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Stato

Le elezioni del niente

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Sono passate oramai 72 ore dall’evento politico della stagione  e ora forse è arrivato il momento di dire cosa esso rappresenti: il niente. Sono state le elezioni del niente.

 

Più che dai risultati, siamo basiti dal vedere con quanta serietà hanno trattato la cosa i giornali. Paginate e paginate, lenzuolate trionfanti – perché il derby lo ha vinto il partito-sistema – come, appunto, se la cosa avesse la benché minima importanza.

 

Come se, davvero, qualcuno credesse che le elezioni, magari quelle dei sindaci, possono cambiare effettivamente qualcosa.

Lo dobbiamo prendere come un bonario rito arcaico, a cui lo stipendiato sistemico si attacca per dare una parvenza di legittimità alla sua esistenza e a quella della supposta istituzione che serve: partito, ministero, giornale etc.

 

Lo dobbiamo prendere come un bonario rito arcaico, a cui lo stipendiato sistemico si attacca per dare una parvenza di legittimità alla sua esistenza e a quella della supposta istituzione che serve: partito, ministero, giornale etc. Vi si agganciano come gli ubriachi ai lampioni. O forse la metafora più ficcante è quella del film di Romero, con gli zombi che tornano nei centri commerciali per una coazione a ripetere che vince perfino sulla demenza.

 

Nessuno, davvero nessuno, che ha voluto soffermarsi sul serio sul dato più eclatante: l’affluenza al 54,69%. E non ci vengano a raccontare che era un bel weekend in cui andare al mare – non lo era. O che alla gente non importasse votare per il sindaco, governatore, etc. In realtà, nei luoghi che contano hanno votato ancora in meno Milano, 47,69%; Torino, 48,06%; Roma, 48,83%; Napoli; 47,18%. Meno di un cittadino su due ha votato.

 

Non che ai sistemici sia dispiaciuto: i numeri non hanno rovinato il loro campionatino di biglie. Anzi, se qualcuno deve parlare dell’astensione, ecco pronto la vera spiegazione – la gente non è andata a votare perché è felice di Draghi e del suo governo. La gente è contenta così. La gente in realtà non vuole votare perché è troppo serena. La gente ha votato Draghi senza votare. Insomma, avete capito. Il popolo ha eletto, senza elezioni, uno che in effetti non è mai stato eletto. Non una grinza.

 

E quindi, cosa hanno rappresentato queste elezioni? Niente. Il niente. Letteralmente: il vero significato è stato il non-voto. Perché è quello che nei prossimi mesi sarà decisivo

Si sono convinti, che in un momento come questo, l’elettore non senta il bisogno di essere rappresentato. Chiaro: va tutto benissimo. Quando c’è la salute c’è tutto. E poi c’è anche il danaro e la prosperità, che scorrono a fiumi. Il futuro è roseo: chiunque lo sente. La democrazia rappresentativa è arrivata al capolinea, diceva qualche politologo anni fa. In Parlamento l’attuale primo partito predicava la «democrazia diretta», la Jamahiriya di Gheddafi ma fatta con internet, ma poi non si è vista, e nessuno si è strappato i capelli – specie gli stipendiati a 5 stelle.

 

È certo: la gente non ha votato per una overdose di fiducia nel sistema. No?

 

No. Perché il collasso della credibilità delle Istituzioni è sotto gli occhi di tutti. Ogni settimana ci sono manifestazioni da milioni di persone in tutto il mondo. Come abbiamo notato in queste pagine, la tensione, da Melbourne a Parigi, da Berlino a Milano, sta aumentando. Non è, da nessuna parte, un déjà vu. Le forze dell’ordine talvolta reprimono in modo mostruoso, talaltra paiono simpatizzare con i manifestanti, che ovunque sventolano bandiere nazionali. Mai visto, non sappiamo cosa sia questa cosa, non sappiamo cosa sta succedendo.

