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Hunter Biden afferma che invaderebbe El Salvador e dice «vaffanculo George Clooney»

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Hunter Biden, figlio dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ha dichiarato che minaccerebbe El Salvador di intervenire militarmente per costringere al rimpatrio i cittadini stranieri deportati durante la presidenza di Donald Trump.

 

Intervenendo in un’intervista pubblicata lunedì con lo YouTuber Andrew Callaghan, Biden ha criticato le politiche sull’immigrazione dell’era Trump e ha esortato i democratici ad adottare un approccio più aggressivo, anche di fronte al sentimento anti-immigrazione diffuso tra gli elettori americani.

 

Se fossi presidente, ha detto il Biden jr., «prenderei il telefono e chiamerei il fottuto presidente di El Salvador e gli direi: “O li rimandi indietro, fottuto, o ti invado, fottuto”. È un fottuto crimine quello che stanno facendo».

 

L’uomo, con un passato di droga e depravazione noto a tutti, ha definito sia Trump sia il presidente salvadoregno Nayib Bukele come «teppisti dittatori» e ha descritto il carcere di massima sicurezza di Tecoluca, fulcro della repressione delle gang in El Salvador, come un «campo di concentramento» dove «se non sei morto, vorresti esserlo».

 

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Le politiche migratorie intransigenti dell’amministrazione Trump, che includono deportazioni di massa di presunti membri di gang, hanno suscitato polemiche e portato a numerose proteste contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti. I critici affermano che a molti espulsi è stato negato il giusto processo, mentre i sostenitori di Trump sostengono che le misure fossero necessarie per proteggere i cittadini.

 

Nel corso di un’intervista durata tre ore, Biden ha elogiato l’eredità del padre, condannando al contempo i funzionari democratici che avevano suggerito che il partito avrebbe dovuto ammorbidire la sua posizione sull’immigrazione dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel 2024.

 

«Tutti questi Democratici dicono che bisogna parlare e rendersi conto che la gente è davvero sconvolta dall’immigrazione illegale? Vaffanculo!», ha detto, sottolineando il contributo economico dei lavoratori senza documenti, in particolare nei settori a basso salario. In particolare lo Hunter se l’è presa con l’attore hollywoodiano George Clooney, a quanto sembra molto potente nella cricca dei Democrat, chiedendogli, tra improperi e parolacce, chi chiede che metta a posto le sue stanze d’albergo.

 

«Fanculo a lui. Fanculo a lui e a tutti quelli che gli stanno intorno» dice lo Hunter dell’attore noto per la serie infermieristica ER e poco altro. «Non devo essere fottutamente gentile. Io sono d’accordo con Quentin Tarantino, quel fottuto George Clooney non è un fottuto attore. Non so cosa sia. È un brand».

 


 

 

Come noto, nel 2020, il contenuto del portatile personale di Hunter Biden, che avrebbe smarrito in un negozio di riparazioni del Delaware, è trapelato online, mostrando immagini del rampollo che si droga (sembra piacergli il crack, le cui pene per il consumo furono severamente alzate per volontà politica del padre anni fa) o fa sesso con prostitute (immagini finite anche in un’audizione del Congresso USA grazie alla deputata Marjory Taylor-Greene) e implicando la famiglia Biden in molteplici schemi di corruzione estera. Da allora, i funzionari dell’Intelligence statunitense hanno cercato di denunciare lo scandalo come «disinformazione russa», nonostante il contenuto del portatile sia stato verificato come autentico.

 

Di recente è emerso che lo Hunter avrebbe ricevuto danaro da un oligarca romeno.

 

Come riportato da Renovatio 21, la famiglia Biden era stata accusata al Congresso USA di aver preso mazzette dalla Russia. La Commissione di supervisione della Camera afferma di aver identificato 20 milioni di dollari in pagamenti da fonti estere alla società di Hunter Biden, che descrivono come una copertura per vendere l’accesso al «network Biden» mentre suo padre era vicepresidente di Barack Obama dal 2009 al 2017.

 

In particolare danari sarebbero arrivati dall’oligarca russa Yelena Baturina, vedova del controverso sindaco di Mosca Yurij Luzhkov, a Rosemont Seneca Thornton, una società di comodo gestita da Hunter Biden e dal suo socio in affari Devon Archer. Dei 3,5 milioni di dollari trasferiti dalla Baturina, 1 milione di dollari è stato trasferito direttamente ad Archer, mentre il resto è stato utilizzato per avviare Rosemont Seneca Bohai, un nuovo account utilizzato per ricevere più finanziamenti dall’estero, ha affermato la Commissione camerale.

