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Cina

Vocabolario del totalitarismo digitale cinese

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La Cina è sempre più spesso considerata come il grande laboratorio dello Stato di sorveglianza digitale.

 

Come segnalato da Renovatio 21 in questi anni, il Dragone dispone di hardware e software per il controllo di una popolazione immensa: si tratta di prodotti che, come nel caso delle telecamere o delle infrastrutture 5G, Pechino esporta in tutto il mondo. Parimenti, quello che secondo alcuni la Cina preme per «vendere» all’estero è, più che sistemi informatici, il sistema politico soggiaciante.

 

La «via cinese» alla società del controllo ha dei termini specifici, raccontati in un articolo di un lustro fa della testata del Pontificio Istituto per le Missioni Estere AsiaNews.

 

Tianluo diwang (天罗地网; «rete che si dirama dal cielo alla terra»)

Vi è il  tianluo diwang (天罗地网; «rete che si dirama dal cielo alla terra»), che  Meng Jianzhu, membro del Politburo incaricato della sicurezza interna, definisce «una griglia multidimensionale, adatta a tutti i tempi e infallibile nel fangkong (防控; prevenzione e controllo)».

 

Il fangkong elettronico, che si serve di una mole incalcolabile di Big Data setacciati da algoritmi di Intelligenza Artificiale, è fondamentale per il wei-wen (维稳; «mantenimento della stabilità»).

 

Tale infinito network di controllo era già stato concepito prima della presidenza Xi. Tuttavia è stato proprio l’attuale presidente a «introdurre il concetto di “mega-sicurezza nazionale”, subito dopo aver creato la Commissione centrale per la sicurezza nazionale (CCSN), il massimo organo della sicurezza in Cina».

 

«Una griglia multidimensionale, adatta a tutti i tempi e infallibile nel fangkong (防控; prevenzione e controllo)»

Xi si è quindi dato la carica anche di presidente del CCSN, promettendo una «road map per la sicurezza nazionale con caratteristiche cinesi che saprà affrontare le sfide del XXI secolo».

 

«Noi – ha ribadito in dichiarazioni raccolte nel 2014 dall’agenzia di Stato Xinhua – metteremo la più grande attenzione alla sicurezza esterna e interna; alla sicurezza territoriale come a quella dei cittadini; a quella tradizionale e a quella non tradizionale».

 

È seguito quindi un grande aggiornamento del sistema di sorveglianza di individui e gruppi considerati «destabilizzanti» – una repressione che ha mostrato il suo volto in Xinjiang e a Hong Kong, dove i software di sicurezza hanno giocato un ruolo primario.

 

«Nel 2014, Xi ha fondato il Gruppo di guida centrale per gli affari del cyberspazio, incaricato di costruire la più vasta banca-dati al mondo per schedare “elementi destabilizzanti” dai criminali e terroristi ai dissidenti, al personale della Chiesa sotterranea, agli attivisti di organizzazioni non governative» scrive AsiaNews.

 

«Quadri specializzati del weiwen hanno la piena cooperazione delle piattaforme nazionali dei social media e dell’e-commerce, come pure delle compagnie di alta tecnologia e del cloud, per costruire un network di intelligence senza interruzioni e onni-avvolgente che farebbe l’orgoglio del Grande Fratello di George Orwell».

 

Il fangkong elettronico, che si serve di una mole incalcolabile di Big Data setacciati da algoritmi di Intelligenza Artificiale, è fondamentale per il wei-wen (维稳; «mantenimento della stabilità»)

A questo si aggiunge il concetto di anfang (安防; «protezione della sicurezza»), che consisterebbe nel lavoro della sicurezza nazionale e della polizia.

 

In questo ramo sarebbe stato compiuto un cambio di paradigma grazie all’«uso con successo dell’Intelligenza Artificiale (IA) per mantenere la stabilità politica».

 

Si tratterebbe di «un balzo in avanti grazie ai sistemi di sicurezza permessi dall’IA, che beneficiano di vasti dati, sistemi cloud, “apprendimento profondo”, software di identificazione e sorveglianza».

