Psicofarmaci
«I demoni nella mente». La campionessa olimpica Simone Biles vittima degli psicofarmaci?
In queste Olimpiadi appena concluse un episodio soprattutto ci riempi di angoscia e disgusto. Quello che riguarda Simone Biles.
La giovanissima ginnasta aveva vinto 4 ori e un bronzo ai giochi di Rio nel 2016. All’epoca fummo inondati di informazioni sulla sua storia personale: finita in casa di affidamento, viene adottata dal nonno materno e la nuova moglie. Si allena 32 ore alla settimana, per cui la famiglia opta per l’homeschooling. La famiglia è molto cattolica…
Tutti incantati dalla ragazzina di colore che ce l’ha fatta. La magia sembra perdurare anche durante queste disgraziate olimpiadi edochiane (cioè, di Tokyo) del 2020 – cioè 2021. Quando annuncia che si ritira dalle competizioni, i giornali di tutto il mondo la giustificano in ogni modo. Anzi, di più: la innalzano a livelli munchauseniani.
Il Washington Post scrive che porta il peso di essere la GOAT, acronimo che sta per Greatest of All Times, la migliore di tutti i tempi, e pazienza se lì a bordo pista c’era Nadia Comaneci, la più grande atleta del XX secolo nonché prima ad aver ottenuto il punteggio massimo di 10. Il giornale di Amazon ci fa sapere che ora il suo hashtag su Twitter è associato all’emoji della capra, che si dice appunto goat in inglese.
Perché i giornali di tutto il mondo hanno dimenticato gli oscuri trascorsi con gli psicofarmaci della Biles, di cui pure avevano scritto qualcosa un lustro fa?
Quindi ecco che accusano i «twisties», nuovo termine della ginnastica artistica che tutto il mondo ora ha imparato a conoscere: il twisty è un blocco mentale dell’atleta che perde la sua consapevolezza spaziale durante un esercizio intenso. Simone ne soffrirebbe, e quindi andrebbe compatita all’istante (gli altri atleti, si vede, no).
Poi ecco il colpo di scena: si è ritirata perché è una vittima degli abusi sessuali di Larry Nassar, il medico delle atlete USA dal 1996 al 2017. Il dottor Nassar avrebbe abusato di 150 ginnaste. La Biles, secondo un tweet dell’ex ginnasta Andrea Orris, sarebbe molto traumatizzata.
La stampa va oltre: nel bel mezzo della crisi della ragazza, la BBC e tutta una serie di testate mondiali la definiscono superhuman. Superumana.
A nostro parere non c’è nulla di sovrumano in qualcuno che si ritira in questo modo opaco, e per certi versi egoico in modo quasi tirannico (il mondo è ai suoi piedi, il mondo la implora di competere…) da una parte dei giuochi: perché non è tornata a casa a curarsi, è rimasta fino alla gara in cui ha voluto essere, saltando tutte le altre.
Così come, per citare uno che di superuomini dovrebbe saperla lunga, «umano, troppo umano» ci è sembrato il discorso che ha fatto subito quando ha deciso di collassare la sua Olimpiade.
«Sto combattendo con i demoni». Sì, la ragazza dice di avere «i demoni nella mente».
Ecco, più che sovrumano, ci sembra preternaturale. Anzi no: ci sembra un effetto naturalissimo, se ci ricordiamo una storia in cui la Biles era finita qualche anno fa.
Perché i giornalisti di tutto il mondo possono essersene dimenticati, Renovatio 21 invece la rammenta perfettamente.
Nel 2016 scoppia lo scandalo sul doping russo. Si tratta, con ogni evidenza, di un’arma geopolitica lanciata contro Putin, che negli ultimi anni dell’era Obama lo aveva surclassato in ogni modo, Crimea e Siria in primis.
Ci potrebbe quindi essere la Russia dietro all’hackeraggio della WADA, l’ente mondiale antidoping, nell’estate di quell’anno.
Saltano fuori elenchi di atleti olimpici statunitensi possibilmente dopati, dalle sorelle Venus e Serena Williams in giù.
«Simone Biles potrebbe passare alla storia dello sport come la prima atleta narcolettica a vincere quattro medaglie d’oro in una sola olimpiade»
Tutti gli atleti USA avrebbero assunto sostanze proibite grazie allo scudo dell’uso terapeutico: se prendi quel farmaco perché hai una malattia, non è esattamente doping. La chiamano TUE, «Therapeutic Use exemption». Basta dire che hai quella malattia.
E quindi eccoti che nella lista trovi la nuova eroina atletica americana, fresca degli ori brasiliani.
La Biles avrebbe fatto uso di anfetamine e psicofarmaci. In una disciplina dove la concentrazione è tutto, è possibile considerarlo doping?
