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Politica

La crisi di governo e il ritorno del rimosso, tra i ristoratori italiani e il Campidoglio di Washington

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Vorremmo rinunciare a scrivere della crisi di governo. Perché abbiamo visto la conferenza stampa di Renzi ieri sera, e ci è bastato. Si dicessimo che ci ha provocato dei conati di vomito staremmo usando un’iperbole, se diciamo invece che il disgusto era tale da spegnere il televisore vi stiamo dicendo il vero.

 

Vorremmo risparmiarvi la descrizione di ciò che succede, bastano i giornali. Accenniamo appena al fatto che non succederà nulla, cioè mai e poi mai si andrà ad elezioni, dove secondo gli ultimi sondaggi il centrodestra vincerebbe con oltre il 60% dei suffragi (e con la Meloni a due punti da Zingaretti). Non si voterà mai, specie ora. Al massimo può succedere che si farà un altro governo con i voti recuperati da Mastella, Binetti, o magari pure dalle Carfagne, dai Lupi, etc. Rimetteranno lì Conte, o magari Draghi, o Cottarelli (ci manca il suo sorrisone pelato), o la ciellina Cartabia (che però vorrebbe fare il Presidente della Repubblica). Avremo l’ennesimo Presidente del Consiglio non espresso da alcun voto, piazzatoci in testa dall’alto, e guai a chi si chiede da chi. Sbadiglio.

 

Quindi stiamo vedendo solo una egoica, arruffata manovra di palazzo. Una negoziazione, tanto legittima quanto fatta sulla pelle della Nazione, chiaro.

Quindi stiamo vedendo solo una egoica, arruffata manovra di palazzo. Una negoziazione, tanto legittima quanto fatta sulla pelle della Nazione, chiaro.

 

Ci sono quelli che dicono «ma in fondo Renzi ha detto cose giuste». Può darsi – anche l’orologio rotto due volte al giorno… – tuttavia costoro fingono di non ricordare che delle «cose», e per di più «delle cose giuste» ai politici non interessa più nulla. I contenuti vanno e vengono, che valore possono avere? Puoi dire che lasci la politica se perdi e poi essere ancora qua. Puoi dire che vuoi disintegrare il senato e poi farti eleggere senatore dal tuo feudo. Puoi dire che non andrai mai al governo con gli ignoranti ma poi lo fai.  Si sono esempi di poco conto, ma servono a capire che, come diceva il grande massmediologo cattolico Marshall McLuhan, «Il medium è il messaggio».

 

Per il governo penta-piddista, con tutta la sua costellazione di partiti moscerini biodegradabili, possiamo dire che «la poltrona è il messaggio». E sono poltrone ben precise. C’è il Presidente della Repubblica da eleggere, fra non molto. Ci sarà la nuova NATO con Biden alla Casa Bianca. C’è il fatto  che per molti deputati l’alternativa potrebbe essere il nulla da cui provengono: decine e decine di parlamentari 5S prima dell’elezione dichiaravano all’Agenzia delle entrate 0 (z-e-r-o) euro.

Ci sono quelli che dicono «ma in fondo Renzi ha detto cose giuste». I contenuti vanno e vengono, che valore possono avere? Parafrasando McLuhan : «la poltrona è il messaggio»

 

La polemica sulla cadrega, lo sappiamo, è frusta, abusa, noiosa. Secondo sbadiglio. Tuttavia non è il pensiero più grave fra quelli emersi ieri.

 

Preoccupa molto di più lo scollamento totale dalla realtà che la democrazia rappresentativa pare avere accumulato anche qui. I rappresentanti, invece che pensare ai ristori, alle casse integrazioni, alle file interminabili di italiani alla Caritas, stanno pensando ad altro. Come i teologi bizantini, che, mentre i turchi di Maometto II stavano per entrare in Costantinopoli e distruggerne per sempre l’impero, discutevano del sesso degli angeli.

