Connettiti con Renovato 21

Droga

Le gang narcos sono sataniste e sacrificano i bambini: le rivelazioni del presidente del Salvador che parla della crisi della democrazia e del ritorno di Dio in politica

Pubblicato

il

In una recente intervista concessa a Tucker Carlson appena dopo il suo giuramento come presidente ri-eletto del Salvador, Nayib Bukele ha fatto alcune dichiarazioni che a molti sono sembrate scioccanti.

 

Come noto, il Bukele è riconosciuto per aver totalmente fermato il crimine nel suo Paese, che era statisticamente il più violente del mondo, mentre ora, con più di un anno senza omicidi, risulta essere il più sicuro dell’emisfero occidentale – più tranquillo, quindi, perfino del Canada.

 

L’operazione di pacificazione del Paese – incredibile se paragonata con altre realtà come l’Ecuador e altri Paesi che paiono sul punto di divenire dei cosiddetti Narco-Stati – è stata portata avanti da Bukele con uno scontro diretto con le gang di narcotrafficanti che infestavano il Paese, ora finite in larga parte in nuove carceri di massima sicurezza costruite dal suo governo.

 

Quando Carlson ha chiesto della banda Mara Salvatrucha, conosciuta come MS-13, Bukele ha dichiarato che «sono satanici».

 

«Non hanno iniziato come un’organizzazione satanica» ha spiegato il presidente sudamericano. «L’MS-13 è iniziato a Los Angeles negli Stati Uniti perché ai salvadoregni non era permesso vendere droga da parte delle bande messicane. Così crearono una banda chiamata 18th Street Gang perché fondamentalmente volevano vendere droga in una strada che era la 18th Street».

 

I membri della gang in seguito tuttavia «hanno cominciato a dividersi e a lotte intestine. Quindi hanno creatol’MS-13, e poi l’MS-13 iniziò a diventare troppo grande per le altre bande, e iniziarono ad esportare l’organizzazione in altre parti degli Stati Uniti».

 

«Quando Bill Clinton decise di deportare quei ragazzi, non lo disse al governo in quel momento, “sto deportando questi criminali”. Li ha mandati semplicemente qui. E sono arrivati, in pochi, ma allo stesso tempo in cui erano state approvate incontrollate alcune leggi per proteggere i minorenni dalla carcerazione. E, naturalmente, le bande lo usano per reclutare ragazzi di 15, 16 e 17 anni» prosegue il racconto del Bukele.

Iscriviti al canale Telegram

«Quindi all’inizio c’erano dei giovani che causavano danni, aggredendo, cercando di controllare il loro territorio, vendendo droga, cose brutte, ma probabilmente non critiche». Poi hanno continuato «a crescere, a controllare i territori, e qualche anno dopo, erano in realtà un’enorme organizzazione criminale internazionale con basi in Italia [in Lombardia in particolare, dove è noto il caso del 2015 di un capotreno il cui braccio fu praticamente mozzato a colpi di machete, ndr], Guatemala Honduras, El Salvador, negli Stati Uniti, fondamentalmente, in molte delle principali città USA avevano delle roccaforti», come fuori dalla capitale Washington e Long Island, Nuova York, e Los Angeles.

 

«È un’enorme organizzazione criminale internazionale. Quindi sono cresciuti e hanno iniziato a uccidere più persone, solo per conquistare territorio o combattere contro bande rivali o riscuotere debiti o soldi o altro. Ma man mano che l’organizzazione cresceva, sono diventati satanici. Hanno iniziato a fare rituali satanici» afferma il presidente Bukele. «Non so esattamente quando sia iniziato, ma era ben documentato. SÌ. E ora che abbiamo arrestato abbiamo trovato anche alter ego e cose del genere».

 

«Sono diventati un’organizzazione satanica» sottolinea il capo di Stato latinoamericano. «Ricordo il giornale che lo ha raccontato, è un giornale molto noto che ha fatto questa intervista con un membro di una gang in persona. Abbiamo permesso loro di entrare nelle carceri e fare interviste. E il ragazzo a cui gli hanno chiesto quante persone aveva ucciso, aveva risposto “non ricordo. Non ricordano quanti. Probabilmente 10, 20”. Non se lo ricordava».

