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Geopolitica

«L’ordine basato sulle regole» non era reale: ora siamo nell’era della fantasia geopolitica imperiale. Cosa accadrà al mondo e all’Italia?

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Se c’è un personaggio che incarna l’oligarcato mondialista in modo perfetto, quello è Mark Carney. Ora primo ministro del Canada, in passato è stato direttore della Bank of England, la Banca Centrale britannica, e cosa ci faccia un canadese al vertice è difficile a capirlo.

 

Una vita a pascolare tra le élite – a Davos è un habitué – nessuno si è scandalizzato quando ha preso il posto di un altro «penetrato» (Klaus Schwab dixit) dal WEF, Giustino Trudeau, ora visto vagolare per la cittadina sciistica svizzera con la sua nuova fiamme, la curvacea cantante americana Katy Perry, elegantissima nel suo debutto come première dame di seconda mano. Carney è bilingue, si dice cattolico, e si mostra gioviale, ma a guardarlo in faccia vengono in mente i burocrati villain di Mission: Impossible o di James Bondo.

 

Ora Carney ha avuto una rivelazione celeste, che ha condiviso con la platea globale di Davos. Durante il suo speech tra le luci blu del WEF, ha ammesso che «l’ordine internazionale basato sulle regole» è sempre stato, in parte, una narrazione artificiosa che i Paesi hanno consapevolmente alimentato per decenni perché ne traevano vantaggio concreto.

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Si tratta di un’ammissione pesantissima: papà e mamma in verità non si amavano veramente, e tutta la famiglia, felice in decadi di foto sui comò di tutte le latitudini, si reggeva in realtà su questa disdicevole finzione. Il Carney ha avuto il buon gusto di dire anche che Paesi come il Canada hanno prosperato sostenendo questo mondo che, in realtà, non era basato sulla verità, concetto che improvvisamente assale il cuore dell’oligarca mondialista

 

«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero sottratti alle norme quando gli conveniva, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico», ha affermato Carney. «E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con diversa severità a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima», ha aggiunto.

 

 

È scattata quindi la citazione del trito Il potere dei senza potere del dissidente poi presidente ceco Vaclav Havel: ecco che il premier di Ottawa paragona decenni di adesione formale al racconto tratto da del negoziante che espone un cartello politico in cui non crede affatto, definendolo «vivere nella menzogna» per «evitare guai».

 

Incredibile sentirsi parlare di menzogna e guai dal vertice di quel Paese che ha praticato un apartheid biotico e una repressione pandemica senza pari, che vietava l’ingresso nei negozi di liquori ai non vaccinati ed è arrivato persino a congelare i conti in banca di chi protestava contro il siero mRNA obbligatorio (misura ora ribaltata dalla Corte canadese: interrogata sulla questione a Davos, l’attuatrice della legge infame, l’ex vicepremier Chrystia Freeland, discendente di ucronazisti e membro della direzione WEF, non ha voluto rispondere).

 

Eppure, sì, ci tocca sentire una lezioncina sulla sottomissione ad un sistema falso e liberticida proprio dal premier canadese. Come quello che guarda il dito invece che la luna, invece che pensare alla sofferenze inflitte poco fa al suo stesso popolo, il Carney parla delle relazioni internazionali, ora sconvolte dalla slatentizzazione della politica di Trump, il suo vicino di casa, che forse lo invaderà.

 

Carney ora sostiene che questo «patto tacito non regge più», affermando che «siamo nel mezzo di una rottura, non di una semplice transizione». Il premier canadese ha descritto l’attuale fase come caratterizzata da «un’intensificazione della rivalità tra grandi potenze», in cui integrazione economica, tariffe e infrastrutture finanziarie vengono usate come «armi» e strumenti di «coercizione»: avete sentito bene, ha detto proprio «coercizione», ma non sta parlando della siringa genica di Stato che hanno scatenato la rivolta di milioni di canadesi, ma di questioni internazionali di un mondo che, arrivato Trump, non gli va più tanto bene.