«Simone Biles potrebbe passare alla storia dello sport come la prima atleta narcolettica a vincere quattro medaglie d’oro in una sola olimpiade», scherzavano alcuni dei massimi esperti di antidoping italiani. A riportarlo era Repubblica del 14 ottobre 2016. Non è chiaro se se ne siano ricordati cinque anni dopo quando dovevano scrivere della misteriosa disfunzione dell’atleta a Tokyo.
Era riportata anche una bella scaletta cronologica.
«Nel settembre del 2012, quindi subito dopo le olimpiadi di Londra, all’inizio del quadriennio olimpico di Rio, la Biles viene autorizzata ad assumere 15mg al giorno di anfetamine per via orale (ha appena 15 anni). L’autorizzazione viene rinnovata nel 2013 e nel 2104».
«Nel 2015 la sua patologia ha un’evoluzione e si passa dall’anfetamina al dexmetilfenoidato (una sostanza dagli effetti non dissimili) con un’autorizzazione che scadrà nel 2018».
«Le date sono importanti perché è una coincidenza perlomeno suggestiva che nel 2013, cioè proprio a un anno di distanza dall’inizio della terapia a base di anfetamine, che la Biles diventa la Biles, comincia cioè a stupire e a vincere gare» ammette il quotidiano romano.
«Se l’autenticità delle carte fosse confermata – spiegava a Repubblica una fonte autorevole – non ci sarebbe alcun illecito. Certo risulta comunque quantomeno singolare che una atleta di quel livello abbia gareggiato alle olimpiadi sotto gli effetti di una terapia che di solito si prescrive ai narcolettici».
Una narcolettica che volteggia in aria come una trottola: di per sé quasi una barzelletta, o una nuova possibilità di civiltà sportiva – esistono le paralimpiadi per narcolettici? Lì la Biles vincerebbe a man bassa.
«Nel 2013, cioè proprio a un anno di distanza dall’inizio della terapia a base di anfetamine, che la Biles diventa la Biles, comincia cioè a stupire e a vincere gare»
Possiamo dire che nell’ambiente in molti sapevano, compresa qualche collega italiana surclassata, che all’epoca ammiccò a possibili indagini. Anche tra coloro che si occupano di PED (performance enhancing drugs, cioè il doping che va dagli anabolizzanti alle sostanze nootropiche, cioè di potenziamento del cervello) la storia è risaputa ed è stata discussa in qualche tweet varie volte.
I giornali del mainstream, invece no: ed è questa la notizia.
«Ho l’ADHD e ho preso farmaci da quanto ero una bambina» si è giustificata all’epoca la Biles. L’ADHD, il Disturbo da Deficit di Attenzione Iperattività, è una sindrome sempre più diagnosticata ai bambini americani – un’idea di per sé rifiutata con forza da alcuni psichiatri, che la definiscono alla stregua di una nuova malattia inventata (una volta si diceva: «bimbo discolo», «distratto», etc.) dall’influenza di Big Pharma sulla classe medica.
Perché, se diagnosticata, l’ADHD apre alla prescrizione di anfetamine come l’Adderall, uno psicofarmaco che dai bambini è tracimato – spesso legalmente, ma anche no – verso altre categorie adulte: le casalinghe che vogliono avere energie, gli studenti unversitari che vogliono stare svegli a studiare per gli esami, e non ultimi – cosa decisiva per il caso in questione – gli atleti, come per esempio i giocatori di football americani, dove la focalizzazione è tutto.
L’Adderall, scrive Wikipedia, «provoca effetti come euforia, desiderio sessuale, un miglior controllo cognitivo come migliorare l’attenzione, la concentrazione e l’impulsività. A queste dosi, induce effetti fisici come diminuzione del tempo di reazione, resistenza alla fatica e una maggiore forza muscolare». Insomma, pare proprio sia doping.
Vale la pena di ricordare gli effetti collaterali: a livello fisico, ipertensione, ipotensione, tachicardia, dolore addominale, diarrea, nausea inappetenza, cambio della libido, digrignare die denti, perdita del controllo della vescica, rinite, tic nervosi, vista offuscata, insonnia, secchezza delle fauci.
Da un punto di vista psicologico, abbiamo cambi di umore, ansia, senso di grandiosità, irritabilità, comportamenti ossessivi e, per gli utilizzatori più addentro, la cosiddetta «psicosi da anfetamina», un disturbo mentale caratterizzato da sintomi psicotici (ad esempio allucinazioni, ideazione paranoide, deliri, pensiero disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato) che coinvolge e si verifica tipicamente a seguito di dosi elevate psicostimolanti.
Perché nessuno, davvero nessuno, neanche in questo caso dove gli effetti della psico-droga legale potrebbero essere autoevidenti, se la sente di mettere in discussione delle terapie che, invece che benessere, creano demoni?
