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«Nomofobia»: studio rivela cosa accade cosa succede quando si toglie lo smartphone ai narcisisti

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Cosa succede quando togli uno smartphone a una persona con uno spiccato narcisismo?

 

La risposta, secondo i ricercatori rumeni che hanno pubblicato un recente studio al riguardo sul Journal of Psychology, è interessante. Gli scienziati hanno scoperto che gli individui che mostrano segni di narcisismo, che è definito da un senso sia di autocelebrazione che di insicurezza, sono molto più stressati rispetto ai loro coetanei meno narcisisti quando non hanno il telefono.

 

Conosciuta come «nomofobia» (una crasi delle parole «no mobile phone phobia», «fobia dell’assenza di telefono portatile»), la paura di rimanere senza il proprio smartphone è diventata un’esperienza comune man mano che diventiamo sempre più dipendenti dal nostro device.

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Anche se non è affatto raro provare un senso di stress o disagio quando si resta senza telefono, le psicologhe Alexandra Maftei e Acnana-Maria Pătrăușanu dell’Università Alexandru Ioan Cuza della Romania, hanno scoperto che quanto più narcisisti sembravano essere gli intervistati, tanto peggiori erano le loro sensazioni quando rimanevano sprovvisti del loro telefonino. 

 

Utilizzando un sondaggio online, gli accademici hanno reclutato 559 partecipanti di età compresa tra 18 e 45 anni provenienti da scuole post-secondarie e università della Romania orientale e hanno posto loro domande che valutassero i loro tratti narcisistici, quanto fossero stressati e quanto fossero dipendenti dai social media. 

 

A loro volta, Maftei e Pătrăușanu hanno scoperto che più gli intervistati avevano ottenuto un punteggio elevato nella valutazione del Narcissistic Personality Inventory (o NPI: un sistema sviluppato nel 1979 dagli psicologi Raskin e Hall e da allora è diventato una delle misure della personalità più ampiamente utilizzate per i livelli non clinici del tratto narcisistico), più apparivano dipendenti dal telefono e nomofobici.

 

Pertanto, coloro che avevano livelli maggiori di dipendenza dai social media e di nomofobia, in molti casi, tendevano ad essere più stressati.

 

È interessante notare che gli intervistati più giovani nello studio tendevano a essere sia più narcisisti che più nomofobici, il che probabilmente ha senso dato che i giovani di oggi hanno trascorso gran parte della loro vita online e la loro identità è stata modellata e mediata dai social media – un’osmosi totale tra il loro essere e la loro «vita digitale» che non può che essersi amplificato con le clausure del biennio pandemico.

 

Sebbene essere sempre sui social media sia certamente un fattore di stress di per sé se non di induzione alla depressione (al punto che alcuni scienziati hanno parlano di «stato dissociativo» indotto dai social), la dipendenza che gli individui narcisisti sembrano avere, secondo questo studio, dai social media è probabilmente un fattore aggravante. Quando si elimina questo fattore di stress, gli individui narcisisti diventano più stressati.

 

Come riportato da Renovatio 21, un altro studio sul tema di pochi anni fa spiegava che il tempo che trascorriamo sul telefono potrebbe minacciare la nostra salute a lungo termine. Un numero crescente di prove suggerisce che il tempo che passiamo sui nostri smartphone interferisce con il sonno, autostima, relazioni, memoria, capacità di attenzione, creatività, produttività e capacità di risoluzione dei problemi e decisionali.

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Tuttavia vi è un’altra ragione per noi per ripensare alle nostre relazioni con i nostri dispositivi. Aumentando cronicamente i livelli di cortisolo, il principale ormone dello stress, i nostri telefoni potrebbero minacciare la nostra salute e abbreviare le nostre vite.

 

Quando stiamo incollati allo schermo del nostro smartphone, la nostra attenzione per quello che ci circonda cala vertiginosamente tanta da causarci problemi e incidenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad Hong Kong i telefonini distraggono così tanto i pedoni mentre attraversano la strada che i funzionari hanno sperimentato un nuovo tipo di «semaforo a terra» per impedire loro di entrare nel traffico inavvertitamente. Le nuove indicazioni semaforiche pedonali emettono un inquietante bagliore rosso sulle strisce pedonali e sul marciapiede sottostante, con l’obiettivo di convincere le persone che guardano in basso verso lo schermo dello smartfono a fermarsi prima che attraversino la strada.

