Storia
Dottrina Monroe e «Destino Manifesto»: le origini storiche della politica continentale USA
Nel 1775 il testo di Thomas Jefferson in cui si difendeva la necessità di prendere le armi contro la madre patria, Dichiarazione delle cause e della necessità di prendere le armi, diede origine ad accesi dibattiti tra le tredici colonie nord-americane. Il timore di affrontare un salto verso l’ignoto, immaginando un’America non più britannica e nemmeno europea, aveva però infervorato gli animi di quella élite economica che spingeva per la secessione.
Nel 1776, Thomas Paine attraverso il pamphlet Common Sense («Senso comune») fornì allora le linee guida per convincere l’opinione pubblica della bontà del progetto di distacco dalla corona britannica. Il testo conteneva forti critiche verso la monarchia britannica che, secondo l’autore, inibiva le possibilità economiche delle colonie impedendo loro di commerciare liberamente con paesi terzi.
I legami con la Gran Bretagna e le nazioni europee obbligavano a prendere parte a inutili guerre che drenavano immense risorse. La visione eccezionalista e internazionalista di Paine, anche attraverso il noto Model Treaty redatto da Adams, divenne il discorso egemone nella politica estera statunitense degli anni a venire.
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Secondo Paine la struttura sarebbe stata imperniata su: la centralità del commercio; l’universalismo; l’interdipendenza tra politica interna ed estera; l’eccezionalità degli Stati Uniti; il rapporto tra gli obiettivi posti e gli strumenti necessari per raggiungerli.
A tutti gli effetti si trattava di un’ideologia del commercio che prevedeva per i futuri Stati Uniti un ruolo e una funzione centrali nella trasformazione dell’ordine globale. Il distacco dall’impero e la formazione di una Repubblica diventavano la condizione necessaria per la creazione di un nuovo ordine mondiale e per la «nascita di un mondo nuovo».
Secondo Paine, questa svolta epocale avrebbe messo fine alle guerre e alle logiche di potenza che fino a quel momento avevano prevalso, per questo motivo la causa americana diventava la causa dell’umanità, «facendo ricominciare il mondo di nuovo». Ogni strumento sarebbe stato lecito per adempiere al proprio destino.
Mentre Paine sognava la liberazione dei popoli dal male della guerra non esitava comunque a dichiarare necessaria l’immediata istituzione di un governo centrale e di una marina militare per difendere i traffici commerciali. La nascita della nazione era accompagnata da un marcato nazionalismo che non avrebbe disdegnato il ricorso alla forza militare pur di raggiungere i propri scopi.
La Dichiarazione d’indipendenza del 1776 conteneva un atto di unione tra le colonie che lasciava intravedere un’evoluzione dell’internazionalismo del Common Sense. L’eccezionalità americana si bilanciava tra la vocazione imperiale e la salvaguardia della sua struttura politica repubblicana. Il presidente George Washington, nel suo discorso d’addio al congresso, denominato Farewell Address, del 1796, citò il principio del nonentanglement. Washington avvertì la nazione di mantenersi a giusta distanza dai vincoli europei per non venirne risucchiati e di sviluppare il proprio mondo resistendo alle ingerenze esterne.

Gli Stati Uniti nel 1790. Immagini di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Ad inizio Ottocento la Louisiana era in mano spagnola: il Regno di Spagna l’aveva acquistata dalla Francia nel 1763, in seguito alla Guerra dei Sette anni. La navigabilità del fiume Mississippi e la possibilità di accesso al Golfo del Messico attraverso New Orleans rappresentavano per la repubblica statunitense premesse fondamentali per il proprio sviluppo economico. Le regioni americane dell’Ovest dipendevano dall’utilizzo del fiume per trasportare le merci. La Spagna nel 1800, ormai ridotta a mero satellite dell’Impero napoleonico, accettò di restituirle la Louisiana.
Nel 1803 Napoleone offrì agli Stati Uniti l’intero bacino del Mississippi che diede un significativo consolidamento geopolitico e la libertà di accesso al Golfo del Messico. Con la Spagna sempre più fiacca, la Francia definitivamente fuori dai giochi e l’Inghilterra presente in Canada ma con i territori del Nord Ovest attraversati dagli affluenti del grande fiume americano, il contrasto europeo all’espansionismo americano risultava ampiamente indebolito.
Il Trattato Adams-Onís del 1819 portò definitivamente alla realizzazione dell’obiettivo di trasformare gli Stati Uniti in una repubblica transcontinentale. L’accordo prevedeva la cessione delle due Floride e la rinuncia della Spagna a qualsiasi pretesa sui territori dell’area del Nord-Ovest fino al Pacifico. La parallela crisi in America Latina stava portando alla definitiva distruzione dell’impero spagnolo.
Le varie repubbliche indipendenti nate a cavallo tra gli anni Dieci e Venti dell’Ottocento vennero salutate con entusiasmo come nuove realtà che avanzavano sulla stessa linea evolutiva statunitense. La posizione di Adams però si manteneva distaccata. Il pregiudizio nutrito verso le popolazioni latinoamericane cattoliche e spesso meticce e, soprattutto nei decenni successivi, l’orientamento razzista verso il Sudamerica avrebbe dominato l’opinione pubblica.
La Dottrina Monroe del 1823 si riassumeva in tre principi chiave che avrebbero indirizzato il comportamento di politica estera statunitense verso il Sudamerica nei decenni a venire: la non colonizzazione Europea; il non intervento americano a discapito europeo; la non ingerenza reciproca tra America ed Europa. Il contenuto della dichiarazione di Monroe tornava ad affermare con veemenza una visione eccezionalista, internazionalista, anticoloniale e liberale.