 

«IA più anfang hanno cambiato la difesa passive [contro il dissenso] in attiva e avanzata messa in guardia», ha scritto il giornale Anhiu Daily. «Questo ha reso possibile la gestione della pubblica sicurezza basata su alta visibilità, digitalizzazione e abilitazione dell’IA».

 

L’anfang si basa anche su software di riconoscimento facciale che operano su una rete di centinaia di milioni di telecamere in tutto il Paese, programmi interfacciati con le banche dati del Paese, forse pure quelle private (il riconoscimento facciale è usato in Cina per prelevare contante al bancomat o anche per sbloccare il telefonino).

 

Nell’anfang (安防; «protezione della sicurezza») sarebbe stato compiuto un cambio di paradigma grazie all’«uso con successo dell’Intelligenza Artificiale (IA) per mantenere la stabilità politica»

L’anfang basata su face recognition dimostra di avere una capacità capillare assoluta.

 

Ad esempio, «vi è il caso di un residente di Wuhan, chiamato Xiao, ricercato dalla polizia per presunta frode. (…) viaggiava in bicicletta lungo il famoso Lago dell’est della città, quando il computer della polizia nel centro di sorveglianza ha dato un segnale. La faccia di Xiao è apparsa su una delle telecamere di sorveglianza che permettono il riconoscimento facciale, installate lungo il bordo del Lago dell’est. I media locali riportano che la faccia di Xiao, come ripresa dalla telecamera di sicurezza corrispondeva al 97,44% alla foto di criminali conservata nella banca dati. In 24 ore Xiao è stato arrestato».

 

Si tratta della costruzione di quello che è possibile definire come uno «Stato onnisciente».

 

L’anfang basata su face recognition dimostra di avere una capacità capillare assoluta

La potenza cinese in questo settore è presto spiegata: «sul riconoscimento facciale e altri know-how simili, la Cina ha il mercato che si espande con maggiore velocità. Ciò va di pari passo con l’assenza di leggi e regolamenti che proteggano la privacy dei cittadini».

 

La pervasività totalitarismo elettronico dell’anfang non si ferma nemmeno dinanzi al DNA. Dal 2016 la polizia cinese ha iniziato la raccolta di campioni di DNA della popolazione uiguri con l’apparente proposito di costruire una banca nazionale della genetica degli autoctoni dello Xinjiang. Secondo quanto emerso su giornali occidentali, avrebbero tentato, anche con l’aiuto di conoscenza accademiche europee, di creare un software in grado di costruire il volto di una persona a partire dal suo DNA.

 

Lo Stato di sorveglianza elettronico è tuttavia basato su una immensa componente HUMINT, cioè di Intelligence umana, coltivata e preparata negli anni a partire dalla strategia della «guerra del popolo» concepita da Mao Zedong.

 

Il cosiddetto «credito sociale» è  un sistema che limita i diritti del cittadino a seconda delle sue infrazioni, come passare con il rosso, non pagare in tempo le tasse o il mutuo, esprimere frustrazione riguardo al governo sui social media

«La mobilitazione delle masse per la causa dell’anfang e del fangkong è stato usato con successo per la prima volta per prevenire problemi nelle Olimpiadi estive del 2008».

 

Nel 2008 a Pechino vennero reclutati 850 mila Zhi’an zhiyuan zhe (治安志愿者 cioè “volontari della legge e dell’ordine”).che raccoglievano informazioni nel caso avessero avvertito la presenza o i piani di personaggi sospetti. «Le stesse tattiche sono state usate dalle autorità di Shanghai e di Hangzhou per assicurare la sicurezza pubblica durante l’Expo 2010 di Shanghai e il summit del G20 lo scorso anno».

 

Un capitolo a parte spetterebbe all’introduzione del cosiddetto «credito sociale», un sistema che limita i diritti del cittadino a seconda delle sue infrazioni, come passare con il rosso, non pagare in tempo le tasse o il mutuo, esprimere frustrazione riguardo al governo sui social media. Di recente è emerso che non indossare la mascherina fa perdere al cittadino cinese almeno 10 punti. Il credito sociale, di fatto, nel 2020 si è fuso con il sistema di tracciamento per il COVID messo in atto nel Celeste Impero.

