Gender
Il Burkina Faso vieta l’omosessualità
I legislatori del Burkina Faso hanno approvato una legge sul matrimonio e i valori della famiglia, che di fatto vieta l’omosessualità nello Stato dell’Africa occidentale. I trasgressori ora rischiano pene che includono il carcere e multe.
Il nuovo Codice delle persone e della famiglia (CPF) è stato adottato all’unanimità dall’Assemblea legislativa transitoria lunedì, in una votazione trasmessa dalla televisione di stato RTB.
Il CPF definisce «comportamenti che possono promuovere pratiche omosessuali e pratiche simili» come punibili con una pena detentiva da due a cinque anni e multe che vanno da due milioni di XOF (circa 2.740 euro) a dieci milioni di XOF (circa 13.000 euro).
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Il Ministro della Giustizia, Edasso Rodrigue Bayala, ha descritto gli atti omosessuali come «comportamenti bizzarri» e ha confermato che la legge è entrata in vigore immediatamente. Il provvedimento riflette «il rispetto dei valori culturali e il desiderio di costruire una famiglia burkinabé più giusta e unita».
Il codice stabilisce inoltre l’età minima per il matrimonio a 18 anni per entrambi i sessi e introduce norme che pongono fine alla discriminazione di genere in materia di eredità.
Martedì, Marceau Sivieude, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale, ha elogiato il governo del Burkina Faso per aver garantito la protezione dei bambini dai «matrimoni precoci e forzati» nell’ambito delle nuove leggi. Sivieude, tuttavia, ha criticato lo Stato del Sahel per aver criminalizzato le relazioni omosessuali tra «adulti», affermando che ciò «viola il diritto all’uguaglianza» ed è incoerente con le leggi ratificate dallo Stato del Sahel, esortando il presidente ad interim del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, a rinviare il codice al parlamento per la revisione prima di firmarlo e trasformarlo in legge.
Lo sviluppo aggiunge il Burkina Faso alla crescente lista di governi africani che proibiscono le relazioni omosessuali.
L’Uganda ha attirato la condanna dell’Occidente dopo aver approvato una legge anti-LGBTQ nel maggio 2023, che imponeva la pena di morte per alcuni atti omosessuali e 20 anni di carcere per la promozione dell’omosessualità. Gli Stati Uniti hanno risposto con sanzioni, espellendo l’Uganda da un importante programma di commercio esente da dazi, mentre la Banca Mondiale ha congelato i nuovi prestiti.
Come riportato da Renovatio 21, l’Uganda si è fatta notare di recente per i suoi sforzi politici, condivisi anche da altri Paesi africani, per resistere all’Imperialismo LGBT di Washington e dei Paesi Occidentali (e da varie ONG, tra cui, verrebbe da dire, la chiesa cattolica e anglicana), oramai dichiarato ufficialmente dalla Casa Bianca.
Per coincidenza, un attacco dei terroristi islamisti al Shabaab aveva trucidato 54 soldati ugandesi delle forze di pace dell’Unione Africana (UA) presenti in Somalia, a poche ore dall’approvazione da parte di Kampala della legge anti-LGBT che aveva messo l’Uganda al centro dell’attenzione mondiale. L’Uganda avrebbe subito poco dopo un’altra strage terrorista, stavolta sul suo territorio, ad opera di un’altra sigla islamista.
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Come riportato da Renovatio 21, a luglio dello scorso anno la corte suprema del Ghana ha confermato una legge vecchia di sei decenni che criminalizza il sesso omosessuale, respingendo un ordine che ne contestava la costituzionalità senza fornire immediatamente una spiegazione della sentenza. A febbraio 2024, il Parlamento di Accra ha approvato il disegno di legge sulla promozione dei diritti sessuali appropriati e dei valori familiari, con l’obiettivo di promuovere i valori familiari tradizionali ghanesi. La legge proposta impone sanzioni per la promozione di attività LGBTQ, tra cui la reclusione fino a cinque anni.
