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Biden ha incontrato 14 soci in affari di suo figlio Hunter

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Nonostante le ripetute smentite di aver mai parlato con suo figlio Hunter dei rapporti d’affari all’estero di quest’ultimo, il canale TV americano Fox News ha riferito giovedì che il presidente Joe Biden ha incontrato almeno 14 soci in affari di Hunter da Stati Uniti, Messico, Ucraina, Cina e Kazakistan.

 

Abbandonato in negozio di riparazioni di computer del Delaware qualche tempo prima delle elezioni del 2020 e portato alla luce da articoli del New York Post – per la pubblicazione dei quali l’antico quotidiano è stato bandito da Twitter durante la campagna elettorale 2020 – il laptop di Biden junior conterrebbe presunte prove di numerosi accordi esteri in cui uomini d’affari offrivano decine di milioni di dollari per presentazioni a Joe Biden, oltre a inquietanti prove di uso di droghe e di molto disinvolte relazioni con prostitute (forse pure caricate online su Pornhub?) da parte dell’Hunter, nonché, aveva raccontato l’ex sindaco di Nuova York Rudolph Giuliani, anche materiale ancora più indicibile.

 

«Non ho mai parlato con mio figlio dei suoi affari all’estero», aveva insistito Biden nel 2019. Quando il mese scorso il giornale britannico Daily Mail ha pubblicato un messaggio vocale del 2018 in cui Biden parlava con Hunter di un accordo con la compagnia petrolifera cinese CEFC, la linea ufficiale è rimasta la stessa , con il segretario stampa della Casa Bianca Karine Jean-Pierre che ha ribadito che «ciò che ha detto il presidente è ancora valido».

 

Come riportato da Renovatio 21, a inizio mese si è scoperto che il presidente Biden ha venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter: invece che esseri usati per allievare l’aumento insostenibile patito dai cittadini americani alla pompa di benzina, il presidente ha mandato le riserve strategiche alla Cina – e curiosamente proprio ad una azienda che lavora con il figlio… Alcuni membri del Partito Repubblicano giudicano questo fatto come degno di un processo di impeachment, ma, esattamente come avviene per ogni altra oscenità dei Biden (dalla droga alla prostituzione, ai sospetti di atti simil-incestuosi, ai ripetuti segni di demenza di Joe) niente si muove davvero contro l’ultimo pupazzo dell’establishment del Deep State – e non solo di quello.

 

In molti infatti accusano Biden di essere una marionetta degli interessi del Partito Comunista Cinese. Secondo un libro uscito qualche mese fa, i Biden avrebbero guadagnato 31 milioni di dollari da individui con «legami diretti con gli apparati cinesi di spionaggio., ma si parla anche di affari diretti con il giro del presidente cinese Xi Jinpingo.

 

Secondo Fox News, Joe Biden ha incontrato gli uomini d’affari messicani Miguel Aleman Velasco e Miguel Aleman Magnani nel 2014, facendo fare alla coppia un tour della Casa Bianca. Un anno dopo, Biden avrebbe parlato in video con il miliardario messicano Carlos Slim e tutti e tre i messicani – con cui Hunter stava facendo affari o con cui stava negoziando in quel momento – li avrebbero visitati nella residenza della vicepresidenza a Washington DC.

 

In un messaggio di testo trovato sul laptop, Hunter ha detto al suo socio in affari, Jeff Cooper, di aver parlato con suo padre dell’accordo che coinvolgeva Slim.

 

Secondo quanto riferito, Joe Biden ha anche incontrato l’ex presidente colombiano Andres Pastrana Arango ed Eric Schwerin, un altro dei partner commerciali di Hunter, nel 2012, prima di cenare con Arango e Juan Esteban Orduz, un uomo d’affari colombiano, più tardi quello stesso giorno.

 

I file del laptop mostrano che durante un’unica cena nel 2015, Joe Biden ha incontrato i soci in affari di Hunter dal Kazakistan, dall’Ucraina e dalla Russia, incluso un dirigente di Burisma Holdings, la società energetica ucraina che ha pagato a Hunter 50.000 dollari al mese dal 2014 al 2018 sedersi sul suo board. Il giorno seguente, il dirigente di Burisma ha inviato un’e-mail a Hunter, ringraziandolo per avergli «dato l’opportunità di incontrare tuo padre».

