Geopolitica
Ben Gvir svela un piano di pulizia etnica per espellere 1,86 milioni di palestinesi da Gaza
Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato il 3 agosto un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet.
La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.
Ben Gvir ha detto che il piano di pulizia etnica di Gaza, da lui chiamato «Disimpegno 7/10», sarà una delle principali richieste del suo partito, Otzma Yehudit («Potere Ebraico»), in eventuali trattative per entrare in una coalizione di governo dopo le elezioni della Knesset di ottobre.
L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.
Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.
Verified document from Israeli Ministry of Intelligence in October 2023 suggests forced displacement of Gaza civilians to Egypt would “yield positive and long term strategic results”.
The advisory document envisions a three stage process including the establishment of tent… pic.twitter.com/4QVykZMdw3
— WikiLeaks (@wikileaks) July 2, 2024
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Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.
Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.
Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.
Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.
Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.
La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.
Secondo The Cradle i negoziati per l’ingresso del suo partito sionista secolarista Otzma Yehudit in una coalizione di governo, Ben Gvir chiederà l’istituzione di un ministero dedicato all’«emigrazione volontaria», con un ministro, un direttore generale, un bilancio, una squadra negoziale internazionale e un apparato di attuazione autonomo.
Nel frattempo il ministro della Guerra israeliano Israel Katz ha dichiarato mercoledì che l’esercito israeliano è pronto a espellere con la forza i palestinesi che vivono a Gaza con ogni mezzo necessario e attende soltanto il via libera degli Stati Uniti.
«In definitiva, non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo. L’Egitto non è disposto a far passare il flusso attraverso il suo territorio», ha affermato Katz, aggiungendo che i Paesi disposti ad accogliere i palestinesi espulsi da Gaza attendono l’approvazione di Washington prima di muoversi e che Trump ha sospeso il piano anziché bloccarlo.
Secondo i piani sionisti, la stessa sorte dovrebbe toccare anche all’altra parte della Palestina. L’annessione della Cisgiordania, considerata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo.
In una trasmissione della scorsa settimana Ben Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe effettuare dai 30 ai 40 «assassinii mirati» a Gaza ogni notte.
Israel’s Ben Gvir Calls For Nightly Kill Quota In Gaza
Ben Gvir:
“There are people there who are not alive. They don’t need to live. They are not people. I’m doing them a favor by calling them people.”He is calling for the killing of 30 to 50 people in Gaza EVERY NIGHT,… pic.twitter.com/dCqrCY5Hf9
— Ryan Rozbiani (@RyanRozbiani) August 15, 2026
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«Là ci sono persone che non sono vive. Non hanno bisogno di vivere. Non sono persone. Faccio loro un favore chiamandole persone» ha dichiarato il ministro in un podcast.
A giugno il ministro aveva detto che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi» di Israele. In precedenza, su X, aveva scritto che «tutto il Libano dovrebbe bruciare», in risposta agli attacchi di Hezbollah.
Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.
Il ministro pochi giorni fa si è mostrato raggiante mentre inaugurava un centro di impiccagioni per palestinesi. Nelle scorse ore Ben Gvir ha postato, per poi cancellarlo, un video fatto con l’IA che lo mostra presiedere ad una sorta di campo di concentramento dove i detenuti sono portati dentro con un nastro trasportatore simile a quelli dei mattatoi.
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Immagine dell’Ufficio di reclutamento della polizia israeliana via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Geopolitica
Gli Houthi rivendicano nuove conquiste. La guerra civile yemenita si aggrava
NEW: Footage of the Houthis driving through the city of Al-Turbah in Yemen. https://t.co/Kqdi5dcPTI pic.twitter.com/S11LYNOTJ5
— OSINT News (@OSINTNewsqrb) October 4, 2026
NEW: The Houthis have captured the vital town of Al-Turbah, southern Taizz Governorate, Yemen.
Turbah is the second largest city in the Governorate and lies on the Taizz–Aden road. pic.twitter.com/5XoqgCysRC — OSINT News (@OSINTNewsqrb) October 4, 2026
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Geopolitica
L’esercito regionale etiope riconquista la capitale ribelle
Le forze governative etiopi e i combattenti alleati hanno riconquistato Mekelle, capitale della regione settentrionale del Tigrè, che i ribelli avevano preso d’assalto meno di due settimane fa.
Domenica i combattenti delle Forze di Pace del Tigrè (TPF), movimento filo-governativo, hanno annunciato su Facebook di aver «preso il pieno controllo» della città. Un filmato diffuso dalla TPF e datato 3 ottobre mostra uomini armati in uniforme militare e furgoni che percorrono le strade, con i clacson che suonano tra gli applausi della folla.