 

«Poi gli hanno chiesto e tu, qual è la tua posizione nella banda? Ha spiegato come è salito di posizione. “Ma ho lasciato la banda”, ha detto. Perché ha lasciato la banda? “beh, perché ero abituato a uccidere, ero abituato a uccidere le persone. Ma ho ucciso per il territorio. Ho ucciso per raccogliere soldi. Ho ucciso per estorsione. Ma poi sono arrivato in questa casa, e stavano per uccidere un bambino».

 

«Lui, l’assassino che aveva ucciso decine di persone, ha detto “vabbè aspetta, cosa stavamo facendo? Aspetta, aspetta, perché uccideremo quel bambino?” E gli hanno detto “perché la bestia ha chiesto un bambino, quindi dobbiamo dargli un bambino”. Quindi ha detto che non poteva aiutarli, e ha lasciato la banda. È in prigione perché è un assassino. Ma ha lasciato la banda perché non poteva tollerare ciò che vedeva».

 

Carlson chiede a questo punto se il sacrificio umano sia una parte fondamentale di questo tipo di organizzazioni criminali.

 

«Beh, negli Stati Uniti un paio di settimane fa o un paio di giorni fa, non ricordo esattamente, ho visto la notizia che stavano per uccidere una ragazza, o che hanno ucciso una ragazza, perché era un rituale satanico. È successo negli Stati Uniti un paio di settimane fa» dice ancora Bukele.

«Sì, certo, c’è una guerra spirituale e c’è una guerra fisica, e la guerra fisica potrebbe essere quella non ufficiale, cioè la versione non ufficiale. Se vinci la guerra spirituale, ciò si rifletterà nella guerra fisica. Quindi la nostra vittoria impressionante è dovuta al fatto che abbiamo vinto la guerra spirituale molto, molto velocemente».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Bukele si riferisce alla schiacciante vittoria elettorale appena conseguita, dove ha intercettato – stando al di fuori di un sistema bipartitico che sembra programmato persino nella Costituzione del Paese – oltre l’80% dei voti.

 

«Non avevo concorrenza. Voglio dire, erano satanisti. Penso che questo abbia reso tutto più semplice».

 

La questione del narcosatanismo non è nuova per gli addetti ai lavori. Chi legge Renovatio 21 ha sentito parlare della portata che il fenomeno ha attualmente in Messico. È riportato come molti elementi del narcotraffico messicano pratichino culti para-satanici che prevedono sacrifici umani e l’utilizzo di parti delle vittime durante riti per propiziare il favore delle entità demoniache durante le attività criminali. La mente torna ai sanguinosi sacrifici umani siano stati per secoli al centro della vita politica e sociale delle popolazioni del Messico precolombiano che in alcuni casi scatenavano guerre per catturare nuove vittime da offrire agli idoli.

 

Il narcosatanismo ha dato luogo a vari cascami nella cultura popolare, come il gruppo di genere grind death metal chiamato Brujeria («stregoneria»), composto anche da musicisti americani ispirati dalle atrocità dei narcotrafficanti: il booklet del loro CD – che era liberamente venduto nei negozi di dischi anche in Italia – conteneva fotografie di squartamenti e quant’altro. Le canzoni trattano principalmente di argomenti come il traffico di droga, rituali satanici, l’anti-cristianesimo, la sessualità, l’immigrazione, attraversamento illegale delle frontiere e anti-americanismo; nell’album Matando Güeros («Uccidendo biondi») si possono trovare canzoni come Molestando Niños Muertos («abusando di bambini morti»), Verga del Brujo («Verga dello Stregone»), Leyes Narcos, («Leggi Narco») e la pleonastica e tautologica Narcos Satánicos.