 

Lo stesso dirigente, Vadim Pozharski, aveva contattato Hunter nel 2014 chiedendo «consigli su come utilizzare la propria influenza» per contrastare un’indagine del governo sull’azienda, secondo quanto riportato dal New York Post nel 2020.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2014 l’allora vicepresidente Biden andò in Ucraina e chiese a presidente e primo ministro la destituzione di un procuratore generale che, guarda caso, indagava anche sull’azienda che pagava il figlio Hunter. Il presidente, non si sa se in un momento di demenza senile, ha confessato in pubblico l’episodio durante un incontro al Council for Foreign Relation.

 

 

Al momento della cena, Hunter stava lavorando a un accordo petrolifero tra Burisma e una compagnia energetica cinese in Kazakistan, riferisce il Daily Mail.

 

Come riportato da Renovatio 21, i legami dei Biden con la casta kazaka sono emersi anche a inizio 2022, quando esplosero le rivolte in varie città del Kazakistan. Un gruppo anti-corruzione kazako produsse anche una foto di Hunter, suo padre e l’ex capo dell’Intelligence kazaka Karim Massimov, poi messo in carcere dal presidente assediato Kassim-Jomart Tokaev con l’accusa di alto tradimento. Nella foto vi è anche Kenes Rakishev, un giovane membro dell’oligarcato kazako molto ben connesso  finanziariamente e politicamente, che secondo Forbes è una delle 50 persone più influenti del Paese

 

Tra gli altri contatti che si sono incontrati con Joe Biden c’era secondo quanto riferito Francis Person, un ex consigliere dell’allora vicepresidente che nel 2015 ha fatto pressioni sulla famiglia Biden per conto di una società immobiliare cinese. La persona era anche in corsa per il Congresso nella Carolina del Sud in quel momento, con Biden senior che si recava nello stato per raccogliere fondi per lui.

 

Tony Bobulinski, l’ex CEO di una joint venture tra Hunter e una compagnia energetica cinese, ha detto in una intervista a Tucker Carlson nel 2020 che Joe Biden ha parlato con suo figlio di questo accordo e di altri.

 

«Ho visto il vicepresidente Biden dire di non aver mai parlato con Hunter dei suoi affari», ha detto Bobulinski a Fox quell’ottobre. «Ho visto in prima persona che non è vero, perché non erano solo affari di Hunter, hanno detto che stavano mettendo in gioco il nome della famiglia Biden e la sua eredità».

 

Alcune delle informazioni nell’ultimo servizio  di Fox sono già state rese pubbliche da altri organi di stampa, mentre alcune sono nuove.

 

Hunter Biden parrebbe davvero coinvolto anche nella questione dei biolaboratori ucraini finanziati dagli USA, che la Russia accusa di produzione di armi biologiche all’interno di una determinata operazione militare che vedrebbe coinvolti Big Pharma e membri e sostenitori miliardari del Partito Democratico USA.

 

Come riportato da Renovatio 21, gli USA avevano un contratto in Ucraina per la ricerca COVID-19 tre mesi prima che il COVID-19 esistesse ufficialmente. È noto inoltre che in quei laboratori si studiassero i coronavirus di pipistrello, esattamente come a Wuhano. I riferimenti dei contatti di Hunter Biden con società coinvolte è stata cancellata da Wikipedia.

 

I Repubblicani hanno ottenuto il contenuto del laptop e hanno promesso di avviare indagini se dovessero riprendere il Congresso questo novembre.

 

Hunter è anche indagato dai pubblici ministeri federali per presunte violazioni fiscali e di lobbying per potenze straniere.

 

Tuttavia, non è stato accusato di reato.

 

Potreste esserlo voi, invece, se scaricate dal forum 4chan il materiale trafugato di recente dal suo account iCloud, ha detto più o meno scherzosamente qualche commentatore americano: voi che le guardate potreste andare in galera per averlo fatto; Hunter Biden, che quelle cose le ha fatte e le ha pure registrate, invece no.