La dipendenza da Adderall e di altre sostanze simili (come il Ritalin) riempie le cronache americane di storie mostruose: famiglie distrutte, carriere universitarie troncate, carriere sportive disintegrate. Dolori che poi magari si curano con gli oppioidi, e da lì alla morte – su Renovatio 21 lo abbiamo scritto spesso – in USA il passo è divenuto brevissimo.
Ora, pare che, come accade in vari Paesi Africani, in Giappone alcuni psicofarmaci non possano entrare per legge. «Se portate Adderall in Giappone per qualsiasi motivo, rischiate l’arresto e la reclusione» scrive nelle FAQ un sito di scambi studenteschi di Kyoto. «Attualmente, l’unico farmaco usato per trattare l’ADHD legale in Giappone è Concerta. Sebbene il Ritalin sia disponibile in Giappone per il trattamento dei disturbi del sonno, non è prescritto ai pazienti con ADHD».
Le regole farmaceutiche in Giappone sarebbero quindi belle stringenti. Ecco che qualcuno ha ipotizzato che la Biles possa aver sperimentato una sindrome di astinenza da psicofarmaco: possibile.
O è anche possibile il contrario: i «demoni» con cui ha lottato la Biles sono generati dall’unione delle droghe che assume con la pressione che prova nel momento più importante degli ultimi cinque e dei prossimi quattro anni.
Il documentarista e sollevatore di pesi Chris Bell, autore di film sugli steroidi e sugli abusi di farmaci, ha indagato la faccenda, prima ipotizzando a Rio l’uso di Adderall, poi quello di Ritalin e Focalin.
Qualcuno ha ipotizzato che la Biles possa aver sperimentato una sindrome di astinenza da psicofarmaco
«Nel 2016 Simone Biles ha rivelato di avere l’ADHD e per questo prende Ritalin e Focalin. Ha ricevuto un’esenzione per uso terapeutico nel 2016 e ha portato a casa 4 medaglie d’oro a Rio. Avanti veloce a Tokyo 2020 e il Ritalin è illegale al 100% in Giappone. Un po’ mi chiedo cosa sia successo» scrive in un tweet.
In un altro tweet si pone la vera domanda: «Mentre sto cercando di scoprire se Simone Biles stava usando farmaci per l’ADHD o no mi sono imbattuto in un documento di 10 pagine pubblicato dal Team USA sulle regole per portare le anfetamine in Giappone che mi porta a una domanda più oscura. Quanto del Team USA è sotto lo speed legale?». Lo speed è il modo in cui gli americani chiamano le anfetamine illegali vendute per la strada.
La domanda che si pone Bell è di tipo sportivo.
Noi ci racconteremmo se ci rispondessero ad altri due tipi di questione.
Perché i giornali di tutto il mondo hanno dimenticato gli oscuri trascorsi con gli psicofarmaci della Biles, di cui pure avevano scritto qualcosa un lustro fa?
Perché nessuno, davvero nessuno, neanche in questo caso dove gli effetti della psico-droga legale potrebbero essere autoevidenti, se la sente di mettere in discussione delle terapie che, invece che benessere, creano demoni?
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Immagine di Agência Brasil Fotografias via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Psicofarmaci
«Nessuno me l’aveva detto»: un’ex paziente psichiatrica denuncia i pericolosi effetti collaterali degli psicofarmaci
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Laura Delano, ex paziente psichiatrica, ha dichiarato ai legislatori che gli Stati Uniti stanno vivendo una «crisi di ipermedicalizzazione» causata da un sistema di salute mentale che prescrive farmaci a vita senza fornire informazioni chiare sui rischi di tali farmaci o su come interromperne l’assunzione in sicurezza. Ha sottolineato che nel 2024 700.000 adolescenti hanno tentato il suicidio, nonostante il continuo aumento delle prescrizioni di antidepressivi.
Il sistema di salute mentale sta deludendo i bambini trattando le difficoltà quotidiane come «malattie croniche che richiedono una terapia farmacologica a vita», ha dichiarato questa settimana ai legislatori Laura Delano, ex paziente psichiatrica.
«Quella che definiamo crisi di salute mentale è, in larga parte, una crisi di ipermedicalizzazione», ha affermato durante una tavola rotonda tenutasi il 26 marzo presso la Sottocommissione per l’assistenza sanitaria e i servizi finanziari della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.
Delano ha affermato che molte delle difficoltà che le persone affrontano sono «radicate nell’alimentazione, nel sonno, nello stress, nei traumi, nell’abuso di sostanze, nelle relazioni, nella vocazione, nell’ambiente, nell’economia, nel significato, nella fede e nello scopo della vita». Eppure, ha aggiunto, il sistema spesso riduce questi problemi a diagnosi mediche.
Basandosi sulla sua esperienza personale di 14 anni nel sistema di salute mentale, Delano ha spiegato ai legislatori che la sua situazione riflette una tendenza più ampia.