 

Accuse per il giro di corruzione dei Biden in Ucraina sono arrivate da Igor Shokin, il procuratore di Stato che a Kiev che investigava, tra le altre cose, sul colosso gasiero Burisma, che aveva assunto nel board l’inesperto Hunter Biden. Il vicepresidente Joe Biden si è vantato in pubblico di averlo fatto licenziare durante un suo breve viaggio diplomatico, in cui praticò estorsione nei confronti di presidente e premier ucraini.

 

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Come riportato da Renovatio 21, la scorsa estate Viktor Medvedchuk, un politico ucraino e del partito Piattaforma di Opposizione – Per la Vita, ora in esilio in Russia dopo essere stato arrestato dal regime Zelens’kyj e scambiato con Mosca, ha accusato Kiev di essere la «mangiatoia» per la corruzione del clan Biden.

 

Renovatio 21 aveva segnalato una pista kazaka ancora a inizio 2022 quando il Kazakistan fu oggetto di disordini, e riaffiorò una foto dei Biden con oligarchi di Astana, ripubblicata da organizzazioni locale anti-corruzione che chiedono la restituzione dei miliardi dei corrotti, politica poi abbracciata dall’attuale presidente Tokaev.

 

Un’altra parte consistente della corruzione del clan Biden riguarderebbe la Cina, con affari che comprendono anche investimenti in centrali atomiche, con legami con personaggi legati all’Intelligence della Repubblica Popolare così come, si è ipotizzato, il network interno di Xi Jinpingo.

 

Sull’origine del capitale del fondo internazionale di Hunter Biden fece un’ammissione un professore pechinese ad una conferenza pubblica appena dopo le elezioni 2020.

 

«Ora vediamo che Biden è stato eletto. L’élite tradizionale, l’élite politica, l’establishment sono molto vicini a Wall Street, giusto? Trump ha detto che il figlio di Biden ha una sorta di fondo globale. Lo avete sentito? Chi lo ha aiutato a mettere in piedi il fondo?» dice Di Dongsheng, un professore all’Università Renmin di Pechino, nel discorso finito in TV.

 

Si tratta, ad ogni modo, solo della punta dell’iceberg di un giro di «truffe» dei Biden che il senatore del Wisconsin Ron Johnson ha definito «sconvolgente».

 

Come riportato da Renovatio 21, la costante presenza in questi giorni di Hunter vicino al padre anche in riunioni in cui non dovrebbe stare potrebbe indicare il fatto che, forse per tentare di salvare il salvabile prima della defenestrazione del padre, l’uomo sia penetrato nella stanza dei bottoni.

 

Nel frattempo, Mosca ha avviato un’indagine su una società ucraina collegata a Hunter Biden che sarebbe stata utilizzata per attacchi terroristici in Russia.

 

Nel marzo 2022 quotidiano britannico Daily Mail aveva ottenuto messaggi di posta elettronica che confermavano, almeno in parte, accuse russe secondo cui il figlio di Joe Biden, Hunter, è coinvolto nel finanziamento di laboratori di armi biologiche in Ucraina.

 

Come riportato da Renovatio 21, poco dopo lo scoppio dello scandalo, Wikipedia avrebbe rimosso la voce per Rosemont Seneca Partners, la società di investimento collegata a Hunter Biden e ai suoi presunti traffici in Ucraina.

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Politica

Sondaggio: le donne hanno fino al 21% di probabilità in più rispetto agli uomini di sostenere gli omicidi politici