 

Come si agglutineranno i milioni di persone rivoltate, che in nessun modo si rivedono nei partiti esistenti, che mai e poi mai voteranno un’altra volta: questo è l’elefante nella stanza di cui nessuno sta parlando

Non lo sa soprattutto il funzionario del nulla che perde il suo tempo con le biglie elettorali di domenica scorsa. Non lo sa perché non lo vede – non glielo mostrano, oppure è lui stesso a non farlo vedere. Perché nei TG non si vedano gli embrioni dei disordini civili, qualche tempo fa sarebbe stato un mistero. Oggi, per noi che abbiamo capito che viviamo immersi dalla menzogna e dalla censura, non lo è più.

 

E quindi, cosa hanno rappresentato queste elezioni? Niente. Il niente. Letteralmente: il vero significato è stato il non-voto. Perché è quello che nei prossimi mesi sarà decisivo. Come si agglutineranno i milioni di persone rivoltate, che in nessun modo si rivedono nei partiti esistenti, che mai e poi mai voteranno un’altra volta: questo è l’elefante nella stanza di cui nessuno sta parlando.

 

Anzi, fanno ancora tutto come se niente fosse. Perfino gli usuali complottini e i tramacci mediatico-giudiziari: ecco il caso dello spin doctor incastrato con l’app dei festini omo-chemsex; ecco l’inchiesta sui fondi neri dei «fascisti» (tono su tono); ecco ora, perfino, l’attacco al collega di studio legale del numero uno (non eletto nemmeno quello) del partito fu-populista ora completamente addomesticato (lo è sempre stato…).

 

Tipo l’orchestra sul Titanic. Suonano lo spartito di sempre, mentre il transatlantico cola a picco in acque gelide e nere.

 

I partiti ora hanno rimosso il popolo: e questo, anche solo a vedere i dati di affluenza, è evidente. I giornali hanno brindato: queste elezioni hanno eliminato i populisti! In realtà, queste elezioni hanno, concettualmente e numericamente, abrogato il popolo

Non hanno idea di cosa accadrà, ma forse non interessa loro più. O non sono in grado di immaginarlo.

 

Abbiamo avuto una prova plastica di tutta la dinamica qualche sabato fa in Piazza Duomo a Milano. La Meloni – quella che rappresenterebbe «l’opposizione» decide di fare un comizio elettorale proprio il sabato, proprio nel luogo dove passano ogni settimane le masse dei no-green pass. Cordoni di polizia in assetto antisommossa a proteggere la piazza del comizio; la folla dei no-green pass viene su dalla Galleria Vittorio Emanuele e punta verso il palco, ma viene fermata dalle forze dell’ordine.

 

Qualche supporter di Giorgia, sempre più smilzo e stempiato – non ci sono più i sani skinhead ciccioni tatuati di una volta – si avvicina aggressivo ai manifestanti, magari brandendo una bandiera con il logo del partito inventato da La Russa.

 

 

La scena è paradossale: perché i «Fratelli d’Italia» sono nervosi verso i no-green pass? Perché Giorgia Meloni non ha tentato in qualche modo di inglobare la manifestazione, visto che ha scelto proprio quel luogo e quella data? Perché non ritengono osceno far vedere che oggi un comizio di un partito di destra deve venire difeso dai celerini? Perché non c’è vergogna nel mostrare che chi ti contesta non è più lo sgherro del centro sociale, ma il cittadino comune?

Il rimosso tornerà, e chiederà conto delle menzogne e delle finzioni. Ecco perché siamo sconvolti nel vedere che la gente perde tempo dietro le elezioni del niente

 

Il tutto mi ha riportato alla mente Freud e il suo discorso sul «ritorno del rimosso». C’è una realtà che, per quanto la vuoi ricacciare via, tornerà spaventosamente verso di te, disturbandoti, svergognandoti, facendoti soffrire. Una realtà imponente, magmatica, vitale, imprevista che ciclicamente sbuca fuori contro la finzione ordinata con le transenne, le bandierine, le gerarchie, i microfoni.

 

I partiti ora hanno rimosso il popolo: e questo, anche solo a vedere i dati di affluenza, è evidente. I giornali hanno brindato: queste elezioni hanno eliminato i populisti! In realtà, queste elezioni hanno, concettualmente e numericamente, abrogato il popolo.