 

Nonostante negli USA vi siano state udienze in Senato sui pericoli dei social – dalla presenza di predatori pedofili alle questioni legate all’anoressia al traffico di esseri umani – in Italia nessun politico sembra voler imprendere una discussione sulla questione: temono probabilmente che l’algoritmo, che certo contribuisce alla somma dei voti che li fa eleggere e rieleggere, potrebbe punirli.

 

Il risultato è che la popolazione è sempre più indifesa rispetto alla predazione continua da parte dei colossi tecnologici entrati di prepotenza nelle nostre vite fino a plasmare quelle dei nostri figli.

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Meta dovrà pagare milioni di dollari per la crisi di salute mentale degli giovani

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Meta e le società madri di Snapchat, YouTube e TikTok hanno raggiunto un accordo per pagare milioni di dollari al fine di risolvere una causa legale che le accusa di aver contribuito ai problemi di salute mentale tra gli studenti. Lo riporta l’agenzia Reuters. La causa, intentata da un distretto scolastico del Kentucky, è considerata tra le più significative tra le numerose azioni simili pendenti nei tribunali statunitensi.   Reuters ha riferito venerdì, citando documenti dell’accordo, che Meta Platforms, società madre di Instagram, Facebook e WhatsApp, verserà 9 milioni di dollari. Le altre società coinvolte, Snap Inc e ByteDance, avevano già accettato di pagare 8 milioni di dollari ciascuna, mentre Alphabet si era impegnata a versare poco più di 2 milioni di dollari.   La causa è stata depositata giovedì scorso dal distretto scolastico della contea di Breathitt, nel Kentucky, che chiedeva inizialmente un risarcimento superiore ai 60 milioni di dollari. Il distretto ha sostenuto che le aziende hanno progettato deliberatamente le loro piattaforme per creare dipendenza nei giovani utenti, favorendo disturbi come ansia, depressione e autolesionismo.   L’accordo non prevede alcuna ammissione di colpa da parte degli imputati. Le aziende hanno dichiarato di star adottando misure ragionevoli per affrontare le preoccupazioni sull’impatto dei social media sui giovani.

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Nel frattempo, circa 1.200 distretti scolastici in tutto il Paese hanno intentato cause analoghe contro le big tech dei social media. Questi procedimenti, insieme a quelli promossi da privati, comuni e Stati, sono stati riuniti presso il tribunale federale della California, mentre altri 3.300 casi restano pendenti nei tribunali statali.   A marzo, in una sentenza storica, una giuria californiana ha condannato Meta a pagare 4,2 milioni di dollari e Google 1,8 milioni di dollari in una causa intentata da una ventenne identificata come Kaley. La querelante ha affermato di aver sviluppato una dipendenza da YouTube e Instagram fin dall’infanzia a causa di funzioni come lo scorrimento infinito. TikTok e Snap hanno invece raggiunto un accordo extragiudiziale prima del processo.   Meta Platforms continua a fronteggiare crescenti pressioni normative anche a livello internazionale, essendo stata definita «organizzazione estremista» in Russia nel 2022 e oggetto di numerose azioni da parte dell’Unione Europea, tra cui una multa antitrust di 797 milioni di euro.   Come riportato da Renovatio 21 Meta era stata condannata nello Stato del Nuovo Messico a pagare 375 milioni di dollari per aver consapevolmente danneggiato la salute mentale dei bambini e per aver occultato prove di sfruttamento sessuale minorile sulle proprie piattaforme di social media.   Come riportato da Renovatio 21, un altro processo di grande risonanza è stato allestito a Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale.   Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.

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Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.   Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no,   Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social. Lo Stato del Nuovo Messico ha fatto causa a Meta allo Zuckerberg per aver facilitato il traffico sessuale minorile.   Una delle ultime tornate di documenti del tribunale aveva mostrato anche che Meta avrebbe insabbiato le ricerche sulla salute mentale degli utenti Facebook.

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Meta in tribunale per Whatsapp: avrebbe ingannato gli utenti sulla privacy

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Il procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha intentato una causa che ha definito «storica» contro Meta, accusando l’azienda di aver «falsamente affermato» che i messaggi di WhatsApp sono crittografati e inaccessibili a terzi, compresi i suoi stessi dipendenti.