 

Il messaggio dell’Epifania di Washington: la democrazia rappresentativa è entrata nella sua crisi più terminale. I rappresentanti nelle aule del Campidoglio sono stati letteralmente evacuati dai rappresentati, che non considerano più legittimo il loro operato

Perché, di fatto, questo è il messaggio dell’Epifania di Washington: la democrazia rappresentativa è entrata nella sua crisi più terminale. I rappresentanti nelle aule del Campidoglio sono stati letteralmente evacuati dai rappresentati, che non considerano più legittimo il loro operato. Il divorzio della politica parlamentare dalla realtà doveva sembrare particolarmente odioso quel giorno nella capitale americana: centinaia di migliaia (forse un milione) di persone sul prato davanti al Campidoglio a urlare le loro ragioni, che dentro al Palazzo nessuno (né a sinistra né a destra) voleva davvero ascoltare. I senatori e uomini del Congresso stavano agendo come se il popolo non ci fosse – o meglio, come se la realtà non esistesse.

 

Il problema è che la realtà esiste, e quel che è peggio, la realtà ti aggredisce. Non puoi tenere la realtà nascosta a lungo, non la puoi spazzare sotto il tappeto, non puoi tenerla fuori, anche se hai fieramente costruito un palazzo senza finestre.

 

Fossimo freudiani ricorderemmo che l’inconscio può arrivare e scombinare l’io cosciente e le sue leggi, in realtà l’inconscio è ciò che gli soggiace sempre, e che gli dà vita. In un saggio famoso saggio di analisi letteraria Freud scriveva della sensazione sconvolgente – lui diceva unheimlich, tradotto in italiano con «perturbante» – che insorge quando è rivelato ciò che si pensava nascosto, e del risveglio dei complessi infantili che questo comporta. Freud lo chiamava «ritorno del rimosso».

La realtà esiste, e quel che è peggio, la realtà ti aggredisce. Non puoi tenere la realtà nascosta a lungo, non la puoi spazzare sotto il tappeto, non puoi tenerla fuori, anche se hai fieramente costruito un palazzo senza finestre

 

Praticamente, tutti i film horror si basano su questo principio. Questo ci fa comprendere che il potere in Occidente sta vivendo il suo film horror, ma, drammaticamente, non lo sospetta nemmeno. Il mostro si è svegliato, e arriva per punire le vittime (i primi a morire, nei film, sono sempre quelli un po’ impuri), che fino all’ultimo non sospettano nulla, anzi si prendono gioco della situazione.

 

Il popolo è stato rimosso. Dalla sua sovranità economica, famigliare, elettorale e finanche – conferma stupenda del 2020 – dalla sua sovranità biologica. Il  ritorno del rimosso, quindi, non può che assumere la forma di una rivolta contro il Palazzo: il mostro della democrazia che divora se stessa, o meglio, divora la variante rappresentativa del virus, mentre, in USA, inneggia al Presidente in carica in cui proietta tutta la propria carica politica.

 

Il ritorno del rimosso, che nei racconti e nei film è un mostro, a Washington ha assunto questo aspetto mostruoso, con la realtà che ti bussa alle porte vestita da sciamano cornuto e da massa travolgente.

Il potere in Occidente sta vivendo il suo film horror, ma, drammaticamente, non lo sospetta nemmeno. Il mostro si è svegliato, e arriva per punire le vittime, che fino all’ultimo non sospettano nulla, anzi si prendono gioco della situazione.

 

La questione da valutare è come il rimosso si presenterà in Italia. Ci sono stati disordini alle avvisaglie nei nuovi lockdown estivi, vero. Tuttavia l’evento che ci pare più significativo è quello di domani, quando decine di migliaia di  ristoratori apriranno i locali nonostanti i decreti. Alcuni dicono di avere già molte prenotazioni: non solo i ristoratori, quindi, si stanno ribellando, ma anche una fetta più numerosa della popolazione civile che rivendica la normalità – cosa che, ci rendiamo conto, in quest’era perversa suona come mostruosa.