 

Per questo a vincere è stato, come lo è da dieci anni (senza mai, però, una vittoria vera), e come lo sarà sempre in questo assetto dello Stato, il PD. Perché il PD è il partito-sistema (il partito-Stato, direbbe Formicapar excellence. Per il PD non solo non conta più il popolo (di cui magari, con operazioni come quella delle sardine, si può offrire un ologramma a buon mercato) ma non conta più nemmeno la stessa dirigenza del partito: prendete i segretari, uno dopo l’altro, a offrire scene imbarazzanti. Bersani con le sue metafore che viene sbertucciato in streaming, Renzi che frantuma sadicamente il partito, Zingaretti che fa aperitivi e pizze collettanee gusto COVID… e ora Letta, sempre più magro e tetro, ossessivo fino all’autismo politico, lontano dal moderatismo per cui lo si conosceva, incapace, anche lui, di essere davvero stimato dai suoi stessi tesserati.

 

Il PD, confusionario e minoritario, schizofrenico (ve lo ricordate LeU?) e ridicolo, comanda perché più di ogni altro è avanzato nella sua trasformazione in innesto partitico dell’establishment superficiale e profondo, nella sua mutazione macchinale in partito-Stato dove il popolo e più in generale l’umanità  possono tranquillamente sparire.

 

Questo è tuttavia proprio il rischio più grande: perché una rivolta contro i partiti fusi con lo Stato sfocia necessariamente in una rivolta contro lo Stato. Così, in ballo non ci sono più solo i numerini elettorali, le palline colorate dei Salvini e dei D’Alema: c’è l’intera architettura del sistema

Questo è tuttavia proprio il rischio più grande: perché una rivolta contro i partiti fusi con lo Stato sfocia necessariamente in una rivolta contro lo Stato. Così, in ballo non ci sono più solo i numerini elettorali, le palline colorate dei Salvini e dei D’Alema: c’è l’intera architettura del sistema. Il quale, si badi bene, è stata messa in discussione dapprima dal sistema stesso, che ha sospeso i diritti fondamentali, e rivelato pragmaticamente qualcosa di indicibile: la carta costituzionale su cui posa la sua legittimità, i suoi valori, le sue leggi, non valgono nulla di fronte all’arbitrio dell’autocrazia pandemica romana.

 

Il rimosso tornerà, e chiederà conto delle menzogne e delle finzioni. Ecco perché siamo sconvolti nel vedere che la gente perde tempo dietro le elezioni del niente.

 

Ciò che abbiamo davanti è la più grande incognita politica del secolo, qualcosa che potrebbe davvero avviare un’altra Repubblica, ma sta volta non solo per definizione giornalistica, ma sul serio. Potete far finta di niente, tanto arriverà alle transenne e cercherà di entrare, interrompendo il vostro discorsetto politico.

 

Masse di disoccupati. Masse di discriminati biologici. Masse di nuovi poveri, incattiviti per soprammercato dall’apartheid biotica. Periferie abitate da bande afro-islamiche d’importazione. Carenza di beni di consumo. Conflitti internazionali. Terrore epidemico sempre presente. Totale crollo della morale civile e religiosa. Gli ingredienti nel pentolone del collasso ci sono tutti.

 

Energie immani si stanno per liberare. E ciò sarà il contrario del nulla i cui percentili elettorali questi sfigati stanno ancora perdendo tempo a contare

 

 

Roberto Dal Bosco

Necrocultura

Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore

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È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.

 

Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.

 

Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.

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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.

 

Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…

 

Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.

 

Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.

 

Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».

 

«In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.

 

Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».

 

Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».

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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».

 

Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.

 

Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.

 

Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.

 

Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.

 

Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.

 

Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.

 

Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni; modificata

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Famiglia

Mons. Viganò sta con la famiglia nel bosco. Ma perché lo Stato si sta accanendo in questo modo?