 

Sullo sfondo, lo sappiamo, c’è la Groenlandia, che Trump ha annunziato urbi et orbi di volersi prendere (e da Putin è arrivato un gustoso semaforo verde). E ancora di più, c’è il rischio che Washington decida per l’Anschluss anche dell’intero Canada, il secondo Paese più esteso della terra, che si trova proprio nell’emisfero americano. La dottrina Monroe, cioè Donroe – il concetto vecchio di duecento anni del «destino manifesto» degli USA – lo chiederebbe espressamente.

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Sappiamo che potrebbero non essere ciance, se è vero che i canadesi starebbero improntando una strategia di resistenza stile mujaheddin afghani in caso di invasione statunitense. In verità, pensiamo che questa frizione è diventata pienamente visibile ai mondiali di Hockey a Montreal pochi mesi fa, quando il pubblico locale fischiò l’inno americano, e la squadra USA quindi scatenò tre risse nei primi nove secondi di giuoco. Come dire, i rapporti potrebbero essere più tesi di quello che sembra.

 

Fatto sta che quanto detto da Carney non è piaciuto a Trump, che ha espresso la sua ira per quelle parole, chiamandolo in causa direttamente nello storico discorso di questa settimana. «A proposito, il Canada riceve un sacco di regali da noi. Dovrebbero esserne grati anche loro, ma non lo sono. Ho visto il vostro primo ministro ieri, non era così grato. Dovrebbero essere grati agli Stati Uniti, al Canada. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che fai le tue dichiarazioni».

 

Trump lo ha fatto capire: le parole di Carney erano contro la nuova America trumpiana. Ce ne siamo accorti e, come ha detto riguardo all’eventuale opposizione degli europei all’annessione della Groenlandia, «ce ne ricorderemo».

 

Il retroscena ulteriore da spiegare ai lettori è che il primo ministro di Ottawa, poco prima di Davos, era stato a Pechino per siglare accordi con la Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi fa, Carney aveva denunciato i problemi di diritti umani del Dragone. Ora invece vola lì a firmare un partenariato su dazi doganali reciproci e importazione di auto – quest’ultimo tema fortemente discusso in Canada, specie per le proprietà di spionaggio dei veicoli Made in China. I lettori di Renovatio 21 possono pure ricordare quando l’anno scorso Carney fece uno strano discorso in cui chiedeva le atomiche europee per difendersi da Trump.

 

E quindi, è possibile capire che Carney potrebbe star dicendo qualcos’altro: il mondo è sempre stato diviso in blocchi superpotenziali, siamo stati bene, fingendo che ci piacesse, sotto i vicini americani, ma ora possiamo anche cambiare famiglia, grazie e arrivederci. Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa Carney aveva pronunciato l’esatta, magica formula: «Nuovo Ordine Mondiale». Detto proprio a ridosso degli elogi a Xi Jinpingo.

 

Se uno lo considera secondo uno scenario di politica militare, è ancora più terrificante: Carney sta dicendo che, a fronte di un’invasione USA, chiederebbe aiuto alla Cina? Carney sta annunziando che ha deciso di voler stare in un blocco diverso da quello previsto dalla dottrina Donroe. Vuole essere un satellite della superpotenza cinese nell’emisfero americano?

 

È stupendo vedere come la geopolitica, in pochi mesi, sembra essere stata cambiata radicalmente perfino nel linguaggio. L’ho detto, lo ripeto, viviamo dentro l’immaginazione di Donald Trump, che già più di quaranta anni fa nel suo libro Art of The Deal diceva che per chiudere l’affare bisogna entrare e modificare le fantasie dell’interlocutore. Ora sembra che il mondo venga politicamente ridisegnato dallo scenario che Trump sta travasando su miliardi di persone, che spazza via Yalta, NATO, UE, qualsiasi cosa si frapponga tra lo stato attuale la nuova visione del mondo.

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In tutto questa immane ricombinazione cosmica la domanda che dobbiamo farci riguarda il nostro piccolo: cosa ne sarà della UE? La tentazione è pensare che Brusselle non sopravviverà all’urto della nuova realtà – perché i suoi burocrati non hanno non solo le armi, ma nemmeno la fantasia (risorsa più rilevante di quanto pensassimo) per gestire la rivoluzione in atto.

