Storia
Lavrov: Zelenskyj «traditore» degli ebrei
Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj sarebbe un traditore del suo stesso popolo – quello ebraico – per essersi schierato con il nazionalismo integrista ucraino, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.
Il ministro russo ha suggerito che sono stati i sostenitori occidentali di Kiev a spingerlo in quella direzione.
Parlando ai media russi domenica, Lavrov ha espresso scetticismo riguardo ai piani espressi da diversi stati membri europei della NATO di inviare «forze di peacekeeping» in Ucraina. Il diplomatico ha affermato che le potenze occidentali in realtà avrebbero invece «incitato il regime di Kiev ad andare in guerra contro di noi».
Il Lavrov citato i falliti accordi di Minsk, firmati nel 2014 e nel 2015, che avrebbero dovuto porre fine ai combattimenti tra l’Ucraina e le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk. Germania e Francia erano i garanti degli accordi, ma in seguito Angela Merkel e François Hollande hanno ammesso pubblicamente di averli firmati solo per dare a Kiev il tempo di rafforzare il suo esercito.
Secondo Lavrov, le potenze occidentali avevano «portato al potere per prime Petro Poroshenko [il presidente ucraino, predecessore di Zelens’kyj, ndr] con le loro baionette, e poi Zelensky». Il funzionario ha suggerito che gli stessi facilitatori occidentali erano stati la forza trainante dietro l’improvviso abbandono da parte di Zelensky della piattaforma pro-pace per cui aveva fatto campagna nel 2019.
«Zelens’kyj ha fatto un’inversione di tendenza rispetto a una persona che è salita al potere con slogan di pace… e in sei mesi si è trasformata in un nazista puro e, come ha giustamente detto il presidente russo Vladimir Putin, in un traditore del popolo ebraico», ha detto Lavrov.
Dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, il presidente russo Vladimir Putin ha descritto la «denazificazione» del Paese limitrofo come uno degli obiettivi dell’azione militare intrapresa da Mosca.
Parlando al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) nel giugno 2023, Putin aveva affermato che i suoi amici nella comunità ebraica «dicono che Zelensky non è un ebreo, è una vergogna per il popolo ebraico», sottolineando il fatto che le attuali autorità ucraine celebrano apertamente figure naziste, in particolare Stepan Bandera, un nazionalista ucraino che ha collaborato con il Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale.
Putin due mesi fa ha dichiarato che «ebrei etnici» senza fede stanno facendo a pezzi la chiesa ortodossa ucraina.
Più tardi quello stesso anno, il presidente russo ha affermato che «i gestori occidentali avevano messo a capo dell’Ucraina moderna un ebreo etnico… per coprire le basi antiumane dell’attuale stato ucraino».
«Ciò rende l’intera situazione estremamente disgustosa», aveva aggiunto Putin, sottolineando che i nazisti hanno sterminato circa 1,5 milioni di ebrei in Ucraina durante la seconda guerra mondiale.
Non è la prima volta che Lavrov, che ha spesse volte attaccato il sostegno UE ai banderisti, fa commenti sull’etnia ebraica di Zelens’kyj in relazione all’alleanza con l’estrema destra neonazista ucraina.
Come riportato da Renovatio 21, tre anni fa il Lavrov aveva suscitato controversie globali dopo dichiarazioni fatte ad una trasmissione di Rete 4 in cui, relativamente alla questione di Zelens’kyj e dei neonazisti ucraini, aveva parlato di possibili origini ebraiche di Hitler e dei gerarchi del Terzo Reich.
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Come riportato da Renovatio 21, nel 2019 uno dei principali esponenti dei neonazisti ucraini – ora fusi con gli apparati dello Stato profondo ucraino – in una intervista aveva minacciato di impiccare Zelens’kyj, allora appena eletto, qualora avesse ceduto a compromessi.
«Zelens’kyj ha detto nel suo discorso inaugurale che era pronto a perdere ascolti, popolarità, posizione… No, perderà la vita. Sarà appeso a qualche albero del Khreshchatyk, se tradirà l’Ucraina e quelle persone che sono morte durante la Rivoluzione e la Guerra».
Tale idea può spiegare anche la scena di Zelens’kyj alla Casa Bianca: se avesse ceduto, e fosse tornato a casa, cosa gli sarebbe successo?
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Immagine del Ministero degli Esteri russo via Mid.ru pubblicata secondo indicazioni. Immagine ingrandita.
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Intelligence
La «Power Elite», i fratelli Dulles, Mills e la guerra senza fine
Il sociologo C. Wright Mills (1916-1962) diede alle stampe nel 1956 il suo lavoro più importante dal titolo The Power Elite. Nel testo descriveva che chi comanda negli Stati Uniti sono quelle persone che gestiscono lo «strategic command post» cioè i posti di comando strategici delle grosse società, dell’apparato dello Stato e dell’industria militare.
Questi gruppi di persone dominanti erano emersi dal loro profondo interesse reciproco nella condizione di economia di guerra permanente e si scambiavano i ruoli di comando oltre a condividere gli stessi club e le stesse scuole per i figli. Mills aveva soprannominato questa sincronia sociale e professionale «La fratellanza dei vincenti».
Mills descrive in dettaglio ciò che stava accadendo nel complesso all’interno della società americana. Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, i leader delle grandi corporation americane, secondo l’autore strettamente legati con il governo federale americano, ricostituirono in quel momento storico quello che i latini avevano chiamato Primus inter pares. Scrive Mills: «La tendenza di lungo periodo del mondo del business e del governo nel diventare sempre più inestricabilmente coinvolti aveva raggiunto un nuovo livello di manifestazione esplicita. I due non potevano più essere visti come due mondi separati.»