 

Così va il mondo.

 

 

 

 

 

 

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Il Likud accusa i politici arabi di aver truccato le elezioni israeliane

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La polizia israeliana non ha trovato prove a sostegno delle affermazioni del partito Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, secondo cui i partiti arabi avrebbero truccato le elezioni parlamentari di martedì. Lo riporta la stampa locale dello Stato Ebraico

 

La polizia ha ricevuto 48 denunce relative a sospetti di frode e sostituzione di persona al voto, circa il 40% in meno rispetto alle elezioni precedenti. Nessuna prova investigativa o di intelligence ha indicato frodi diffuse, ha riportato i24NEWS giovedì.

 

«Non c’è nulla di drammatico», ha dichiarato il maggiore generale Boaz Blatt, capo della divisione investigativa e di intelligence della polizia, secondo quanto riportato da Kan News.

 

La Commissione elettorale centrale israeliana ha dichiarato di aver ricevuto circa 10.000 segnalazioni di presunte irregolarità elettorali, ma circa l’80% è stato archiviato in quanto non correlato all’integrità del processo elettorale, incluse denunce false o classificate in modo errato. Le segnalazioni includevano accuse di fotografie scattate nei seggi elettorali, manomissione delle schede e interruzioni delle operazioni di voto.

 

Nessuno dei due principali blocchi politici ha ottenuto la maggioranza parlamentare nelle prime elezioni israeliane dallo scoppio della guerra con Hamas a Gaza nel 2023.

 

Si prevedeva che l’alleanza Lista Araba Unita e il partito islamista Ra’am avrebbero ottenuto complessivamente 19 seggi, quasi il doppio della loro precedente rappresentanza.

 

I cittadini arabi costituiscono circa il 21% della popolazione israeliana e i loro rappresentanti potrebbero svolgere un ruolo decisivo nei negoziati di coalizione volti a sostituire Netanyahu, che rimane primo ministro ad interim.

 

Poco dopo la diffusione dei primi risultati, il Likud ha affermato che i partiti arabi avrebbero rubato le elezioni attraverso «gravi reati penali quali corruzione, minacce, violenza, falsificazione e utilizzo di software illegali per mobilitare gli elettori».

 

Il partito ha dichiarato di aver raccolto centinaia di testimonianze e prove di presunte irregolarità nei seggi elettorali delle comunità arabe e ha chiesto un’indagine da parte della polizia e dell’agenzia di Intelligence interna, lo Shin Bet.

 

I partiti arabi hanno respinto le accuse. Il leader della Lista Unita, Yousef Jabareen, ha accusato il Likud di tentare di delegittimare gli elettori arabo-israeliani, liquidando le sue affermazioni di frode come «parole di perdenti». Anche Ra’am ha negato qualsiasi illecito, accusando le autorità di arresti a sfondo politico e di tentativi di sopprimere la partecipazione al voto degli arabi.

 

Nel 2021 il partito islamista Ra’am, guidato da Mansour Abbas, è diventato il primo partito arabo indipendente ad aderire formalmente a una coalizione di governo israeliana, sostenendo un’ampia alleanza guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid.

 

La coalizione ha posto fine ai 12 anni consecutivi di Netanyahu come primo ministro, ma crollò nel 2022, aprendo la strada al suo ritorno al potere in seguito alle elezioni di quell’anno.

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 Immagine di Nizzan Cohen via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

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Politica

Caos per l’emendamento sul reintegro dei medici definiti «no-vax». Intervista al dottor Dario Giacomini