 

Non ci è chiaro cosa accadrà: lo Stato arriverà e multerà tutti? Li farà chiudere in seduta stante? Manderanno decine di agenti in ogni ristorante? La repressione in un momento di tensione, chi ha anche solo bricioli di saggezza lo riconosce, è sempre un affare rischioso.

 

Tuttavia va ricordato che per lo Stato sarebbe ancora più pericoloso se succedesse l’opposto: non accade nulla, e i ristoranti restano aperti anche sabato, domenica, lunedì, come è normale che sia. Da lì la macchia si potrebbe diffondere indefinitamente: palestre, piscina, cinema, sport ogni categoria a cui il governo ha bombardato un anno della propria esistenza, potrebbe iniziare questa piccola (e ben poco mostruosa) disobbedienza civile.

Non solo i ristoratori, quindi, si stanno ribellando, ma anche una fetta più numerosa della popolazione civile che rivendica la normalità – cosa che, ci rendiamo conto, in quest’era perversa suona come mostruosa

 

Per il potere costituito il risultato potrebbe essere traumatico: potrebbe addirittura spezzare l’incantesimo malvagio per cui la colpa dell’epidemia è solo della gente, incantesimo riuscitissimo che al momento ci tiene in scacco tutti.

 

Forse governo e maggioranza (e parassiti vari) non se ne rendono conto: se il sortilegio si rompe è finita. Forse non hanno la lucidità, la competenza, l’intelligenza per capirlo. E se improvvisamente la gente, nonostante i TG e i social censurati, cominciasse a chiedere: ma dove erano i DPI, dove erano le terapie intensive, dove era il piano pandemico,  perché non si è accusata la Cina, perché non si è bloccato subito Schengen, perché hanno chiuso tutti se muoiono in larghissima parte gli anziani con comorbilità… etc. etc.

 

Forse, semplicemente, i geni della politica non ci arrivano: e questo è il dato sconvolgente di questa crisi di governo, il fatto che fanno altro, vivono e intrallazzano come non ci fosse una realtà pronta a manifestarsi in tutta la sua incontenibile possanza.

Si potrebbe addirittura spezzare l’incantesimo malvagio per cui la colpa dell’epidemia è solo della gente, incantesimo riuscitissimo che al momento ci tiene in scacco tutti

 

Il mondo ribolle ad una temperatura che nessuno hai mai visto prima, ma parlamentari e ministri sono occupati  a litigare sullo «stile di governo» e sulla mancata condanna dei fatti di Washington e del loro mandante (sì, nel pippone di ieri c’era anche questa perla).

 

La vera crisi di governo è questa: la crisi di una classe politica che vive al di fuori del reale e crede di vivere nell’eterna impunità.

 

Potete anche continuare, per quanto ci riguarda, Ma il rimosso torna, e lo fa sotto forma di mostro divoratore. Che domani potrebbe farsi un antipasto nei ristoranti italiani.

Il rimosso torna, e lo fa sotto forma di mostro divoratore. Che domani potrebbe farsi un antipasto nei ristoranti italiani

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Trump sostiene che non ci sono limiti al suo potere

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Il presidente statunitense Donald Trump ha negato che la guerra contro l’Iran abbia messo in luce i limiti della sua capacità di proiettare il proprio potere. Lo ha dichiarato alla testata statunitense Axios. «Non ci sono limiti» ha detto Trump.

 

Martedì, Washington e Teheran hanno firmato un memorandum d’intesa, estendendo il cessate il fuoco di 60 giorni e ponendo le basi per ulteriori colloqui. L’Iran ha affermato che il presidente statunitense ha firmato l’accordo «per disperazione», accusa che Trump ha categoricamente respinto.

 

In un’intervista al programma The Axios Show, al presidente è stato chiesto se il conflitto gli avesse mostrato i limiti della sua influenza politica e militare.