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X in merito al tema della famiglia Trevallion, con i figli separati dai genitori da assistenti sociali e magistratura.   «Nell’esprimere il mio pieno sostegno alla Famiglia del Bosco, ricordo le immortali parole di Pio XI, che dovrebbero suonare di condanna per tutti coloro che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei più elementari principi della civiltà e dell’umanità» scrive Viganò, che prosegue citando l’enciclica Divini illius Magistri pubblicata da Pio XI il 31 dicembre 1929.   «La famiglia (…) detiene direttamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole, diritto inalienabile perché inseparabilmente congiunto all’obbligo stretto, diritto anteriore a qualunque diritto della società civile e dello Stato, e perciò inviolabile da parte di qualunque potere terreno».  

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  La lettera enciclica di Pio XI «sull’educazione cristiana e la gioventù» scriveva che «tre sono le società necessarie, distinte e pur armonicamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l’uomo; due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale. Dapprima la famiglia, istituita immediatamente da Dio al fine Suo proprio, che è la procreazione ed educazione della prole, la quale perciò ha priorità di natura, e quindi una priorità di diritti, rispetto alla società civile» scriveva papa Ratti.   «Con la missione educativa della Chiesa concorda mirabilmente la missione educativa della famiglia, poiché entrambe procedono da Dio, in modo assai somigliante. Infatti alla famiglia, nell’ordine naturale, Iddio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine».   «La storia è testimone come, segnatamente nei tempi moderni, sì sia data e si dia da parte dello Stato violazione dei diritti conferiti dal Creatore alla famiglia, laddove essa dimostra splendidamente come la Chiesa li ha sempre tutelati e difesi» prosegue l’enciclica.   Il caso della famiglia Trevallion sta sconvolgendo l’Italia, che pare spaccarsi su nette linee politiche: da una parte la sinistra che assicura la preminenza dello Stato e dall’altra parte la destra che invece pare avere adottato il caso dei Trevallioni, con il primo ministro Giorgia Meloni che si è detta «senza parole» per le ultime notizie che giungono dalla triste vicenda.   Le dichiarazioni della Meloni costituiscono, amaramente, una proclamazione di impotenza: laddove ci sono la magistratura e la filiera di affidi e compagnia, nemmeno il presidente del Consiglio del Ministri della Repubblica Italiana può nulla. Già questo dovrebbe fornire all’osservatore le proporzioni del problema attuale dello Stato italiano.   In molti accusano le autorità di accanimento nei confronti della famiglia nel bosco, ignorando invece i problemi e i reati che con evidenza vi possono essere nelle situazioni famigliari di tanti campi nomadi. Per farsene un’idea, il lettore può guardare un vecchio film di Emir Kusturica, Tempo di gitani (1988), con la storia ambientata tra la Jugoslavia e un campo nomadi fuori Milano. Il film vinse il premio per la miglio regia al Festival di Cannes, ma non ha per qualche ragione avuto troppi passaggi sulla TV italiana.   C’è da ricordare che i Trevallion, nome che pare uscito dalla lingua elfica del glossoteta J.R.R. Tolkien, non sono l’unica famiglia nel bosco in Italia. Esistono da decadi sugli appennini comunità di sedicenti «elfi», appunto. Lo chiamano «Popolo degli Elfi», è sorto negli anni Ottanta nell’Appennino Pistoiese, tra Treppio e Sambuca. Composta da oltre 150 persone, la comunità degli elfi appenninici vive in case coloniche abbandonate, puntando su uno stile di vita autarchico, sostenibile, in profonda connessione con la natura e privo di comodità moderne.