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Il compito cruciale per unificare le élite del potere ricadde su dei segmenti selezionati della gerarchia delle corporation americane: gli avvocati di Wall Street e i professionisti finanziari delle grandi banche. In breve questi prescelti divennero particolari esseri mutanti in grado di adattarsi serenamente tra ambienti diversi come le suite di Manhattan e le stanze dei bottoni di Washington. All’epoca ancora sconosciuti al grande pubblico, questi capaci esecutori del potere, spesso nell’ombra e raramente compresi, diedero vita a quella che Mills chiamò l’élite invisibile, con delle conseguenze enormi nelle vite degli uomini ordinari. Quando l’autore scrisse questo testo si riferiva senza dubbio ai fratelli John Foster (1888-1959) e Allen Dulles (1893-1969).
Racconta David Talbot nella sua opera The Devil’s Chessboard che Mills inizialmente non venne accolto per le sue idee né dalla destra americana ma neanche dalla sinistra. Anzi si ritrovò in aperta polemica con Arthur Schlesinger jr. (1917-2007), storico, personalità pubblica, intellettuale di punta dei liberali nel dopoguerra americano, consulente per entrambi i Kennedy. Mentre Mills lo indicava come la punta di diamante degli intellettuali compromessi con il governo, Schlesinger a sua volta ridimensionava il suo lavoro come una semplice attività polemica con lo scopo di aizzare le masse.
Mills morì giovane e non fece in tempo a vedere il suo lavoro diventare successivamente parte fondamentale della nuova ondata liberale in arrivo. Lui si definiva un politico senza partito ma senza rendersi conto che stava partecipando alla creazione di una nuova generazione di radicali e rivoluzionari che avrebbero definito gli anni a venire. Fidel Castro e Che Guevara avevano una copia di The Power Elite con loro mentre portavano avanti la loro guerrilla a oltranza nella Sierra Maestra cubana. Tom Hayden, fece man bassa delle idee di Mills mentre scriveva, con il collettivo Students for Democratic Society, il testo che divenne il documento fondante della nuova sinistra americana, il Port Huron Statement. Nell’ondata che travolse l’America e il mondo intero degli anni sessanta fino al culmine del Sessantotto, la CIA identificò Mills come una delle principali minacce intellettuali all’ordine stabilito.
Nelle pagine più appassionate dell’opera del sociologo americano, si poteva cogliere tutta la sua paura per la crescente minaccia nucleare emblematica del periodo post WWII e soprattutto della gestione del 34° presidente degli Stati Uniti Dwight David «Ike» Eisenhower (1890-1969). La situazione per cui si erano venute a creare le condizioni di capacità di utilizzo di strumenti dall’altissimo tasso di violenza e parallelamente la totale mancanza di controllo da parte di un governo democratico, divenne la parte fondante del grido di accusa dell’autore. Uno dei passaggi finali dell’opera descrive perfettamente la posizione del ricercatore:
«Gli uomini delle cerchie più elevate non sono uomini di rappresentanza; la loro posizione non è la risultanza di una elevata virtù morale; il loro favoloso successo non è connesso ad una abilità meritocratica (…) Questi uomini non sono formati da partiti politici che dibattono apertamente e chiaramente su problemi che la nazione al giorno d’oggi confronta in maniera così povera d’intelligenza. (…) Questi comandanti di un potere ineguagliato nella storia umana sono riusciti a compiere la realizzazione di un irresponsabilità organizzata».
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Scrive Talbot che Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) fosse assolutamente a conoscenza del forte legame creato tra finanza e governo ma che con la devastazione della crisi del 1929 e il successivo New Deal si fosse riusciti ad aumentare i controlli. La burocrazia del New Deal di cui John Foster Dulles ebbe a lamentarsi pubblicamente, creò nuovi centri di controllo che sfidavano i centri di potere plutocratici. La militarizzazione del governo venutasi a creare con la seconda guerra mondiale però diede nuovamente gli strumenti per dissolvere gli impedimenti e riaprono la porta al ritorno al potere delle elites finanziarie e industriali americane.
Durante il governo Eisenhower i fratelli Dulles ottennero finalmente totale libertà di azione sotto l’egida della difesa del mondo dal comunismo, impartendo ordini e lezioni grazie al brutale potere nucleare che rappresentavano. Anche nel momento di massima esposizione quando John Foster si ritrovava essere segretario di Stato e Allen direttore della CIA mantennero sempre salda la bussola della rappresentazione dei loro interessi economici e dei loro clienti alla Sullivan & Cromwell, ancora oggi tra i primi cinque studi legali Profit Per Equity Partner (PPEP) al mondo.
L’inizio dell’epoca della Guerra Fredda rappresentò un periodo di eccezionale libertà operativa dovuta anche alla forma unica della situazione politica che si stava vivendo in quegli anni. Per la prima volta nella storia americana, gli uomini al comando parlavano di un emergenza senza una fine. Scriveva Mills: «questi uomini sono dei realisti estremi: nel nome del realismo sono riusciti a costruire la realtà che più gli andava a genio».
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Militaria
Zelens’kyj intitola un’unità militare ai collaborazionisti nazisti massacratori di civili polacchi durante la Seconda Guerra Mondiale
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