 

Oltre al culto della Santa Muerte – che ha avuto molta pubblicità nel mainstream occidentale anche grazie a serie come Breaking Bead e Too Old to Die Young – spicca il cosiddetto Palo Mayombe un tipo di stregoneria di origine afro-caraibica collegata alla santeria cubana, che sembra essersi diffuso in Messico a partire dagli anni ’80.

 

Casi di narcosatanismo si erano registrati anche oltre il confine, negli USA. È il noto caso Adolfo de Jesús Constanzo (1962-1989) serial killer americano, trafficante e padrino della banda passata alla storia come Los Narcosatánicos. Si trattava di un vero e proprio culto coinvolto in molteplici omicidi rituali in Messico (Matamoros, Tamaulipas) e nell’assassinio di Mark Kilroy, uno studente americano rapito durante lo Spring Break e ucciso nel 1989, il cui cervello fu ritrovato dalla polizia, aprendo uno scenario allucinante fatto di diecine di sacrifici umani, omicidi rituali di sadismo indicibile.

Sostieni Renovatio 21

La violenza narcosatanica, quindi, si stava manifestando anche El Salvador.

 

Bukele ha spiegato di aver sconfitto la violenza delle gang, trasformando radicalmente il Paese, in pochissimo tempo – qualcosa come due settimane – potenziando grandemente la polizia e nientemeno che raddoppiando l’esercito, usato quindi contro le bande criminali.

 

Si è trattato di un processo a «fasi, compresa la costituzione delle forze di polizia, dell’esercito, abbiamo raddoppiato l’esercito. Abbiamo letteralmente raddoppiato l’esercito per combattere il crimine, usato l’esercito per combattere il crimine. E li abbiamo equipaggiati, prima i soldati che non avevano, come armi utili o veicoli, droni, cose basilari di cui un’operazione di quella portata avrebbe bisogno».

 

Qui è partito un racconto imprevisto: il presidente, lanciata l’operazione, temeva in una reazione sanguinaria delle narco-mafie, che avrebbero potuto attaccare, con impeto terrorista, qualsiasi punto del Paese, rendendo di fatto ostaggio l’intera popolazione. Chiunque, nella furia criminale, poteva essere colpito, indebolendo il governo, che invece doveva concentrarsi su un numero esiguo di banditi. Un vero esempio di cosa significa, in ultima analisi, un conflitto asimmetrico.

 

Bukele racconta che, nella riunione definitiva con i suoi ministri che si inoltrò nella notte, pregò con loro diverse volte per la riuscita dell’operazione in corso.

 

Tucker rimane stupito, ma il salvadoregno gli risponde che tutto il suo gabinetto è composto da credenti.

 

Per cui, dice, la vera risposta riguardo alla vittoria sui malvagi è che si tratta di «un miracolo», dice il giovane presidente. E sembra crederci.

 

«Sì. È un miracolo. Quando, quando le bande hanno iniziato ad attaccarci, in sostanza hanno ucciso 87 persone in tre giorni, il che per un Paese di 6 milioni di abitanti è una follia. Sarebbe l’equivalente di avere 5.000 morti, 5.000 omicidi negli Stati Uniti in tre giorni. Quindi (…) eravamo in riunione nel mio ufficio, dalle 3:00 alle 4:00 di notte, semplicemente osservavamo cosa stava succedendo e cercavamo di capire cosa fare, perché il problema con le bande è che non attaccano i loro obiettivi solo quando vogliono creare terrore, possono attaccare chiunque. Quindi possono davvero uccidere la loro nonna».

 

«Perché non gli importa della nonna. Ti preoccupi della loro nonna. Quindi è la tua vittima. Come se uccidessero la loro nonna. Tu hai una morte e loro hanno raggiunto il terrore che vogliono creare in modo da poter uccidere chiunque. Una donna che cammina accanto a un ragazzo e lavora per strada, un tassista, possono uccidere chiunque. E se lo stato li insegue, lo stato non ha intenzione di uccidere o danneggiare nessuno tranne i membri della banda. Quindi hai 70.000 obiettivi, che erano i 70.000 membri della banda, ma hanno 6 milioni di possibili bersagli. Quindi era quasi un compito impossibile».

