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Pensiero

Pugnazzo, la Roma permanente e la nostalgia di Bossi

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La Nintendo Wii è un dispositivo eccezionale. Se non avete un conoscente che l’ha conservata dagli anni 2000 e si decide a passarvela, potete acquistarla usata ai mercatini per una cinquantina di euro.

 

Sono migliaia di ore di intrattenimento familiare ineccepibile, sicuro, affidabile, a misura di bambino – questa è del resto la linea che l’azienda di Kyoto tiene da più di un secolo. Mettete (con moderazione, chiaro) vostro figlio dinanzi ad una console Nintendo, difficilmente vi verrà traviato come potrebbe invece succedervi con i giochi più «adulti» della Xbox, che è di Bill Gates, quello che la vostra prole già la tratta con la siringa e con l’mRNA.

 

Quindi, se approntate una Wii,  il piccolo si sparerà certamente ogni singolo titolo di Super Mario disponibile: New Super Mario Bros Wii, Super Mario Galaxy, Super Mario Galaxy 2, Mario Kart Wii, Mario Party 8, Mario Super Sluggers, Super Mario All Stars… fino a che non arriverete al più bizzarro, Super Mario Paper.

 

Si tratta di un adventure: cioè un gioco lungo dove si va in giro a risolvere enigmi. Mario e i suoi amici finiscono in un mondo bidimensionale – sembra fatto, appunto, di carta – dove devono parlare con decine di altri personaggi, pur sempre tramite fumetti che fanno bipbipbip.

 

È alla fine del primo mondo che incontrerete un personaggio che vi sorprenderà: Pugnazzo.

 

Pugnazzo è un cattivo di fine livello. È violento e borioso, è vanitoso. Sovrastima la sua forza, ma non lo sa, per cui continua con i suoi ebeti esibizionismi. È aggressivo, a partire dalle parole.

 

Coloro che hanno regionalizzato Mario Paper hanno avuto un’idea geniale, giustissima: hanno fatto sì che Pugnazzo parlasse, di fatto, in romanesco stretto.

 

 

Pugnazzo parla il romanesco di quelli che menano.

 

«Ahò, ma allora sei te che ‘infili i baffetti negli affari der capo mio» dice Pugnazzo all’irsuto Mario Bros.

 

«Nun lo dovevi fà (…) Mo’ te faccio nero».

 

«Mo’ pe’ voi è finita!»

 

Pugnazzo non ascolta una parola di quello che gli dici, e continua con proclami bellicosi.

 

«So’ Pugnazzo, se er conte ordina, io ve strapazzo!»

 

«Mo’ basta. Mo’ ve riempio de botte come nun v’hanno riempito mai. VE ROMPO!»

 

Ci sta. L’aggressività romana la conosco, è un fenomeno su cui indago da lungo tempo. Anni e anni fa, giovanissimo in Inghilterra, mi ritrovai davanti al muso il naso di un romano, un ragazzo più grande di me del genere finto-atletico, quelli che si mettono la tuta solo per segnalare la minaccia di una prontezza fisica in realtà tutta da verificare. «Io te distruggo, sa’…».

 

Mentre mi urlava ad un centimetro dalla mia faccia, io non avevo idea di chi fosse questo tizio e di cosa volesse. Solo poi avrei capito che era il ragazzo di una tizia, alla quale forse avevo detto cortesemente «ciao» salutando tutto il gruppo, o forse anche no. Nella testa di lui, chissà quali pensieri stavo facendo – per una che non sapevo neanche che faccia avesse.

 

La cosa si risolse. Gli risi in faccia, non so bene perché, forse perché all’epoca avevo uno sprezzo del pericolo invidiabile, oppure già sapevo che il romano spesso abbaia e basta. Ci divisero. Andò per la sua strada.