Delano, ora fondatrice di Inner Compass Initiative e autrice di Unshrunk: A Story of Psychiatric Treatment Resistance, ha affermato che sempre più americani cercano assistenza per la salute mentale, ma i risultati, compresi i tassi di suicidio tra i giovani, continuano a peggiorare.
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«Da due farmaci sono passati a tre, poi a quattro, poi a cinque. La mia vita è andata in pezzi»
Delano ha raccontato di aver iniziato le cure a 13 anni. Le è stato diagnosticato un disturbo bipolare e le è stato detto che avrebbe avuto bisogno di farmaci per tutta la vita.
«Vi viene detto che si tratta di una malattia incurabile. Che ve la porterete dietro per tutta la vita. Che è gestibile con i farmaci, ma che non ne guarirete mai», ha affermato. «Ed è questa la storia che viene raccontata a moltissime persone riguardo a queste patologie, il che semplicemente non è vero».
Col tempo, le sue diagnosi si sono ampliate e le sue prescrizioni si sono moltiplicate.
«Da due farmaci sono passati a tre, poi a quattro, poi a cinque», ha detto. «La mia vita è andata in pezzi».
Ha detto di essere ingrassata, di aver sviluppato problemi di salute cronici e di essere diventata «sempre più ansiosa e con tendenze suicide».
«Alla fine, non ero più in grado di lavorare né di prendermi cura di me stessa», ha detto.
Delano ha dichiarato ai legislatori che la sua esperienza evidenzia una mancanza di consenso informato.
Nessuno mi ha detto che molti farmaci psichiatrici sono stati approvati sulla base di studi clinici della durata media di 6-12 settimane, o che gli effetti a lungo termine dell’assunzione contemporanea di più farmaci non sono mai stati adeguatamente accertati.
Ha affermato di non essere stata avvertita del fatto che i farmaci potessero causare «gravi problemi di salute fisica», compromettere la funzione sessuale o, in alcuni casi, aumentare i pensieri suicidi.
Quando ha cercato di smettere di assumere i farmaci, ha detto di aver avuto sintomi di astinenza, ma le è stato detto che si trattava di una ricaduta.
«Nessuno mi ha detto che quello che ho provato… era una crisi di astinenza», ha affermato. «Invece, mi è stato detto che il mio peggioramento significava che la mia malattia era così grave da essere ormai resistente a qualsiasi trattamento».
A 25 anni, Delano disse di credere che non ci fosse più speranza. Tentò il suicidio.
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«Questa è la prossima crisi degli oppioidi, e credo che sarà ancora più grave»
La testimonianza della Delano giunge in un momento in cui le condizioni di salute mentale peggiorano, nonostante il continuo aumento delle diagnosi e delle prescrizioni.
Dal 2007 al 2021, il tasso di suicidi tra le persone di età compresa tra 10 e 24 anni è aumentato del 62%. Nel 2023, oltre 49.000 americani sono morti per suicidio, il numero più alto mai registrato, circa 20.000 in più rispetto al 2000.
Nel 2024, tra gli adolescenti, 2,6 milioni hanno riferito di aver avuto pensieri suicidi seri, 1,2 milioni hanno elaborato un piano e 700.000 hanno tentato il suicidio.
Allo stesso tempo, le diagnosi sono aumentate vertiginosamente. Oggi, circa il 23,4% degli adulti statunitensi – all’incirca 61,5 milioni di persone – ha sofferto di una malattia mentale. Questa percentuale include oltre il 36% dei giovani adulti.
L’uso di farmaci è aumentato di pari passo con questi numeri.
Dal 2006, l’uso di SSRI nei bambini è più che raddoppiato. Un rapporto del dicembre 2025 ha rilevato che 6,1 milioni di bambini statunitensi di età pari o inferiore a 17 anni assumono almeno un farmaco psichiatrico.
«Questa è la prossima crisi degli oppioidi, e credo che sarà ancora più grave», ha affermato Delano.
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I medici stanno medicalizzando sempre più la «normale infelicità umana»
Altri esperti presenti alla tavola rotonda hanno sollevato preoccupazioni simili in merito alla diagnosi e al trattamento.
La dottoressa Sally Satel, psichiatra e ricercatrice senior presso l’American Enterprise Institute, ha affermato che i medici spesso confondono il confine tra depressione clinica e difficoltà della vita.
«Non saprei dire quante persone… una volta hanno ricevuto una diagnosi [di depressione], ma in realtà la loro diagnosi era semplicemente demoralizzazione», ha affermato.
«Abbiamo bisogno di farmaci per questo?», ha chiesto Satel. In alcuni casi, ciò che i pazienti hanno bisogno di sentirsi dire è: «La tua vita è difficile. Stai reagendo in modo razionale a una vita difficile», ha affermato.