 

«Non ci sono limiti… Non ho ancora imparato questa lezione. So che ci sono, ma sapete, non ci sono limiti», ha detto. «Li abbiamo sconfitti militarmente in modo totale». Trump ha sostenuto che il blocco statunitense dei porti iraniani si è rivelato un fattore chiave nel conflitto e ha dimostrato la forza dell’esercito americano.

 

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran «è molto probabilmente una resa incondizionata», ha sostenuto, aggiungendo che sarebbe in grado di mantenere il fragile cessate il fuoco e di fare pressione su Israele affinché si astenga dall’attaccare il Libano.

 

«Hanno molto rispetto per me. E fanno quello che dico io», ha affermato il due volte presidente degli Stati Uniti d’America.

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Nonostante il cessate il fuoco mediato da Stati Uniti e Iran che riguarda tutti i fronti regionali, Libano compreso, il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu si è rifiutato di ritirare le forze israeliane dal Paese. Teheran ha reagito rinviando i successivi colloqui di pace che avrebbero dovuto iniziare in Svizzera venerdì.

 

Nel corso della giornata, Reuters ha riferito che Hezbollah e Israele avevano raggiunto un accordo per un cessate il fuoco, grazie alla mediazione di Stati Uniti e Qatar. Tuttavia, nessuna delle due parti ha confermato ufficialmente la notizia e, secondo fonti di intelligence aperte, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno continuato gli attacchi in Libano anche dopo l’annuncio della tregua.

 

Poco dopo l’inizio del presunto accordo, Netanyahu ha elogiato gli attacchi israeliani. «Come avevo ordinato, le Forze di Difesa Israeliane hanno colpito duramente 150 obiettivi di Hezbollah in Libano», ha scritto sul suo account X in lingua ebraica.

 

Teheran ha sottolineato che, sebbene l’incontro tra Stati Uniti e Iran in Svizzera sia stato rinviato, non è «urgente». I colloqui proseguiranno nei prossimi giorni, ha dichiarato venerdì in una conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei.

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Politica

Si dimette Keir Starmer, il premier britannico «pabloista». Lo attende lo scandalo delle bande pedofile pakistane?

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Il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato che si dimetterà dal suo ruolo e abbandonerà la guida del Partito Laburista.   Durante un discorso pronunciato lunedì di fronte al numero 10 di Downing Street, Starmer ha sostenuto di aver già comunicato la sua scelta a Re Carlo III e ha invitato il Partito Laburista a fissare un calendario per l’elezione di un nuovo leader entro settembre, precisando che resterà in carica fino a quel momento.   Starmer è diventato primo ministro nel 2024 dopo il successo del Partito Laburista nelle elezioni generali di quell’anno. Aveva più volte garantito di voler mantenere l’incarico, ma ha ricevuto forti pressioni affinché si ritirasse a causa del crescente malcontento e del calo di popolarità del suo partito.

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Le sue dimissioni lo collocano come il sesto primo ministro britannico a lasciare l’incarico negli ultimi dieci anni.   Nonostante avesse assunto l’incarico con una solida maggioranza e l’impegno di riportare competenza dopo anni di instabilità conservatrice, il governo Starmer è stato rapidamente associato ad aumenti delle tasse, tagli al welfare, censura, scandali politici e un’agenda di politica estera sempre più contestata.   Lo Starmer ha dovuto gestire critiche sempre più aspre per quello che i detrattori hanno definito un «sistema di polizia a due livelli» e una censura radicale, dopo che le autorità hanno represso le proteste anti-immigrazione, la libertà di espressione online e l’attivismo filo-palestinese, favorendo al contempo un controllo più esteso su Internet.   Il premier laburista ha inoltre posto il sostegno a Kiev al centro del suo mandato, allineandosi con Francia e Germania in una linea verso l’Ucraina sempre più orientata alla militarizzazione, fondata su forniture di armi, garanzie di sicurezza e pressioni sulla Russia, piuttosto che su vie diplomatiche.   In ambito nazionale, la sua posizione sull’Ucraina ha conflittato con le sfide della difesa britannica. Il suo esecutivo ha faticato a reperire fondi per le forze armate e ha registrato insuccessi negli appalti, oltre a crescenti dubbi sulla prontezza operativa militare.