 

Fast forward di una ventina di anni. Sono a Roma per andare ad un incontro di lavoro in un club fuori città. Prendo un taxi, entriamo in una tangenziale, o forse era proprio il mitico Grande Raccordo Anulare, che ne so. Ad un certo punto, notando i cenni del conducente, mi rendo conto che c’è un tizio con una Smart dietro di noi ci sta a pelo. Il ragazzo, occhiale da sole incollato agli occhi, sta ad una spanna dal paraurti posteriore del tassista, che si innervosisce e comincia a bofonchiare qualcosa (solo anni dopo avrei appreso che l’uomo con la Smart a Roma ha un’antropologia tutta sua). Il tizio ci supera a velocità folle –  in parallelo il tassista accelerava enantiodromicamente… Poi ci taglia la strada, tra clacson, corna e diti medi a profusione. Quindi fila dritto con la sua macchinetta ad una velocità talmente inspiegabile da lasciarci indietro di parecchio.

 

È qui che succede una cosa inaspettata. Il tassista si gira verso di me – che ero, per lui, un giovane signore in giacca e cravatta che gli aveva significato il fatto che stava andando ad un incontro di lavoro – e dice qualcosa che non scorderò mai: «che c’ha fretta, lei?».

 

Io non faccio in tempo a rispondere «sì» che lui è già partito all’inseguimento dell’uomo con la Smart, gas schiacciato a tavoletta, mentre, con l’inerzia che mi schiaccia il torso sul sedile, io mi aggrappo alla maniglia sopra il finestrino, come faceva mia nonna.

 

Dopo venti minuti di caccia, che con gentilezza non avrebbe poi conteggiato nel tassametro, l’autista desiste: dell’uomo in Smart nessuna traccia. Arrivato a destinazione, scendendo sconvolto dall’auto, mi chiedo cosa mai sarebbe successo se lo avesse trovato. Probabilmente niente, come quella volta in Inghilterra: urla e insulti barocchi, checcevoifà, è il loro modo di stare al mondo. O forse si sarebbero tamponati, e menati davvero.

 

A Roma succede: pensate a Campo de’ Fiori, sede dell’infame statuona dell’infame Giordano Bruno. La sera, ricordo bene, si vedevano serque di camionette della polizia parcheggiate in bella vista in Piazza, eppure la gente di sera, nello struscio della movida romana con qualche turista imbucato, ci si picchiava lo stesso, e selvaggiamente, e non si è mai capito perché.

 

Ecco, sono alcuni dei ricordi e dei pensieri che ho avuto quando è saltata fuori la storia del misterioso video in cui uno dei vertici del PD romano, ad una cena fuori porta, è stato ripreso dai residenti del luogo (che allarmati, hanno chiamato le Forze dell’Ordine) mentre urlava.

 

«Lo digoh a tutti quello che m’ha dettooooh».

 

«Vie’ qua. Te devi inginocchià. TI DEVI INGINOCCHIARE!»

 

«Li ammazzo. Li ammazzo».

 

«Cinque minuti je do. CINQUE».

 

«Vi sparo. T’AMMAZZO»

 

Come non pensare a Pugnazzo.

 

 

Cosa era successo? Non si è capito benissimo, tuttavia su certi non detti urlati (non è una contradicio in adjecto) ora stanno facendo delle indagini. Cosa minacciava di rivelare l’uomo fuori di sé? Intorno a lui, a quella cena «pugnazza» (eh sì, loro vanno ancora al ristorante) a quanto si apprende dai giornali: una consigliera regionale, un europarlamentare o ex, il fratello assicuratore UNIPOL, quantità di altri figuri che non sappiamo comprendere, se non per il comune denominatore: tutti del PD, tutto un via via di uomini di Zingaretti, Gualtieri, Letta e chissà quali altre figure oscure. Per noi, la dinamica di tutta la vicenda rimarrebbe incomprensibile, anche se ce la illustrasse con un Power Point Goffredo Bettini via Skype dalla Thailandia.

 

Rimane la violenza verbale, che in teoria un uomo maturo (specialmente uno che ha a che fare con lo Stato) dovrebbe sapere che in alcuni frangenti può costituire reato (art. 612 Codice Penale: «minaccia»).