Gli alleati occidentali del Ghana hanno ampiamente condannato il disegno di legge e il dipartimento di Stato americano ha dichiarato all’epoca di essere «profondamente turbato» dall’approvazione della legislazione da parte dei parlamentari. Come noto, l’attuale amministrazione USA ha più volte ribadito che la promozione dell’omotransessualismo nel mondo è il «cuore» della politica estera della superpotenza.
Anche Nigeria, Sudan e Mauritania mantengono la pena di morte per le relazioni omosessuali. La Nigeria negli anni 2010 subì il ricatto dell’amministrazione Obama riguardo le leggi LGBT, con gli americani a dire che non avrebbero dato ai militari di Lagos le immagini satellitari per stanare Boko Haram qualora non avessero implementato nel Paese il leggi che avrebbero legalizzato l’omosessualità e la contraccezione.
I vescovi cattolici africani, la cui opposizione al documento papale sulle «benedizioni» alle coppie omofile Fiducia Supplicans è ben noto, da tempo lanciano l’allarme sui tentativi occidentali di indottrinare gli africani a stili di vita omosessuali. «È proprio come i missionari che andavano dappertutto per evangelizzare», ha detto l’arcivescovo Renatus Leonard Nkwande di Mwanza, Tanzania. Solo che ora, ha lamentato, l’Occidente «ci sta mandando missionari del male».
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Immagine di RIA Novosti archive via Wikimedia pubblicata su licenza CC-BY-SA 3.0
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Mons. Viganò: una lobby di pervertiti incistata nel corpo ecclesiale vuole legittimare la sodomia anche nel Clero
La farneticante proposta di James Martin sj non è una boutade provocatoria, ma l’ultimo passo di una lunga serie, volta a legittimare la sodomia non solo tra i laici, ma addirittura tra il Clero.
Essa costituisce una palese e intollerabile contraddizione con la dottrina perenne… https://t.co/8xmHq9jA7P — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) July 24, 2026
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Il sospettato dell’attentato al Gay Pride di Berlino è legato agli islamisti
Sabato sera a Berlino, durante una parata del Gay Pride, un furgone si è scagliato contro la folla, provocando la morte di una persona e il ferimento di altre 16, alcune in modo grave, secondo quanto comunicato dai vigili del fuoco.
L’episodio si è verificato durante il Christopher Street Day, la manifestazione annuale del Gay Pride nella capitale tedesca, in Lennestrasse, nei pressi del parco Tiergarten, nel centro di Berlino.
Il portavoce della polizia, Florian Nath, ha riferito che il sospettato è stato identificato ed è ancora latitante. «Secondo le informazioni finora disponibili, si tratta di un uomo noto alle forze dell’ordine e ritenuto affiliato all’ambiente estremista islamico».
La polizia ha successivamente diffuso una fotografia del sospettato, identificandolo come Abdul K., di 21 anni, che indossava una felpa nera con cappuccio e pantaloni bianchi.
❗️A car plowed into a crowd at an LGBTQ+ Pride parade in Berlin, killing one person and injuring at least 16 others
According to police, one or more suspects fled the vehicle after the attack. Several people were also reportedly stabbed.
Police are searching for 21-year-old… pic.twitter.com/4u1ZCpgZAx
— NEXTA (@nexta_tv) July 26, 2026
The time of car driving through the pride march in Berlin #Berlin #Germany #Pride #Berlín pic.twitter.com/1BZCc25obj
— i (@Miksiddiqui) July 26, 2026
More footage: the terrorist ran over people at a pride parade in Berlin, Germany. His name is probably Muhammed. pic.twitter.com/1GgoLWRd0b
— Shiri_Sabra (@sabra_the) July 25, 2026
🇩🇪 UPDATE — Berlin CSD (Pride) vehicle attack:
Berlin police now report 1 woman killed and about 16–17 injured — three in critical/life-threatening condition, several more seriously hurt (fire service spokesman Dominik Pretz).
