Bioetica
La Silicon Valley alla conquista dell’immortalità – e dei suoi compromessi preoccupanti
Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo articolo comparso su The Conversation.
Da qualche parte nella Silicon Valley, un uomo si sveglia presto all’alba. Si avventura in cucina, soddisfa il suo stomaco brontolante con una tazza di caffè sommersa da una grossa noce di burro biologico. Del resto, è nel bel mezzo di un digiuno.
Dopo una sessione di due ore di meditazione, è pronto per spendere migliaia di dollari per il suo ultimo capriccio – le iniezioni di cellule staminali. Il medico lo assicura che prelevando le cellule staminali dal midollo osseo e iniettandole in altri tessuti renderanno quest’ultimi più giovani e forti rispetto al loro stato affaticato. Si fida della sua parola, così come si fida del fatto che spruzzandosi nicotina in bocca si possa trarre gli stessi benefici di una sigaretta ma senza i suoi effetti negativi.
Quando si ritira per la notte, imbottito di compresse di melatonina e equipaggiato con occhiali anti luce blu per assicurarsi che il suo ciclo del sonno non sia disturbato, è soddisfatto per i risultati raggiunti durante la sua giornata. Ha compiuto un altro piccolo passo verso il suo obiettivo. Potrebbe essere un prodotto del ventunesimo secolo, ma è anche parte del crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.
C’è un crescente numero di persone che sta facendo di tutto in suo potere per essere vivo anche nel ventitreesimo secolo.
Gli uomini stanno covando da tanto un’ossessione verso il vivere per sempre. Ma tutti quelli che hanno condiviso la ricerca dell’immortalità hanno qualcosa in comune: il fallimento. E ancora una volta, il sogno dell’eternità si è frantumato. Così tanto, che molti oggi non possono fare altro che chiedersi se la chiave per la loro immortalità sia già nascosta da qualche parte nei meandri sconfinati della conoscenza umana.
La scienza moderna ha aperto una varietà di nuovi metodi per migliorare la vita e ora i più benestanti e tecnologici membri stanno adottando questi nuovi approcci nel tentativo di allungare le loro stesse vite. Ma quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita: gli inevitabili compromessi psicologici che sembrano programmati a frenarci. La natura stessa sembra fatta apposta per impedirlo. Quindi come sarà: umano o qualcos’altro completamente?
Una fantasia utopica
Il testo simbolico narrativo La Nova Atlantide di Francesco Bacone era stato pubblicato nel 1627. Il romanzo incompiuto ritrae una società in cui gli esseri umani avevano usato la scienza per combattere il controllo della natura sul loro mondo. Per alcuni, questo mondo rappresenta il presagio di un’utopia scientifica verso cui siamo diretti oggi. Ma il nostro mondo, al contrario di quello di Bacone, è pieno d’interesse personale e avidità ed è in questo contesto che s’inserisce la ricerca della sfida dell’invecchiamento.
Quello che spesso non si rivela è che la scienza moderna ha anche mostrato i lati oscuri dell’allungamento della vita
I tentativi falliti per l’immortalità hanno una lunga storia. Nell’epopea di Gilgamesh, uno dei racconti più antichi dell’umanità che risale al ventiduesimo secolo a.C., il protagonista a cui è intitolata l’opera affronta una ricerca epica per ottenere la vita eterna. Dopo molti tentativi e difficoltà, alla fine sente parlare di un fiore sul fondo dell’oceano che gli ridarà la gioventù. E nonostante l’avvertimento datogli dalle uniche persone cui è mai stata concessa l’immortalità dagli dei – cioè che la conquista del fiore rovinerà le gioie della sua vita – Gilgamesh coglie comunque il fiore dalle profondità acquatiche.
Ma il suo successo non dura a lungo. Gilgamesh perde inevitabilmente il fiore e alla fine, come tutti i mortali prima e dopo di lui, muore. La sua è una storia di sfida contro le forme mortali, sul duro impegno per fare di tutto per superarle e la definitiva futilità dell’idea. Abbraccia un tema che ha ancora un’importanza rilevante nel campo della ricerca contro l’invecchiamento.