Verso la metà dell’Ottocento nel congresso americano si discuteva sul proseguimento dell’avanzamento imperiale a nord ovest nell’Oregon e a sud ovest nel Texas. Il 27 dicembre del 1845 sul New York Morning News uscì «The True Title», un articolo a firma di John O’Sullivan in cui appariva per la prima volta lo slogan «Manifest Destiny» («Destino manifesto»). Il destino degli Stati Uniti doveva essere quello di «occupare e conquistare l’intero continente» assegnato loro «dalla Provvidenza per realizzare il grande esperimento della libertà e dell’autogoverno federale».
Già dai primi anni Venti dell’Ottocento, molti coloni statunitensi erano stati incoraggiati dal governo messicano a stabilirsi nelle scarsamente popolate terre del Texas, superando in pochi anni gli spagnoli per numero di abitanti. Le tensioni e le instabilità che ne derivarono portarono a tensioni tra i coloni texani e il governo messicano. Nello scontro tra i due eserciti, i messicani furono sconfitti nella battaglia di San Jacinto dell’aprile del 1836.
Il Texas venne annesso agli Stati Uniti solamente dopo una decina di anni da una spregiudicata mossa politica del presidente uscente Tyler il primo maggio 1845. Il confine venne spostato sul Rio Grande, molto più a sud di quanto non lo fosse in precedenza, determinando una condizione impossibile da accettare per il Messico. Nel maggio del 1846 un contingente messicano attraversò il Rio Grande e attaccò le truppe americane.
La guerra terminò assai rapidamente nel 1847 con l’invasione di Città del Messico. Il vivace dibattito interno fra le fazioni rappresentanti il sud e il nord del paese si concentrò sull’annessione completa del Messico, ma le teorie razziste prevalsero, imponendo di mantenere quanto più possibile il confine sulla color line, il confine della razza.

Vignetta satirica del 1896 di Victor Gillam (1867–1920): europei e latinoamericani fuori dalla linea tracciata dallo Zio Sam; immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Con il Trattato di Guadalupe Hidalgo del gennaio 1848, il Messico accettava la sottrazione del Texas sul confine del Rio Grande, e inoltre anche i territori del Nuovo Messico e della California, perdendo così un terzo del suo territorio.
Gli Stati Uniti, invece, riuscivano a concludere il processo di unificazione continentale del Paese da costa a costa.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di John Gast (1842–1896), American Progress (1872), Autry Museum of the American West, Los Angeles.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Intelligence
I fratelli Dulles nel governo Eisenhower
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Ambiente
Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo
Diverse navi da guerra tedesche affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, sono riemerse nel Danubio a causa di una forte ondata di calore e di una prolungata siccità. Le imbarcazioni sono diventate visibili quando il livello dell’acqua del secondo fiume più lungo d’Europa ha raggiunto minimi storici.
Foto e video pubblicati sui social media mostravano enormi relitti di navi adagiati nell’acqua e su un banco di sabbia in mezzo al canale vicino al villaggio di Prahovo, in Serbia.
In un altro luogo, il relitto di una nave mercantile ungherese affondata nel 1937 è riemerso nei pressi del villaggio croato di Opatovac.
Secondo la Banca europea per gli investimenti, circa 200 imbarcazioni potrebbero giacere sul fondo del Danubio. Il trasporto fluviale è quasi completamente bloccato a causa del basso livello dell’acqua, secondo il Ministero dei Trasporti ungherese.
🇷🇸🇭🇷 A sunken German flotilla has surfaced in Serbia due to the shallowing of the Danube, Reuters reports.
The rusting hulks of the German flotilla, sunk in 1944 during the retreat before the Red Army, are reportedly posing a threat to shipping. pic.twitter.com/WwacLDGlgC
— Маrina Wolf (@volkova_ma57183) August 1, 2026
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Come riportato da Renovatio 21, anche il primo ministro ungherese Peter Magyar ha affermato che la centrale nucleare di Paks, che copre quasi la metà del fabbisogno elettrico dell’Ungheria, potrebbe rimanere chiusa per settimane a causa dell’insufficiente livello dell’acqua.
A Budapest, la scorsa settimana, è stato ritrovato un proiettile di artiglieria tedesco della Seconda Guerra Mondiale vicino al Ponte Margherita, una delle principali arterie stradali della città. Il ritrovamento ha comportato brevi chiusure di sicurezza per consentire l’intervento di una squadra di artificieri. L’autorità meteorologica nazionale ungherese ha inoltre segnalato un livello minimo record di 23 cm nel Danubio che attraversa la città. Il precedente minimo storico, registrato nel 2018, era di 33 cm.
Nella Bulgaria settentrionale, il prosciugamento di un fiume ha portato alla luce quelli che si ritiene essere i resti di un mammut. Le ossa sono state ritrovate da un abitante del villaggio di Ryahovo. Nikolay Nenov, direttore di un museo di storia regionale nella vicina città di Ruse, ha definito la scoperta «di grande importanza per la scienza».
Secondo l’agenzia Associated Press, nei prossimi giorni il livello del Danubio dovrebbe scendere ulteriormente, senza previsioni di piogge significative e con temperature che dovrebbero superare i 38 gradi Celsius nella regione.
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Immagine screenshot da Twitter
Storia
Storia recente del sandinismo, da Sai Baba alla fine delle elezioni in Nicaragua
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