Satel ha anche affermato che gli psichiatri non prescrivono la maggior parte dei farmaci psichiatrici.
Secondo lei, molte delle prescrizioni vengono scritte dai medici di base e dagli operatori sanitari di livello intermedio. «Questo è sicuramente… un problema».
«Stiamo ricorrendo a diagnosi eccessive», ha aggiunto. «Stiamo trasformando… la normale infelicità umana in… diagnosi per le quali poi prescriviamo farmaci che probabilmente non funzioneranno».
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«Insistere su quello che stiamo facendo… non ci porterà da nessuna parte»
Il dottor David Hyman, medico e giurista, ha tracciato una distinzione simile.
«Tristezza e depressione sono due cose diverse», ha affermato. Il trattamento, ha aggiunto, dovrebbe concentrarsi sulla seconda, e non necessariamente sui farmaci.
Ha inoltre messo in guardia contro un sistema che tende sempre più a prescrivere farmaci. «Insistere su ciò che stiamo facendo, che non funziona, non ci porterà da nessuna parte migliore di dove siamo già», ha affermato.
Hyman ha messo in discussione le modalità di valutazione nel tempo dei farmaci psichiatrici.
Sebbene i farmaci debbano dimostrare sicurezza ed efficacia per ottenere l’approvazione, ha affermato, non esiste un sistema coerente per studiare gli effetti a lungo termine o cosa accade quando i pazienti smettono di assumerli.
«Non esiste un meccanismo o una rivalutazione sistematica delle cose dopo che sono state approvate», ha affermato.
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La riduzione graduale del dosaggio può richiedere non solo mesi, ma anni.
Delano ha affermato che tale divario è particolarmente evidente quando i pazienti cercano di ridurre gradualmente l’assunzione di farmaci. Alla domanda su quanto spesso i pazienti ricevano informazioni complete sulla loro diagnosi e sui farmaci, ha risposto: «da quello che ho visto, mai».
«Ci sono voluti 13 anni per capire che dovevo uscirne», ha detto Delano. Ma smettere di drogarsi è «incredibilmente difficile».
«Abbiamo un sistema che rende incredibilmente facile iniziare ad assumere questi farmaci, che in realtà erano stati studiati solo per un uso a breve termine», ha affermato. «Eppure, la maggior parte delle persone li assume a lungo termine per anni e non ha vie di fuga sicure».
Senza indicazioni chiare, le persone spesso interrompono la terapia troppo bruscamente, si sentono peggio e presumono di aver bisogno dei farmaci a tempo indeterminato, ha affermato.
Delano ha richiesto etichette dei farmaci aggiornate, campagne di informazione pubblica e linee guida cliniche per una riduzione graduale del dosaggio.
Ha sottolineato che questi farmaci possono creare dipendenza fisica. «Non si tratta di dipendenza vera e propria, è diversa», ha precisato. È un effetto biologico che può rendere difficile smettere di assumerli.
«Sembra inconcepibile che una capsula… possa richiedere una riduzione graduale… non solo nell’arco di mesi, ma di anni», ha affermato. Eppure, per alcuni pazienti, questo livello di riduzione graduale è necessario, ha aggiunto.
Ora, a 16 anni dalla sospensione dei farmaci psichiatrici, Delano afferma che la sua esperienza è la forza trainante del suo lavoro.
«È urgente comprendere meglio cosa accade nel cervello e nel corpo delle persone che assumono questi farmaci a lungo termine e quando cercano di interromperne l’assunzione», ha affermato.