Police sequence: a white van drove into the crowd… pic.twitter.com/FUTLC1uD0t
— 🔥🗞The Informant (@theinformant_x) July 26, 2026
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Secondo le autorità, l’autista è fuggito dal luogo dell’incidente dopo che il veicolo si è schiantato contro un albero; nelle ricerche sono stati impiegati anche elicotteri. Il Berliner Morgenpost ha riportato che i testimoni hanno descritto il mezzo come un minivan bianco, forse una Citroën. La polizia ha poi confermato che si trattava di un furgone per il trasporto di passeggeri.
Gli organizzatori hanno cancellato la parata, che avrebbe dovuto proseguire domenica.
Il portavoce della polizia Florian Nath ha inoltre dichiarato che gli investigatori stanno verificando se il sospettato abbia aggredito i passanti dopo essere sceso dal veicolo, sulla base di testimonianze relative a persone a terra con ferite da arma da taglio.
Il cancelliere Friedrich Merz è stato informato dell’accaduto e mantiene stretti contatti con il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt, ha reso noto un portavoce del governo. «I suoi pensieri vanno alle vittime», ha aggiunto il portavoce. «Questo è un attacco alla nostra società libera e aperta», ha scritto su X il sindaco di Berlino Kai Wegner. «Dopo una parata del Pride pacifica e colorata, un raduno che celebrava una Berlino tollerante e aperta è stato attaccato nel modo più brutale».
La pista islamica sembra aver ferito qualche sensibilità all’interno del movimento omotransessualista. In queste ore circola un video in cui ad una veglia per i fatti di sabato una signora, dal palco, dichiara: «peravo che l’attentatore non fosse uno straniero, ma una persona bianca e cristiana».
LGBTQ+ activist speaks at a vigil in Berlin a day after the Islamist car-ramming attack against the Berlin Gay Pride Parade:
“I had hoped that the attacker was not a foreigner, but a white Christian person” pic.twitter.com/RlNMDERjFD
— Visegrád 24 (@visegrad24) July 26, 2026
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Negli ultimi anni la Germania ha registrato diversi attacchi con veicoli. L’episodio più grave risale al 2016, quando un islamista, richiedente asilo respinto, investì con un camion un mercatino di Natale a Berlino, uccidendo 12 persone e ferendone 56. L’autore della strage era il tunisino Anis Amri. Arrivò la rivendicazione dell’ISIS.
Vi è sata poi la strage del 20 dicembre 2024, a Treviri: Taleb al-Abdulmohsen, uno psichiatra di 50 anni di origine saudita residente in Germania, lancia la sua BMW contro la folla a un mercatino di Natale a Magdeburgo uccidendo 5 persone. Le indagini hanno da subito iniziato a dire che l’uomo non era un estremista islamico, perché sui social criticava apertamente la religione, bensì un soggetto affetto da una grave forma di psicosi.
Il lettore di Renovatio 21 riconosce come dietro alle stragi con l’auto vi sia un pensiero preciso delineato apertis verbis dall’estremismo islamico organizzato. Infatti, la tattica è stata esplicitamente promossa espressamente nella rivista di Al-Qaeda (sì, Bin Laden era pure editore, come noi) Inspire. Lo stesso dicasi per l’ISIS, che parlò dei veicoli assassini nella sua rivista Dabiq nel 2016, specificando il fine di massimizzare le vittime con mezzi semplici.
Nel 2010, Inspire, la rivista online in lingua inglese prodotta da al-Qaeda nella Penisola Arabica, esortava i mujaheddini a scegliere luoghi «solo pedonali» e ad assicurarsi di prendere velocità prima di lanciare i loro veicoli contro la folla per «ottenere la massima strage». L’articolo si intitolava «The Ultimate Mowing Machine», cioè la«falciatrice definitiva», e mostrava un SUV dotato di lame.
Il fenomeno ha un nome preciso: vehicle-ramming attack, o VAW (vehicle as a Weapon, il veicolo come arma). Gli analisti dell’Intelligence ritengono si tratti di un’attraente alternativa, più economica e logisticamente semplice, del suicidio kamikaze, che invece richiede il contrabbando dell’esplosivo, la produzione della veste, etc.
Secondo l’FBI l’attacco con veicoli «offre ai terroristi con accesso limitato a esplosivi o armi l’opportunità di condurre un attacco sul territorio nazionale con una formazione o esperienza minima».