 

Tutto, hanno detto, era partito da una lite sul derby Roma-Lazio: da quello che ho letto oggi su La Verità, potrebbe pure essere vero, e la cosa mi addolora ancora di più. Perché comunque ora su tutti i commensali si abbatte la vergogna nazionale (cagionata da un video uscito sul Foglio, chissà perché) e pure un’indagine della Procura di Frosinone.

 

Tutto questo, capite, non mi scandalizza nemmeno un pochino. Perché, dai, quella è l’ostentosa aggressività romana come descritta in tanti film e filmetti, e ben presente nei nostri pensieri.

 

È altro che ci deve scandalizzare.

 

Prima cosa, che dovrebbe farci cadere dalla sedia: il tizio che urla promettendo violenza, è il figlio di un ex rettore della Sapienza. Non solo: pioniere dell’ingegneria informatica nazionale, è stato pure ministro e Commissario europeo per la scienza, la ricerca e lo sviluppo e l’istruzione, la formazione e la gioventù.

 

Avete capito? Si tratta del rampollo di un «magnifico» della università romana per eccellenza, una delle più importanti della Nazione, un uomo di governo, un professore che è stato ai vertici di Bruxelles quando il presidente della Commissione era Jacques Delors.

 

Insomma, la definizione di una «buona famiglia» che discende da un intelligente, competente servitore dello Stato.

 

Suo figlio parla così? Si comporta così? Parrebbe. I giornali tirano fuori altri dettagli della tragedia dinastica: lo scorso febbraio i figli dell’urlatore, 19 e 17 anni, fermati dai Carabinieri per un controllo avrebbero detto «avete preso le persone sbagliate, non sapete chi siamo». Il padre pure era incappato in vicende non dissimili: «il primo maggio del 2020, in pieno lockdown, per dire, mentre tutti dovevano stare tappati in salotto, lui venne beccato dalla polizia a mangiare a casa di amici su una terrazza di via Macerata, al Pigneto» scrive Il Foglio.

 

E poi, il babbano extraromano, come lo scrivente, continua a chiedersi: ma quindi, quale rete lo ha portato ad essere lì dove è? È ereditaria? Come può uno essere soprannominato «Rocky» e al contempo avere tanto potere? Domande a cui non so rispondere, perché al laico non-capitolino la mappa sotterranea di Roma è più celata del nome segreto di Roma, quello per cui secondo la leggenda basterebbe pronunciarlo per vedere Roma distrutta (qualcuno è ancora alla cerca, giusto?).

 

Di questo «mondo di mezzo», per usare un’espressione usata per definire un altro giro ma forse nemmeno lontanissimo nello spazio, non sappiamo nulla, affiora solo qua e là qualche segno, qualche mostro – dal latino moneo, ammonire. Ecco il video del ristorante. L’inchiesta «Mafia capitale», finita non esattamente come sembrava dovesse finire. E poi ancora: ricordate la marmorea villa del boyscout rutelliano Luigi Lusi? E il tizio che chiamavano «Er Batman» con tutto lo scandalo alla regione Lazio?

 

C’è un’intero universo ctonio che gestisce il potere a Roma: poltrone, appalti, chissà cos’altro. Noi non solo non ne saremo mai parte (anche perché preferiremmo morire!), ma non siamo in grado nemmeno di accorgerci della sua esistenza – anche se esiste solo grazie al nostro danaro.

 

Quello che comprendiamo è che, come ora negli USA parlano di una Permanent Washington creata dal Deep State, esiste una «Roma permanente», solo che a differenza della palude della capitale americana, quella romana ci sta da 2775 anni.

 

Un po’ difficile disinstallarla. Anche perché, se ti avvicini, magari ti senti suonare il clacson. «Io te distruggo, sa’…»

 

Abbiamo parlato spesso, in questo sito, dello Stato-partito, cioè, secondo la sintetica definizione di Rino Formica, l’oramai avvenuta fusione degli apparati amministrativi permanenti con i partiti, che, senza alternativa possibile, si presentano sempre più chiaramente come immagini dello Stato stesso.