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Lo Starmer ha inoltre ricevuto dure critiche dopo aver nominato ambasciatore negli Stati Uniti Lord Peter Mandelson, una figura politicamente influente, frequentatore del defunto finanziere e pedofilo Jeffrey Epstein. Lo scandalo ha alimentato le accuse secondo cui il suo governo rappresenta un’élite distaccata, senza riuscire a produrre risultati tangibili per gli elettori comuni.   Dimessosi dal Partito Laburista, il Mandelson, omosessuale, è stato in seguito arrestato. Altre figure del governo Starmer, come il direttore delle comunicazioni e il capo di gabinetto, si sono dimesse negli scorsi mesi per i rapporti con l’Epstein.   Ad inizio del suo mandato, il giornalista conservatore Peter Hitchens (fratello del celebre e scomparso Christopher Hitchens) ha avanzato peculiari accuse nei confronti di Keir Starmer, sostenendo che il leader laburista non sia affatto il politico moderato e pragmatico che appare, bensì una figura mossa da radici ideologiche dogmatiche radicate in un movimento trotskysta chiamato pabloismo.   Il pabloismo è una corrente scissionista del trotskismo nata negli anni Cinquanta sotto la guida di Michel Pablo, pseudonimo usato dal leader comunista greco Michalis N. Raptis. A differenza dei trotskisti ortodossi, il pabloismo ha teorizzato l’entrismo sui generis.   Poiché i piccoli partiti rivoluzionari erano troppo deboli per competere durante la Guerra Fredda, Pablo propose di infiltrarsi a lungo termine nei grandi partiti riformisti (come il Partito Laburista britannico) e nelle istituzioni democratiche, per condizionarne la linea politica dall’interno anziché cercare una rivoluzione violenta di piazza.   L’accusa di Hitchens si fonda su dati storici precisi: tra il 1986 e il 1989, Starmer è stato membro del comitato di redazione della rivista di sinistra radicale Socialist Alternatives. Questa pubblicazione era l’organo ufficiale della sezione britannica della Tendenza Marxista Rivoluzionaria Internazionale, un movimento di stampo dichiaratamente pabloista.   Il pabloismo di Socialist Alternatives fu tra i primi a spostare l’asse dal conflitto di classe tradizionale (operaio) verso le politiche di genere, i diritti civili e l’ambientalismo: gay, trans, immigrati e supposta crisi climatica quindi vengono prima del popolo inglese, che sotto il governo Starmer viene arrestato anche solo per aver messo un like ad un tweet critico dell’immigrazione.   Lo Hitchens afferma che Starmer non ha affatto abbandonato il marxismo, ma ne ha sposato la versione pabloista moderna, mirata a occupare i gangli della magistratura, della scuola e dello Stato per attuare una rivoluzione culturale ed egemonica dall’alto. Secondo questa chiave di lettura, le tecniche pabloiste di infiltrazione silenziosa all’interno del Partito Laburista spiegherebbero come la sinistra radicale abbia progressivamente conquistato le istituzioni britanniche dall’interno.

