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Protesta

Melbourne, ancora immagini di violenza della polizia sui manifestanti

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Dall’Australia altre immagini mostrano la violenza delle forze dell’ordine contro i «gilet arancioni» di Melbourne, cioè i manifestanti per la libertà vaccinale e professionale nello Stato del Victoria – che sono in una certa parte uomini impiegati nel settore delle costruzioni.


 

Alcuni video paiono mostrare una risposta da parte della polizia che somiglia alla guerriglia urbana

Vi erano state accuse di inettitudine alla polizia, dopo che questa era stata «travolta» dalla folla lo scorso sabato. I critici dicevano che non vi erano agenti anti-sommossa adeguati per contenere la protesta. A vedere dalle immagini dell’equipaggiamento sfoggiato in queste ore, parrebbe che abbiano corretto il tiro.

Alcune immagini scattate mostrano una prevaricazione semplicemente intollerabile.


 

Un deputato australiano del partito United Australia, Craig kelly, ha dichiarato che, dopo la visione di queste ulteriori immagini, si dovrà procedere con un’indagine sulla brutalità di queste azioni di polizia.

 

Una strana coincidenza ha voluto che durante questi giorni di protesta la città sia stata colpita da un terremoto.

 

 

Immagine screenshot da Twitter

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Protesta

Trieste, coordinamento già dissolto? La protesta diventa franchising?

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Ne avevamo avuto sentore da subito. Da quando, cioè, furono annullate, con una mossa senza precedenti, le due manifestazioni di venerdì 22 e sabato 23 ottobre a Trieste, alle quali stavano accorrendo masse da tutta Italia. Trieste sarebbe divenuta centro della protesta antipandemica mondiale.

 

E invece, niente. Tra le laconiche parole per persuadere i cittadini italiani a «rimanere a casa» (cosa che non ci siamo mai sentiti dire in questo anno e mezzo) un invito invece risultava chiarissimo: le manifestazioni fatele nelle vostre città.

 

Ricordate? Lo disse Puzzer nel discorso del vicoletto, quello ripreso anche dall’ANSA, quello in cui si smobilitava la protesta nazionale a Trieste.

 

Fermi tutti, fateci capire? State dicendo che il Coordinamento, nato pochissimi giorni fa, costato la scomunica dei portuali CLPT, sorto con l’impegno solenne di rappresentare l’intero popolo italiano più il concetto di libertà dinanzi addirittura al ministro Patuanelli, è stato sciolto? Si è già dissolto?

 

Anzi, ricorderete che aggiunse una nota assai interessante. Disse: verrò io da voi. Come un cantante in tour, dissero alcuni. La verità è che potrebbe contenere un concerto più importante del previsto.

 

L’invito a generare gruppi locali legati al «Coordinamento» sorto per andare a parlare 20 minuti con Patuanelli fu ripetuto pubblicamente altre volte.

 

Ieri sera, per esempio, lettori ci hanno inoltrato una nota che proverrebbe, in teoria, dal Coordinamento. Si trattava di una sorta di comunicato, ma non numerato, e scritto in prosa, invece che nello stile maiuscolo e futurista di altri enigmatici comunicati precedenti.

 

Nel documento era scritto:

 

«Nel corso della riunione odierna il Coordinamento 15 Ottobre ha stabilito di modificare la propria ragione sociale /definizione in COORDINAMENTO 15 OTTOBRE – F.V.G. (…) Come conseguenza di ciò il Coordinamento 15 Ottobre–F.V.G. invita i cittadini a costituirsi in autonomi “Coordinamenti 15 Ottobre – “____”, uno per ciascuna regione d’Italia (ex: Coordinamento 15 Ottobre – Veneto; Coordinamento 15 Ottobre- Toscana e così via…)»

 

L’invito a generare gruppi locali legati al «Coordinamento» sorto per andare a parlare 20 minuti con Patuanelli fu ripetuto pubblicamente altre volte

Copiamo e incolliamo dal pdf che ci era arrivato. Come vedete, parrebbe quasi un modulo, con degli spazi lasciati vuoti.

 

«Il Coordinamento potrà costituirsi a seconda delle esigenze e peculiarità di ciascun territorio, con l’unica condizione di raccogliere esponenti delle diverse categorie lavorative/professionali (ex: operatori portuali/ operai/ impiegati e dipendenti, pubblici o privati/ liberi professionisti/ FFOO ecc…; i componenti non dovranno appartenere a nessuna forza politica e o sindacale».

 

Seguivano due obiettivi: «1. No green Pass; 2. No obbligo vaccinale per nessuna categoria».