 

L’Europa e l’Italia, ricordiamo al lettore, non sono lontane da simili prospettive. Anzi.

 

L’Europa e l’Italia, ricordiamo al lettore, non sono lontane da simili prospettive. Anzi

L’Italia, secondo i critici del Decreto Cura Italia, stava aprendo alla possibilità di lasciare ai cinesi l’appalto per l’infrastruttura 5G, che è peraltro necessaria ad un sistema di sorveglianza totale. Il 5G cinesi è peraltro portato ora in altri Paesi grazie anche alla geopolitica vaccinale impostata da Pechino, che può scambiare con i Paesi sudamericani (per esempio) ben due sieri anti COVID, il SinoVac e il SinoPharm.

 

La Cina spera di aggiungere alla sua tianluo diwang, la rete elettronica dipanata tra terra e cielo, anche l’uso del danaro. Come riportato da Renovatio 21, potrebbe essere imminente  il lancio di una criptovaluta di Stato da parte di Pechino. Il denaro elettronico produrrebbe una ulteriore capacità non solo di sorveglianza, ma di azione diretta sulla vita della popolazione.

 

L’Europa, che spinge sempre più apertamente per l’introduzione di qui a breve dell’euro digitale, non è, come abbiamo ripetuto qui tante volte, molto diversa.

 

E tra il credito sociale e il green pass – che significa che il cittadino che non ha ricevuto l’inoculo mRNA non può accedere al suo sostentamente, né alla Biblioteca comunale – non vediamo queste grandi differenze.

 

Ognuno sa che il sistema del green pass, per la teoria del pendìo scivoloso, finirà per inglobare tutto: le nostre tasse, le multe, i precedenti, il modo e i contenuti delle nostre espressioni.

 

La Cina è vicina. La Cina è già qua. La Cina siamo noi.

 

 

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Cina

Leone approva il nuovo vescovo della chiesa «cattolica» cinese contraffatta, mentre scomunica i vescovi FSSPX

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La Cina ha consacrato oggi un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV, nel quadro del controverso accordo tra Vaticano e Cina.
Joseph Chang Yanfeng è stato consacrato durante una cerimonia guidata dal vescovo Meng Qinglu, vicepresidente dell’Associazione Patriottica Cattolica Cinese, organismo vicino al Partito Comunista Cinese (PCC) che controlla la Chiesa «cattolica» di Stato in Cina.

 

«Oggi, mercoledì 22 luglio 2026, ha avuto luogo l’ordinazione episcopale del Rev. Giuseppe Chang Yanfeng, che il Santo Padre, in data 15 giugno 2026, ha nominato Vescovo di Chifeng (Provincia della Mongolia Interna, Cina), avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese.», ha comunicato mercoledì  la Santa Sede.

 

«Il Rev. Giuseppe Chang Yanfeng è nato il 4 aprile 1984 a Beizhen (Provincia del Liaoning). Dal 2000 al 2006 ha frequentato il Seminario Teologico di Shenyang, svolgendo poi un periodo di tirocinio pastorale, dal luglio 2006 al febbraio 2007, presso la Parrocchia di Lindong. Dal 2007 al 2010 ha condotto studi presso l’Università Cattolica di Daejeon, in Corea del Sud, conseguendovi una Laurea in Teologia biblica» continua la nota vaticana.

 

«È stato ordinato presbitero il 18 novembre 2010 per la Diocesi di Chifeng. Dal 2010 al 2013 ha lavorato nella curia diocesana e, contemporaneamente, in diverse parrocchie della circoscrizione. Dal mese di ottobre 2013 al settembre 2019 è stato parroco della Cattedrale di Chifeng e successivamente, dal 2019 al 2021 è stato parroco di Lindong. Dal 15 ottobre 2021 ha ricoperto l’incarico di Amministratore diocesano di Chifeng».

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L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreta e sottoscritta nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e permetta al Partito Comunista Cinese  di designare i vescovi. Il papa manterrebbe formalmente il potere di veto, ma nella pratica il controllo resterebbe al PCC. Si presume inoltre che l’accordo contempli la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con prelati graditi al PCC.

 

L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.