Circa 2000 anni dopo, il primo imperatore della Cina unita, Qin Shi Huang, era innamorato dell’idea di poter regnare per sempre. Chiese ai suoi sudditi di trovare per lui «l’elisir di lunga vita», ma siccome invecchiava senza alcuna risposta in vista iniziò a disperarsi. Ci sono prove per cui lui iniziò a ingerire pozioni contenenti solfuro di mercurio, composto altamente tossico. Quindi in un ironico scherzo del destino, la sua ricerca di vita eterna lo condusse in realtà prematuramente alla tomba.
Con il passare del tempo nel 19esimo secolo l’elisir di lunga vita diventò sempre più noto, con molti locali e farmacie che vendevano i loro miscugli con quel nome. Queste pozioni, composte di acqua, erbe e una considerevole quantità di alcol, un tempo pubblicizzate per allungare la vita, si sono gradualmente trasformate nei rimedi naturali a base di erbe dei giorni nostri. Ma ci sono voluti altri cento anni prima che la società iniziò a sostituire questi elisir con qualcosa basato su prove concrete.
Entro gli anni Trenta, gli scienziati facevano esperimenti su cavie per dimostrare che ridurre le calorie porta a un significativo aumento della durata della vita, una scoperta che è ancora oggi importantissima per i ricercatori d’immortalità attuali. Nonostante questo successo, la ricerca nei processi d’invecchiamento rimasero al massimo su piccola scala. Ma all’orizzonte vi era una rivoluzione.
Nel 1945 nacque la Gerontological Society (Società Gerontologica)che fondò una rivista e coltivò notevole interesse per le ricerche in questo campo. Il suo lavoro fu ritenuto valido, dal momento che agli inizi degli anni Ottanta la comprensione e il desiderio dell’umanità nei confronti della ricerca sull’invecchiamento erano aumentati notevolmente.
La riduzione di calorie non era più il solo elemento sulla lista delle strategie anti invecchiamento. Infatti, sono state rapidamente rilevate nuove scoperte sulla comunicazione cellulare tramite segnali e sull’’impatto che questo processo ha sul comportamento cellulare. In particolare, vi erano le ricerche basate sull’ormone dell’insulina, che si scoprì essere responsabile di molti aspetti dell’invecchiamento.
In seguito, nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano. Aveva notato che la quantità di massa corporea magra (tutto nel corpo ad eccezione del grasso) si abbassava quando la quantità dell’ormone della crescita prodotto dalle cellule diminuiva. Interessante sarebbe stato vedere se fosse riuscito a invertire quest’andamento, la sua squadra iniettò a uomini più vecchi gli ormoni della crescita sintetici, rinvigorendo i loro corpi con una forma più giovanile ristorando la loro abilità di rompere le cellule grasse e costruendo nuove ossa e cellule muscolari.
Nel 1990, Daniel Rudman rivoluzionò il settore con il suo studio sull’ormone della crescita umano. La mania dell’ormone di crescita umano è poi sparita
A questo punto, gli imprenditori si stupirono e presero nota. Molti furono i passi in avanti per guadagni monetari, determinati a vendere l’ormone come una terapia anti invecchiamento. I giornalisti erano trascinati dall’onda del successo, scrivendo dell’ «iniezione di gioventù» e si domandavano se potessimo smettere di invecchiare completamente.
La metamorfosi dell’industria anti-aging era cominciata. E sebbene nessuno sapesse veramente quale mondo sarebbe potuto emergere quando la loro missione di longevità sarebbe stata raggiunta, erano determinati a renderlo qualcosa di meraviglioso.
La mania dell’ormone della crescita umano è poi sparita, ma un mucchio di terapie supplementari alternative avevano preso facilmente il loro posto. Nel 2003 vi fu anche il completamento del Progetto sul Genoma Umano, che si pensava potesse risolvere diverse malattie relative all’invecchiamento identificando la chiave dei geni che le avevano causate. Ancora una volta la risposta anti invecchiamento rimase elusiva.
