Bioetica
L’OMS aggiunge la pillola abortiva alla lista dei «medicinali essenziali»
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha aggiunto la pillola abortiva alla sua lista di «medicinali essenziali» poche settimane dopo la morte di un’adolescente canadese in seguito a un aborto chimico.
Il 5 settembre l’OMS ha pubblicato la 24a edizione del suo Elenco modello dei farmaci essenziali, che ora include una sezione sui farmaci abortivi, tra cui il mifepristone e il misoprostolo, utilizzati per porre fine chimicamente alla vita dei bambini nel grembo materno.
«I farmaci essenziali sono quelli che soddisfano i bisogni sanitari prioritari di una popolazione», ha scritto l’OMS nell’introduzione al nuovo elenco. «Sono selezionati tenendo in debita considerazione la prevalenza della malattia e la rilevanza per la salute pubblica, le prove di efficacia e sicurezza e il rapporto costo-efficacia comparativo».
L’elenco modello dei farmaci essenziali è stato istituito nel 1977 e comprende un lungo elenco di analgesici, vaccini e farmaci antimalarici. Ora, l’elenco include due farmaci pericolosi che pongono fine alla vita dei feti: il mifepristone (che va anche sotto il nome di RU486) e il misoprostolo.
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In un aborto chimico, la prima pillola, il mifepristone, tenta di far morire di fame il bambino che si sta sviluppando nell’utero bloccando l’ormone della gravidanza, il progesterone. Tuttavia, dopo aver assunto la prima pillola, una donna può ancora cambiare idea. Può sottoporsi a procedure d’urgenza per invertire gli effetti della prima pillola. A condizione che non abbia assunto la seconda pillola, il suo bambino può spesso essere salvato attraverso questo processo, noto come inversione della pillola abortiva.
Il secondo farmaco richiesto in un aborto chimico è il misoprostolo, che viene assunto 24-48 ore dopo, solitamente a casa. Il misoprostolo provoca la contrazione dell’utero, espellendo il bambino. Questo può causare crampi, sanguinamento e spesso richiede cure mediche. Il bambino poi, di solito viene espulso nel water di casa, quindi dopo lo sciacquone il piccolo si troverà nelle fogne dove verrà divorato da ratti, pesci, insetti, anfibi ed altre creature infime.
Gli aborti chimici, letali per i feti quando hanno successo, sono spesso dolorosi per le madri e possono causare infezioni o emorragie che possono richiedere cure d’urgenza. Tra il 2000 e il 2011, 14 donne negli Stati Uniti sono morte per complicazioni successive ad aborti chimici.
L’aggiunta dei farmaci da parte dell’OMS arriva poche settimane dopo la morte di una diciannovenne canadese a causa di un’infezione in seguito a un aborto chimico. Casi di donne morte dopo l’aborto chimico sono comuni in tutto il mondo, compresa l’Italia. Nel 2014 una donna incinta morì in un ospedale di Torino dopo la somministrazione. I parlamentari sedicenti cattolici, una pattuglia in teoria all’epoca nutrita in tutti gli schieramenti, non dissero una parola, forse mezza.
La menzogna della pillola feticida come «sicura ed efficace» (ricordate questo slogan?) è stata dimostrata in uno studio pubblicato mesi fa. Cinque anni fa in Gran Bretagna erano trapelate sconvolgenti email sui suoi esiti letali.
Attualmente diversi Stati americani hanno vietato questi farmaci pericolosi. Ben 22 procuratori generali statali americani chiedono una revisione dei pericoli del mifepristone e sollecitano l’amministrazione Trump a ripristinare le restrizioni sulla pillola abortiva. A inizio anno il segretario alla salute USA Roberto F. Kennedy aveva confermato che lo stesso presidente Donaldo Trump gli aveva chiesto di studiare i pericoli della pillola abortiva.
Come riportato da Renovatio 21, specularmente, due anni fa emerse una lettera pro-pillola figlicida firmata da 200 dirigenti delle multinazionali farmaceutiche, tra cui il CEO di Pfizer Albert Bourla.
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In Italia invece, ai tempi del governo pandemico, il ministro della Salute Roberto Speranza aveva iniziato l’iter per rendere sempre più facile l’uso della pillola abortiva. La cultura degli aborti fai-da-te si sta moltiplicando ovunque, con immenso inquinamento delle riserve idriche. Non si tratta della prima volta che vengono lanciati gli allarmi sull’inquinamento dei fiumi da parte della pillola abortiva RU486, detta anche «pesticida umano». È noto che anche la pillola anticoncenzionale, che è uno steroide sintetico, ha un effetto devastante sui fiumi e sulla fauna ittica, e in particolare starebbe facendo diventare i pesci transessuali.
Se il fine dell’OMS fosse davvero la salute umana, allora dovrebbero essere considerati farmaci salvavita quei farmaci come il progesterone che, se presi in tempo, possono neutralizzare l’effetto feticida dell’aborto chimico, salvando il bambino.
Ma sappiamo che il fine dell’OMS non è la vita. È, incontrovertibilmente, la morte.