 

Ciò è, ovviamente, vero in particolare per il PD, partito talmente fuso con il sistema da non aver più nemmeno bisogno di alcun carisma nei suoi dirigenti: pensate a Fassino, Bersani, a Zingaretti, pensate a Letta… La macchina, dalle COOP alle cene pugnazze di consiglieri regionali e capi di gabinetto, va avanti da sola…

 

La «Roma permanente» è in larga parte fatta dal PD.

 

Tuttavia, anche gli altri partiti parlamentari tendono alla stessa dimensione di identità con lo Stato – non è un segreto per nessuno che ogni partito, in Italia, vorrebbe essere come il PD, che è un partito perdente, e quindi già questo dice tutto sull’arco costituzionale italiano.

 

In pratica: Roma non la cambi, Roma non la tocchi, perché a Roma viene da noi dato un potere, e un flusso immane di danaro, che viene gestito in larga parte a nostra insaputa, e in larghissima parte contro di noi –  e questo con assoluta pervicacia ed aggressività.

 

È a questo punto che ti sale la nostalgia canaglia di un personaggio pazzesco, che abbiamo la fortuna di aver visto operare nel fiore dei suoi anni, e in tutta la sua virilità salvifica: Umberto Bossi.

 

Ricordate quale era il mantra? «Roma Ladrona». Quanta ragione aveva?

 

Bossi che da un microfono veneziano il 18 settembre 2000 (22 anni fa!), accusava i «nazisti rossi alleati con i banchieri», le «lobby omosessuali», i «mondialisti», gli «sporcaccioni», i «porci». Proprio così.

 

Bossi che attaccò frontalmente Bruxelles con parole che nessuno ora osa ancora: «con l’Europa giacobina finiscono i diritti naturali collegati alla sovranità popolare e alla democrazia e avanzano i “nuovi diritti”: la dose minima di pedofilia, la famiglia orizzontale, il diritto d’immigrazione» (28 febbraio 2002)

 

Ma più ancora di quel che diceva – profetico potete vedere con gli occhi di oggi – l’Umberto era fondamentale per quello che era. Per la sua esistenza, per la sua presenza – umana, maschia.

 

Tale potenza di Bossi è stata ricordata di recente da un articolo di Paolo Guzzanti su Il Giornale.

 

«Di sentimenti forti Umberto Bossi ha inondato la politica fin da quando cominciò a diffondere l’ultimo brivido rivoluzionario in un’Italia ideologicamente frolla, praticamente inerte dopo i fallimenti già consumati ho invia di consumazione delle cosiddette ideologia del ventesimo secolo».

 

«Il messaggio di Umberto alla prima crociata era pesantissimo: secessione. L’Italia si spacca e quella che produce se ne va lasciando a secco l’Italia che non produce e che vive di rendita e sulle spalle della prima. Tutto ciò che era seguito al fortunoso sbarco di Garibaldi in Sicilia, e alla sua fin troppo fortunata risalita dello Stivale senza incontrare alcuna resistenza, veniva non solo messo in discussione ma idealmente rigettato».

 

Guzzanti senior ha riconciliato dentro di sé questa cosa:

 

«Certo, era molto difficile per un romano come me sentire dieci volte al giorno parlare di Roma ladrona, come se Roma capitale d’Italia non fosse stata ridotta a sentina dell’Italia intera, sfigurata nella sua identità e nella sua storia, ridotta un labirinto di palazzi afflitti dalla piaga della burocrazia e dello spreco (…) per questo alla fine non solo apprezzai lo spirito più radicale di Umberto Bossi ma mi trovai d’accordo: prendetevi questa capitale portatevela da qualche altra parte, pensavo, e che ognuno vada per la sua strada».

 

Sono parole piene di nostalgia, di pacificazione ma al contempo ci ricordano quale genio politico rivoluzionario fosse il Senatùr. Che più che un politico, era un trickster, una figura mitologica in grado di sconvolgere l’ordine delle cose – un ordine, in questo caso, immutabilmente romano.

 

Il figlio di Guzzanti, il geniale Corrado (che però, dicono, in fatto di imitazioni potrebbe essere inferiore al padre), si occupò spesso di Bossi nei suoi spettacoli TV.