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La Camera dei Deputati ha approvato il Ddl di riforma delle professioni sanitarie. Al suo interno c’è un emendamento che prevede l’archiviazione dei procedimenti disciplinari a carico dei sanitari che, durante il periodo COVID, contestarono le politiche sanitarie di allora. Sul provvedimento, sulle reazioni politiche e sui prossimi passi abbiamo sentito l’associazione ContiamoCi!, che si è battuta per migliorare il testo dell’emendamento ed è impegnata in una raccolta firme per modificare un altro articolo dello stesso Ddl.   ContiamoCi! è stata ringraziata dall’onorevole Buonguerrieri (FDI), prima firmataria: «oggi, grazie a un emendamento di Fratelli d’Italia a mia prima firma alla riforma delle professioni sanitarie, poniamo fine a un’ingiustizia che si protraeva da troppi anni. I medici e gli operatori sanitari radiati durante la pandemia di COVID, per la sola ‘colpa’ di curare i pazienti in scienza e coscienza rifiutando protocolli che si sono spesso rivelati scientificamente infondati, potranno tornare a esercitare il loro lavoro. Contestualmente, un mio ordine del giorno impegna il governo a reintegrare i professionisti sospesi prevedendo l’archiviazione, da parte degli Ordini o degli organi disciplinari competenti, dei procedimenti ancora aperti a loro carico. Ringrazio per il supporto tutte le associazioni che hanno partecipato alla redazione dei testi presentati, in particolare l’associazione ContiamoCi!, che si batte per la libertà di cura e di scelta».

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L’introduzione dell’emendamento ha suscitato polemiche di vastità imprevista. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, senza dire esattamente di cosa parlasse, ha dichiarato che va contrastato chi «avvelena le opinioni sui vaccini», definendo tali posizioni come «distruttive e sconcertanti».   Gli ha fatto eco Stefania Craxi, figlia dello statista morto esule in Tunisia, che ha promesso «modifiche al Senato» per la legge che reintegrerebbe i medici etichettati come «no-vax», ma che magari, semplicemente, consideravano contrario ai loro studi (e magari al giuramento di Ippocrate) il vaccinare con un siero sperimentale un immunodepresso, una donna incinta o un malato di cancro.   Abbiamo intervistato il dottor Dario Giacomini, presidente dell’associazione ContiamoCi!, fondatore del sindacato DI.CO.SI, medico già primario di radiologia.   Dottor Giacomini, cosa è successo ieri alla Camera? Ieri pomeriggio è stato approvato il Ddl, e al suo interno c’era l’emendamento che aveva fatto tanto rumore già a luglio, a firma Buonguerrieri. In commissione era già stato approvato, ieri è stato portato in Aula e votato. Come ContiamoCi! ci eravamo spesi per migliorarne ulteriormente il testo, in modo che tutti i sanitari che sono, o sono stati, oggetto di provvedimenti disciplinari per aver contestato le politiche sanitarie del periodo COVID vedessero archiviate le loro posizioni.   In concreto, cosa significa? Significa che se in quel periodo eri un sanitario, un medico o altro, e avevi contestato in scienza e coscienza terapie promosse con circolari del ministero della Salute ma che non ritenevi idonee all’iter diagnostico e terapeutico di quello specifico paziente, oppure avevi contestato l’obbligo vaccinale o il green pass, e per questo eri sotto procedimento disciplinare da parte dell’Ordine, quelle posizioni vengono archiviate. È un grandissimo successo e sta creando un gran putiferio, già da ieri sera e da stamattina. Cosa ha detto il presidente della Repubblica? Non è entrato direttamente nella questione, ma guarda caso proprio questa mattina, in occasione di un evento al Quirinale ha affermato, come riportato da Repubblica e dai telegiornali nazionali, che anche la vaccinazione è un presidio fondamentale e che ci sono canali di informazione che stanno inquinando la percezione di queste terapie nella popolazione. In sostanza ha detto che chi fa questo non rende un servizio alla scienza, ma compie un’operazione pericolosa.   Voi come rispondete? Lo contestiamo, e oggi ho fatto un video proprio su questo. Non stiamo discutendo la validità di un farmaco o di una terapia in sé, ma l’applicazione pratica che ne è stata fatta in quegli anni. Sono state tolte ai cittadini la libertà di scelta, sancita dalla Costituzione che il presidente dovrebbe conoscere molto bene, e al medico la libertà di operare secondo scienza e coscienza e secondo il giuramento di Ippocrate. Erano violati dei capisaldi per noi sacri, e continuiamo a contestare anche queste affermazioni.   Come legge tutto questo? La narrazione sul COVID, nonostante la commissione parlamentare d’inchiesta, deve restare monolitica e non può essere messa in discussione. Allora sorgono delle domande: si vuole davvero difendere la salute dei cittadini, o si vogliono difendere apparati e poteri che su quell’impalcatura hanno costruito la loro realtà e la loro storia?   C’è un legame con quanto accaduto in commissione COVID? Sì, c’è una continuità con quello che è successo in commissione due giorni fa, quando è stato audito Speranza. È stata una lunga audizione, che mi sono ascoltato. Speranza ha aperto la sua relazione rivendicando che tutta la gestione COVID è stata, lo ha detto lui, una gestione politica di due governi, il Conte 2 e il Draghi, con maggioranze anche diverse. Per me questo fa tutta la differenza del mondo, perché è quello che dicevamo da sempre: non era una questione sanitaria, ma una scelta di indirizzo politico, a nostro parere di un totalitarismo sanitario. Sentirlo dall’ex ministro della Salute è una certificazione.   Con quali conseguenze? Se erano scelte politiche, a fronte delle quali si è deciso di chiudere le scuole, fare i lockdown, danneggiare l’economia dei cittadini, imporre obblighi vaccinali, espellere dal lavoro prima i sanitari e poi altre professioni, espellere gli over 50, introdurre un lasciapassare basato sulla vaccinazione, allora cambia l’ambito. Chi ha subito quelle imposizioni è stato perseguitato politicamente – è divenuto un perseguitato politico. In quel caso non basta una commissione d’inchiesta parlamentare: forse serviranno altri tribunali, altre sedi. Se in una democrazia c’è una persecuzione politica, c’è qualcosa di diverso: siamo in uno Stato, se non dittatoriale, quantomeno totalitario.   Come si stanno muovendo le forze politiche? Di sicuro c’è stata una levata di scudi di tutto il centrosinistra: da Calenda al PD, molti hanno subito stigmatizzato il centrodestra.