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Bioetica
L’amministrazione Trump nega di aver rinviato la decisione sulla pillola abortiva a dopo le elezioni di medio termine
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Bioetica
Bioetica della vita: forme, origine, senso
Renovatio 21 continua la sua serie di approfondimento della disciplina della bioetica. Per un approfondimento, rimandiamo al Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), di cui sintetizziamo qui le argomentazioni. Monsignor Elio Sgreccia fu tra i principali teorici della bioetica personalista, di cui è considerato il fondatore in ambito cattolico. Per il personalismo bioetico la persona umana, in ogni fase della vita, è un valore in sé e mai un mezzo: il suo statuto ontologico fonda la dignità e orienta ogni scelta biomedica. Ne deriva la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale.
Prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare sul vivente, la bioetica deve chiedersi che cosa sia la vita. È una domanda che precede tutte le altre, dall’inizio e dalla fine dell’esistenza fino ai limiti dell’intervento genetico, e la risposta che se ne dà finisce per condizionare ogni conclusione successiva.
La vita come movimento che viene da dentro
Nella tradizione filosofica classica la vita è definita come un movimento spontaneo che tende a un fine. Il suo carattere centrale è l’automovimento: il vivente non riceve l’impulso dall’esterno, come il sasso che rotola lungo un pendio, ma si muove da sé, e in sé trova tanto il principio quanto il termine del proprio agire. Il soggetto dotato di vita si presenta perciò come un’individualità, con un proprio centro e un confine essenziale tra interno ed esterno.
Quel confine, tuttavia, non è un muro. Il vivente appare come un «sistema aperto», un equilibrio complesso di flussi capace di scambio continuo con l’ambiente. La sua fenomenologia presenta tratti di continuità con l’ordine fisico-chimico, ma anche un salto qualitativo, e su questo punto si è giocato il dibattito classico tra i «meccanicisti», che tentano di ricondurre le proprietà della vita a semplici scambi chimici e fisici, e i «vitalisti», che invece rivendicano la positiva irriducibilità dei fenomeni vitali.
Ne discende una conseguenza decisiva: la vita non è un oggetto tra gli altri su cui indagare, ma la base di ogni attività e l’orizzonte in cui collochiamo ogni problema, e per questo è portatrice di senso. La sua forma più alta è quella che si dà nella coscienza dell’uomo, dove vita e coscienza non si contrappongono come oggetto e soggetto: la coscienza è anzi il livello più perfetto del vivere.
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Dal cosmo vivente al meccanicismo moderno
Gli antichi avevano della vita una visione che investiva l’intero universo. Nel Timeo Platone (428/427-348/347 a.C.) presenta il cosmo come un animale vivente e intelligente, generato dalla provvidenza divina perché l’opera del demiurgo risultasse la più bella possibile. La materia non era dunque interpretata soltanto come res extensa, ma come res vitalis.
La modernità ha invertito questa prospettiva. Con il dualismo di Cartesio (1596-1650) tra res extensa e res cogitans il fenomeno vita non trova più collocazione: non si riduce a estensione né a pensiero, e il problema è stato quindi ridotto a elemento meccanico, spiegabile con cause efficienti e non finali. Insieme a esso è stato cancellato il concetto di natura come principio interno di movimento e di vita.
Il risultato è una situazione paradossale per la biologia, scienza marginale da un lato, perché la biosfera rappresenta una parte minima dell’universo, e centrale dall’altro, perché riguarda ciò che più conta, la vita, compresa quella umana.
Il finalismo
La scienza moderna si è costruita contro l’aristotelismo e la teleologia. Questo le ha permesso di studiare matematicamente la vasta zona della res extensa, ma ha lasciato fuori la finalità, relegata al solo ambito dello spirito e della coscienza.
Il finalismo sostiene invece che il fine non sia un concetto proiettato dall’uomo sulle cose, né uno strumento valido solo nella sfera della coscienza: esistono finalità in tutto il mondo della vita. Nelle cose inanimate lo scopo è esterno, risiede nella mente di chi le ha progettate (il coltello è fatto per tagliare, ma quella teleologia proviene dall’artefice e non è immanente allo strumento), mentre negli «oggetti animati» lo scopo è immanente. Il modello è lo sviluppo di un organismo, che procede dal meno al più perfetto.
Va sottolineato che la finalità appare o scompare a seconda del metodo adottato. L’approccio filosofico-ontologico la riconosce; quello scientifico-matematizzato, completamente disontologizzato, la esclude perché considera solo la causa efficiente e non il nesso intrinseco tra potenza e atto. Può essere un metodo utile sul suo piano, quello delle spiegazioni puramente scientifiche, ma non esaurisce la realtà.
Creazione e divenire
Sul piano dell’origine, secondo monsignor Sgreccia creazione e divenire non sono in antitesi. La teologia cristiana afferma creatio non est mutatio: c’è un’invalicabile differenza tra la creazione, totale e assoluta posizione di ogni cosa nell’essere (creatio ex nihilo), e il mutamento o trasformazione (mutatio), che presuppone l’esistenza di ciò che è soggetto al divenire.