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Uno scandalo più grande, tuttavia, potrebbe attendere al varco lo Starmerro: quello, che sembra sul punto di esplodere definitivamente, delle grooming gang, le bande di pedofili pakistani che avrebbero violentato, seviziato, torturato un quarto di milione di bambine britanniche nel giro di trent’anni, e nell’impunità più totale.   Starmer è stato Director of Public Prosecutions (DPP), cioè il capo della Crown Prosecution Service (CPS), dal novembre 2008 al 2013. In quel periodo le autorità britanniche (polizia, servizi sociali e procura) stavano affrontando (o meglio, non affrontando adeguatamente) lo scandalo delle reti di predazione sessuale di gruppo che coinvolgevano principalmente ragazze bianche minorenni e vulnerabili (spesso provenienti da famiglie problematiche) da parte di gang, prevalentemente di origine pakistana, a Rotherham, Rochdale, Oxford, Telford e altre città.   Gli ultimi rapporti emersi mostrano una realtà di orrore inimmaginabile: bambine piccole messe in gabbia e fatte stuprare da cani, torture, malattie veneree, documenti medici scioccanti.   Durante il mandato di Starmer come capo della procura, il sistema giudiziario ha subito pesanti critiche per fallimenti sistemici:In molti casi la CPS ha deciso di non procedere con le accuse, giudicando le vittime «inaffidabili» (perché spesso già note ai servizi sociali, con problemi di droga o fughe da casa). Un esempio famoso è il caso di Rochdale del 2008-2009, dove la CPS ha archiviato le indagini proprio per questo motivo.   È cosa certa che vi stata una diffusa riluttanza a riconoscere il carattere etnico e culturale del fenomeno (paura di essere accusati di razzismo o islamofobia), che ha ritardato od impedito nelle indagini. Le inchieste successive hanno documentato migliaia di vittime trascurate per anni, con fallimenti condivisi tra polizia, consigli locali e CPS.   Starmer aveva ammesso pubblicamente che durante il suo periodo la CPS ha mostrato una «lack of understanding» (mancanza di comprensione) verso le vittime delle ghenghe pedofile immigrate e ha fallito nel proteggere le bambine.   La questione è tornata prepotentemente negli ultimi anni, soprattutto dopo interventi di Elon Musk e critiche da parte dei conservatori. Starmer ha difeso il suo record dicendo di aver «affrontato la questione di petto» e di aver aumentato le condanne per abusi sessuali su minori.   Molti sostengono che le ammissioni dello Starmer e il suo approccio alla pedo-catastrofe migratoria sia cambiato (e neanche tanto) solo dopo le prime esplosioni dello scandalo sui media.   Vedremo se, anche fuori dal 10 di Downing Street, le conseguenze di questo devastante fallimento della società britannica raggiungeranno il Keir.  

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Politica

Bolsonaro jr. condannato a quattro anni di carcere

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Una commissione composta da quattro giudici della Corte Suprema brasiliana ha pronunciato oggi una decisione unanime, ritenendo colpevole l’ex deputato brasiliano Eduardo Bolsonaro per aver esercitato pressioni su autorità straniere – ovvero il governo degli Stati Uniti – al fine di ottenere sanzioni contro le istituzioni brasiliane, in particolare la magistratura e alcuni esponenti della Procura Generale.

 

Le prove esaminate dalla commissione comprendevano video, post sui social media e interviste nelle quali Eduardo si vantava di essere stato negli Stati Uniti per sollecitare sanzioni contro il sistema giudiziario brasiliano, con l’obiettivo di ottenere la liberazione del padre, l’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per aver complottato un colpo di stato militare nel 2022 dopo la sconfitta elettorale contro Luiz Inacio Lula da Silva, per aver incitato alla rivolta e per aver tentato di rovesciare con la violenza la democrazia.

 

Eduardo è stato condannato in contumacia a quattro anni e due mesi di reclusione, dato che risiede negli Stati Uniti dal febbraio 2025 proprio per cercare il sostegno dell’amministrazione Trump alla liberazione del padre. Il giovane Bolsonaro ha chiesto all’amministrazione Trump di imporre sanzioni a tutti i giudici coinvolti nelle sentenze contro suo padre e dazi doganali sulle merci brasiliane. È stato inoltre accusato di «minacciare autorità e funzionari giudiziari» dopo aver avvertito di possibili sanzioni statunitensi contro il Brasile «se il procedimento non si fosse concluso» in modo favorevole a suo padre.