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Un recente sondaggio ha evidenziato che le donne mostrano una maggiore propensione rispetto agli uomini a tollerare la violenza politica e che, in generale, una larga parte degli americani risulta disposta a giustificare l’uccisione di figure politiche in carica. Il Network Contagion Research Institute (NCRI) della Rutgers University ha condotto un’indagine su 1.055 adulti americani, ponendo loro la domanda se fosse giustificato uccidere il presidente Donald Trump e il sindaco socialista di New York City Zohran Mamdani.   Per quanto riguarda Trump, il 67% degli intervistati di centro-sinistra ha ritenuto giustificato assassinare il presidente in carica, mentre il 58% dei centristi e il 43% di quelli di centro-destra ha espresso la stessa opinione. Per Mamdani, invece, il 54% degli intervistati di centro-destra, il 54% dei centristi e il 40% di quelli di centro-sinistra ha considerato legittimo il suo assassinio.   Nel complesso, il 66% degli intervistati «ha approvato un certo livello di giustificazione per l’omicidio di uno o entrambi Zohran Mamdani e Donald Trump». L’NCRI ha rilevato che le donne erano più inclini degli uomini a sostenere l’uccisione di esponenti politici in carica, con un divario del 15% nel caso di Trump e del 21% per Mamdani.   Questo risultato è stato definito «sorprendente» dall’istituto, che ha commentato: «Ciò che colpisce di più è un inaspettato aumento della tolleranza per la retorica dell’assassinio tra le donne in condizioni di elevata esposizione ai social media e di percepito declino nazionale. Questa non è un’affermazione di colpa o di predisposizione. È un segnale empirico che qualcosa di fondamentale nell’ambiente morale è cambiato».   «Questo cambiamento è importante perché le donne hanno storicamente svolto un ruolo stabilizzante nella vita civica e sociale. In tutte le culture sono più fortemente associate a norme di cura, prevenzione del danno e coesione sociale. Quando anche gruppi da tempo legati alla moderazione morale iniziano a mostrare un’elevata tolleranza per la violenza politica, ciò suggerisce che l’erosione non è ideologica ma strutturale. L’ambiente stesso non riesce a rafforzare i confini morali fondamentali», ha aggiunto l’NCRI.   L’istituto ha inoltre constatato che la giustificazione per l’omicidio di Trump «era fortemente correlata» con quella per l’omicidio di Mamdani, «indicando non un odio puramente partigiano, ma una più ampia e generalizzata accettazione dell’omicidio politico come legittimo strumento politico». Il sostegno all’assassinio di figure politiche «era costantemente legato a convinzioni pessimistiche sulla futura traiettoria dell’America e a un maggiore consumo di social media, suggerendo che la disperazione e le camere di risonanza online potrebbero alimentare una tolleranza condivisa per la violenza estrema da entrambe le parti del divario politico».   Il sondaggio arriva circa un anno e mezzo dopo che Trump, allora in corsa per le elezioni presidenziali del 2024, è stato oggetto di due tentativi di assassinio: uno a luglio, che gli ha provocato una ferita all’orecchio durante un comizio in Pennsylvania, e un altro a settembre, sventato mentre si trovava nel suo campo da golf in Florida.  

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Immagini dagli scontri tra polizia e manifestanti anti-Olimpiadi

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Manifestanti ambientalisti e goscisti vari si sono scontrati con le forze dell’ordine nei pressi del Villaggio Olimpico di Milano, nel nord Italia, subito dopo la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali del 2026.

 

Sabato, circa 10.000 persone hanno partecipato a una marcia per protestare contro quelle che hanno definito le Olimpiadi «insostenibili». Alla conclusione della manifestazione, decine di agitatori hanno lanciato pietre e fuochi d’artificio contro la polizia, che ha reagito impiegando gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

 

Al corteo partito nel pomeriggio di sabato 7 febbraio da Porta Romana hanno preso parte circa 10.000 persone. Giunti a piazzale Corvetto, dove era previsto che terminasse la manifestazione di protesta contro i Giochi olimpici, un gruppo di manifestanti ha indossato caschi e cappucci e, lanciando petardi e fumogeni, si è diretto verso l’imbocco della tangenziale.

 

In quel punto era presente un presidio delle forze dell’ordine in assetto antisommossa, che hanno reagito con lacrimogeni, cariche e getti d’acqua dagli idranti. Sono stati lanciati anche bottiglie di vetro e sassi contro la polizia. Sei persone sono state fermate e condotte in Questura.

 

 

 

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Lo stesso giorno, atti di sabotaggio alle infrastrutture ferroviarie nelle zone di Bologna e Pesaro hanno provocato gravi interruzioni del traffico e ritardi sia sui treni ad alta velocità sia su quelli regionali.

 

Le autorità hanno comunicato che i cavi sono stati danneggiati lungo un tratto della linea Bologna-Venezia e che si è verificato un incendio doloso in una sottostazione di trazione sulla linea Ancona-Rimini. Sarebbe stato rinvenuto un ordigno incendiario improvvisato sui binari. Secondo quanto riportato dalla RAI, pur non essendoci ancora rivendicazioni ufficiali, le indagini puntano al possibile coinvolgimento di gruppi anarchici.

 

Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha qualificato l’«attacco premeditato» come un tentativo di «danneggiare l’Italia» da parte di chi vuole colpire il Paese. Ha inoltre paragonato l’episodio alle precedenti azioni di protesta di matrice sinistra che in passato hanno portato all’occupazione temporanea di alcune stazioni ferroviarie.

 

Venerdì la fiamma olimpica è stata accesa allo stadio San Siro di Milano. Quasi 3.000 atleti provenienti da oltre 90 nazioni stanno partecipando alle Olimpiadi invernali.