 

Quindi, un «codice edito»:  «1. No violenza ma solo manifestazioni e resistenza pacifiche; 2. Sì ad azioni di qualunque genere finalizzate a favorire la solidarietà, al dialogo ed alla reciproca comprensione tra cittadini anche di pensiero diverso, alla riaffermazione dei valori fondanti lo Stato di Diritto, al recupero delle nostre radici culturali, sociali e umane ed al rispetto dei precetti contenuti nella nostra Costituzione».

 

Infine, un avvertimento, che faceva capire che a detenere il «marchio» erano i triestini: «Il Coordinamento 15 Ottobre-FVG si riserva il diritto di dissociarsi pubblicamente e di vietare l’utilizzo del nome “Coordinamento 15 ottobre” laddove gli obiettivi e soprattutto il codice etico definiti in questo documento non vengano rispettati».

 

Perché il coordinamento si sarebbe sciolto? Risposte non ne danno, un po’ come per l’annullamento delle manifestazioni dello scorso sabato. Glielo puoi chiedere mille volte, una risposta precisa non te la dà.

Infine, auguri, il verso di una canzone inedita, e un altro spazio lasciato bianco per la data (perché?): «Insieme si vince. La gente come noi non molla mai. Trieste _____________»

 

Quanto abbiamo riportato ci viene inoltrato da un lettore, che subito dopo ci avverte: questo file è sparito dal canale Telegram del Coordinamento. Abbiamo controllato, non c’è: tuttavia la copia che ci era arrivata risulta inviata proprio da quel canale.

 

Mistero. O forse no: l’ennesimo capitolo del balletto contraddittorio e incomprensibile dei comunicati para-portuali. Forse è un omaggio al flusso di coscienza di James Joyce, gigante della letteratura che i triestini ben ricordano. Puzzer come Leopold Bloom, la protesta portuale come l’Ulisse.

 

Le sorprese però non finiscono, manco per idea.

 

Pochi minuti fa compare in rete un nuovo comunicato. Compare in duplice forma: sul canale Telegram del Coordinamento 15 ottobre è la foto di un ciclostilato: ebbene sì, un foglio cartaceo, fotografato sul tavolo. Minuti più tardi ci arriva inoltrato (come immagine, non foto di carta) anche da un altro canale nuovo di zecca, «la gente come noi F.V.G.».

 

 

Rimane immutabile, però, l’idea che dicevamo sopra, ripetuta in video, in piazza, ai giornali, in TV, e anche nei comunicati ritirati o meno che fossero: il franchising della protesta triestina nelle altre città d’Italia

C’è scritto: «Stefano Puzzer ed Eva Genzo ringraziando per l’impegno profuso i componenti del Coordinamento 15 ottobre, realtà costituitasi nelle giornate caotiche trascorse a Trieste tutti insieme, che ci hanno permesso di arrivare al primo incontro con il Governo (Min. Patuanelli) con la seguente DICHIARANO questa esperienza conclusa e assieme a (….) rappresentanti le diverse realtà lavorative della città, istituiscono il gruppo regionale “la gente come noi F.V.G.”».

 

Fermi tutti, fateci capire? State dicendo che il Coordinamento, nato pochissimi giorni fa, costato la scomunica dei portuali CLPT, sorto con l’impegno solenne di rappresentare l’intero popolo italiano più il concetto di libertà dinanzi addirittura al ministro Patuanelli, è stato sciolto? Si è già dissolto?

 

Altre domande: perché si sarebbe sciolto? Risposte non ne danno, un po’ come per l’annullamento delle manifestazioni dello scorso sabato. Glielo puoi chiedere mille volte, una risposta precisa non te la dà.

 

Rimane immutabile, però, l’idea che dicevamo sopra, ripetuta in video, in piazza, ai giornali, in TV, e anche nei comunicati ritirati o meno che fossero: il franchising della protesta triestina nelle altre città d’Italia:

 

«Con questa presa di posizione auspichiamo che tutte le Regioni trovino dei responsabili che costituiscano il loro gruppo “la gente come noi”»

«Con questa presa di posizione auspichiamo che tutte le Regioni trovino dei responsabili che costituiscano il loro gruppo “la gente come noi”».

 

In pratica, hanno creato un marchio nuovo (quello vecchio lo hanno abbandonato, per dei motivi che ci sono oscuri, come l’incontro detto «riservato» con Patuanelli) e ora stanno dicendo che le offrono a chi vuole aprire una filiale territoriale fuori da Trieste.