 

Il colpo di genio definitivo lo ebbe quando, in un sofisticatissimo sketch che voleva essere un remake de Il Sorpasso, riuscì a romanizzare Bossi grazie alla colta citazione cinefila.

 

Qui vediamo Bossi nei panni del personaggio che fu di Vittorio Gassman, che parla, grazie alla maestria del Guzzanti jr., un’incredibile, inedita, impossibile commistione tra romanesco e milanese.

 

 

È davvero un’opera d’arte: inchioda una volte per tutte il ruolo di Bossi nel catalogo dell’umanità italiana.

 

Bossi ha resistito nelle decadi e si è fatto largo a Roma proprio perché, in fondo, aveva capito l’aspetto brutale della romanità, e glielo aveva rovesciato addosso.

 

Ecco, ci voleva un lombardo «romano», diretto e carnale, per difenderci dai romani-romani. Bossi rappresentava un’inaspettata ri-simmetrizzazione del conflitto tra Roma e il resto d’Italia: siete aggressivi, testardi, sboccati? Eccoci, possiamo esserlo anche noi. Se gli USA lo avessero capito in Afghanistan, ora a Kabul non ci starebbero i talebani: non hanno avuto un Bossi a riportare la simmetria tra gli umori delle parti.

 

È inutile che ci ricordiate che la missione di Umberto non è stata completata. Lo sappiamo. Lo vediamo dalle cene nei ristoranti del Frusinate, e da tante altre cose – per esempio l’esistenza del romanissimo Calenda, che gli scienziati sarebbero ad un passo dal poter spiegare (copyright Lercio).

 

Ora Bossi è candidato sicuro; Salvini è, come Berlusconi, uno riconoscente. Tuttavia, sappiamo che non può più essere il Bossi di un tempo.

 

Noi lo ricordiamo in tante sue declinazioni: con la canotta in Sardegna a casa di Berlusconi, sul palco di innumeri comizi infuocati, o ancora, seduto accanto al grande politologo Gianfranco Miglio, quello che odiava Roma al punto da voler fare proprio di Frosinone la capitale d’Italia.

 

Umberto quanto ci manchi.

 

Umberto salvaci tu dai Pugnazzo e dal PD.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Gorup de Besanez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (CC BY-SA 4.0); immagine tagliata

 

 

 

 

Pensiero

«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi

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Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Egregio Cardinale,

 

con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.

 

Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.

 

È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.

 

Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».

 

Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.

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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.

 

Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.

 

Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.

 

Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.

 

Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?

 

Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.

 

E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.

 

Augusto Sinagra

 

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Necrocultura

Una città senza tifo è una città morta

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La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.   Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?   Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.   Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).

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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.   E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).   Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.   Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.   La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.   È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.   «Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.   «Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.   Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.   In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.   I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.

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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.   Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.   Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.   E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.   Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.   Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.   Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.   Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?   Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.

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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.   Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.   Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.   Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.   Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto   Roberto Dal Bosco

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Verso la legge che fa dell’antisemitismo una nuova categoria dello spirito

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L’industria dell’olocausto prospera da decenni, qualche volta quasi in concorrenza con le Fosse Ardeatine e, negli ultimi tempi, persino in conflitto con le foibe di Basovìzza e dintorni. È stata sfruttata quale strumento di lotta politica per mettere in guardia dal pericolo che i germi di una sua matrice ideologica, come l’antisemitismo, possano continuare a produrre frutti perversi. Non per nulla anche quella matrice è soggetta a perenne instancabile rievocazione.

 

Infatti una manifestazione importante del degrado morale, etico e culturale di questo mondo che pure presume di essere particolarmente evoluto, è lo sfruttamento delle tragedie umane per usi politici, o per altri usi che nulla hanno a che vedere con la pietà e la partecipazione dolorosa alla insoluta tragedia umana, Esso può avere varie declinazioni, riguardare un fenomeno di portata universale, o investire la vita privata, dove il dolore dovrebbe rimanere custodito nel riserbo decoroso della famiglia.