 

Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcunivescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.

 

Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.

 

Negli anni trascorsi dall’attuazione dell’accordo, la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.

 

L’accordo ha portato ad un aumento della persecuzione religiosa, che la Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina ha descritto come una conseguenza diretta dell’accordo. Nel suo rapporto del 2020, la Commissione ha scritto che la persecuzione testimoniata è «di un’intensità che non si vedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale».

I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».

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Come ipotizzato da Renovatio 21, dietro all’accordo sino-vaticano potrebbero esserci ricatti a vari membri del clero: la Cina per un periodo ha disposto dei dati di Grindr, l’app degli incontri omosessuali, dove si dice vi siano immense quantità di consacrati. Da considerare, inoltre, che per lungo tempo il messo per l’accordo con Pechino fu il cardinale Theodore McCarrick, forse la più potente figura cattolica degli USA, noto per lo scandalo relativo non solo ai suoi appetiti omofili (anche con ragazzini) ma alla struttura che vi aveva costruito intorno. McCarrick quando andava in Cina a trattare per la normalizzazione dei rapporti tra Repubblica Popolare e Santa Sede, dormiva in un seminario della Chiesa Patriottica Cinese…

 

Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

 

Il controverso miliardario cinese Guo Wengui, ora rifugiato negli USA, sostiene che il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino».

 

La scelta del PCC di nominare due vescovi in quel frangente dimostra che Pechino non attribuisce particolare peso al ruolo della Santa Sede o del papa. Evidenzia inoltre come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano estremamente riservato, appaia essere la Cina – e non la Santa Sede – a detenere il controllo.

 

Joseph Chang Yanfeng è il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordianto» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.

 

Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.

 

Come riportato da Renovatio 21, una conferenza stampa aerea, di ritorno da Budapest, Bergoglio aveva di fatto mollato il cardinale cinese, ex arcivescovo di Hong Kong che ha passato la vita a combattere le persecuzioni della Cina comunista e a difendere quei cattolici cinesi «sotterranei» che da quando è in corso l’accordo sino-vaticano, hanno il tremendo timore di essere stati abbandonati dal Vaticano.

 

Si tratta, oggi, di uno schiaffo che indirettamente (o direttamente), coinvolge anche la Fraternità San Pio X, che è stata scomunicata in toto – vescovi e pure, incredibilmente, illecitamente, anche sacerdoti e fedeli – per aver scelto e consacrato i suoi vescovi senza mandato di Roma.

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L’introduzione della scomunica immediata (latae sententiae) per le consacrazioni episcopali senza mandato del Vaticano risale al pontificato di Papa Pio XII, introdotta per rispondere alla crisi con la Cina comunista. Negli anni Cinquanta, il regime di Mao Zedong istituì l’Associazione Patriottica Cattolica Cinese e iniziò a ordinare vescovi sottomessi al partito, aggirando l’autorità di Roma.

 

Di fronte a questa minaccia scismatica, il Sant’Uffizio emanò nel 1951 un decreto che comminava la massima pena canonica ai consacranti e ai consacrati. Pio XII formalizzò la dura linea dottrinale nel 1958 con la celebre enciclica Ad Apostolorum Principis, ribadendo l’esclusivo diritto papale nelle nomine dei pastori. La norma è stata poi recepita nel codice di diritto canonico moderno.

 

Nel nostro tempo di ribaltamento totale, i cinesi ordinano vescovi senza incorrere nella scomunica, e al contrario sono scomunicati di discepoli di uno dei massimi collaboratori di Pio XII, monsignor Marcel Lefebvre.

 

Bisogna proprio dirlo: il Vaticano è, oggi, invertito.