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Politica

Note sulla campagna elettorale giapponese

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Purtroppo non ci sono candidati in costume fallico ad allietare la campagna elettorale di queste settimane. La premiera nipponica Takaichi (o chi la guida) ha deciso di optare per le elezioni anticipate in modo da sfruttare quel po’ di popolarità racimolata nei suoi primi mesi a capo del governo per ottenere una maggioranza più solida.   La Takaichi era stata scelta come prima premier donna del Paese in un’affrettata manovra cosmetica da parte del partito liberal-democratico (Jiminto), che tentava di salvare il salvabile dopo che una tornata elettorale andata male vedeva il partito storicamente egemone sorpassato a destra da formazioni politiche con un messaggio marcatamente populista/identitario/patriottico, o come dir si voglia.   Quindi il Jiminto da una bella riverniciata alla baracca: la lidera femmina per darsi un tono moderno e la retorica nazionalista per rincorrere l’elettorato conservatore in fuga.

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Il primo risultato ottenuto è stato quello di fare saltare la storica coalizione di governo con il partito della Soka Gakkai, il Komeito – detestato da tutti i giapponesi non appartenenti alla summenzionata corrente buddhista. Nota a margine: considerati i forti legami del Jiminto con la chiesa del reverendo Moon e la matrice buddhista del Komeito, la superlaicità dello Stato giapponese tanto strombazzata dalla costituzione pare davvero una barzelletta.   Il suddetto Komeito si è prontamente fuso con un altro partito di centro, formando una coalizione che pare avere l’unico obbiettivo di non perdere poltrone in parlamento, chè a lavorare si fa fatica.   Le iniziative del governo Takaichi sono state perlopiù misure arbitrarie prese un po’ a casaccio nei confronti degli stranieri residenti in Giappone, in modo da sfruttare il malcontento generale della popolazione nei confronti degli stranieri.   Uso il termine stranieri e non immigrati per un motivo ben preciso: il giapponese medio non distingue più di tanto tra immigrati e turisti, percepisce soltanto la presenza in numero crescente di stranieri nel Paese come fonte di disagio e inquietudine.   La crescita esplosiva dell’afflusso di turisti in Giappone, 42 milioni nell’anno appena trascorso, e la gestione contraddittoria del fenomeno da parte dell’autorità sono infatti qualcosa con cui i giapponesi convivono sempre più malvolentieri.   A questo si aggiunge una popolazione di immigrati che ha quasi raggiunto la cifra di quattro milioni, immigrazione legata soprattutto a una forte richiesta di manodopera da parte di un Paese in piena crisi demografica. Detta crisi è parte del programma, o forse solo degli slogan, di tutti i partiti in lizza per queste elezioni.   Questi sono alcuni dei temi che avevano portato al grande successo del partito Sanseito, il cui patriottismo costruttivo e tutt’altro che xenofobo (checchè ne dicano gli zombi sinistrorsi), mi aveva abbastanza conquistato.   Spiace però vedere come la campagna elettorale del partito di Sohei Kamiya sia stata davvero sottotono, con toni di apertura nei confronti del governo Takaichi che fanno sospettare il timore di una fuga di voti verso il Jiminto riverniciato coi colori del populismo moscio moscio che tanto piace in quest’epoca.   Il Sanseito ha abbandonato lo slogan anglogiapponese «Nihonjin first» (prima i giapponesi), per un più pacato «Hitorihitori ga Nihon» (ひとりひとりが日本 traducibile più o meno come “ognuno di noi è il Giappone”) che nella versione inglese troneggia sui manifesti come «I am Japan».   Personalmente, sogno un Giappone guarito da questo provincialismo da colonia, dove l’inglese usato a capocchia per fare i cosmopoliti finisca giù per lo scarico di uno scintillante cesso della Toto.

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In ogni caso, i governi in Giappone durano in genere un anno o poco più, quindi mi sa che la Takaichi finirà nel dimenticatoio presto.   Nota di colore riguardo al governo Takaichi: alcune delle posizioni più dure riguardo agli stranieri in Giappone sono quelle della giovane ministra Kimi Onoda.   La Onoda è nata negli Stati Uniti da madre giapponese e padre statunitense che ha abbandonato la famiglia quando la futura ministressa aveva solo due anni e la madre era nuovamente in dolce attesa. L’esperienza, indubbiamente terribile, forse ha segnato la signorina Onoda in maniera indelebile, dal momento che la stessa ha dichiarato di essere sposata con il Giappone e di essere interessata soltanto a relazioni con uomini a due dimensioni (leggi: personaggi di videogiochi e fumetti).Non intendo prendermi gioco del dolore e delle ferite che una persona ha provato nella sua vita, ma non credo che questo sia il profilo psicologico di una persona a cui affidare le sorti di una nazione.   Taro Negishi Corrispondente di Renovatio 21 da Tokyo

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