 

«Era un compito impossibile perché devi inseguirli. Erano intrecciati con la popolazione. Erano ovunque e uccidevano a caso. Quindi come fermarlo? Quindi proviamo davvero a capire cosa fare e io, in pratica, hanno detto, beh, qui stiamo davanti una missione impossibile. Quindi preghiamo. E abbiamo pregato, e pregato».

 

«Avete pregato… in riunione?» chiede il Carlson.

 

«Sì, certo. Molte volte. Sì» risponde il presidente.

 

«E per cosa avete pregato?» chiede Tucker.

 

«Per la saggezza. Per vincere la guerra. All’epoca pensavo che avremmo avuto vittime civili. Quindi abbiamo detto: preghiamo affinché le vittime siano il più basse possibile. E non abbiamo avuto vittime civili».

 

«E tutti i partecipanti alla riunione si sentivano a proprio agio?» chiede ancora il giornalista statunitense.

 

«Sì, sì, tutti i membri del mio gabinetto di sicurezza sono credenti. Credono tutti in Dio. Siamo un Paese laico, ovviamente, ma tutti crediamo in Dio» replica il presidente.

Aiuta Renovatio 21

Bukele non ha specificato esattamente la sua religione. La madre è cattolica, ma il padre è un uomo di affari di origine palestinese che avrebbe anche il titolo di imam: lo stesso presidente pare sia stato fotografato mentre pregava in una Moschea. Lui parla spesso di Dio, ma ha detto che il suo rapporto va al di là delle categorie.

 

Potrebbe pure andare bene così, riflettiamo. Ad un certo punto, pensiamo, potrebbe pure andare bene se fosse un cripto-musulmano. Perché quello che ci sembra, guardando la densa intervista tuckerriana, è che con Bukele si potrebbe essere dinanzi ad un vero ritorno del concetto del divino in politica.

 

La cosa parrebbe non essere buttata lì: ad inizio della conversazione, vengono fatti discorsi sul declino dell’Occidente sul destino della democrazia, che «funziona fino a che non lo fa più», così come lo era la monarchia quando la religione non era separata dal potere.

 

«La cosa divertente di qualsiasi concetto come la democrazia è che funziona finché non funziona più. Giusto» dichiara Bukele. «È successo con le monarchie. È successo con qualsiasi cosa. Giusto. Dicono cose come, oh, sai, dobbiamo separare la religione dallo stato. Ha funzionato. Ha funzionato davvero. Ma all’epoca funzionava anche con la religione con lo Stato.

 

«Voglio dire, la democrazia è fantastica, giusto. Noi, gli Stati Uniti, abbiamo dimostrato che la democrazia può funzionare. Ma il problema con la democrazia è che tutto ha, si sa, pro e contro. Il problema con la democrazia è che i politici hanno un grande incentivo per dar via il tesoro».

 

«Voglio dire, è stato dimostrato che la democrazia funziona. George Washington potrebbe essere il re se lo volesse. Avrebbe potuto essere re Giorgio I, giusto? Ma è stato lui a decidere, beh, non lui, ma, si sa, i padri fondatori hanno deciso che gli Stati Uniti sarebbero stati una democrazia. Giusto. E ha funzionato. Nessuno può dire di no, ha funzionato. Ma lo stesso vale per il fatto che la democrazia ora sembra non funzionare».

 

«È solo che le cose funzionano finché non funzionano più. Quindi il problema, a mio avviso, non è il concetto di democrazia in sé, ma lo stato della democrazia delle democrazie nel mondo in questo momento».

 

Sentire il presidente di uno Stato moderno fare un discorso del genere – cioè, evitare il dogma progressista delle forme precedenti di governo come male da cui l’evoluzione sociale ha guarito il mondo tramite la nascita della «democrazia» – è raro fino al bizzarro, al contraddittorio, specie osservando bene l’inquadratura: dietro Bukele, la bandiera del Salvador, dove al centro è ben visibile, come in vari altri drappi sudamericani, una bella piramidona che non può non avere origini massoniche.