 

In pratica, una campagna di recruiting interregionale – anche piuttosto sfacciata.

 

Il brand non è nemmeno malaccio, anzi, tira da pazzi: oramai la canzone «la gente come noi», che ha noi ha frantumato il frantumabile, è la hit dell’autunno 2021, pure a livello globale: ecco video dei manifestanti israeliani che la cantano, operai polacchi, avvocati tedeschi… e via. Furbissimo brand: ogni volta che sentirai la canzoncina starai nominando il gruppo, così come se allo stadio tifavi per la nazionale stavi giocoforza nominando Forza Italia. La quale, come il neogruppo puzzerro, aveva la sua canzone: «E Forza Italia, e siamo tantissimi…». Ecco immaginate che «la gente come noi non molla mai» ha ora una valenza politica simile.

 

Mettiamo da parte tutto, ma non neghiamo l’evidenza: il disegno è evidente. Per quanto scombiccherato, per quanto goffo fino all’incredibile.

Torniamo al comunicato di morte e resurrezione della protesta giuliana.

 

C’è spazio infine una riformulazione del «codice etico» di cui sopra articolato però in quattro punti. Un lettori ci fa notare che gli obiettivi del documento precedente, quello poi presumibilmente ritirato – no green pass, no obbligo – invece nel documento non ci sono.

 

Ora, mettete pure da parte il caos indegno di sigle e comunicazioni. Partono i portuali della CLPT, poi ecco il Coordinamento 15 ottobre, da cui CLPT prende le distanze, poi ecco il gruppo regionale La gente come noi F.V.G., che dichiara conclusa l’esperienza del Coordinamento. Il tutto in neanche una dozzina di giorni.

 

Mettete pure da parte i dubbi sulla reale partecipazione dei portuali alla protesta.

 

Mettete da parte gli inviti in Senato visti come la vittoria finale, gli incontri insignificanti con ministri di terza fila, le contraddizioni, le superficialità, la presenza di Paragone, le manifestazioni annullate. (Vorremmo aggiungere: le richieste di scuse alla Lamorgese dopo la repressione del porto; ci scriveremo forse un articolo di satira a parte).

 

In ogni piazza della protesta, dove si canta a squarciagola «la gente come noi» e «Trieste chiama» (brand, reparto marketing, pubblicità hanno attecchito a causa del totale buco di mercato), può calare l’etichetta triestina.

Mettiamo da parte tutto, ma non neghiamo l’evidenza: il disegno è evidente. Per quanto scombiccherato, per quanto goffo fino all’incredibile.

 

In ogni piazza della protesta, dove si canta a squarciagola «la gente come noi» e «Trieste chiama» (brand, reparto marketing, pubblicità hanno attecchito a causa del totale buco di mercato), può calare l’etichetta triestina.

 

Puzzer, che aveva promesso il tour (e noi avevamo riso: mica è Vasco Rossi, dicevamo) ora in tournée ci va veramente. Sabato sarà a Milano, e parlerà dal palco di una cosa che si chiama No Paura Day, che non abbiamo bene capito chi organizza, così come non ci è mai stato chiaro chi organizzasse i palchetti di Roma. Se poi ci dite che erano quelli là, la domanda è sempre la stessa: chissà perché glieli hanno lasciati fare? Non è forse per dare un volto alla protesta, che in questo momento è fatta invece da eroi dai mille volti?

 

Mettere la maschera triestina su tutte le piazze d’Italia sarebbe un errore madornale.

 

Lo abbiamo già scritto: lo Stato in questo momento non può non essere disorientato, perché non ha nessuno su cui puntare davvero il dito (l’etichetta no vax, dite che abbia attacchito?), nessuno da invitare ai tavoli del compromesso (se mai volessero farlo: non vogliono se non infinocchiando qualche capopopolo ingenuo), nessuno da manipolare. Niente.

 

Se gli diamo un volto – e per di quello di cui stiamo parlando, con errori madornali quanto enigmatici come quello di bloccare le proteste – abbiamo già perso questo vantaggio.

 

La protesta italiana continuerà a vivere senza Trieste. Soprattutto, continuerà se sopravvivrà a questa OPA nei suoi confronti. Perché la sua dimensione è la lotta. Non il franchising.

La protesta dell’eroe dai mille volti non è da nessuna parte autoevidente quanto a Milano, la piazza che non sono riusciti a deviare, corrompere, turlupinare, incolpare. Lasciare puzzerizzare Milano sarebbe un qualcosa di imperdonabile.