 

Invece sullo sfondo di quella perdita di tutti i valori, per cui Nietszche impazzito abbracciò il cavallo stremato che il vetturale frustava a sangue, tutto fa brodo, il fine giustifica i mezzi, i mezzi giustificano il fine.

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In questo quadro ecco dunque che la lotta contro l’antisemitismo ha subito anche una ulteriore, inaspettata mutazione genetica. E da blasone partitico, grazie a mutate circostanze polititiche interne ed esterne, ha conquistato un nuovo amplissimo spazio, fino a diventare una nuova legge fondativa dell’Occidente politicamente e correttamente inteso.

 

Ecco, dopo un ammirevole impiego di energie intellettuali e morali, e un intenso lavorio parlamentare, forse sottratto a miglior causa, la trionfale epifania del DDL 1722, partorito sulla scia della sapienza profusa e imposta da Bruxelles e approvato di fresco dal Senato della Repubblica.

 

Il carattere più interessante di questo disegno di legge è la sua paternità «bipolare». L’essere cioè il frutto condiviso delle due parti tradizionalmente in conflitto, insomma, grosso modo , di destra e sinistra unite qui da amorosi sensi. Cosa che, per le riflessioni che presto faremo, non è priva di significato e di interesse.

 

L’antisemitismo, ritenuto a lungo, stimma per antonomasia del nazifascismo, è rimasta una delle bandierine che la cosiddetta sinistra ha continuato a sventolare quale elemento distintivo di autolegittimazione di fronte alla destra, specie dopo la propria conversione alla religione neoliberista e atlantista.

 

Del resto, se la lotta politica si è ridotta allo schema Milan-Inter, bisogna mantenere diversi almeno i colori delle righe sulla maglia. La destra per antonomasia, per contro, a dispetto di qualche mutazione onomastica e qualche ostentata revisione ideologica, passata alla fine sotto la ragione sociale di Fratelli d’Italia, al di là delle specifiche originarie posizioni su alcuni temi etici e una sorta di obbligata infarinatura religiosa di facciata, ha contribuito ad assottigliare la linea di demarcazione tra i due schieramenti. Finché è pervenuta alla omologazione totale con riguardo alla politica estera e alla politica economica, in virtù del comune allineamento imposto dal feudatario statunitense e dal suo luogotenente europeo.

 

Un itinerario comprensibile se si considera che la lunga anticamera fatta per arrivare alla presidenza del Consiglio, e le abiure pubbliche, non hanno cancellato l’ombra persistente della XII disposizione transitoria che, col suo pervicace divieto di ricostituzione del partito fascista, ha continuato ad allungare la propria ombra su tutti i partiti considerati discendenti più o meno prossimi di quello.

 

Sta di fatto, d’altra parte, che tutte le blasonate «Democrazie Occidentali», in particolare quella statunitense e quella israeliana, sono accomunate e caratterizzate da sistemi che mettono in atto, peggiorandole, grazie ai mezzi tecnici di cui dispongono, tutte le più vistose espressioni e manifestazioni proprie, per metodi e finalità, del nazifascismo, con il supporto di una potentissima propaganda truffaldina ad uso dei cervelli già mediaticamente modificati.

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In questo contesto il DDL sull’antisemitismo, potrebbe apparire di primo acchito come l’inutile diversivo messo in atto da un Parlamento diventato inutile, e da un esecutivo ignavo ma pervicace, di fronte ad eventi fatali che mettono a rischio la sopravvivenza umana. Ma, a ben riflettere, esso viene ad assumere un significato di disarmante attualità se lo si legge come strumento di legittimazione politica interna delle oscenità giocate sullo scacchiere internazionale dalle oscene «democrazie» sioniste, diventate nel giro di pochi anni, una minaccia permanente per l’intera umanità, minaccia che soltanto i nostri governanti si impegnano ad eludere e mistificare.