La causalità divina opera diversamente nei due ambiti: nella creazione Dio è causa prima e unica di tutto l’essere; nel divenire opera ancora come causa prima, trasformante e dirigente, ma non unica, perché entrano in campo le cause seconde finite, anch’esse dotate di capacità di azione e di causalità.
La filosofia della natura è l’ambito della mutatio di ogni ordine, tipo e grado: durante l’evoluzione, rispetto a quanto è stato creato, non si verifica più alcuna forma di creatio ex nihilo, ma processi di trasformazione accidentali e sostanziali.
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Le teorie dell’evoluzione e il riduzionismo
Al concetto di evoluzione si possono assegnare due significati. Per alcuni l’evoluzionismo è la dottrina che si propone di spiegare scientificamente tutti i fenomeni dello spirito e della materia riportandoli a leggi fisiche e biologiche: in quest’ottica la variazione all’origine dell’evoluzione è casuale e perciò imprevedibile, e l’evoluzione si riduce a un semplice svolgimento di trasformazioni sostanziali, senza un punto d’arrivo.
Per altri, invece, evoluzione significa non semplice mutamento, ma «mutamento orientato», ossia «mutamento verso» secondo l’espressione di Tommaso d’Aquino (1225-1274): il processo generativo prevede, attraverso trasformazioni sostanziali, la perfezione ascendente delle forme.
Alla prima lettura è legato il riduzionismo, secondo cui un sistema complesso non è nient’altro che la somma delle sue parti e se ne può dare ragione «riducendone» la considerazione a quella dei singoli costituenti. Occorre ammettere che questo approccio ha permesso alla scienza di identificare meglio le parti fondamentali di una realtà come il corpo umano e le leggi che ne governano il funzionamento.
Tuttavia la prospettiva riduzionistica va abbandonata quando pretende di cogliere il fenomeno nel suo insieme: è impossibile comprendere la funzione di un gene senza collocarla nel contesto della cellula, le cui dinamiche vanno a loro volta studiate nel ruolo che gruppi di cellule hanno in un organo, il quale va infine considerato nell’intero organismo.
Esistono anche forme di riduzionismo non antropocentrico. La più classica è il darwinismo radicale, un naturalismo che afferma una continuità evolutiva tra l’uomo e il resto del mondo naturale: il filosofo James Rachels (1941-2003), nel suo Creati dagli animali. Implicazioni morali del darwinismo, sostiene che dopo Darwin l’uomo non possa più ritenere di occupare un posto speciale nella creazione, essendo un prodotto delle stesse forze evolutive che hanno modellato il resto del regno animale.
Sulla stessa linea si colloca l’ecologismo radicale (la cosiddetta Deep Ecology), che afferma una sostanziale continuità e dunque uguaglianza tra le forme di vita umane e non umane: la natura avrebbe valore in sé e l’essere umano non avrebbe un ruolo centrale, essendo semplicemente biologia, homo natura, alla stregua degli altri viventi.
Il paradigma della complessità
L’alternativa a queste semplificazioni passa per la nozione di complessità, oggi al centro della riflessione in ambito biologico e trasformata in un vero paradigma, cioè in un modello di visione della realtà e di ragionamento. Il complesso è caratterizzato da ordine, coerenza, unità, struttura e organizzazione.
Il filosofo Edgar Morin (1921-) ha espresso la complessità in tre principi. Secondo il principio dialogico la dualità è presente all’interno dell’unità: un esempio è il DNA in rapporto agli aminoacidi, dove si dà una memoria ereditaria stabile e contemporaneamente l’azione di una proteina che si degrada e si ricostituisce. Il principio di ricorsività riconosce che tra causa ed effetto non vi è solo un rapporto lineare, perché i prodotti e gli effetti divergono spesso causa e produttori di ciò che li produce: così la membrana cellulare è insieme prodotto del metabolismo della cellula e parte integrante dei suoi stessi componenti.
In base al principio ologrammatico, infine, il tutto è presente nella parte, tanto che l’uno non si può concepire senza l’altro: ogni cellula contiene la totalità dell’informazione genetica dell’intero organismo.
Quale bioetica per quale vita
Se la vita è automovimento, individualità aperta e orientata a un fine, e se per comprenderla occorre uno sguardo che tenga insieme le parti e il tutto, ne consegue che la bioetica non può trattare il vivente come materiale neutro da gestire.
Deve partire dal suo senso, come fa la bioetica personalista ontologicamente fondata di cui scrive il cardinale Sgreccia. Ridurre l’uomo a somma di meccanismi, o a una specie indistinta tra le altre, non è un semplice errore teorico: è il presupposto da cui discendono molte delle derive che la bioetica dovrebbe invece contrastare.
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Bioetica
Ciclisti mascherati attaccano la marcia antiabortista svizzera
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London (Sept. 5) — Leftist protesters tried to violently crash the March for Life event. pic.twitter.com/EJbuyzRTMD
— Andy Ngo (@MrAndyNgo) September 6, 2026
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