Jill Erzen
© 1 aprile 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Psicofarmaci
L’epidemia nascosta degli psicofarmaci. Ritalin a 7 anni e 20 droghe psicotropiche entro i 20: il racconto di una donna
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«Dietro a tutto questo si cela una corruzione enorme»
Nel settembre 2025, il rapporto strategico MAHA della Casa Bianca ha indicato l’eccessiva medicalizzazione come uno dei principali fattori scatenanti dell’epidemia di malattie croniche tra i bambini statunitensi. Secondo il rapporto, si registra una «tendenza preoccupante» alla prescrizione eccessiva di farmaci ai bambini. I conflitti di interesse nella ricerca medica, nella regolamentazione e nella pratica medica sono alla base di questa tendenza, che ha portato a «trattamenti non necessari e rischi per la salute a lungo termine». Gansky ha affermato di far parte di quella che ha definito la «epidemia nascosta» di bambini che hanno sofferto a causa di farmaci psicotropi. Ha criticato l’industria medica per la tendenza a prescrivere farmaci troppo frettolosamente, senza valutare i possibili effetti negativi sui bambini, soprattutto a lungo termine. «Questo sta accadendo a milioni di persone, e dietro a tutto ciò si cela una corruzione enorme», ha affermato.Aiuta Renovatio 21
Milioni di bambini come Gansky assumono farmaci per l’ADHD
Gansky non è certo un caso isolato. Secondo un’analisi dei dati federali, nel 2022 circa 7,1 milioni di bambini statunitensi di età compresa tra i 3 e i 17 anni hanno ricevuto una diagnosi di ADHD. Circa la metà di loro assumeva farmaci per curare l’ADHD. Dopo aver iniziato con il Ritalin, Gansky ha provato altri farmaci per l’ADHD, tra cui Daytrana, Concerta e Adderall. Le pillole la rendevano lunatica, agitata e instabile, «il che era completamente insolito per me, perché ero una bambina molto felice, dolce, sciocca e spensierata», ha ricordato. Invece di considerare i suoi sintomi come effetti collaterali dei farmaci, i suoi medici hanno ipotizzato che ci fosse «qualcos’altro che non andava» in lei, ha detto Gansky. Quando aveva ancora 7 anni, i medici le hanno prescritto il Prozac, un SSRI, in aggiunta ai farmaci per l’ADHD. «Questo è diventato un vero e proprio schema ricorrente nella mia vita», ha detto. «Ogni volta che avevo difficoltà o dicevo di non sentirmi bene, la loro risposta non era mai quella di mettere in discussione le droghe in sé». Al contrario, i dosaggi sono stati aumentati e i farmaci sono stati sostituiti o aggiunti. La droga le aveva trasformato la vita in un incubo, ha detto. A volte si sentiva «completamente a terra, insensibile e come uno zombie». Altre volte, gli stimolanti la rendevano «molto agitata, in preda al panico, incapace di dormire», ha ricordato. «Ripensandoci ora, stavo sperimentando effetti collaterali davvero avversi come l’acatisia, ma non avevo le parole per descriverli».Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Ero talmente sedato che non riuscivo a svegliarmi e ad arrivare in tempo a scuola»
Riusciva solo a dire di sentirsi ansiosa, “strana” o “male”. Durante le scuole medie, perse circa 36 chili a causa del digiuno. «I medici continuavano a prescrivermi farmaci sempre più spesso», ha detto. «Non avevo le parole né l’autorità per contestare ciò che mi veniva detto». I medici le hanno diagnosticato ansia e disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Quando Gansky aveva 14 anni, i medici le prescrissero l’ Abilify, un farmaco antipsicotico, sebbene non fosse psicotica. A 15 anni, le furono prescritti diversi dosaggi e combinazioni di farmaci, tra cui Prozac, Concerta, Wellbutrin, Xanax e Risperidone, un antipsicotico che fece stare male Gansky e la portò al ricovero in ospedale. «Ad un certo punto, al liceo, mi davano dosi così alte di Xanax che ho rischiato di marinare la scuola perché ero talmente sedato che non riuscivo a svegliarmi e ad arrivare in tempo». La scuola chiese un certificato medico al suo psichiatra per giustificare le assenze e permetterle di diplomarsi in tempo. Il medico scrisse il certificato e aumentò la dose di Prozac.Aiuta Renovatio 21
Il medico di Gansky nega i danni causati dagli antidepressivi.
Quando Gansky iniziò l’università, aveva smesso di assumere farmaci per l’ADHD, ma prendeva ancora antidepressivi. Sebbene i suoi medici avessero in gran parte escluso l’ipotesi che molti dei suoi sintomi potessero essere indotti dai farmaci, Gansky iniziò a fare ricerche per conto proprio. Si imbatté in forum clandestini gestiti da pazienti, comunità su Reddit e un sito chiamato Surviving Antidepressants, una rete di supporto tra pari per coloro che stavano riducendo gradualmente l’assunzione di antidepressivi e che stavano sperimentando la sindrome da astinenza. «Ho trovato online molte persone che descrivevano i danni causati dagli antidepressivi e si scambiavano informazioni perché non riuscivano a ottenere aiuto dal sistema sanitario», ha affermato. Gansky ha affrontato la questione con il suo medico. Gli ha chiesto se il farmaco che stava assumendo potesse in qualche modo influenzare lo sviluppo del suo cervello o se potesse causare danni cerebrali. «Lui disse: “No, è impossibile”», ha ricordato lei. «In pratica, era l’esperto. Pensava di saperne di più».Astinenza da antidepressivi: «è stato così doloroso e non riuscivo a sfuggire»
