Bioetica
«Se possono obbligarti a fare un vaccino di cui non hai bisogno, che cosa non possono fare?»
Gli obblighi vaccinali riguardano «il potere», ha dichiarato Tucker Carlson in una trasmissione TV di Fox News della scorsa settimana.
«Queste richieste sono così ovviamente irrazionali, che costringerti ad accettarle senza lamentarti è il punto centrale dell’esercizio».
«Queste richieste sono così ovviamente irrazionali, che costringerti ad accettarle senza lamentarti è il punto centrale dell’esercizio»
In un appassionato monologo mandato in onda lo scorso lunedì, l’editorialista TV americano ha notato «è una forma di sadomasochismo, è dominio e sottomissione. Si tratta di potere. Se riescono a farti prendere medicine che non vuoi o di cui non hai bisogno, hanno vinto. Tu sei loro. Tu appartieni a loro. Vogliono questo».
«I vaccini – che sono molto meno efficaci di quanto ci era stato detto inizialmente, potenzialmente pericolosi per alcuni e completamente inutili per decine di milioni di altri – sono ora, tuttavia, obbligatori praticamente per tutti in America» ha detto Carlson.
«È una forma di sadomasochismo, è dominio e sottomissione. Si tratta di potere. Se riescono a farti prendere medicine che non vuoi o di cui non hai bisogno, hanno vinto. Tu sei loro. Tu appartieni a loro. Vogliono questo»
«Allora perché? Perché esattamente questa è la politica? Nel suo discorso al Paese della scorsa settimana, Joe Biden non si è preso la briga di spiegare perché. A questo punto non sono necessarie spiegazioni. Il tuo consenso non è più necessario».
Etichettando il discorso di Biden sull’0bbligo vaccinale come «il discorso più controverso e divisivo mai pronunciato da un moderno presidente americano», Carlson ha osservato che il punto centrale su cui Biden ha martellato è che «i tuoi concittadini americani sono pericolosi per te. Potrebbero ucciderti. E questo include la tua famiglia».
«Se possono obbligarti a prendere un vaccino di cui non hai bisogno, che cosa non possono fare?» si è chiesto.
«A questo punto non sono necessarie spiegazioni. Il tuo consenso non è più necessario»
«Perché non ti faranno assumere psicofarmaci se sei persistentemente disobbediente? Esprimi la visione sbagliata, fatti un’iniezione di torazina. Perché non potrebbero farlo? Qual è il loro principio limitante?»
Non è una domanda retorica. Uno Stato senza basi morali, dove può fermarsi? Se lo Stato moderno arriva a calpestare non solo la dignità dell’uomo e la legge naturale, ma perfino la sua stessa Carta Costituzionale (cioè, la sua ragione di essere), dove può limitarsi?
«Si può immaginare un gruppo di medici della CNN che spiega che saremmo tutti molto più al sicuro se i propagandisti malati di mente della destra radicale ricevessero le cure di cui hanno bisogno e smettessero di diffondere le loro pericolose teorie del complotto. Quindi dare loro farmaci psicotropi è una questione urgente di salute pubblica. Ti sembra inverosimile?»
«Perché non ti faranno assumere psicofarmaci se sei persistentemente disobbediente? Esprimi la visione sbagliata, fatti un’iniezione di torazina. Perché non potrebbero farlo? Qual è il loro principio limitante?»
A noi qui non sembra inverosimile. Di fatto Renovatio 21 si occupa da anni di un tema fondamentale per la saluta pubblica, quello delle droghe sintetiche legali chiamate «psicofarmaci». Una loro somministrazione obbligata non ci sembra, a questo punto, fantascienza: l’intera Nazione, l’intero mondo è sottoposto oggi ad un TSO ben peggiore.
Quanto alla spaccatura dalla società, noi abbiamo un modo di chiamarla: guerra biotica. Una popolazione divisa artatamente, in cui una parte viene aizzata contro l’altra, forte del mandato dell’establishment.
È la meccanica da incubo, oramai presente più o meno inconsciamente nel discorso di molti, che sta dietro alle guerre civili, ma qui si tratta di un conflitto nuovo, non più etnico o ideologico, ma biologico, biomolecolare, biotico – legato al bios, alla vita stessa.