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Vi accusano di essere «no-vax» e di cercarne i voti. Ribadiamo che questa etichetta ci va stretta e non è corretta. Qui non si parla di «sì-vax» o «no-vax», ma di libertà di scelta e di giuramento di Ippocrate, se restiamo nella cornice della professione medica. E se parliamo di cittadini, parliamo di persone che hanno voluto difendere l’articolo 32 della Costituzione, il diritto a decidere sul proprio corpo, voluto da Aldo Moro, un democristiano che non era né «sì-vax» né «no-vax». Le stesse parole di Speranza confermano che non eravamo perseguitati in nome della scienza, ma per un’ideologia di fondo. Cosa ci fosse dietro, si potrebbe fare molta dietrologia, ma la realtà dei fatti è questa.   E gli ordini dei medici? Si sono subito allarmati, mostrandosi dispiaciuti e costernati per quanto sta avvenendo alla Camera. Ho letto anche una dichiarazione della senatrice Craxi, che avrebbe detto che al Senato si cercherà di affossare questo articolo. Si stanno muovendo perché, seppur piccolo, è un primo schiaffo a una narrazione: per la prima volta in un Parlamento italiano si ottiene un passo avanti, e a mio avviso molto più significativo della cancellazione delle multe agli over 50.   Perché è così importante? Perché la campagna vaccinale e il DL 44 che ne è seguito servivano innanzitutto a piegare la volontà dei sanitari e dei medici e ad asservirli alle necessità dei governi allora in carica. Per convincere i cittadini a sottostare all’obbligo vaccinale e al green pass bisognava prima spezzare ogni resistenza della classe medica, perché i cittadini si fidavano ancora dei medici. Se molti medici si fossero mostrati scettici, l’operazione non sarebbe mai partita come volevano. Ancora oggi si cerca di mantenere quel perimetro e di impedire che si formi una crepa.   E adesso cosa succederà? Lo vedremo nei prossimi giorni. Da quello che percepisco dai messaggi che ricevo, ci sono pressioni fortissime, come ce n’erano state perché la commissione d’inchiesta non si avviasse o per modificarne parametri e perimetri, perché certi argomenti non dovevano essere trattati. Figuriamoci ora che non si tratta più di audizioni e testimonianze, ma che si comincia a parlare di leggi dello Stato. È un salto di qualità importante e le risposte saranno altrettanto forti: ci sarà un bel braccio di ferro, e la differenza possiamo farla noi.   Cosa chiede ai cittadini? Dalle pagine di Renovatio 21 sollecito tutti i cittadini sensibili a questi temi, che in un modo o nell’altro hanno subito i ricatti di quegli anni, a fare da cassa di risonanza. Al di là di ciò che raccontano i telegiornali e certi siti, il popolo italiano vuole superare quella fase e ristabilire la verità su quel periodo storico. Una forza parlamentare, per quanto rappresentativa di una parte della popolazione, può essere schiacciata dalla potenza mediatica della controparte: il centrosinistra, lo sappiamo, controlla i grandi gruppi editoriali italiani. La risposta deve partire dal basso.   Per quanto riguarda il sindacato DI.CO.SI., cosa avete in programma? Nel nome dei diritti costituzionali continueremo a batterci perché ai lavoratori siano riconosciuti i danni subiti in quegli anni. I danni morali, psicologici, le pressioni, le persecuzioni non potranno mai essere ripagati. Però il riconoscimento degli emolumenti non percepiti e dei contributi previdenziali non versati è una battaglia che portiamo avanti, e speriamo che questa piccola crepa si allarghi fino a comprenderla.   