 

L’app di messaggistica, acquisita da Meta nel 2014, dichiara sul suo sito web che «nessuno al di fuori della chat, nemmeno WhatsApp, può leggere, ascoltare o condividere ciò che un utente dice».

 

Giovedì, l’ufficio del procuratore generale del Texas ha annunciato che Paxton ha avviato un’azione legale contro Meta, accusando la società di aver «ingannato i consumatori in merito alla solidità e alla portata delle sue protezioni della privacy» per WhatsApp.

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La causa sostiene che i materiali promozionali di Meta, che affermano di utilizzare la crittografia end-to-end, «hanno indotto milioni di utenti a credere che le loro comunicazioni siano completamente private».

 

L’ufficio del procuratore generale del Texas, citando articoli di stampa e testimonianze di informatori, ha sostenuto che tali affermazioni erano «palesemente inaccurate» e costituivano una «completa e totale falsificazione delle politiche sulla privacy di Meta».

 

Commentando la causa, il portavoce di Meta, Andy Stone, ha promesso che l’azienda si difenderà e ha insistito sul fatto che «WhatsApp non può accedere alle comunicazioni crittografate delle persone e qualsiasi affermazione contraria è falsa».

 

Pavel Durov, fondatore dell’app di messaggistica rivale Telegram, ha scritto su X che «ora sappiamo cosa intendeva il fondatore di WhatsApp quando ha detto di aver “venduto la privacy dei suoi utenti”».

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In un’intervista del 2018 a Forbes, il co-fondatore di WhatsApp, Brian Acton, ha ammesso: «Ho venduto la privacy dei miei utenti per un beneficio maggiore. Ho fatto una scelta e un compromesso», riferendosi alla vendita dell’app di messaggistica a quella che allora era conosciuta come Facebook per 22 miliardi di dollari, avvenuta quattro anni prima.

 

Durov aveva precedentemente affermato che «bisognerebbe essere senza cervello per credere che WhatsApp sia sicuro nel 2026», sostenendo che il team di Telegram aveva «scoperto molteplici vulnerabilità» nel suo sistema di crittografia.

 

Le dichiarazioni dell’imprenditore giungono nel contesto di un’importante azione legale collettiva intentata presso un tribunale distrettuale statunitense da un gruppo internazionale di querelanti contro Meta Platforms in merito alla crittografia end-to-end predefinita di WhatsApp.

 

I querelanti, citando informatori non specificati, hanno affermato che Meta e WhatsApp «memorizzano, analizzano e possono accedere praticamente a tutte le comunicazioni presumibilmente ‘private’ degli utenti di WhatsApp».

 

Pressappoco nello stesso periodo, Bloomberg ha riferito che le autorità federali statunitensi stavano indagando da tempo su accuse simili.

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Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi anni l’imprenditore tecnologico Elone Musk ha più volte accusato Whatsapp di essere uno spyware, invitando gli utenti a disfarsene, aggiungendo che si dovrebbe abbandonare anche Facebook.

 

Musk aveva sottolineato quindi che «i fondatori hanno lasciato Meta/Facebook disgustati, hanno avviato la campagna #deletefacebook e hanno dato un contributo importante alla costruzione di Signal. Ciò che hanno appreso su Facebook e le modifiche a WhatsApp ovviamente li ha disturbati molto».

 

Anche l’ex presidente venezuelano Nicolas Maduro si era scagliato contro Whatsapp dichiarandone la natura di «imperialismo tecnologico».

 

Come riportato da Renovatio 21, a sua volta Whatsapp un anno fa aveva avvertio di un nuovo attacco cibernetico da parte di una società spyware israeliana avvisando un centinaio di giornalisti e membri della società civile di possibili violazioni dei dispositi.