Rapidamente, molti campi della ricerca erano stati analizzati per trovare risposte: salute, scienza dello sport, psicologia, medicina, informatica. L’interesse è solo aumentato e ricchi benefattori hanno mostrato un’altalenante perseveranza, con intere aziende che iniziavano a esistere nello sforzo di sbloccare l’eternità. Una tale sicurezza solleva una domanda inevitabile a tutti noi: ma ci si può riuscire davvero?
Il biohacking del corpo
Ci sono tanti, tantissimi bar in California. Ma ce ne sono alcuni, nel centro di Los Angeles e a Santa Monica, per esempio, che offrono un’esperienza unica. Al loro interno vi sono: un’illuminazione che cambia a seconda del momento della giornata, sedie elettromagnetiche progettate per aumentare il flusso sanguigno dei clienti e un caffè infuso con olio e servito con burro. Questi sono i Bulletproof coffee house di Dave Asprey, nel cuore del cosiddetto movimento biohacking.
Asprey è un tipo controverso, ben noto, che spesso dichiara pubblicamente che vivrà fino a 180 anni aumentando le sue abitudini quotidiane per alterare la sua fisiologia. Il blog Bulletproof di Asprey è pieno zeppo di articoli e podcast che dettagliatamente descrivono i benefici che si possono ipoteticamente raggiungere mettendo in pratica determinati «trucchi».
Tra questi vi sono gli integratori alimentari – che i cinici noteranno essere disponibili come prodotti Bulletproof – e le attività imputate stressanti per il corpo. Alcuni di questi principi opinabili si materializzano nei coffee shop Bulletproof, tra cui oltre all’indiscusso protagonista, il caffè Bulletproof, vi sono anche mobili magnetici, pannelli a pavimento e livelli elevati per la pratica dello yoga che forniscono un diverse tipologie di sostegno.
Lungi dall’essere una scienza esatta, il biohacking è un termine generico che comprende una manciata di materiali di sostegno, un pizzico di ragionamento scientifico e una spolverata di filosofia per essere sicuri. (Le persone che utilizzano la tecnologia per modificare i loro corpi sono chiamate anche con il termine «biohacker», ma sono più comunemente chiamati transumanisti, di cui parleremo dopo).
Alcuni tra i biohacker più eccentrici incoraggiano addirittura l’uso regolare di farmaci e droghe illegali, come il narcotico psicoattivo MDMA, per migliorare il proprio fascino, e il modafinil nootropico creato per il trattamento della narcolessia, per aumentare le funzioni cognitive. E, a differenza di molte aziende anti-age della Silicon Valley, che pagano una considerevole credibilità nei confronti delle variazioni genetiche giocando un ruolo cruciale nell’invecchiamento, il biohacking adotta un approccio epigenetico puro. Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.
Il biohacking adotta un approccio epigenetico puro. Sostiene che tutti gli uomini possano raggiungere la longevità semplicemente cambiando le abitudini e il modo di vivere.
Quindi a quale tipo di stress fisico ci raccomandano di sottoporci i biohacker? Ce ne sono tanti, un esempio tra tutti è la comune doccia fredda. Teoricamente, immergere il proprio corpo in acqua ghiacciata è una manna per il sistema immunitario. La prova scientifica che lo sostiene ha valore per lo più indicativo e sottolinea la tendenza dei biohacker di estrapolare all’occorrenza scoperte scientifiche per rinforzare la loro visione del mondo. Ma occorre guardare appena oltre la superficie per scoprire l’altra faccia della medaglia.
Il freddo potrebbe sì esercitare le nostre vene a essere reattive, mettere in atto l’eliminazione del grasso bruno e alleviare le infiammazioni, ma potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Le basse temperature possono anche restringere i vasi sanguigni – aumentando la pressione – e incrementando così la possibilità di sviluppare infezioni. Questo agisce contro la presunta (e non confermata) manna di salute.
Detto ciò, le docce fredde e altre pratiche estreme – che per Dave Asprey lo aiuteranno a vivere fino a 180 anni – sono giochetti da giovani e potrebbero andare contro l’allungamento della vita. Una pratica del biohacking potrebbe produrre un guadagno netto di salute quando si è giovani, ma invecchiando ci sono buone probabilità che producano l’effetto contrario.