 

Cosa può fare l’Europa? Senza armi, e con le sue capitali a circa 12-13 minuti di distanza dalla distruzione via missile termonucleare ipersonico russo, può sperare solo in un grande protettore: che era lo Zio Sam, cioè la NATO, ma ora la NATO, con la Groenlandia, potrebbe saltare – e i lettori di Renovatio 21 sanno quanti analisti negli scorsi anni avevano predetto la fine dell’Alleanza Atlantica quanto il NATO-scettico Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca.

 

E quindi quale «adulto» può proteggere il bambino UE? La Russia scordatevela, perché la russofobia che alligna nelle stanze degli eurobottoni è un qualcosa che neocon levatevi. E quindi… faremo come l’«europeo» (si è definito così lui, una volta, tre anni fa proprio al WEF) Carney? Chiederemo di stare sotto l’ombrello cinese anche noi?

 

È atroce pensarlo, ma il vecchio continente, ridotto ad un’accozzaglia di buroplutocrati eunuchi, non ha molte altre possibilità. Per questo c’è da sperare, e pregare, perché la UE finisca prima che faccia un’esiziale decisione nell’alba di questa nuova era dell’ordine mondiale, l’era imperiale del God Emperor Trump.

 

Scendiamo un gradino e pensiamo alla povera Italia. Sui giornali mainstream qualcuno dice che la politica che due forni di Giorgia Meloni, che voleva stare in Europa facendo gli occhi dolci a Washington (Berlusconi ci riusciva, facendo sponda pure Putin, Gheddafi, Netanyahu perfino Chavez… ma probabilmente quello era un altro livello) è fallita.

 

Secondo i corvi giornalistici, ora il governo italiano vorrebbe mettersi sotto le ali della… Germania.

 

Si tratta di un’idea che, avendo presente la faccia di Merz, ci agghiaccia come nient’altro. La Germania, pallida madre, è un Paese senza fantasia – e senza futuro, se è vero, come ha recentemente rivelato Tucker Carlson, che in privato il vertice dice di non volere atomiche a Berlino perché a breve sarà la Germania sarà totalmente islamizzata, e quindi – crediamo sia il senso del discorso – sarebbe come dare armi apocalittiche a beduini terroristi. Un po’ come i bianchi sudafricani, che (caso unico al mondo) si disfecero delle testate nucleari prima di consegnare il Paese a Mandela e ai negri.

 

Non è possibile, non è accettabile che l’Italia sia alleata con centrali di degrado e decadenza, di ignavia ed impotenza – cioè con tutti i Paesi europei, devastati dall’immigrazione e dalle loro politiche di Necrocultura massiva.

 

Del resto, la direzione non è che non fosse chiara in precedenza: la persistenza di Giorgia nella russofobia attiva, con armi e danari al regime Zelens’kyj mentre le nostre aziende senza Russia perdono miliardi e le famiglie si ritrovano le bollette pazze. Ora stiamo con probabilità avanzando in questa politica di demenza autolesionistica (perché va sempre aggiunto il rischio di venire spazzati via dagli Oreshnik, anche se avessimo la contraerea SAMP-T che abbiamo però dato via) e quindi invece che rompere lo schema idiota visto sinora è facile che verrà fatta la scelta più idiota e tremenda, quella di restare con l’Europa burosaurica e i suoi pupazzi estrogenici. Ecco, volevate il sovranismo, avrete in cambio la sudditanza alle facce di Merz.

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Diciamo un’ultima cosa: la nuova era globale ha una sua onestà ammirevole. Trump vuole la Groenlandia, e lo dice, e con grande probabilità se la prenderà. Vuole il Venezuela, e fa sparire Maduro in una notte. La Russia dirà ancora più chiaramente, con le armi e infine a parole, quanto vuole dell’Ucraina, in parte o tutta. Macron potrebbe tornare a dire che rivuole la sua Africa. E Carney, con le sue manovre cinesi e il suo discorsetto haveliano, sta comunicando anche lui espressamente cosa vuole, dove vuole stare, etc.