 

 

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Cina

Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali

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La Cina ha respinto l’affermazione del presidente statunitense Donald Trump secondo cui Pechino avrebbe orchestrato il furto di 220 milioni di schede elettorali americane per interferire nelle elezioni del 2020. Le dichiarazioni esplosive di Trump sono giunte alla vigilia della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista per la fine di settembre, e nel contesto di una tregua commerciale provvisoria tra i due Paesi.   In un discorso alla nazione trasmesso in prima serata giovedì, Trump ha accusato i servizi segreti cinesi di aver acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche, affermando che Pechino ha incaricato un’unità specifica di sfruttare tali dati.   Il presidente americano definito la presunta violazione «un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale» e la «più grande violazione» dei dati elettorali nella storia degli Stati Uniti.   Il presidente ha anche sostenuto che le agenzie di Intelligence statunitensi avrebbero rilevato la presunta raccolta di dati da parte della Cina nel 2020, ma l’avrebbero intenzionalmente nascosta a lui e al Congresso. Non ha tuttavia annunciato alcun piano di ritorsione contro Pechino.   Liu Chang, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha respinto le accuse, dichiarando: «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti».

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Secondo il New York Times, gli sforzi della Cina per raccogliere dati sugli elettori sono «ampiamente noti da anni». Le informazioni sugli elettori, in molti casi, possono essere scaricate o acquistate gratuitamente, ha affermato il giornale, aggiungendo che il possesso di tali dati potrebbe fornire informazioni sugli elettori americani, ma non consentirebbe di per sé a nessuno di manipolare i voti.   I dati declassificati dalla Casa Bianca contengono anche una serie di promemoria del funzionario di alto livello dell’Intelligence informatica Chris Porter, il quale sosteneva che la Cina avesse intrapreso «almeno alcune iniziative esplorative di basso livello» per minare le possibilità di Trump contro l’allora candidato democratico Joe Biden. Nonostante ciò, Porter concordava con la conclusione generale dell’intelligence secondo cui «non vi erano informazioni che suggerissero un tentativo da parte della Cina di interferire con i processi elettorali».   La clamorosa accusa di Trump arriva poche settimane prima della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista intorno al 24 settembre. Secondo il South China Morning Post, Pechino invierà la prossima settimana a Washington il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu per contribuire a preparare il terreno per il viaggio.   L’agenzia Reuters ha avvertito che le accuse di Trump potrebbero incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Cina e destabilizzare la fragile tregua commerciale. Denis Simon del Quincy Institute, un think tank di Washington, ha dichiarato al South China Morning Post che il discorso era significativo perché elevava la presunta interferenza cinese nelle elezioni a «una narrazione centrale per la sicurezza nazionale», aggiungendo tuttavia che sebbene le osservazioni di Trump possano gettare dubbi sulla visita di Xi, «una retorica aspra non impedisce automaticamente la diplomazia del vertice», e la questione chiave è se «i due governi possano continuare a compartimentalizzare, mantenendo i canali di negoziazione e allo stesso tempo accusandosi reciprocamente di minacce alla sicurezza sempre più gravi».   Trump si è recato in Cina a maggio, ma i colloqui di alto livello con Xi non hanno portato a una svolta sul fronte commerciale. La Cina si è impegnata ad aumentare gli acquisti di soia statunitense e ad acquistare 200 aerei Boeing, anche se il numero effettivo si è rivelato molto inferiore alle aspettative.   Trump ha anche affermato di aver discusso con Xi della vendita di armi a Taiwano. La sua amministrazione ha poi dichiarato che le spedizioni verso l’isola, che Pechino considera territorio sovrano, erano state sospese.   Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.   Ora alcuni osservatori sostengono che, con la guerra iraniana, ad essere colpito gravemente è proprio l’approvigionamento del petrolio da parte della Cina – e quindi sarebbe Pechino, e non Teheran, il vero fine della guerra scatenata da Trump.  

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Cina

Trump accusa la Cina di «interferenze elettorali» nel voto 2020

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pronunciato un discorso serale alla Casa Bianca dedicato alla sicurezza elettorale, annunciando il rilascio di documenti di intelligence declassificati che illustrano nel dettaglio presunte vulnerabilità nel sistema di voto.

 

«Ogni americano merita di sapere che quando esprime il proprio voto, questo verrà conteggiato correttamente», ha dichiarato Trump, sostenendo che il sistema attuale «è catastroficamente inadeguato» e risulta pericolosamente esposto agli attacchi informatici.