Inevitabili compromessi
Il settore del biohacking considera raramente i lati negativi dell’allungamento della vita, cioè che a ogni successo corrisponda un compromesso. La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione. Per esempio, possiamo allungare la vita di un moscerino da frutta, Drosophila melanogaster, forzandolo a mangiare una dieta ricca di zuccheri e povera di proteine. Questo a costo però di meno prole per ciascun individuo e un’abilità ridotta di combattere infezioni, un processo che richiede proteine.
La ricerca ha mostrato che si può allungare la vita, ma al prezzo di non riuscire più a combattere un’infezione
Possiamo anche aumentare la loro longevità abbattendo i geni immunitari o esponendo i moscerini a un’infezione mortale. Ma, analogamente, entrambi questi trattamenti porterebbero a una significativa riduzione della capacità di combattere infezioni.
Zoomando sui componenti cellulari si può notare che i dettagli rilevano molti di questi compromessi. La storia di Cenerentola del settore anti-age è mTOR (bersaglio della rapamicina nei mammiferi), una molecola che assume una serie diversa di ruoli mandando segnali a tutto il corpo. Il controllo di mTOR, in effetti, ci permette di monitorare una buona parte del sistema cellulare, compreso il suo invecchiamento e la sua divisione. E c’è ora una serie di farmaci anti invecchiamento che modulano l’attività di mTOR.
I Biohacker, da parte loro, hanno scoperto un modo per manipolare in modo naturale mTOR in uno stato simile diminuendo l’assunzione di calorie, a volte attraverso il digiuno intermittente. La logica dietro tutto ciò è che mTOR segnala soltanto la cellula da costruire e crescere quando ci sono abbastanza sostanze nutritive intorno a essa ritenute valide. Quindi consumare meno cibo significa meno attività mTOR, ridurre la crescita cellulare e, a sua volta, il tasso di morte cellulare. Ma le prove evidenziano che inibendo le funzioni di questa importante molecola non solo si rallenta l’invecchiamento ma si sopprime anche il sistema immunitario.
Il nostro sistema immunitario è costoso poiché utilizza i nostri preziosi mitocondri (i batteri che forniscono energia alle nostre cellule) per produrre i componenti tossici necessari e causano infiammazione quando devono combattere i germi, che danneggiano i mitocondri. Quindi sopprimendo il sistema immunitario – come mostrato sia nel nostro lavoro che altrove – possiamo evitare questa sorta di danno e migliorare la longevità.
Certo, l’approccio comporta rischi considerevoli. Questi studi sperimentali sono stati effettuati tutti in ambienti controllati con una minima esposizione ai germi. In un ambiente reale, che compromette in modo naturale un sistema immunitario, sia attraverso integratori di farmaci che di restrizioni caloriche, possono costarci molto caro, specialmente in un mondo in cui i batteri diventano in modo sempre più costante resistenti agli antibiotici.
Il compromesso tra immunità e longevità è un semplice esempio di come la natura equilibra sempre tutto. La prevenzione al danno dei mitocondri e la sospensione della morte cellulare potrebbero sembrare pratiche eccellenti per allungare la vita, a prima vista, ma la rinuncia a una risposta immunitaria completamente funzionale, è un prezzo molto alto e potenzialmente fatale da pagare.
Non vale nemmeno la pena che la selezione naturale abbia conservato il meccanismo equivalente all’mTOR attraverso l’evoluzione di tutti gli animali, funghi e piante, che sottolinea semplicemente quanto utile sia. Forse non dovremmo essere così pronti a interferire con un elemento tanto essenziale per la salute delle nostre cellule.
Immortalità o umanità?
Ci sarà sempre una miriade di modi in cui le nostre forme mortali possono andare male. E abbiamo visto che i vincoli fisiologici sembrano fatti per frenarci dall’estendere drasticamente la nostra vita e porre rimedio alla causa originaria dell’invecchiamento – se mai ce ne dovesse essere una.
Ma sul confine tra fantascienza e scienza pioneristica vi sono idee tecnologiche emozionanti che potrebbero forse sbloccare un tipo diverso di immortalità. La tecnologia può già aiutarci a identificare precocemente i difetti correlati all’età, ma ha il potenziale per diventare ancora meglio: e se fossimo in grado di aggirare i compromessi biologici completamente?