 

L’Italia riuscirà mai a dire cosa vuole? Roma dovrebbe dire che vuole la Libia – e con Silvio e Gheddafi l’aveva praticamente ottenuta, tanto che il milanese era finito stampato in trasparenza sui passaporti libici. E invece, ci siamo trovati infiltrati da una classe politica (fino ai vertici della Repubblica) che lavorava contro l’Italia in Libia. Una fetta dello Stato Profondo nazionale che agisce contro gli interessi italiani per preferire quelli europei (qualsiasi cosa significa), vista di recente in azione contro Elon Musk, con spesso qualche Legion d’Onore che scappa a Parigi a figure dello Stato-partito romano.

 

L’Italia della nuova era, potrebbe dire che vorrebbe avere influenza anche nel suo piccolo «emisfero» geografico e culturale? Così, con lo Stato riempito di traditori senza onore e senza fantasia, no. Non potrà mai non solo dichiarare apertamente la necessità di Tripoli e dei suoi idrocarburi, ma anche di gestire (e non subire) l’Albania, e ancora la Croazia, la Tunisia, la Slovenia, persino Malta (isola italofona per qualche ragione non reclamata dal massone angloide Giuseppe Mazzini…). Per non parlare dell’emisfero, quello davvero immenso, degli italiani che stanno in Brasile, in Cile e in Argentina, una forza nazionale gargantuesca che forse è ancora attivabile. E, usando sempre più lo strumento della fantasia, il nostro Paese, vista l’immigrazione ricevuta e relativamente integrata, cosa può fare nelle Filippine, e ancora nel Corno d’Africa, financo in Moldavia e dintorni?

 

Nel momento in cui la politica di potenza, e superpotenza, diviene realtà inconfutabile, l’Italia davvero vuole rimanere la serva degli eurotedeschi? Davvero non possiede più la fantasia di vedersi un Paese forte? Davvero non sente la necessità di servire il proprio popolo – e sopravvivere alle catastrofi che potrebbero essere, con evidenza, in caricamento?

 

Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole essere mediocre? Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole morire – e da schiava?

 

Roberto Dal Bosco

 

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Geopolitica

Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump

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L’UE sta di fatto commettendo un «harakiri» abbandonando l’energia russa nel tentativo di danneggiare Mosca, ha dichiarato il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov.   Lunedì, parlando agli studenti dell’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), la principale accademia di formazione diplomatica russa, Lavrov ha sostenuto che i leader europei stanno facendo pagare ai propri elettori il costo delle politiche nei confronti della Russia.   «L’Europa sta semplicemente commettendo harakiri e dichiarando con orgoglio che il suo popolo deve soffrire… per i valori europei», ha affermato Lavrov, riferendosi al suicidio rituale giapponese noto anche come seppuku.