Da allora, Danielle ha provato due volte a smettere di prendere l’antidepressivo. Entrambe le volte ha manifestato gravi sintomi di astinenza che l’hanno costretta a riprendere il farmaco. La prima volta che ha interrotto la terapia, il medico le ha consigliato di ridurre gradualmente il dosaggio in sole 6 settimane. Sebbene le indicazioni del medico non si discostassero dalle linee guida mediche standard, il periodo di riduzione graduale era decisamente troppo breve per una persona che assumeva antidepressivi da così tanto tempo come Gansky. Interrompere l’assunzione troppo bruscamente può danneggiare il sistema nervoso di una persona, ed è proprio quello che è successo a lei, ha detto Gansky. Durante la disintossicazione, ha sperimentato un livello di tormento fisico e mentale che non credeva umanamente possibile. «Essere viva nel mio stesso corpo mi faceva sentire come in un’emergenza. Era così doloroso e non potevo sfuggirgli. Ero completamente costretta a letto. Non potevo lavarmi. Non potevo prendermi cura di me stessa. Ho perso 9 chili perché non potevo mangiare. È un’emergenza costante. È assolutamente terrificante». Durante la sua seconda crisi di astinenza, si rivolse a un medico che ipotizzò che Gansky soffrisse di un disturbo dell’umore e le prescrisse Zyprexa, un potente antipsicotico. Gansky ha assunto Zyprexa solo per 9 giorni a causa di una grave reazione avversa. Non riusciva a pensare né a parlare. «Mi è sembrato di subire una lobotomia chimica», ha affermato. Col senno di poi, secondo Gansky, il medico non avrebbe dovuto prescriverle quel farmaco. «Quando si è in fase di astinenza da antidepressivi, il sistema nervoso è estremamente sensibilizzato», ha affermato. «Pertanto, assumere ulteriori farmaci psichiatrici in aggiunta a questi è molto pericoloso e può addirittura peggiorare la situazione». Ora Gansky sta collaborando con uno psichiatra specializzato nell’aiutare le persone a ridurre gradualmente il dosaggio degli antidepressivi. Sta diminuendo la dose di un decimo di milligrammo ogni pochi mesi. Tuttavia, ci vogliono mesi prima che si stabilizzi dopo ogni riduzione. Uno studio del 2025 pubblicato su Psychiatry Research ha rilevato che un uso prolungato di antidepressivi è associato a un maggior rischio di sintomi gravi e persistenti. Gli autori dello studio hanno anche scoperto che un uso prolungato rende più difficile l’interruzione dell’assunzione di antidepressivi.Aiuta Renovatio 21
«Bambini come me sono diventati oggetto di un esperimento a lungo termine, senza saperlo»
Gansky ritiene che l’uso prolungato di farmaci psicotropi abbia influenzato il suo sviluppo cerebrale in un modo che le rende molto difficile smettere di assumerli. «A quell’età, un bambino non può dare un consenso consapevole all’assunzione di una sostanza psicoattiva che altera la chimica del cervello e la funzione del sistema nervoso, soprattutto quando gli effetti a lungo termine sul cervello in via di sviluppo non sono ancora del tutto chiari» ha detto. «Ci mancano ancora ricerche significative a lungo termine su come questi farmaci influenzino lo sviluppo cerebrale. Quindi, per molti versi, bambini come me sono diventati oggetto di un esperimento a lungo termine, senza saperlo». La fa infuriare il fatto che le sia stata diagnosticata l’ADHD e la necessità di farmaci all’età di 7 anni, solo perché era una bambina irrequieta con una calligrafia disordinata. «Semplicemente non soddisfacevo questo standard esterno di comportamento e rendimento che onorava solo una definizione ristretta di cosa sia un bambino, queste norme predefinite su come un bambino dovrebbe comportarsi in un contesto scolastico» ha detto. «Questa situazione è stata patologizzata e ha portato a una serie di terapie farmacologiche psichiatriche, che mi hanno condotto alla situazione in cui mi trovo oggi». Esistono prove che molti bambini, anche di età inferiore ai 7 anni, assumono farmaci per l’ADHD. Uno studio del 2025 condotto da Stanford Medicine ha rilevato che i farmaci per l’ADHD vengono prescritti troppo frettolosamente ai bambini in età prescolare. Le linee guida dell’Accademia Americana di Pediatria per il trattamento dell’ADHD nei bambini dai 4 ai 6 anni raccomandano la formazione dei genitori sulla gestione del comportamento come prima linea di trattamento, prima di ricorrere a interventi farmacologici. Tuttavia, lo studio del 2025 ha rilevato che a molti bambini in età prescolare venivano somministrati farmaci per l’ADHD senza prima aver tentato un percorso di formazione per i genitori sulla gestione del comportamento. Gli autori hanno citato la carenza di servizi di gestione del comportamento. Suzanne Burdick Ph.D. © 16 marzo 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Psicofarmaci
PFAS pure nel Prozac e nelle statine per il colesterolo alto
A gennaio è divenuta operativa la normativa dello Stato americano del Minnesota sulle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (PFAS), una famiglia di composti sintetici impiegati per conferire resistenza al calore, al grasso, all’olio e all’acqua nei manufatti di consumo. Lo riporta Undark.
Tale legislazione, tra le più rigorose negli Stati Uniti, ha posto al bando queste sostanze in undici settori merceologici, dalle pentole agli imbottiti tessili.