State raccogliendo firme per modificare un altro articolo dello stesso Ddl. Sì, quello che consente a sanitari stranieri di lavorare in Italia in deroga, con titoli di studio non equiparati a quelli italiani e senza un’adeguata conoscenza della lingua. Con la scusa, ancora una volta, di un’emergenza, in questo caso la carenza di personale, rischiamo di aprire le porte a moltissimi operatori di cui non conosciamo la preparazione né le competenze sanitarie e linguistiche. Si parla di migliaia di infermieri provenienti dall’India e, da notizie che arrivano, pare ci sia un giro importante di lauree infermieristiche vendute in quel Paese.   Rischiamo di ritrovarci con persone che formalmente hanno un titolo, ma le cui competenze non sono verificate, e le verificheremmo sulla pelle dei cittadini. Abbiamo chiesto che le competenze linguistiche siano accertate in modo puntuale, non solo per il dialogo normale ma anche per quello professionale, cioè sulla materia sanitaria.   Quindi l’emergenza COVID ha generato altri casi di questo tipo? Sì, ancora una volta. L’assetto emergenziale creato con il COVID si ripete ora con i sanitari stranieri e si ripeterà in altri casi. È diventato un modus operandi: la democrazia delle emergenze. Ma in emergenza la democrazia non c’è più, perché bisogna decidere in fretta. Ai tempi dei Romani si sospendeva la democrazia, si nominava un console e ci si affidava completamente a lui, l’unico che poteva portarci fuori dalle secche. Oggi lo stiamo facendo sulla pelle e sulla salute dei cittadini italiani, e chissà quante altre emergenze si potranno sviluppare. Per questo siamo nelle piazze di tutta Italia, e anche online, a raccogliere firme per spingere governo e forze parlamentari a modificare questo articolo. Nello stesso Ddl si parla anche di approccio «One Health». Sì, si ribadisce l’importanza di quell’approccio: cambiano i ministri, ma il concetto resta. Speranza è in commissione d’inchiesta per essere audito e gli si punta il dito contro, ma intanto le manine nei ministeri continuano a portare avanti i concetti che lui ha introdotto. È l’apoteosi delle emergenze che diventano paradigma di gestione della cosa pubblica e della vita dei cittadini.   Quali rischi vede? Quando si dice che la salute umana è strettamente collegata a quella ambientale e animale, significa che qualsiasi emergenza può essere proclamata in qualsiasi momento per la salvezza dell’ambiente. Allora ci puoi mettere tutto il green, le guerre, qualsiasi cosa: ogni abitudine umana può essere potenzialmente dannosa per l’ambiente, e in nome della nuova sacralità dell’ambiente, di questo ambientalismo ideologico, in realtà fortemente finanziato e gestito dal capitalismo globalista, potremmo ritrovarci in galera. Ed è gravissimo.   È un percorso nuovo? No, ci sono gli antefatti: la modifica dell’articolo costituzionale sul paesaggio e sulla tutela dell’ambiente per le generazioni future. Ormai c’è un aspetto costituzionale in tutto questo, il che dimostra che la cosa è stata apparecchiata negli anni precedenti al COVID. Queste questioni sono solo il punto di arrivo di un percorso lungo.  