 

Il ritorno di Dio in politica è, addirittura, il programma economico specifico del suo nuovo mandato presidenziale.

 

Tucker chiede conferma delle parole sentite durante il discorso di insediamento di Bukele, a cui ha assistito. La sua presidenza, risolto il problema della sicurezza, sarà ora incentrata sulla crescita economica. Il primo punto del piano è «cercare la saggezza di Dio».

 

«Perché questo dovrebbe essere il primo punto di un piano economico?» chiede Carlson.

 

«Perché non sarebbe quella che dovrebbe essere la prima parte?» risponde Bukele. «La maggior parte delle persone lo penserebbe».

 

«È solo che non ho mai sentito nessun leader di nessun paese dire una cosa del genere» dice Carlson.

 

«Perché probabilmente si sono dimenticati di rappresentare il popolo che li elegge» replica il presidente. «È una cosa di buon senso cercare la saggezza di Dio».

 

C’è molto da riflettere, specie per chi pensa ad una rifondazione dello Stato moderno – il quale è oramai dimostratamente fallito: non si base sul mandato divino, ma su Costituzioni ovunque tradite, come pienamente visibile nella biennio pandemico.

 

Nel frattempo, vediamo come Bukele, che tra le altre cose ha rimosso l’ideologia gender dall’istruzione pubblica, stia ricevendo il crescente odio del progressismo internazionale. Bukele stesso parla dell’attività delle ONG (sempre loro…) per i «diritti umani», che prima ignoravano bellamente il diritto dei cittadini salvadoriani di camminare per strada e non essere uccisi. È facile vedere che la campagna contro Bukele è partita: andate sulla sua pagina Wikipedia, notate come venga insinuato che la pacificazione sarebbe stata ottenuta non con una guerra alle narcomafie, ma con un accordo con esse e pure con manipolazioni statistiche, vedete come egli è ritenuto «autoritario», osservate gli scandaletti di cui hanno riempito la sua pagina, dove il suo progetto di fare una città basata sul Bitcoin – sul quale il Paese ha investito ottenendo il 31% di profitto in un anno – viene descritta quasi fosse una Las Vegas delle criptovalute.

 

Seguiremo con attenzione il caso di Bukele, che deve sperare nel ritorno di Trump, che ha sostenuto abbastanza apertamente.

 

Perché non c’è da escludere che vi sia un ritorno di fiamma non indifferente dei padroni del mondo, che – statene certi – tirano i fili anche dei narcos satanici.

 

Una preghiera per El Salvador: distruggere il crimine, sconfiggere il male, cambiare la società, forse è davvero possibile – con l’aiuto di Dio.

 

Quanto può valere un esempio del genere?