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Immagine di Marina Stroganova via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

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Il CEO di Telegram: «le foto di voi ignudi sono al sicuro con noi»

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Il fondatore e CEO di Telegram, Pavel Durov, ha accusato WhatsApp di aver tratto in inganno gli utenti in merito alla privacy, sostenendo che Telegram offre una protezione più efficace per i contenuti sensibili.   L’imprenditore tecnologico russo ha ripetutamente criticato il modello di sicurezza di WhatsApp, di proprietà di Meta, respingendo le affermazioni secondo cui l’app non può accedere alle comunicazioni degli utenti.   In una serie di post pubblicati domenica, Durov ha definito l’affermazione di WhatsApp di offrire «crittografia end-to-end per impostazione predefinita» una «gigantesca frode ai danni dei consumatori», sostenendo che la maggior parte dei messaggi privati finisce per essere archiviata in chiaro nei backup cloud sui server di Apple e Google.

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«Aggiungete a questo il fatto che WhatsApp memorizza e divulga con chi chattate, e il quadro è desolante», ha scritto, affermando inoltre che Apple e Google forniscono a terzi i dati di backup del servizio «migliaia di volte all’anno».   In risposta a un utente che affermava di condividere immagini intime solo tramite Telegram, Durov ha replicato: «Grazie per la fiducia: le tue foto di nudo sono al sicuro con noi».   Telegram, tuttavia, non utilizza la crittografia end-to-end per impostazione predefinita. Secondo la documentazione aziendale, solo la funzione «Chat segrete» offre una protezione end-to-end completa, mentre i messaggi normali vengono archiviati nel cloud. I critici hanno individuato nei backup su cloud un punto debole per la privacy della messaggistica, poiché i dati archiviati al di fuori dei canali crittografati potrebbero essere accessibili in caso di richieste legali o violazioni della sicurezza.   Secondo i ricercatori nel campo della sicurezza, sebbene i messaggi principali di WhatsApp siano crittografati end-to-end, la sua dipendenza da backup cloud opzionali può compromettere queste protezioni, esponendo potenzialmente i dati degli utenti qualora non vengano attivate ulteriori misure di sicurezza.   Meta ha sempre sostenuto che i messaggi sono protetti con crittografia end-to-end e che l’azienda non può accedervi. Offre inoltre backup opzionali con crittografia end-to-end per gli utenti che abilitano questa funzionalità.   A gennaio, un’importante azione legale collettiva intentata contro Meta Platforms presso un tribunale distrettuale statunitense da un gruppo internazionale di querelanti provenienti da diversi paesi ha accusato la società di aver fatto false affermazioni sulla privacy del suo servizio WhatsApp.   Durov ha a lungo criticato la piattaforma definendola uno «strumento di sorveglianza», esortando gli utenti ad evitarla completamente, soprattutto dopo l’acquisizione da parte di Meta, allora nota come Facebook, nel 2014. Nel 2022, ha avvertito che le vulnerabilità regolarmente scoperte nell’app non erano accidentali, ma probabilmente si trattava di backdoor.   Il portavoce di Meta, Andy Stone, ha respinto le accuse, affermando che qualsiasi affermazione secondo cui i messaggi WhatsApp non siano crittografati è «categoricamente falsa e assurda», e ha definito la causa «un’opera di fantasia frivola».   Come riportato su Renovatio 21, ai tempi del suo arresto in Francia due anni fa aveva ammesso che Telegram condivide i dettagli degli utenti con molti Stati.

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Come riportato da Renovatio 21, Telegram collaborò con le autorità italiane all’inizio del lockdown 2020: gli editori italiani lamentarono che esistevano sull’app alcuni canali dove si potevano scaricare gratuitamente giornali e riviste – praticamente, un angolo di pirateria diffusa. La Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) chiese all’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) di «un provvedimento esemplare e urgente di sospensione di Telegram, sulla base di un’analisi dell’incremento della diffusione illecita di testate giornalistiche sulla piattaforma che, durante la pandemia, ha raggiunto livelli intollerabili per uno Stato di diritto».  
Due settimane dopo, a fine aprile 2020, Telegram, con una mossa inedita, rispose ad una mail dei giudici italiani e disattivò i canali accusati. Come scrisse trionfalmente La Repubblica: «Il primo grande risultato nella lotta alla contraffazione dell’editoria arriva nella notte da Dubai alla casella di posta elettronica della procura di Bari: “Hello, thank you for your email”, esordiscono brevemente i manager della piattaforma di messaggistica, prima di dare l’annuncio: “Abbiamo appena bloccato tutti i canali che ci avete indicato, all the best”, firmato: “Telegram Dmca”».

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Immagine screenshot da YouTube
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