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Nell’agosto del 2025, il presidente Trump ha imposto dazi del 50% sulle importazioni brasiliane per protestare contro quella che ha definito la «caccia alle streghe» contro il padre, suo alleato politico. I giudici della Corte Suprema sono ben consapevoli della minaccia strategica che caratterizza l’intera vicenda Bolsonaro. Come ha sostenuto il giudice Cármen Lúcia, minacce come quelle proferite da Eduardo rappresentano un attacco alle istituzioni democratiche stesse.

 

«Non vediamo più questo tipo di minaccia nella sua forma tradizionale. Oggi le democrazie non si estinguono con i carri armati nelle strade o con palesi dimostrazioni di forza, ma con l’indebolimento istituzionale che spesso avviene per paura».

 

Anche il giudice Flavio Dino ha avvertito che le azioni di Eduardo Bolsonaro rientrano in «un tentativo sistematico di delegittimazione al fine di indebolire la magistratura. Questa pratica si inserisce in una strategia più ampia osservata in diversi Paesi, ma purtroppo riscontrabile in Brasile con particolare intensità. Pochi Paesi si trovano attualmente ad affrontare un’ostilità così persistente nei confronti della propria Corte Suprema».

 

Come riportato da Renovatio 21, un mese fa il giudice della Corte Suprema brasiliana Alexandre De Moraes ha bloccato un provvedimento che avrebbe ridotto drasticamente la pena detentiva dell’ex presidente Jair Bolsonaro, condannato a 27 anni di carcere per aver presumibilmente complottato un colpo di Stato dopo le elezioni del 2022, fatto che l’accusato nega con fermezza. Bolsonaro senior era stato arrestato a novembre a Brasilia, dove era agli arresti domiciliari. In seguito l’ex presidente brasiliano aveva dichiarato di avere un cancro alla pelle.

 

A luglio 2025 il presidente statunitense Donald Trump – che durante il suo primo mandato aveva coltivato stretti legami con Bolsonaro – aveva definito la persecuzione dell’ex alleato da parte del governo Lula una «caccia alle streghe», imponendo dazi del 50% su alcuni prodotti brasiliani. Tuttavia, all’inizio di questo mese Washington ha iniziato a mitigare alcune di quelle tariffe.

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Come riportato da Renovatio 21, il giudice supremo De Moraes è da sempre considerato acerrimo nemico dell’ex presidente Jair Bolsonaro, che lo ha accusato di ingerenze in manifestazioni oceaniche plurime. Ad alcuni sostenitori di Bolsonaro, va ricordato, sono stati congelati i conti bancari, mentre ad altri è stata imposta una vera e propria «rieducazione».

 

La scorsa estate la Corte federale suprema del Brasile aveva ampliato le restrizioni nei confronti dell’ex presidente Jair Bolsonaro, arrivando a vietare ora la diffusione delle sue interviste sulle piattaforme dei social media. Gli USA erano scesi ora in campo direttamente contro De Moraes, revocandogli la settimana scorsa il visto per il Paese, una mossa inaspettata ed inedita da parte della segreteria di Stato USA guidata da Marco Rubio.

Come riportato da Renovatio 21, il De Moraes si era scontrato anche Elone Musk, quando il giudice supremo aveva ordinato il blocco dei conti finanziari di Starlink nel Paese, nel contesto di una faida in corso sulla piattaforma di social media X riguardante la libertà di parola: l’establishment brasiliano chiedeva la censura di determinate voci politiche, cosa che Musk si era rifiutato di fare.

 

Musk aveva reagito in modo duro nei suoi post sui social, tornando a paragonare De Moraes – di cui ha chiesto le dimissioni o la messa in stato di accusa – a Darth Vader e a Lord Voldemort, e pubblicando un’immagine generata artificialmente del giudice supremo in galera.

 

L’imprenditore sudafricano è arrivato a dire che il vero potere in Brasile è nelle mani di De Moraes, definito tiranno travestito da giudice, mentre il presidente Lula è solo il suo cane da salotto. «Alexandre de Moraes è un dittatore malvagio che fa cosplay come giudice» dichiarato il Musk.

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