Secondo l’agenzia Reuters, che cita una fonte vicina alla milizia, le forze sono entrate nel centro città sabato pomeriggio, seguite dalle truppe federali.
Il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrè (TPLF), che governa la regione, ha confermato la ritirata in una dichiarazione pubblicata su Facebook. Nel comunicato si legge che l’amministrazione regionale «ha deciso di lasciare temporaneamente Mekelle e operare da un’altra località, mentre le nostre forze continuano a svolgere le loro operazioni militari».
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Secondo l’AP, i residenti hanno segnalato saccheggi di uffici governativi durante il ritiro, mentre le interruzioni di internet e della telefonia mobile hanno reso difficile verificare gli sviluppi.
Le truppe federali hanno inoltre ripreso l’aeroporto di Mekelle, occupato dai combattenti del TPLF il 23 settembre. L’occupazione aveva spinto Ethiopian Airlines a sospendere i voli verso la città e verso altre due destinazioni nel Tigrè.
Il Paese dell’Africa orientale fatica a trovare una stabilità duratura da quando un accordo di pace mediato dall’Unione Africana e firmato nel novembre 2022 ha posto fine alla guerra del Tigray, durata due anni e costata centinaia di migliaia di morti. Il conflitto nacque da una lotta di potere tra il governo federale e il TPLF, il cui dominio decennale sulla politica nazionale si era concluso con l’insediamento del primo ministro Abiy Ahmed nel 2018. Restano irrisolte le controversie sul disarmo, sul territorio e sul ritorno degli sfollati.
L’ultima escalation è seguita alla formazione di un’alleanza di opposizione tra il TPLF e altri sei gruppi armati, tra cui ex nemici sul campo di battaglia, che puntano a rovesciare Abiy. Il 24 settembre le Forze di Difesa Nazionali Etiopi hanno dichiarato di aver ucciso 272 combattenti del TPLF e di averne feriti altri 260 in una controffensiva. Le autorità regionali del Tigray hanno affermato che le loro truppe sono entrate in una «battaglia difensiva» dopo essere state attaccate dalle forze federali con aerei, droni e artiglieria.
I combattimenti hanno inoltre aggravato una crisi diplomatica regionale. L‘Etiopia accusa Egitto e Sudan di sostenere i ribelli, aggiungendo pure l’Eritrea. Tutti e tre negano. La coalizione riunisce ex nemici, tra cui il TPLF e il Movimento Nazionale Amhara Fano, che hanno combattuto su fronti opposti durante la guerra del 2020-2022, nonché l’Esercito di Liberazione Oromo.
Giovedì Addis Abeba ha annunciato la chiusura della propria ambasciata in Eritrea e l’espulsione di dieci diplomatici eritrei, citando «atti di ostilità diretti e indiretti» da parte di Asmara. L’Eritrea ha risposto interrompendo le relazioni diplomatiche e sostenendo che l’Etiopia stesse complottando per impadronirsi dei suoi porti e appoggiasse gruppi di opposizione eritrei per perseguire un cambio di regime.
Addis Abeba ha anche intimato a un diplomatico egiziano di lasciare il Paese entro 48 ore. Il Cairo ha reagito imponendo lo stesso termine a un consigliere dell’ambasciata etiope.
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa un’operazione delle forze etiopi avevano arrestato diecine di presunti miliziani ISIS.
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Come riportato da Renovatio 21, il caos dilagato in Etiopia potrebbe aver avuto determinati padrini geopolitici stranieri e soggetti internazionali che vi hanno lucrato non poco: tutto va considerato nell’ottica dell’enantiodromia su suolo africano tra il vecchio potere USA e quello rampante della Repubblica Popolare Cinese, più interessata che mai a continuare il recente dominio stabilito sul Continente Nero.
Il contrasto tra il TPLF e lo Stato etiope aveva portato anche a speciose accuse contro l’attuale direttore dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, già ministro della Salute etiope ed ex dirigente del TPLF, che il capo di Stato maggiore generale Berhanu è arrivato ad accusare addirittura di traffico d’armi.
L’Etiopia è altresì interessata da un conflitto strisciante con il vicino Egitto a causa di una diga che Addis Abbeba vuole porre sul Nilo. Secondo alcuni analisti, tale frizione potrebbe sfociare in una vera e propria guerra, la prima che può chiamarsi apertamente come guerra per l’acqua.
Come riportato da Renovatio 21, la guerra civile ha avuto come effetto collaterale la quasi cancellazione del cristianesimo dal Tigrè.
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Immagine screenshot da Facebook
Geopolitica
L’ex premier polacco: «tutti sanno che Kiev sta appropriandosi indebitamente degli aiuti occidentali»
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