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Immagine della Presidenza della Repubblica Italiana via Wikimedia; fonte Quirinale.it; immagine modificata
 
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Politica

Flavio Bolsonaro fugge dalla persecuzione immediata di Lula e atterra a Miami

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Dopo ore di confusione, il candidato presidente Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Messias Bolsonaro, è atterrato a Miami, Stati Uniti, dopo che sotto il presidente in carica Lula, che avrebbe vinto il ballottaggio di questa domenica, era partita quella che è sembrata una persecuzione politica immediata.

 

«Sono io il presidente eletto e i criminali che hanno rubato le elezioni in Brasile fanno parte di un’organizzazione criminale che ha instaurato una tirannia» ha scritto in un messaggio. In una nota successiva si è invece definito «leader». «Dirò ciò che voi, laggiù, non potete dire, e mi assumerò i rischi che voi non potete correre» ha dichiarato, promuovendosi a guida dell’opposizione brasiliana dall’esilio statunitense. «Nei prossimi giorni mi rivolgerò regolarmente al popolo brasiliano e presenteremo una strategia per mobilitare l’opposizione».

 


Lunedì, Bolsonaro jr. ha abbandonato l’idea di chiedere l’annullamento delle elezioni e ha affermato che la polizia federale aveva sequestrato il passaporto , impedendogli di lasciare il Brasile. Secondo quanto riporta la stampa internazionale, la fuga sarebbe avvenuta grazie all’aiuto di Milei e ad un passaporto italiano. I Bolsonaro sono infatti originari di Anguillara Veneta, provincia di Padova (il ramo materno è invece di origini lucchesi).

 


Bolsonaro, va ricordato, è indagato dalla Corte Suprema del Brasile per reati di corruzione, riciclaggio di denaro ed evasione fiscale in due distinti casi. Uno riguarda una società di scommesse sportive che sarebbe servita a riciclare detrazioni fraudolente dalle pensioni statali, l’altro un’erogazione di milioni di dollari da parte di un banchiere caduto in disgrazia. La Corte aveva ordinato a Bolsonaro di consegnare il passaporto ordinario e quello diplomatico.

 

Martedì sono emerse notizie secondo cui Bolsonaro avrebbe attraversato l’Argentina per raggiungere gli Stati Uniti, sebbene le autorità argentine abbiano negato il suo ingresso nel Paese. Nella tarda serata di martedì, il quotidiano brasiliano O Globo aveva riportato il suo arrivo a Miami, mentre varie immagini dell’aereo riempivano i social media.

 

L’autorità argentina per l’immigrazione ha dichiarato che Flavio Bolsonaro, sua moglie Fernanda Antunes Figueira Bolsonaro e le figlie Carolina e Luiza hanno varcato il confine nella notte di martedì. Sono entrati attraverso il Ponte internazionale Tancredo Neves, uno dei principali varchi di frontiera che collega il Brasile alla provincia argentina di Misiones. «Coloro che hanno effettuato l’ingresso erano in possesso di documenti di viaggio validi e non hanno incontrato alcun impedimento legale», ha dichiarato l’autorità, precisando che dopo aver superato i controlli di immigrazione i quattro sono saliti a bordo di un volo privato operato dalla compagnia aerea Baires Fly S.A. e diretto in Ecuador.

 

Il presidente statunitense Donaldo Trump ha dichiarato mercoledì mattina che avrebbe approvato un viaggio di Bolsonaro negli Stati Uniti, pur credendo che il senatore si trovasse in Argentina. Trump ha denunciato presunti brogli nelle elezioni di ballottaggio in Brasile. «Bolsonaro e la sua famiglia hanno subito un trattamento molto ingiusto», ha detto parlando con i giornalisti in Alaska. Tuttavia, ha pure dichiarato: «non intendo commentare la questione. Non voglio essere coinvolto».