 

Pensateci: l’onda c’è, suscitare dei gruppi omogeni dentro le piazze in rivolta è più che mai possibili. E dal gruppo poi, hai la rete e l’abbrivio per fare altro. Magari, un partito? Chi lo sa. E per fare cosa? Ieri erano questioni portuali, poi dell’intero popolo italiano, domani chissà: i lettori ci fanno notare che gli obiettivi (no green pass, no obbligo vaccinale) nell’ultimo comunicato non ci sono.

 

Abbiamo già visto, pochi anni fa, un partito nascere dalle piazze del risentimento. La cosa davvero incredibile, che mai avremmo pensato di arrivare un giorno a dire, è che quelle persone erano addirittura più preparate di queste (!).

 

Invitiamo tutti a pensare bene alla situazione. E se qualcosa non torna, pensate semplicemente: può un vaccinato comprendere quello che provate? Se il vaccino è potenzialmente la più grande catastrofe dell’umanità o, più semplicemente, il motivo per cui non ricevete più lo stipendio, pensate che un vaccinato vi possa comprendere? Sono questioni che buttiamo lì fra le altre. Domande che, a pensarci bene, possono diventare inquietanti.

 

La protesta italiana continuerà a vivere senza Trieste. Soprattutto, continuerà se sopravvivrà a questa OPA nei suoi confronti.

 

Perché la sua dimensione è la lotta. Non il franchising.

 

 

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Protesta

Ma cosa stanno facendo i portuali? Il porto è bloccato?

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Vari lettori ci hanno scritto per specificare che «viva noi» è un’espressione triestina tipica. Si tratterebbe, ci scrive una gentile lettrice, di un modo di dire usuale triestino che si rifà al «Viva l’a’ e po’ bon», cioè la strofa di una canzonetta popolare inizi ‘900, dove la «a» indicava l’Austria. Dunque significherebbe «Viva l’Austria e poi bene».

 

«Si usa quando ci si incontra ma soprattutto quando ci si congeda» ci scrive una gentile lettrice.

 

Purtuttavia, risolto anche questo mistero, rimane assai bizzarra la combinazione del comunicato «MASSIMA CONDIVISIONE VIVA NOI» così come il comunicato in sé, che possiede l’aspetto di una poesia di Pound, non nel senso della Casa ma proprio nel senso di Ezra Pound, poeta vorticista e gigante della letteratura novecentesca.

 

Vorremmo però soffermarci su un’altra questione: come abbiamo sottolineato, il testo lasciava presagire di essere una comunicazione «dei portuali», un’espressione un po’ generica e molto opaca.

 

L’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) fa sapere che «nessuna organizzazione sindacale riconosciuta ha dichiarato sciopero nella giornata di domani»

Una nota dell’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) fa sapere che «nessuna organizzazione sindacale riconosciuta ha dichiarato sciopero nella giornata di domani» mercoledì 27 ottobre.

 

«Nel porto di Trieste nella giornata di ieri non vi è stata alcuna assemblea spontanea dei lavoratori, tantomeno autorizzata in base alle regole sindacali. Nessuna organizzazione sindacale riconosciuta infatti, ha dichiarato sciopero nella giornata di domani tra i lavoratori dello scalo giuliano» riporta Ferpress.

 

All’annuncio del nuovo sciopero a nome dei «portuali di Trieste» hanno reagito anche le segreterie della triplice (FILT-CGIL, FIT-CISL e UIL trasporti) dichiarando che «le proteste No Green pass afferenti al Coordinamento 15 ottobre non possono e non debbono più essere identificate con i lavoratori portuali triestini, i quali, a quanto ci risulta, stanno per la stragrande maggioranza lavorando regolarmente nello scalo giuliano».

 

La domanda più importante, tuttavia, riguarda l’unica vera materiale che aveva la protesta di Trieste: il blocco del porto. Quanti stanno lavorando in effetti al porto? C’è un blocco delle merci?

I sindacati maggiori hanno aggiunto di «non essere assolutamente a conoscenza dell’assemblea che si è svolta nel porto e che la stessa abbia coinvolto i lavoratori portuali».

 

Si è registrata in giornata anche la reazione del presidente dell’Agenzia Portuale di Trieste Franco Mariani: «i portuali che ancora partecipano alla proteste vengono portati in giro dalla piazza dei no green pass come delle Madonne di Medjugorje. Mi vergogno e soffro per loro».