Carlson Warns: “If The Powers That Be Can Force You To Get A Shot, What Can’t They Make You Take”
Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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Bioetica
Europarlamente ex IRA dice di aver abortito per poter andare a mettere una bomba
L’ex europarlamentare del Sinn Fein, Martina Anderson, ha confessato di aver abortito per non compromettere una missione di attentato dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese). Lo riporta Life Site.
In vista del lancio della sua autobiografia, Choosing the Struggle («Scegliere la lotta»), Anderson ha dichiarato a Miriam di RTE One di aver scelto la «lotta» (cioè, il terrorismo) piuttosto che la vita del suo bambino non ancora nato. Ha scoperto di essere incinta poche settimane dopo aver iniziato a pianificare un attentato.
«Le donne come me che hanno avuto una gravidanza non pianificata, a causa delle circostanze in cui mi sono trovata, hanno dato priorità alla lotta contro la malattia, hanno abortito, la decisione più difficile e dolorosa della loro vita», ha detto la donna originaria di Derry.
«Non volevo deludere i miei compagni», ha dichiarato alla testata irlandese Joe. «Me ne sono andata in silenzio, sono tornata in silenzio e ho vissuto in silenzio per oltre 40 anni.»
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La Anderson spera che la confessione del suo aborto possa contribuire a porre fine alla «vergogna» che le donne come lei subiscono.
«Credo che raccontare la mia storia possa dare un piccolo contributo per fermare la stigmatizzazione morale e sociale che colpisce donne come me. Sarebbe stato più facile rimanere in silenzio e lasciare che la gente mi giudicasse», ha dichiarato a RTE One. «Rispetto le convinzioni religiose altrui su questo argomento, non cerco di convertire nessuno, né di ottenere perdono o approvazione.»
Anderson fu condannata all’ergastolo nel 1986 per cospirazione finalizzata a provocare esplosioni. Fu rilasciata 13 anni dopo in virtù degli accordi del Venerdì Santo e in seguito si dedicò alla politica.
L’ex europarlamentare ha anche raccontato di come, mentre era in prigione, le sia stato asportato l’utero durante un intervento per curare dei polipi, rendendola incapace di avere figli.
L’idea di uccidere il proprio figlio per andare possibilmente ad uccidere altre persone è probabilmente inedita, e rappresenta un quadro rivoltante come pochissimi altri. I social media hanno attaccato duramente la donna, che ha poi avuto una carriere di europarlamentare a Bruxelles, dove ha potuto dedicarsi a grandi cause fondamentali come il cambiamento climatico – che è di fatto, una propaggina dell’antiumanismo abortista inventato proprio da quelli che lei credeva essere i suoi nemici, gli inglesi con il loro reverendo Malthus.
Per quanto disperante, il racconto dell’ex terrorista è, a suo modo, illuminante, gettando nuove basi per la comprensione della Necrocultura nello Stato moderno, perfino nei casi di dissidenza estrema: ovvero, vediamo qui il legame tra abortismo e terrorismo, medesime pratiche votate alla morte, con tutte le varianti giustificazioni sociopolitiche del caso.
Non è un caso che nello Stato moderno, e quindi nel Sovrastato europeo, chi abortisce e progetta attentati possa fare carriere e divenire rappresentante democratica del popolo. Si tratta, davvero, di tanta materia per riflessioni anche radicali
Un’ultima nota: abbiamo rilevato su Renovati 21 le dichiarazioni in stile IRA del «Nuovo Movimento Repubblicano» irlandese, che con videomessaggi minacciano, mascherati ed armati come d’ordinanza, i politici locali responsabili dell’immigrazione selvaggia e della sessualizzazione dei bambini. Ecco, ci pare che sia da discutere la distanza – ideologica, politica, sociale – che hanno le rivendicazioni di questo nuovo gruppo, sorto sulle ceneri del fuoco repubblicano ormai estinto, da quelle dello storico movimento terroristico che terrorrizzò la Gran Bretagna per decadi, e che ora è finito perfino digerito nei Parlamenti e negli europarlamenti.
Il mondo è cambiato, le priorità di protezione del popolo pure, e non siamo sicuri che in passato la generazione dei boomer abbia mai davvero deciso di difendere il popolo che diceva di voler servire – abortendo, terrorizzando, accettando la Morte come principio politico della propria vita.
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Immagine di GUE/NGL via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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