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da YouTube

Droga

Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe

Pubblicato

il

Da

Il Servizio penitenziario del Canada, l’ente che gestisce le carceri federali, userà denaro pubblico per mettere gratuitamente a disposizione dei detenuti kit pensati per «sniffare in modo più sicuro». Lo si apprende da una nota interna rivolta al personale, poi circolata sui social media, nella quale il dipartimento annuncia l’introduzione di cannucce di carta «destinate all’inalazione di sostanze in polvere o di vapori derivanti da sostanze riscaldate». Lo riporta LifeSite.   Secondo il documento, le cannucce di carta «ridurranno i danni», dal momento che i reclusi oggi ricorrono a cannucce di plastica o ad altri strumenti di fortuna per assumere le sostanze in polvere. L’amministrazione penitenziaria sostiene inoltre che questo accorgimento contribuirà a contenere la trasmissione di malattie come l’epatite B e C. La nota prevede infine la distribuzione di strisce di alluminio per «fumare in modo più sicuro».   L’autenticità del memorandum è stata confermata dal quotidiano canadese National Post, al quale il dipartimento ha spiegato di averlo redatto per fornire «informazioni a tutti i dipendenti in merito all’ampliamento dell’utilizzo di prodotti per la riduzione del danno».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Resta il fatto che, pur essendo illegali le droghe pesanti, in carcere i detenuti non sembrano avere alcuna difficoltà a procurarsele. Nella nota si legge che il Servizio penitenziario dispone di «misure efficaci» per contrastare «l’introduzione, il traffico, il finanziamento e la distribuzione di sostanze non autorizzate… all’interno dei propri istituti, e ritengono responsabili coloro che vi sono coinvolti».   L’amministrazione si è spinta a precisare che, nel caso in cui un detenuto venga sorpreso con i dispositivi «più sicuri» per il consumo di droga «insieme a sostanze illecite o attrezzature non autorizzate, è necessario seguire le procedure operative standard».   I nuovi kit per l’inalazione «più sicura» e le confezioni in alluminio saranno disponibili a partire dal 13 ottobre.   Dai documenti emerge che il governo liberale guidato dall’ex premier Justin Trudeau ha investito circa 820 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2022, nella «Strategia canadese contro le droghe e le sostanze stupefacenti». Eppure lo stesso ministero della Salute, in un rapporto del 2023, ha dovuto riconoscere che il programma antidroga dei liberali ha prodotto risultati soltanto «minimi».   Lo scorso dicembre il ministero della Salute canadese ha confermato che denaro pubblico è stato impiegato per acquistare accessori per il consumo di stupefacenti, tra cui pipe per il crack e altri oggetti rientrati nel cosiddetto programma di «fornitura sicura» voluto dall’esecutivo liberale.   Nel 2024 il governo liberale è stato costretto a interrompere un esperimento triennale di depenalizzazione nella Columbia Britannica, che consentiva ai cittadini di detenere piccole quantità di cocaina e di altre droghe pesanti senza conseguenze penali. Nel corso della sperimentazione, le proteste dell’opinione pubblica per il degrado e il disordine sociale sono cresciute in maniera vertiginosa.   Iil ministero della Salute canadese ha ammesso di recente che quella sperimentazione dell’era Trudeau, volta a legalizzare il consumo di droghe pesanti, si è rivelata un disastro e in alcune località ha portato al collasso dell’ordine pubblico.   I dati ufficiali indicano un aumento delle overdose durante il periodo di depenalizzazione: 3.313 decessi in quindici mesi, contro i 2.843 registrati nello stesso arco di tempo prima che le droghe fossero temporaneamente legalizzate.   L’obiettivo dichiarato è, come sempre, sanitario – in apparenza. Dietro alla spinta per le droghe libere nelle carceri c’è ovviamente il famigerato concetto di «riduzione del danno»: ci viene detto che la droga circola già negli istituti nonostante i divieti, e la diffusione di HIV, epatiti e dipendenze tra i detenuti è molto più alta che fuori. Chi sostiene queste misure ritiene che ridurre contagi e morti protegga anche la società, dato che quasi tutti i detenuti prima o poi escono.   A promuoverle sono soggetti pubblici e dichiarati: OMS, UNODC e UNAIDS, che raccomandano programmi simili anche nelle carceri; reti come Harm Reduction International. In Italia abbiamo enti come Antigone, i Radicali e la Società della Ragione, insieme a operatori dei servizi per le dipendenze. Alcuni di loro difendono anche una depenalizzazione più ampia, ed è qui che nasce lo scontro politico.