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Sarebbe d’uopo notare che negli anni la comunità degli elfi, che pare non distante nemmeno visivamente dalla storia dei Trevallioni, abbia avuto gli immani problemi con lo Stato che sta affrontando invece la famiglia nel bosco. I tempi sono cambiati: con l’avanzamento dello Stato-partito piddino, una tacita primazia dello Stato sulla famiglia, in teoria contraria alla Costituzione, si è installata sempre più in profondità, mentre le strutture pubbliche per gli affidi (cooperative, uffici pubblici, etc.) aumentavano dai primi anni 2000, divenendo quella forza invincibile che abbiamo visto anche nei noti casi visti in Emilia.   I Trevallion sono essenzialmente vittime dello zeitgeist antifamiglia che si è caricato silenziosamente come programma politico dello Stato Italiano. Delle origini di tale fenomeno, che passa per il PCI e per i suoi psichiatri, Renovatio 21 aveva scritto anni fa.   «Se non si distrugge la famiglia, dicono gli psichiatri di sinistra, avremo una società di psicotici, oppure, ancora, peggio di “cittadini conformisti” e “mediocri”» scrivevamo nella nostra analisi, che toccava anche l’intoccabile idolo della psichiatria italiana Franco Basaglia. «Basaglia era il fronte italiano di una «scuola» internazionale di medici dell’epoca che prese il nome di “antipsichiatria” per la quale la famiglia era una istituzione di violenza, vera responsabile delle malattie mentali»   Un ulteriore papavero dell’antipsichiatria italiana, Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria, dove alle pagine 84-85 scrive: «la famiglia nucleare è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere; e anche nuovi individui condizionati in modo tale da ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo».   Distruggendo la famiglia, si apre l’abisso della perversione, che vediamo oggi istituzionalizzata con sempre maggio prepotenza. «Con il 1968 e l’avvento della cosiddetta «liberazione sessuale», cioè quando la promiscuità e la devianza divennero parte integranti delle lotte della sinistra».   «Gratta la superficie di una cultura che rifiuta Dio e la morale, il sacrificio e il Logos, e ci trovi una storia oscura, una volontà di ribaltare completamente l’ordine del creato, e ci trovi, sempre, alla fine, un abisso mostruoso, furioso, dove la morale può capovolgersi» scrivevamo nel lontano 2019.

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Stato

I cittadini dell’UE credono che la democrazia sia morta e sono pessimisti su tutto

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Secondo un nuovo sondaggio, la stragrande maggioranza dei cittadini dell’UE ritiene che i loro anni migliori siano ormai alle spalle e che la vita in Europa diventerà sempre più difficile in futuro. Oltre due terzi vorrebbero che i loro leader adottassero politiche più aggressivamente nazionaliste.

 

Secondo un sondaggio condotto in 23 paesi dell’UE dall’agenzia di comunicazione FGS Global e pubblicato martedì da Politico, circa il 63% degli intervistati concorda sul fatto che «i nostri anni migliori sono ormai alle spalle», mentre il 77% ritiene che la vita nel proprio Paese «sarà più dura per la prossima generazione».

 

Nel complesso, il 65% degli intervistati ha affermato che il proprio Paese sta «andando nella direzione sbagliata», con un’opinione più diffusa nell’Europa centrale e occidentale. La Francia è il Paese più pessimista tra i rispondenti, con il 79% di concordi con questa affermazione, seguito dal Belgio con il 74% e dall’Ungheria con il 73%.

 

Solo i cittadini di Polonia, Lituania e Danimarca credono che le cose stiano andando bene, con i lituani più ottimisti. Il 38% ritiene che il Paese stia «andando nella direzione sbagliata».

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Il sondaggio non ha misurato la soddisfazione per la leadership dell’UE a Bruxelles. Tuttavia, il 76% degli intervistati ha affermato che la democrazia è in declino in tutta Europa. Alla domanda su due affermazioni, più della metà ha risposto che il sistema politico del proprio Paese «sta deludendo le aspettative dei cittadini e necessita di riforme radicali», piuttosto che «funziona abbastanza bene e non necessita di riforme significative».

 

La maggior parte degli intervistati vorrebbe che i propri leader perseguissero un percorso più nazionalista, con il 71% che afferma che i propri paesi «dovrebbero essere più assertivi nei confronti dei [propri] interessi nazionali, anche se ciò crea attriti con altri Paesi».

 

A Est, le prospettive sono più positive. Secondo l’istituto di sondaggi indipendente russo Levada , il 53% dei russi guarda al futuro «con calma e fiducia»». Questa percentuale sale al 68% tra i 18-24enni. La ricerca di Levada è da tempo considerata accurata e affidabile a livello internazionale.

 

Un sondaggio IPSOS del 2024 ha rilevato che l’86% degli intervistati cinesi si sente ottimista riguardo al futuro del proprio Paese.

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