 

Come riportato da Renovatio 21, poche ore fa Trump aveva detto ai giornalisti che le elezioni in Brasile potrebbero essere state truccate.

 

ZeroHedge fa notare che il partito di Bolsonaro domina anche il Senato, e la mossa di Lula di attaccare il suo avversario subito dopo le elezioni suggerisce che la crisi politica è tutt’altro che finita, ma è solo all’inizio.

Anche il padre di Flavio, l’ex presidente Jair Bolsonaro, era fuggito in Florida dopo aver perso le presidenziali del 2022 contro Lula, salvo poi tornare tre mesi dopo. L’8 gennaio 2023, una settimana dopo l’insediamento di Lula, migliaia di suoi sostenitori devastarono la Corte suprema, il palazzo presidenziale e il Congresso nazionale nella capitale federale.

 

I giudici avevano dimostrato che l’ex presidente era a conoscenza di un piano per assassinare il presidente eletto Lula, il vicepresidente Geraldo Alckmin e il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes, considerato acerrimo nemico dei Bolsonaro.

 

Condannato a 27 anni e tre mesi di carcere dalla Corte Suprema brasiliana per il presunto tentativo di colpo di Stato del 2022, Jair Bolsonaro è attualmente agli arresti domiciliari.

 

Dopo essere entrato inizialmente in prigione e aver manifestato problemi di salute (tra cui un ricovero per broncopolmonite), nel marzo 2026 un giudice della Corte Suprema ha concesso all’ex presidente la misura degli arresti domiciliari umanitari.

 

Bolsonaro senior è stato incriminato, inoltre, per falsificazione vaccinale e perfino per molestie ad una balena (!). A giugno l’altro suo figlio, l’ex deputato Eduardo Bolsonaro, è stato condannato sempre dalla Corte Suprema di Brasilia a quattro anni di carcere per aver esercitato pressioni su autorità straniere – ovvero il governo degli Stati Uniti – al fine di ottenere sanzioni contro le istituzioni brasiliane, in particolare la magistratura e alcuni esponenti della Procura Generale. Il dipartimento di Stato USA aveva «blacklistato» l’onnipotente giudice De Moraes, che aveva bloccato un provvedimento che avrebbe ridotto drasticamente la pena detentiva dell’ex presidente

 

A luglio 2025 il presidente statunitense Donald Trump – che durante il suo primo mandato aveva coltivato stretti legami con Bolsonaro – aveva definito la persecuzione dell’ex alleato da parte del governo Lula una «caccia alle streghe», imponendo dazi del 50% su alcuni prodotti brasiliani. Tuttavia, all’inizio di questo mese Washington ha iniziato a mitigare alcune di quelle tariffe.

 

La scorsa estate la Corte federale suprema del Brasile aveva ampliato le restrizioni nei confronti dell’ex presidente Jair Bolsonaro, arrivando a vietare ora la diffusione delle sue interviste sulle piattaforme dei social media. Gli USA erano scesi ora in campo direttamente contro De Moraes, revocandogli la settimana scorsa il visto per il Paese, una mossa inaspettata ed inedita da parte della segreteria di Stato USA guidata da Marco Rubio.

 

Come riportato da Renovatio 21, il giudice supremo De Moraes è da sempre considerato acerrimo nemico dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che lo ha accusato di ingerenze in manifestazioni oceaniche plurime. Ad alcuni sostenitori di Bolsonaro, va ricordato, sono stati congelati i conti bancari, mentre ad altri è stata imposta una vera e propria «rieducazione».

 

Elon Musk due anni fa ha dichiarato che il vero potere in Brasile è nelle mani di De Moraes, definito tiranno travestito da giudice, mentre il presidente Lula è solo il suo cane da salotto. «Alexandre de Moraes è un dittatore malvagio che fa cosplay come giudice» aveva detto apertis verbis il Musk.

 

Come riportato da Renovatio 21, 213 città che avevano votato per Bolsonaro al primo turno hanno scelto Lula al secondo. Dato interessante davvero.

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Immagine screenshot da YouTube

 

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