È noto come alcuni canali Telegram di radicalizzazione promuovevano attacchi con «camion, coltelli, bombe, qualsiasi cosa. È Tempo di vendetta», scrive il Combating Terrorism Center di West Point. Alcuni canali hanno inoltre diffuso «manuali operativi», basati su attacchi low-tech di successo realizzati in passato dai sostenitori dello Stato Islamico. Concepiti come guide didattiche per potenziali aggressori, questi manuali descrivono nei dettagli l’addestramento, la pianificazione e le strategie di attacco di autori come Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, che nel 2016 ha lanciato un camion merci contro la folla a Nizza, in Francia, uccidendo 86 persone e ferendone oltre 400.
Questi manuali rappresentano un nuovo tentativo non solo di glorificare gli aggressori e incoraggiare trame analoghe, ma anche di consentire ai potenziali autori di imparare dai successi e dai fallimenti degli operatori precedenti.
È interessante ricordare anche la rivista Rumiyah (che significa «Roma» in arabo, in riferimento all’ambizione di conquistare l’Occidente) era la pubblicazione in inglese di propaganda dell’ISIS, uscita dal 2016 al 2017 come successore di Dabiq. Era più orientata verso i «lone wolf» ( i terroristi che agiscono singolarmente, i «lupi solitari») in Occidente rispetto a Dabiq, che era più ideologica e sullo Stato Islamico.
La sezione ricorrente più importante di Rumiyah era «Just Terror Tactics» («Tattiche di Terrore Giusto»), che dava istruzioni pratiche e dettagliate su come commettere attentati semplici con mezzi comuni. Qui si scriveva che «sebbene siano una parte essenziale della vita moderna, pochissimi comprendono realmente la capacità letale e distruttiva del veicolo a motore e la sua capacità di causare un gran numero di vittime se utilizzato in modo premeditato».
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Veniva quindi definito come il veicolo ideale il camion da carico pesante, a doppio asse posteriore, per schiacciare meglio le vittime: grande peso, accelerazione ragionevole, telaio e paraurti leggermente rialzati (per salire sui marciapiedi e superare barriere). Erano dati preziosi suggerimenti per il massacro: riempire il serbatoio di carburante, pianificare il percorso (accelerare al massimo su strade con folla), rubare il veicolo «con la forza o con l’inganno» se necessario (noleggi, furti), portare armi aggiuntive (coltelli, armi da fuoco) per continuare l’attacco dopo lo schianto.
Gli obiettivi consigliati erano i grandi raduni all’aperto: mercati, festival, parate, celebrazioni, convention, strade pedonali affollate, eventi politici e qualsiasi attrazione esterna che attiri grandi folle, specialmente con poca sicurezza, massimizzando morti e feriti schiacciando e travolgendo le persone, ricordando ai «crociati» (cioè gli occidentali) il terrore che l’Islam può infliggere loro.
L’articolo sulla rivista ISIS includeva immagini di camion a noleggio e della parata del Giorno del Ringraziamento di Macy’s a New York come esempio di obiettivo di morte.
Nel numero 9 (maggio 2017) di Rumiyah, la rubrica «Just Terror Tactics: Truck Attacks» («Tattiche del Terrore Giusto: attacchi con i camion») conteneva un’infografica con consigli su selezione del veicolo, acquisizione e target (festival, mercati, raduni). Riprendeva e raffinava i consigli precedenti. La rivista jihadista quindi lodava gli attacchi riusciti (Nizza 2016, Berlino 2016) definendoli «operazioni di terrore giusto» compiute da «soldati del Califfato».
Ciò che non è perfettamente compreso è come l’ISIS abbia creato una sorta di «globalizzazione degli spostati»: qualsiasi persona più o meno disturbata, o semplicemente adirata con il sistema, poteva commettere una strage e poi «donarla» allo Stato Islamico, che rivendicava. In pratica, è una sorta di franchising della psicosi assassina.
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Immagine screenshot da Twitter
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Uomo arrestato per aver segato la bandiera LGBT davanti a una chiesa cattolica tedesca
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