Neuralink, l’azienda del miliardario Elon Musk è già in marcia per portarci su questo cammino transumano. Prevede un futuro in cui gli umani sono molto più connessi intimamente tra di loro attraverso strumenti tecnologici rispetto a quanto lo siamo oggi. Ci invita a lavorare verso un’interfaccia cervello-macchina che possa fondamentalmente unirci alla tecnologia, raggiungendo con essa una relazione veramente simbiotica.
La ricerca è ancora alle prime fasi, ma le interfacce cervello-macchina sono già in uso sotto forma di impianti auricolari od oculari che possono riabilitare i nostri sensi e impianti cerebrali che permettono alle persone disabili di controllare in modo remoto computer e robot. Neuralink mira a compiere passi in avanti senza interruzioni connettendoci a dispositivi elettronici, a internet e anche ad altri uomini. Essenzialmente, avremo tutti informazioni enciclopediche a portata di mano e saremo in grado di comunicare con altri telepaticamente.
Un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello. Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità
Per rendere questo grandioso miglioramento possibile, un’interfaccia cervello-macchina potrebbe essere iniettata endovena e viaggiare fino al nostro cervello. Poi potrebbe essere autoassemblata in una struttura ramificata al di fuori della corteccia cerebrale, unendo così la tecnologia al centro della nostra intelligenza e la sensibilità.
Nonostante l’invasività degli impianti Neuralink, c’è già una serie di sani individui che sono ansiosi di raggiungere un tale miglioramento artificiale. Alcuni sono arrivati al punto di sottoporsi a operazioni chirurgiche semplicemente per installare un dispositivo di scarso valore nel mondo reale. Ma questo potrebbe essere solo l’inizio.
Neuralink e la tecnologia a cui aspira, potrebbero diventare la porta d’accesso verso un futuro post-umano. Attraverso le ricerche in quest’area, saremmo forse in grado di decifrare i significati per tradurre accuratamente i nostri percorsi biologici e chimici neuronali, in dati elettronici che potrebbero incapsularli. E quindi potremmo, alla fine, catturare i nostri animi con un computer, vivendo per sempre come memoria digitale controllata da un frammento di software.
Questa potrebbe essere una soluzione estrema alla domanda del come si può vivere per sempre, ma ci sono individui, come l’imprenditore Dmitry Itskov, smaniosi all’idea di unirsi a un computer. L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.
L’iniziativa 2045 di Itskov vede le interfacce cervello-macchina solo come la prima di quattro fasi, di un cammino che culmina in un cervello artificiale in grado di ospitare la personalità umana e controllare un avatar tipo ologramma.
Itskov e altri futuristi stanno promettendo l’immortalità, ma per raggiungerla dovremo scendere al compromesso più grande di tutti, dare via uno dei nostri doni più preziosi e che più ci caratterizzano: la forma umana. Il cervello è sempre stato il contenitore della nostra anima. Una copia artificiale potrebbe portarci a catturare la nostra intera rete di 100 trilioni di connessioni, ma saremmo veramente noi?
È una lunga questione, ma la nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo. Le preoccupazioni degli uomini per cui si sono sempre battuti da millenni-risorse, benessere, compagni – potrebbero smettere di essere importanti. Piaceri fisici che sono stati fondamentali per la nostra esperienza – intimità, emozioni, musica, cibo – potrebbero essere sostituiti da segnali virtuali e stimolanti sintetici.
O almeno per alcuni. Il resto di noi che non può permettersi di diventare avatar immortale sarà lasciato a vedersela con queste ora insignificanti preoccupazioni, mentre i benestanti post-umani si dirigeranno oltre, verso l’eternità.
La nostra trascendenza (o forse divergenza) lontana dalla materia organica significherebbe che potremmo smettere di essere umani così come lo intendiamo
Musk ha mostrato che l’imprenditorialità può contribuire alla scienza attraverso le sue incursioni nel settore dello spazio e il suo progetto di razzo rivoluzionario. Ma la conquista della longevità è stata sentita così tanto dalla Silicon Valley e dagli altri nel mondo degli affari che alcuni ricercatori scientifici si sono attivamente allontanati dal suo raggiungimento. Nel campo di una ricerca biologica che dipende così tanto da una rete di aspetti globali, gli obiettivi più nobili hanno bisogno di prendere una posizione di rilievo.