 

Questo disegno di legge, non potendo attaccare frontalmente, almeno per il momento, la libertà di pensiero, intende attivare un marchingegno propagandistico volto a performare il pensiero comune. Il DDL non si avventura a stabilire conseguenze penali che andrebbero a scontrarsi con tutto il sistema costituzionale, ancora vigente, e con i principi fondamentali del diritto penale. Anche se non è da escludere che, se ormai tutto sembra diventato possibile, col tempo possa essere tentata anche quella via, una volta create ad arte apposite condizioni di fatto.

 

Tuttavia per il momento esso si ferma a stabilire un programma di indottrinamento capillare per tutti i cittadini fortunati fruitori di cultura democratica, e in particolare a beneficio della popolazione scolastica di ogni ordine e grado.

 

Anzitutto va segnalata la definizione di antisemitismo che dovrebbe essere il perno concettuale dell’intero programma di prevenzione e repressione previsto. Essa è stata mutuata, per impavida ammissione degli stessi estensori, da quella elaborata dalla «Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto». Di certo una fonte migliore non era pensabile. Tale definizione suona:

 

«Per antisemitismo si intende una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni etc.»

 

Su questa scelta si sono già appuntate facilmente numerose critiche che non è il caso qui di riprodurre, dati i vizi plateali di questa formulazione, Ci limitiamo a richiamare l’attenzione sul concetto di «percezione degli Ebrei» che dovrebbe essere accertata quale oggetto di prevenzione e repressione in quanto generatrice specifica di odio.

 

Siamo davanti alla scoperta di una novità: la percezione non è cosa appartenente evidentemente alla spettro autocognitivo proprio dell’individuo, ma è una entità misteriosamente misurabile anche dall’esterno, e in particolare dai programmatori addetti alla moralizzazione del genere umano. Ma forse per capire questo occorre immergersi nel mondo esoterico delle neuroscienze che ancora rimane lontano dal nostro senso comune.

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Per il resto sono da segnalare nell’ordine :

 

– Le linee di azione per la Strategia nazionale.

 

– Il monitoraggio degli episodi di antisemitismo.

 

– Le misure per contrastare il linguaggio d’odio. (A proposito del concetto di odio come entità perseguibile a priori dal legislatore, andrebbe ricordato che si tratta di un contenitore il cui valore va misurato in base all’oggetto e non per l’ involucro in sé. Infatti il catechismo ci ha insegnato che occorre odiare il male e amare il bene, e che per converso non si deve amare il male. Epstein non docet).

 

– Le azioni formative per studenti e docenti.

 

– La individuazione di un soggetto preposto a verificare il monitoraggio per verificare le azioni da contrastare.

 

– La formazione delle Forze dell’ordine, del personale prefettizio, e… della Magistratura.

 

Da ultimo è prevista la nomina da parte del presidente del Consiglio dei Ministri, di un coordinatore coadiuvato da tecnici nominati dall’Unione delle Comunità Ebraiche italiane.

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Un programma che sarebbe andato a pennello sia per il Komintern che per il Minculpop, a dimostrazione della bilateralità fraterna di questa iniziativa legislativa.

 

Lo scopo è palesemente quello, torniamo a sottolinearlo, di scoraggiare, sotto la bandiera dell’antisemitismo, una qualunque diffusa presa di coscienza della capacità da parte di poteri sovranazionali riconducibili all’alleanza israeloamericana e alle relative lobby di dominare e determinare i destini del mondo. Anche perché soltanto un forte movimento di masse dotate di un grande peso specifico potrebbe impensierire questi pur enormi e pericolosissimi coaguli di potere.

 

Insomma anche questo monstrum legislativo bipartisan, come si suole dire, cade a fagiolo in questo momento drammatico in cui i destini del mondo sono in mano all’alleanza messianica tra due regimi genocidari per vocazione e per programma egemonico, legati da un supposto Destino Manifesto che soltanto una ribellione planetaria potrebbe disinnescare.

 

Una ribellione del mondo che bisogna a tutti i costi prevenire anche con mezzucci di questo tipo, più risibili che miserabili, ma anche non per questo oggettivamente pericolosi.

 

Patrizia Fermani

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Immagine della Presidenza della Repubblica Italiana via Wikimedia; fonte Quirinale.it

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