Iscriviti al canale Telegram

I critici, tra cui sindacati della polizia penitenziaria e parte del mondo politico e cattolico, temono che si normalizzi il consumo, si complichi la sicurezza e si abbandoni l’obiettivo della cura e dell’astinenza.   La riduzione del danno (harm reduction) è un approccio di sanità pubblica nato negli anni Ottanta, quando l’epidemia di HIV tra chi si iniettava droghe spinse alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Svizzera e il Regno Unito, a cambiare strategia. L’idea di fondo è che, se una persona non può o non vuole smettere di usare sostanze, si possono comunque ridurre i rischi per lei e per la collettività. Gli strumenti principali sono i programmi di scambio siringhe, le terapie sostitutive con metadone e buprenorfina, la distribuzione di naloxone contro le overdose, il drug checking e, in alcuni paesi, le sale del consumo supervisionato, come per le famose «stanze del buco» in Isvizzera. Le principali evidenze scientifiche riguardano il calo dei contagi di HIV ed epatite C e la riduzione dei decessi per overdose, mentre sull’effetto sul consumo complessivo i risultati sono più discussi.   Un ruolo rilevante, oltre agli enti onusiani, è quello svolto dalle Open Society Foundations di Giorgio Soros, che da decenni finanziano programmi di riduzione del danno, ricerca e spinta per la riforma delle politiche sulle droghe. Si tratta di finanziamenti pubblici e rendicontati, e la fondazione stessa rivendica questa linea come parte della propria missione sui diritti umani e sulla salute pubblica.   I critici, tra cui parte solo una parte della destra, obiettano che questi approcci rischiano di normalizzare l’uso di droghe e di sostituire la prevenzione e il recupero con la semplice gestione della dipendenza, contestando l’influenza di grandi fondazioni private sulle politiche pubbliche, sostenendo che finanzino anche campagne per la depenalizzazione.   Materiale proveniente dal mondo della «riduzione del danno» compaiono anche ai rave party in tutta Europa. All’estero il caso più noto è Techno Plus in Francia, associazione che da decenni opera proprio nelle free party e nei teknival (i raduni non autorizzati) con informazione, materiale di prevenzione e, in alcuni casi, analisi delle sostanze. Altri esempi sono Kosmicare nel Regno Unito, nata nei festival e specializzata nell’assistenza a chi ha esperienze difficili con le sostanze, The Loop (drug checking in contesti di festa), Eve & Rave in Germania e DanceSafe negli Stati Uniti.   Il Corriere della Sera riportava che nel disastroso rave illegale che sconvolse l’Italia a metà agosto 2021 occupando terreni privati per giorni «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili»: in  pratica vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi».   Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:   «La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente».

Aiuta Renovatio 21

«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» rivendicò il Sorosso.   La liberalizzazione della droga non può non sembrare come un grande processo di narcotizzazione massiva ad uso dell’oligarcato, il quale con la popolazione istupidita (gli «inutili», prospettava il filosofo delle élite davosiane Yuval Harari, vanno drogati) possono procedere alle loro gozziviglie: non solo il traffico di bene pubblico – su cui si basano i miliardi del Soros e non solo – ma anche lo sfruttamento degli esseri umani oppure, volendo, la loro eliminazione.   In un Paese come il Canada dove come la Svizzera e la Catalonia  l’eutanasia diventa sempre più chiaramente un’opzione per i carcerati, la droga penintenziaria arriverà subito. Noi seguiremo a ruota.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
   
Continua a leggere

Droga

Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano

Pubblicato

il

Da

Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.

 

Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.

 

Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.

 

L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.

 

«Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.

 

La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.

 

La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.

 

«Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.

 

Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.

 

Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.

 

Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.

Aiuta Renovatio 21

Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.

 

Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.

 

Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.

 

Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine da Twitter

 

Continua a leggere

Droga

I cartelli narcos messicani reclutano dronisti che hanno operato in Ucraina

Pubblicato

il

Da

I cartelli della droga del Messico fanno sempre più ricorso a operatori di droni rientrati in patria dopo aver combattuto in Ucraina. Lo riporta il Washington Post, citando funzionari americani e messicani,   Martedì il WaPo ha scritto che i cartelli messicani stanno analizzando con attenzione i sistemi per aggirare i disturbi anti-drone e stanno acquistando UAV avanzati in grado di trasportare carichi ed esplosivi più consistenti.   Per gestire una flotta di droni in costante crescita, i narcotrafficanti hanno incrementato il reclutamento di persone con esperienza diretta sul fronte ucraino, soprattutto cittadini colombiani, ricorrendo sia a incentivi economici sia alla coercizione, ha riferito un funzionario statunitense al giornale.   Un funzionario messicano ha aggiunto che organizzazioni criminali stanno facendo arrivare in Messico esperti colombiani di droni per addestrare ampi gruppi di «droneros», cioè piloti locali.

Sostieni Renovatio 21

A giugno una fonte della sicurezza ha detto all’agenzia di stampa governativa russa TASS che i colombiani rappresentano circa la metà dei circa 16.500 mercenari stranieri che oggi combattono per l’Ucraina. Vengono attratti con promesse di stipendi elevati che poi si rivelano false. I latinoamericani, ha aggiunto la fonte, sono trattati con disprezzo dai comandanti ucraini, mal nutriti e impiegati nelle missioni più rischiose.   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il servizio di Intelligence estera russo (SVR) ha affermato che l’Ucraina sta rafforzando i legami con i cartelli della droga messicani per trarre vantaggio dal traffico di stupefacenti, tra cui il fentanil, diretti verso l’Unione Europea.   Secondo un funzionario americano, i cartelli stanno inoltre inviando propri «affiliati» a arruolarsi nell’esercito ucraino per acquisire sul campo l’esperienza nel pilotaggio dei droni.   I trafficanti «saranno in una situazione di gran lunga migliore, molto meglio addestrati e dotati di attrezzature molto più sofisticate», ha avvertito lo stesso funzionario.   Le fonti indicano che Washington si aspetta, nei prossimi mesi, che i cartelli applichino tecniche e tattiche sui droni derivate dal conflitto in Ucraina.   Una valutazione interna del governo americano sostiene che questo sviluppo «complicherà notevolmente» la campagna dell’amministrazione del presidente Donald Trump per ridurre l’afflusso di droghe illegali nel Paese, ha osservato un funzionario statunitense.   Il dipartimento di Stato ha dichiarato al Washington Post di collaborare con le forze dell’ordine americane e con le autorità ucraine «per adottare misure volte a mitigare il rischio di trasferimento di competenze sul campo di battaglia» e che Washington utilizza l’esperienza maturata in Ucraina per «contrastare la minaccia dei droni dei cartelli».   Nel settembre 2025, il quotidiano messicano Milenio ha riferito che il Cartello di Jalisco Nuova Generazione aveva inviato alcuni suoi affiliati in Ucraina per addestrarli all’impiego di droni da combattimento. I video esaminati dal giornale mostravano reparti del cartello che utilizzavano droni civili modificati, adottando una disciplina di tipo militare.

Aiuta Renovatio 21

All’inizio di questo mese la CNN ha riferito che circa 15 operatori di droni ucraini sono stati infiltrati nel Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) in Mali per addestrare i militanti e sostenerli contro le forze governative e le truppe russe presenti nel Paese dell’Africa occidentale.   Nel febbraio 2025 il giornalista statunitense Tucker Carlson aveva affermato che una parte significativa delle armi che Washington ha fornito a Kiev come aiuto militare nel conflitto con la Russia finisce nelle mani dei «veri nemici» dell’America, tra cui i cartelli della droga messicani.   Come riportato da Renovatio 21, e prime avvisaglie di tale traffico si erano avute ancora nel 2023, quando emersero le immagini inequivocabili di un militante che indossava le insegne del famigerato cartello del Golfo del Messico (Cartel Del Golfo, o CDG) filmato nello Stato messicano del Tamaulipas mentre trasportava un lanciamissili anticarro di fabbricazione statunitense.   I cartelli messicani, che vengono da un periodo di sanguinari conflitti interni, sono stati pionieri dell’uso di droni commerciali per sganciare bombe sulle bande rivali, pratica che stiamo vedendo costantemente in Ucraina. Droni consumer vengono usati anche per il trasporto di quantitativi di droga in territorio USA.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
Continua a leggere

Più popolari