 

«Pensavano di governare il movimento – ha dichiarato Mariani all’agenzia AGI -. Guidati da Stefano Puzzer, hanno acceso una prateria credendo poi di spegnerla ma poi non ci sono riusciti. Ora vengono portati in giro come icone e usati da chi li ha strumentalizzati per fare dirette Facebook e puntare a un nuovo soggetto politico. Questa non è più una battaglia sindacale ma politica».

 

«Tutti ciò – continua Mariani, un «uomo che da 40 anni vive nei porti e per i porti» – sottolineando che la protesta non è più dei portuali che sono stati sovrastati. Sono scattati altri meccanismi anche di personalismi, come nel caso di Puzzer, che non c’entrano più nulla. Nella storia i portuali hanno sempre fatto lotte importanti, trovando accordi e mediazioni. Se aprono un problema sanno che possono risolverlo altrimenti evitano, come stanno facendo negli altri porti. Questa non è una lotta degna della storia dei portuali».

 

Quindi: se il porto funziona, quale carta ha in mano la protesta portuale per chiedere qualsiasi cosa al governo?

La domanda più importante, tuttavia, riguarda l’unica vera materiale che aveva la protesta di Trieste: il blocco del porto.

 

Quanti stanno lavorando in effetti al porto?

 

C’è un blocco delle merci?

 

Le operazioni in entrata e in uscita, che la protesta diceva di voler bloccare, stanno avanzando normalmente?

 

In rete è assai difficile capirlo, perché tra i sostenitori della protesta vige una sorta di wishful thinking che li porta a credere, magari sulla scorta di qualche tweet con dati presi chissà dove, che il porto triestino sarebbe fermo.

 

In realtà gli stessi portuali no green pass avevano detto che non avrebbero bloccato il porto, lasciando passare di fatto le macchine in entrata e i lavoratori non aderenti alla manifestazione.

 

La carta Trieste al momento pare perduta per sempre. Nessuna massa convergerà più sul primo porto petrolifero del Mediterraneo. Anzi, il «Coordinamento» che ora si intitola la protesta chiede a tutti di creare filiali nelle proprie città. Ognuno a casa sua, e non uscite: è qualcosa che ci siamo sentiti dire nell’ultimo anno e mezzo

Ci risulta quindi difficile – considerando il grande numero di dipendenti del porto che non si riconoscono nell’agitazione dove è presente solo una piccola percentuale, considerando che i varchi sono aperti, considerando che nemmeno dalla stampa locale trapela qualcosa – credere alla storia che il porto sarebbe bloccato dall’imbattibile protesta puzzerina.

 

Quindi: se il porto funziona, quale carta ha in mano la protesta portuale per chiedere qualsiasi cosa al governo?

 

Nessuna.

 

O meglio, una carta in realtà c’era. Una grande manifestazione venerdì e sabato a Trieste, con quantità tali di esseri umani da impressionare il mondo, il quale aveva gli occhi puntati sul capoluogo giuliano.

 

Questa carta è stata gettata via, accampando giustificazioni come la probabile «infiltrazione» di non-si-capisce-bene chi, o ancora la fondamentale importanza dell’appuntamento col Patuanelli, un incontro al top di valore capitale per tutto il popolo italiano.

 

Che mettessero in lockdown anche la protesta non ce lo aspettavamo.

La carta Trieste al momento pare perduta per sempre. Nessuna massa convergerà più sul primo porto petrolifero del Mediterraneo. Anzi, il «Coordinamento» che ora si intitola la protesta chiede a tutti di creare filiali nelle proprie città. Ognuno a casa sua, e non uscite: è qualcosa che ci siamo sentiti dire nell’ultimo anno e mezzo.

 

Che mettessero in lockdown anche la protesta non ce lo aspettavamo.

 

Tuttavia, mentre tutti restano a casa, il porto torna a lavorare alla grande.

 

Quindi, «Viva noi».

 

 

 

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Protesta

Potente manifestazione contro il passaporto vaccinale a Berna

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La Svizzera torna in piazza contro l’obbligo vaccinale con una manifestazione che dire imponente è davvero poco.

 

Migliaia di persone hanno sfilato nella capitale della Confederazione, Berna, durante la protesta indetto per il 23 ottobre.

 

 

 

 

Una quantità di manifestanti ha sfilato in riga con giogo e campanacci, a significare l’idea di essere trattati come bestiame. Del resto la parola «vaccino» deriva proprio da «vacca».


 

Berna era stata teatro nelle scorse settimane di altre proteste massive, alcune delle quali con scene di violenza della polizia.

 

Il mese scorso la polizia elvetica aveva sparato pallottole di gomma sulla protesta.

 

 

Immagine screenshot da YouTube

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