 

Trump ha accusato la Cina di aver compiuto «la più grande violazione di dati elettorali della storia», affermando che Pechino ha ottenuto informazioni su 220 milioni di elettori statunitensi, compresi nomi, indirizzi, numeri di telefono e preferenze politiche.

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Il presidente statunitense ha inoltre sostenuto che i operatori del Deep State all’interno delle agenzie di intelligence statunitensi «hanno lavorato attivamente per sopprimere e minimizzare le informazioni sulla portata delle sinistre interferenze cinesi nelle elezioni».

 

«Le agenzie di spionaggio statunitensi hanno iniziato a venire a conoscenza della violazione dei registri elettorali nel 2020», ha affermato Trump, accusando i funzionari di aver occultato la presunta violazione sia al presidente sia al pubblico.

 

La Casa Bianca ha reso disponibili quattro pacchetti di documenti scaricabili in coincidenza con il discorso presidenziale. Il primo include valutazioni dell’intelligence e altri rapporti datati tra gennaio 2020 e giugno 2026, che, secondo l’amministrazione, dimostrano «che gli avversari degli Stati Uniti, tra cui almeno Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, nonché gruppi non statali, hanno la capacità di compromettere le infrastrutture elettorali statunitensi».

 

La documentazione individua come particolarmente vulnerabili i database centralizzati di registrazione degli elettori, i registri elettorali elettronici e i siti web ufficiali delle elezioni. Cita inoltre informazioni di intelligence su un presunto complotto venezuelano per alterare digitalmente i risultati elettorali durante le elezioni del 2020 in quel paese.

 

La seconda serie di documenti riguarda la presunta acquisizione e lo sfruttamento da parte della Cina delle informazioni sugli elettori americani. La Casa Bianca sostiene che i dati di decine di milioni di elettori in 18 stati sono stati acquistati, rubati e hackerati, e che Pechino ha incaricato un’unità specializzata di utilizzarli.

 

Tuttavia, le informazioni relative alla registrazione degli elettori sono spesso pubbliche o reperibili commercialmente in molti stati, e il semplice possesso di tali dati non dimostra di per sé che le schede o i conteggi dei voti siano stati modificati.

 

Il terzo comunicato riguarda un’indagine sulla registrazione degli elettori a Muskegon, nel Michigan. La Casa Bianca afferma che gli incaricati hanno ammesso di aver firmato moduli a nome di altre persone, di aver presentato registrazioni per individui fittizi e di aver ricevuto buoni regalo in base al numero di domande raccolte.

 

Trump ha dichiarato che al direttore dell’FBI Kash Patel è stato ordinato di assicurare che il caso venga indagato a fondo e che eventuali reati sospetti siano deferiti alla magistratura.

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Il documento conclusivo cita una revisione del Dipartimento per la Sicurezza Interna che avrebbe individuato circa 278.000 non cittadini iscritti nelle liste elettorali federali.

 

La Casa Bianca non ha precisato quanti di essi, se ve ne sono stati, abbiano effettivamente votato, e non ha sostenuto che i risultati elettorali statunitensi siano stati alterati durante le elezioni del 2020.

 

I Biden avevano diversi interessi con la Cina, con un libro – Red-Handed: How American Elites Get Rich Helping China Win – che sostiene che avrebbero guadagnato diecine di milioni di dollari da personaggi «con legami diretti con gli apparati cinesi di spionaggio». Vi sarebbero, secondo alcuni, affari diretti con il giro del presidente cinese Xi Jinpingo. Secondo certuni dissidenti cinesi che hanno lanciato accuse prima delle elezioni 2020, l’uomo del Delaware sarebbe stato un pupazzo di Pechino.

 

Sull’origine del capitale del fondo internazionale di Hunter Biden fece un’ammissione un professore pechinese ad una conferenza pubblica appena dopo le elezioni 2020.

 

 

«Ora vediamo che Biden è stato eletto. L’élite tradizionale, l’élite politica, l’establishment sono molto vicini a Wall Street, giusto? Trump ha detto che il figlio di Biden ha una sorta di fondo globale. Lo avete sentito? Chi lo ha aiutato a mettere in piedi il fondo?» dice Di Dongsheng, un professore all’Università Renmin di Pechino, nel discorso finito in TV.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.

 

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