sarebbero attaccati in milioni in tutto il mondo.

 

Non avvicinandosi nemmeno al tema, il papa ha direttamente reso inservibile l’argomento: medici, infermieri, soldati, in Italia come negli USA e ovunque, si sono visti così rigettate le proprie richieste di esenzione. È inutile ricordare che non era mai successo: l’obiezione di coscienza, qui come oltreoceano, era una vacca sacra, una riserva indiana che il potere della Cultura della Morte aveva deciso di lasciare intatta.

 

Ora, grazie a Francesco, non è più così.

 

Una parte considerevole dell’umanità, grazie al papa, è ora stata iniettata con una sostanza sintetica, che in natura è talmente potente da poter trasformare il bruco in farfalla: l’mRNA. Ossia, una molecola della vita, sempre più vicina a quella utilizzata dal Signore per creare l’uomo e la natura, che nei preti dovrebbe quindi incutere riverenza e timore.

 

Sappiamo dalle gole profonde scappate dalla filiera intorno a Pfizer quanto i laboratori reputassero importante quel che pensava la gerarchia cattolica, e quindi non è un mistero che la storia delle linee cellulari da aborto sia stata occultata, o passata nei media come una fake news. Non lo è.

 

Possiamo dire, di nostro, che questo è il lavoro che nel 2017, 2018 e 2019 aveva cominciato a fare Renovatio 21: spingere il mondo cattolico, cardinali inclusi, a rendersi conto del problema etico dei vaccini fatti con pezzi di bambino innocente. Se avessimo avuto successo, se dall’altra parte non vi fosse stato solo un Vaticano quasi interamente occupato dalle forze del male, possiamo dire che avremo dato un contributo nemmeno piccolo alla follia del 2021: sarebbe bastata una parola, da parte cattolica, e le esenzioni di milioni di persone in tutto il mondo sarebbero divenute valide.

 

Non è andata così. Abbiamo fallito noi. Soprattutto, però ci siamo scontrati ingenuamente con un piano che il papa stava già portando avanti da anni, visibilmente, per quanto ci riguarda, dal 2017, quando vescovi e preti si buttarono a pesce a difendere la legge Lorenzin.

 

Il papa aveva un suo disegno da portare avanti, evidentemente. Voleva arrivare, abbiamo scritto, a universalizzare quel «battesimo di Satana» che è il vaccino.

 

Ci è riuscito.

 

La bomba genetica è detonata in tutto il pianeta, in larga parte grazie a lui, che non ha concesso ai suoi fedeli di obiettare secondo lo Spirito.

 

Ora, se dovessimo fare un calcolo utilitarista… Montini e le bombe atomiche che (forse) avrebbe contribuito più o meno involontariamente ad organizzare, oppure Bergoglio, e i suoi spot in mondovisione al siero genico, la sua protervia nel punire i non vaccinati, la sua insistenza nell’infettare il gregge con l’mRNA alieno… ?

 

Ecco, non vogliamo dare una risposta. Il lettore se la dia da sé.

 

L’importante per noi era significare che c’è la bomba atomica, ma c’è anche la bomba genica. Non c’è solo la distruzione nucleare, ma anche la distruzione biomolecolare. E il papa ha decisamente le sue responsabilità in materia.

 

Il tema, ad ogni modo, è sempre lo stesso: la Necrocultura, che ha sovvertito anche i palazzi della divina istituzione fondata per combatterla.

 

Scrivevamo, all’inizio di questo articolo, di quegli uomini che, in quanto uomini, temono l’apocalisse.

Vi sono, con evidenza, uomini che l’apocalisse la desiderano.

 

Chi servono?

 

Chi è il signore di costoro?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Dark-Wayfarer via Deviantart pubblicata su licenza Attribution-NonCommercial-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-NC-SA 3.0); immagine modificata nel colore.

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari