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Geopolitica

Il corridoio di Suwałki, il nuovo potenziale punto critico per la Guerra Mondiale

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Le tensioni intorno al Corridoio di Suwałki tra Polonia e Lituania, l’unica via di terra tra gli Stati baltici e il resto della NATO, combinate con le tensioni che coinvolgono Polonia, Ucraina e Bielorussia, sono diventate un altro pericoloso potenziale punto critico per la guerra tra l’alleanza del Nord Atlantico e Russia.

 

Il 31 luglio il generale polacco in pensione Waldemar Skrzypczak ha dichiarato all’agenzia di stampa statale polacca PAP che la Polonia e l’alleanza NATO hanno un notevole vantaggio sulle forze russe e bielorusse e sono ben preparate a respingere qualsiasi attacco.

 

Skrzypczak, un ex comandante delle forze di terra polacche, ha detto a PAP che un attacco armato da parte della Russia al corridoio di Suwałki era improbabile in quanto rappresenterebbe «un’aggressione militare contro la NATO» e un tentativo di iniziare la terza guerra mondiale, aggiungendo che il presidente russo Vladimir Putin aveva «paura di una tale prospettiva» poiché «la Russia sarebbe scomparsa» in uno scenario del genere.

 

Allo stesso tempo, Skrzypczak ha affermato che il corridoio di Suwałki potrebbe essere utilizzato «per azioni ibride e spionaggio»; secondo l’ex generale di Varsavia, il Cremlino avrebbe «cercato di provocare la NATO in quest’area», tuttavia ha anche sottolineato che la Polonia aveva accumulato «un enorme potenziale», comprese tre divisioni pronte al combattimento.

 

«Abbiamo un vantaggio schiacciante sull’esercito del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e sui combattenti del gruppo Wagner in questa regione (…) Le forze americane sono di stanza in Polonia, mentre le truppe canadesi e tedesche sono schierate in Lituania, dall’altra parte del confine. Tutti sono preparati per un’operazione difensiva».

 

Il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, in visita ieri con gli agricoltori a Brest, ha scrollato di dosso l’isteria polacca sulle truppe Wagner presumibilmente vicino al confine con la Polonia.

 

«La Polonia è fuori di sé, sostenendo che un distaccamento di ben 100 membri sta arrivando qui. Nel frattempo, nessun distaccamento Wagner di 100 membri si è trasferito qui», ha detto il Lukashenko, come riferito da TASS. «E anche se lo facessero, il loro unico obiettivo era condividere la loro esperienza di combattimento con le brigate di stanza a Brest e Grodno».

 

Secondo il bielorusso, i combattenti Wagner che si sono trasferiti in Bielorussia rimangono in un campo vicino alla città di Osipovichi. Rimane tuttavia la dichiarazione fatta da Lukashenko durante l’incontro recentemente avuto con Putin: i miliziani wagneristi vorrebbero «visitare» la Polonia. È stato detto il mese scorso che la Polonia ospiterebbe campi di addestramento per dissidenti pronti al colpo di Stato a Minsk.

 

Alla crescente paranoia polacca si è aggiunta la presunta violazione dello spazio aereo polacco da parte di elicotteri militari bielorussi l’altro giorno.

 

Il vice ministro della Difesa polacco Wojciech Skurkiewicz ha definito la presunta violazione «una provocazione rivolta alla Polonia e alla NATO» e ha promesso che «se tali situazioni continuano a verificarsi e si verifica un’escalation delle tensioni, le nostre azioni risponderanno adeguatamente alle potenziali minacce».

 

Per quanto riguarda le ambizioni polacche in Ucraina, contro le quali il presidente russo Vladimir Putin e Lukashenko hanno messo in guardia quando si sono incontrati il ​​23 luglio, la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha affermato questa mattina che i discorsi sulla reintegrazione di parti dell’Ucraina occidentale in Polonia stanno diventando più diffusi.

 

«Non sono solo alcuni gruppi marginali ai margini a parlarne, non alcuni incontri chiusi e clandestini focalizzati su interessi ristretti. Questo sta diventando il mainstream», ha detto la portavoce a Radio Sputnik. Secondo la Zakharova, ora ci sono libri, conferenze e discorsi dedicati al recupero dell’Ucraina occidentale da parte della Polonia, oltre a vari simboli, inclusi francobolli e monete con ricordi nostalgici del tempo in cui l’odierna Ucraina occidentale faceva parte della Polonia, che vengono incorporata nella discussione pubblica.

 

La questione delle mire storiche della Polonia in Ucraina e in Bielorussia era stata fortemente sottolineata da Putin in discorsi dell’ultima settimana.

 

In queste ore si sta consumando anche uno strano scontro diplomatico tra Polonia e Ucraina, con grottesca convocazione dell’ambasciatore polacco a Kiev per chiedere spiegazioni riguardo a quanto detto da un funzionario del governo sull’«ingratitudine» ucraina verso Varsavia.