Dal luglio 2026, inoltre, le autorità statali imporranno ai produttori di dichiarare la presenza di PFAS nei propri articoli, mentre dal 2032 vieterebbero la commercializzazione di qualsiasi bene contenente tali elementi aggiunti deliberatamente, salvo limitate deroghe.
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L’obiettivo, stando all’Agenzia per il controllo dell’inquinamento del Minnesota (MPCA), è tutelare «la salute pubblica, l’ecosistema e le finanze dei contribuenti» mediante la contrazione dell’impiego di PFAS.
Una coalizione di imprese farmaceutiche e distributrici di dispositivi medici, il PFAS Pharmaceutical Working Group (PPWG), ha tuttavia contestato la misura, argomentando che le restrizioni estese dello Stato gravano sulle attività produttive e di imballaggio del settore.
Taluni farmaci, come Prozac e Lipitor (una statina per il colesterolo alto), potrebbero rientrare nelle definizioni di PFAS. Sebbene i dispositivi e i medicinali regolati dalla Food and Drug Administration (FDA) siano esentati dal divieto di vendita, le società dovranno nondimeno rivelare dettagli esaustivi su ciascun articolo, inclusi quantità e finalità di ogni composto PFAS utilizzato.
«La portata inedita della legge del Minnesota, applicabile a ogni prodotto immesso sul suo mercato, impone di fatto un divieto nazionale sui PFAS e un obbligo di notifica svincolato dal profilo di rischio, con tempistiche irrealizzabili e norme in contrasto con la legislazione federale», ha scritto il consorzio – che raggruppa colossi come Merck, Pfizer e Roche – in una missiva indirizzata al Dipartimento di Giustizia statunitense.
Inoltre, ha proseguito il PPWG, la frammentazione normativa tra Stati genera un «puzzle regolatorio» per le imprese, che devono conformarsi alla norma più stringente.
La legislazione federale dovrebbe prevalere sui precetti statali, ha concluso il gruppo. Il parere, reso pubblico a settembre, rispondeva all’invito dell’amministrazione Trump a individuare le leggi locali più gravose.
Gli ambientalisti, tuttavia, dubitano che tale frammentazione – o la legge del Minnesota, che non esclude i PFAS nei prodotti sanitari regolati dalla FDA – configuri un onere rilevante per le imprese.
L’approccio olistico del Minnesota e del Maine, che integra obblighi di disclosure, costituisce «una strategia concreta, lineare e sensata a fronte di una sfida immane», ha osservato Anna Reade, direttrice della campagna anti-PFAS al Natural Resources Defense Council (NRDC), organizzazione ambientalista globale. «Viene dipinta come un divieto totale e draconiano su tutti i beni con PFAS, ma la realtà è ben diversa».
La reazione potrebbe celare non solo profili di compliance, ma pure una manovra per eludere regolamentazioni statali più pervasive sui PFAS, ha ipotizzato Albert Lin, docente di diritto ambientale all’Università della California, Davis. «L’industria potrebbe mirare a scongiurare una regolazione statale più ampia sui PFAS».
Queste sostanze, soprannominate «chimiche eterne» per la loro persistenza ambientale (fino a 1.000 anni o oltre), sono sempre più correlate a patologie quali carcinomi, ritardi evolutivi e disfunzioni endocrine.
Attualmente, 30 Stati americani hanno varato politiche sui PFAS, secondo il database di Safer States, coalizione per la salute ambientale negli USA. Il Colorado, ad esempio, proscrive la vendita e la diffusione di carburanti petroliferi e taluni tessuti con PFAS intenzionali.
Stati come Minnesota e Maine, però, hanno innovato ulteriormente, bandendo un’ampia gamma di articoli con PFAS aggiunti e imponendo la segnalazione quando l’uso è ineludibile.
Per le farmaceutiche, tuttavia, l’accumulo di norme «varia per estensione, definizioni, esenzioni e scadenze», lamenta il PPWG nel suo commento.
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Ad agosto, un magistrato ha sospeso le regole di notifica del Minnesota, ritenendole «prive di razionalità» rispetto agli obiettivi della MPCA e eccedenti i poteri dell’ente.
Il giudice ha invitato l’agenzia a emendare e riproporre le norme.
L’MPCA ha eluso commenti sul parere del PPWG, rimandando a una nota in cui si precisa che la rimozione e lo smaltimento dei PFAS dalle acque reflue del Minnesota costerebbe 11-25 miliardi di dollari in vent’anni: perciò, lo Stato privilegia la prevenzione tramite disclosure e fase-out degli usi non essenziali.
Per i promotori, la regolamentazione statale supplisce a un vuoto cruciale nel tracciamento dei PFAS, consentendo a consumatori e autorità di pinpointare fonti di rischio e curando una riduzione attiva dell’esposizione,.
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