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«A quanto pare, per “valori europei” intendono il nazismo, seppellire i criminali nazisti con onori militari e vietare la lingua russa, l’istruzione in lingua russa, la cultura e i media russi, nonché la Chiesa ortodossa ucraina canonica», ha aggiunto, riferendosi alle politiche del governo ucraino sostenuto dalla UE.   Lavrov ha sostenuto che il tentativo dell’UE di fare pressione su Mosca non è riuscito a privare la Russia di clienti. «Non c’è alcun panico. Abbiamo sempre avuto molti acquirenti», ha affermato, aggiungendo che gli esportatori russi si sono orientati verso «quelli più affidabili». «Se l’Europa vuole pagare 800-900 dollari per mille metri cubi di gas naturale liquefatto americano, cosa possiamo farci?», ha chiesto.   A causa delle sanzioni occidentali, la Russia ha riorientato progressivamente le proprie esportazioni energetiche verso l’Asia. Le spedizioni di greggio via mare verso la Cina hanno raggiunto il livello record di 1,86 milioni di barili al giorno a gennaio, con un aumento del 46% su base annua. La Russia è rimasta inoltre il principale fornitore di petrolio dell’India, vendendo circa 2,1 milioni di barili al giorno ad agosto, pari al 45% delle importazioni del Paese, secondo la società di intelligence marittima Kpler.   Lavrov ha affermato che questo cambiamento non dovrebbe essere visto come un improvviso «pivot verso l’Est», sostenendo che la Russia ha a lungo coltivato legami economici in entrambe le direzioni.   Il mese scorso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto che la perdita delle importazioni di energia a basso costo ha inferto un duro colpo all’economia del blocco. Lavrov ha sostenuto che tali politiche dimostrano che i leader europei «non pensano agli elettori che li hanno portati al potere».   In un’intervista pubblicata martedì, Lavrov ha proseguito dicendo che i  leader europei erano «terrorizzati» dalle proposte del presidente statunitense Donald Trump per la risoluzione del conflitto in Ucraina e hanno lavorato senza sosta per sabotare gli sforzi di compromesso di Washington.   L’alto diplomatico russo ha accusato i membri europei della NATO di voler impedire a Trump di riprendere le idee discusse con il presidente russo Vladimir Putin in Alaska lo scorso anno. Ha inoltre fatto riferimento a una telefonata tra i due leader avvenuta il 4 luglio di quest’anno.   «L’Europa capisce che se gli americani tornassero improvvisamente alle loro proposte originali… come è successo ad Anchorage, l’Europa si spaventerebbe a morte», ha detto Lavrov. Secondo lui, i leader europei si sono «sbrigati immediatamente» a convincere Trump ad abbandonare le proprie iniziative.   Lavrov ha richiamato le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron al vertice NATO di giugno, in cui il leader francese si era sostanzialmente vantato del fatto che l’iniziativa di Anchorage fosse stata «sepolta» e che Washington fosse di nuovo allineata con l’Europa in un fronte unito contro la Russia.   «Se la diplomazia occidentale si riduce a frenare i Paesi che propongono iniziative di compromesso ragionevoli ed equilibrate, allora così sia», ha affermato Lavrov. Mosca perseguirebbe quindi i suoi obiettivi «non al tavolo delle trattative», che a suo dire la Russia preferirebbe, «ma sul campo di battaglia».   Le dichiarazioni di Lavrov arrivano mentre l’amministrazione Trump si impegna di nuovo per rilanciare la diplomazia in stallo. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, hanno incontrato Putin a Mosca sabato per oltre tre ore, prima di recarsi a Kiev il giorno successivo.   La Casa Bianca ha affermato che le parti hanno discusso «piani concreti per i prossimi passi» verso la fine del conflitto, mentre il collaboratore del Cremlino Yury Ushakov ha descritto l’incontro come «estremamente franco» e ha dichiarato che gli inviati americani hanno presentato diverse idee su possibili vie per una soluzione.

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Lavrov, tuttavia, ha sostenuto che gran parte del discorso pubblico sulla diplomazia proveniente da Kiev e dai suoi sostenitori occidentali ha lo scopo di ottenere un’ulteriore tregua nei combattimenti e dare agli alleati ucraini il tempo di riarmarsi e riorganizzarsi. Nonostante il rinnovato impegno degli Stati Uniti, Lavrov ha insistito sul fatto che al momento non sono in corso negoziati di pace costruttivi.   «Sul fronte diplomatico non sta succedendo nulla», ha affermato, aggiungendo che gli sviluppi si stanno invece verificando «sul fronte reale», dove le forze russe stanno avanzando.   Il ministro degli Esteri ha inoltre avvertito che Mosca intende dare seguito alle minacce di rappresaglia per gli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili russe. La Russia aveva avvertito che tali attacchi avrebbero innescato una risposta «molto più dura per l’Ucraina», ha affermato, aggiungendo: «Questo sta accadendo ora».   Il massimo diplomatico russo ha anche criticato Londra, che ha promesso di rimanere al fianco di Kiev fino alla fine. «Mi dispiace per la Gran Bretagna», ha detto, poiché la sua fine «non sarà felice».   Riguardo ai preparativi europei per un possibile futuro conflitto con Mosca, Lavrov ha ribadito la posizione di Putin secondo cui la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare l’Europa. Tuttavia ha avvertito che se i Paesi europei dovessero attaccare la Russia, si tratterebbe di «una guerra fondamentalmente diversa» e «molto breve».

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);  
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Geopolitica

Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza

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I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.

 

La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».

 

Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.

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I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».

 

«I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».

 

Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.

 

L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.

 

Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.

 

Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.

 

Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.

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Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.

 

Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.

 

Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.

 

La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.

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Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 

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Geopolitica

Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre

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La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.   Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.   Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».   La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.   «La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.

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Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.   Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.   Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.   All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».   Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.   Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.  

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Immagine di Thomas Bresson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
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