 

Il pomo della discordia pare essere il bando messo dalla Polonia sull’importazione di cibo ucraino, ma potrebbe riemergere altro: Stepan Bandera, il collaborazionista nazista celebrato dall’attuale governo di Kiev come un padre della patria, nella sua opera di pulizia etnica durante il finire della Seconda Guerra Mondiale oltre agli ebrei se la prese anche con i polacchi. Quando nel 2010, negli ultimi giorni in cui era in carica, il presidente filoamericano (nel senso: sposato con una funzionaria del Dipartimento di Stato USA) Viktor Yushenko diede un premio postumo a Bandera, Varsavia insorse.

 

Per quanto oggi pare incredibile, vi fu perfino una reazione al Parlamento Europeo. A nome del gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE), eurodeputati polacchi ma anche romeni e spagnoli e greci, espressero una «proposta di risoluzione sull’Ucraina in cui si ««deplora profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di “Eroe nazionale dell’Ucraina”; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei».

 

I tempi sono cambiati, anche a Bruxelles: Zelens’kyj è stato salutato dagli eurodeputati durante una visita all’europarlamento con sonori «Slava Ukraini!», saluto tipico di Bandera.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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Geopolitica

Putin: l’UE sta seppellendo la propria economia

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L’UE sta danneggiando gravemente la propria economia rifiutando le forniture energetiche provenienti dalla Russia. Lo ha dichiarato il presidente della Federazione Russa Vladimiro Putin.

 

Le nazioni europee hanno subito un forte aumento dei costi energetici dopo aver imposto pesanti sanzioni alla Russia e alle sue esportazioni di idrocarburi in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. Bruxelles si è impegnata a eliminare completamente le importazioni di gas russo entro il 2027, nonostante l’opposizione di diversi Stati membri.

 

Intervenendo martedì a Mosca all’ottavo vertice del Forum dei Paesi Esportatori di Gas, Putin ha avvertito che i tentativi di escludere la Russia dal mercato globale del gas stanno colpendo industrie e famiglie europee.

 

«L’Europa sta infliggendo un duro colpo alla propria industria e al proprio settore sociale abbandonando le forniture energetiche russe e stracciando i contratti a lungo termine», ha affermato.

 

«In Russia c’è un detto: “Non scavare una fossa per qualcun altro, altrimenti potresti finirci dentro tu stesso”. A mio avviso, è proprio quello che è successo oggi nei paesi dell’Unione Europea».

Putin ha inoltre accusato le nazioni europee di ipocrisia nel loro approccio ai combustibili fossili, sostenendo che hanno costruito la propria prosperità su risorse che ora scoraggiano i Paesi in via di sviluppo dall’utilizzare.

 

«L’economia dell’Europa moderna si è costruita proprio sul carbone e sugli idrocarburi», ha affermato.

 

Eppure, quegli stessi Paesi hanno riaperto le centrali elettriche a carbone «quando hanno riscontrato maggiori difficoltà nell’affrontare le proprie sfide energetiche», ha aggiunto Putin.

 

Lo scorso lunedì i prezzi del gas in Europa hanno raggiunto il livello più alto da dicembre 2022, superando brevemente i 97 euro per megawattora, a causa delle interruzioni delle forniture legate alla guerra con l’Iran e delle previsioni di temperature più rigide che hanno agitato i mercati.

La Germania, la maggiore economia industrializzata d’Europa, è stata particolarmente colpita dalla perdita del gas russo. Il Paese ha registrato due anni consecutivi di contrazione economica nel 2023 e nel 2024, mentre le sue industrie ad alta intensità energetica, in particolare quelle chimiche e metallurgiche, hanno dovuto affrontare costi di produzione più elevati.

 

Secondo quanto avvertito a luglio da Tanja Goenner, presidente della Federazione delle industrie tedesche, l’industria tedesca sta perdendo circa 15.000 posti di lavoro al mese, a causa di debolezze strutturali, dazi statunitensi e della crescente concorrenza cinese.

 

Le pressioni economiche hanno alimentato la rabbia popolare in tutta Europa. L’aumento del costo della vita, la stagnazione dei salari e le politiche governative hanno scatenato proteste in Francia, Belgio, Italia e altri Paesi questo mese, con i manifestanti che chiedevano aiuti per le famiglie in difficoltà.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Gli USA avvertono gli alleati del Golfo di prepararsi a una guerra «intensa» con l’Iran

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Gli Stati Uniti hanno avvertito diversi Paesi arabi del Golfo di prepararsi a una breve ma intensa operazione militare contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato statunitensi del 3 novembre. Lo riporta il Wall Street Journal, citando fonti a conoscenza della questione.   Secondo il WSJ, il presidente statunitense Donald Trump propende per lanciare attacchi su larga scala contro le infrastrutture e gli impianti nucleari iraniani, sebbene non sia stata ancora presa una decisione definitiva. Gli avvertimenti rivolti agli alleati del Golfo indicherebbero inoltre che anche Israele si starebbe preparando a partecipare a rinnovate operazioni militari.   Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero schierando un’ulteriore batteria di missili di difesa aerea Patriot nella regione e ritirando le truppe dalle basi vulnerabili in previsione di una rappresaglia iraniana. Washington starebbe inoltre rifornendo le scorte di munizioni e preparando ulteriori aerei e navi da guerra per possibili operazioni.   Trump ha minacciato di attaccare nuovamente l’Iran se si rifiuterà di accettare le sue condizioni, mentre i negoziati rimangono in una fase di stallo, con entrambe le parti che si accusano a vicenda per la situazione. Gli Stati Uniti hanno condotto l’ultima serie di attacchi sul territorio iraniano il 1° settembre e da allora hanno colpito petroliere e altre imbarcazioni iraniane. L’Iran ha aperto il fuoco contro navi mercantili che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz attraverso una rotta designata dalla Marina statunitense, che Teheran considera illegale.   I funzionari iraniani hanno risposto alle minacce di Trump promettendo di difendere il Paese. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha avvertito la scorsa settimana che gli Stati Uniti subirebbero «un fallimento strategico ancora maggiore» se optassero per una rinnovata azione militare. L’emittente statale Press TV, citando un alto funzionario iraniano, ha riferito martedì che Teheran è pronta a una guerra totale «senza limiti».   La prospettiva di una ripresa dei combattimenti si profila in un contesto di preoccupazione per la diminuzione delle scorte di missili intercettori statunitensi, preoccupazione che Trump ha respinto, insistendo sul fatto che le forze armate dispongono di munizioni sufficienti.   La guerra rimane profondamente impopolare tra gli americani. Un sondaggio di Fox News pubblicato a settembre ha rilevato che il 71% degli elettori registrati riteneva che l’amministrazione Trump non avesse una strategia chiara per porre fine al conflitto, e il 60% affermava che attaccare l’Iran fosse stato un errore.   Secondo un sondaggio del Pew Research Center pubblicato all’inizio di questo mese, il 65% disapprova la gestione delle operazioni contro l’Iran da parte di Trump, contro il 33% che la approva.

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Gli USA vogliono Orban prossimo capo dell’ONU

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L’amministrazione Trump sta promuovendo attivamente la candidatura dell’ex premier ungherese Viktor Orban alla carica di prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Lo riporta il Wall Street Journal.

 

Un articolo pubblicato domenica dal quotidiano riferisce che alcuni esponenti del team di Trump hanno già preso contatto con Orbán, il quale si è detto disponibile all’idea, ma accetterebbe di candidarsi soltanto se fosse certa la possibilità di ottenere l’incarico. Gli Stati Uniti ritengono che anche Russia e Cina sosterrebbero l’ex leader ungherese, considerandolo un candidato condiviso dai tre Paesi, come ha dichiarato un funzionario del Dipartimento di Stato alla testata.

 

Il mandato dell’attuale segretario generale, Antonio Guterres, scade il 31 dicembre. L’Associated Press ha riportato la scorsa settimana che nessuno dei sette candidati alla successione – tra cui Rebecca Greenspan del Costa Rica, Carolyn Rodríguez Birkett della Guyana e il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) Rafael Grossi dell’Argentina – gode al momento del sostegno necessario di tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti.

Fonti del Wall Street Journal indicano che l’amministrazione Trump vede in Orbán «il candidato conservatore ideale per il movimento MAGA», perché possiede l’ideologia giusta e sa come esercitare l’autorità. Orban, uscito di scena in Ungheria a maggio dopo 16 anni di governo, era solito definire il proprio sistema una «democrazia illiberale». Il politico di 63 anni è stato un critico aspro delle politiche dell’UE, scontrandosi ripetutamente con Bruxelles su immigrazione di massa, repressione delle ONG di sinistra, opposizione all’agenda LGBTQ+ e altri temi.

 

L’Orban è stato uno dei pochi leader europei a mantenere i contatti con Mosca dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, insistendo perché l’Ungheria continuasse ad acquistare energia dalla Russia e denunciando le sanzioni occidentali come controproducenti, sostenendo costantemente una maggiore cooperazione economica tra l’UE e la Cina.

 

Orban ha sempre definito Trump un «vero amico» e ha visitato gli Stati Uniti per appoggiare la campagna presidenziale del repubblicano nel 2024. Il presidente americano lo ha sostenuto prima delle elezioni ungheresi di quest’anno e ha inviato il vicepresidente JD Vance a Budapest per fare campagna a suo favore, senza però che ciò bastasse a garantirgli la vittoria.

 

Come riportato da Renovatio 21, Orban ha dichiarato l’anno scorso che Trump ben comprende il «declino della civiltà» europea. In un’altra occasione aveva esclamato per il vigore diplomatico trumpiano contro Bruxelles dicendo che «Trump ha mangiato la Von der Leyen a colazione».

 

Un funzionario del Dipartimento di Stato ha stimato che Orban otterrebbe «facilmente» otto voti nel Consiglio di sicurezza, composto da 15 membri, con altri due voti a portata di mano. Regno Unito e Francia, membri permanenti che potrebbero ostacolare un sostegno maggioritario, di solito usano il veto con cautela, come sottolinea il Wall Street Journal.

 

Durante il suo secondo mandato Trump ha espresso una crescente insoddisfazione verso le Nazioni Unite, affermando che l’organizzazione è ben lontana dal realizzare il proprio «enorme potenziale».

 

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