Una difficoltà fondamentale di tutti questi impegni è che sono un esempio di scienza, presumibilmente guidati non molto da un desiderio di una più ampia conoscenza dell’universo o del miglioramento dell’umanità, ma dal guadagno personale e un ritorno individuale.
Se troveremo mai un modo per superare i compromessi fisiologici che ci frenano dall’immortalità o se saremo mai in grado di replicare la consapevolezza umana in un computer sono domande ancora troppo difficili cui rispondere. Ma quelli che portano avanti il processo contro la morte almeno ci ispirano a vivere vite sane o sono semplicemente in gara contro un destino inevitabile?
Se lo chiedessimo ai ricchi proprietari della Silicon Valley, la risposta sarebbe la precedente. Ci reindirizzerebbero alle statistiche della durata della vita: hanno dimostrato che sopravviviamo ben un decennio in più rispetto alla media di circa 50 anni fa. Enfatizzerebbero anche la prova crescente che sfida l’idea di un “limite superiore” su quanto a lungo può sopravvivere un individuo.
La ricerca in corso, argomenterebbero, sta già portando frutti e ci sarà soltanto un progresso esponenziale da qui in avanti. Ma, purtroppo, forse, la nostra ricerca ha oscurato gli svantaggi considerevoli che potrebbero accadere alla nostra salute come conseguenza alle intromettenti terapie anti-age. Sembra, dunque, che l’uomo continui ad andare oltre i suoi limiti.
Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Pegoraro vescovo, FSSPX scomunicata: ecco la chiesa moderna
Domenica scorsa è stato ordinato vescovo monsignor Renzo Pegoraro, attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).
La cerimonia si è avuta nel pomeriggio nel Santuario di Santa Maria Madre della Provvidenza, all’interno dell’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio (OPSA) a Sarmeola di Rubano, Padova, città del neovescovo, che ha 67 anni e una laurea in medicina presso il prestigioso ateneo patavino.
Era presente, oltre al vescovo Cipolla (quello nella cui città si prega contro «qualsiasi tradizione che offusca lo spirito evangelico»), anche un peso massimo del Vaticano, il segretario di Stato Pietro Parolin, e pure il predecessore alla presidenza della PAV, monsignor Vincenzo Paglia. Non solo: vi erano anche monsignor Pierantonio Pavanello (diocesi di Adria-Rovigo), monsignor Giampaolo Dianin (diocesi di Chioggia), monsignor Giuliano Brugnotto (diocesi di Vicenza), mons. Riccardo Battocchio (diocesi di Vittorio Veneto) e monsignor Giuseppe Alberti (diocesi di Oppido Mamertina-Palmi); i vescovi emeriti monsignor Antonio Mattiazzo (diocesi di Padova) e monsignor Michele Pennisi (diocesi di Monreale); monsignor Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto e delegato pontificio per il Santuario della Santa Casa, monsignor Ivo Scapolo, ex nunzio apostolico in Portogallo.
Insomma, un’ordinazione davvero sentita dall’istituzione cattolica. E non solo: c’era pure la terza carica della Repubblica Italiana, il presidente della Camera onorevole Lorenzo Fontana, che alcuni pensavano fosse un tradizionalista cattolico, qui sorridente ed entusiasta assai.
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I lettori di Renovatio 21 hanno potuto leggere un articolo in cui venivano elencati alcuni punti controversi della carriera del Pegoraro, che al momento della nomina a presidente PAV aveva espresso l’intenzione di «lavorare in continuità con i temi e la metodologia di questi anni, valorizzando le competenze specifiche del nostro ampio e qualificato gruppo internazionale e interreligioso di accademici».
Si tratta della stessa PAV che con Paglia, quello della 194 «pilastro della vita sociale» e delle geremiadi per infliggere la quinta dose mRNA agli anziani, aveva di fatto ha aperto a contraccezione ed esseri umani prodotti in laboratorio, passando per l’eutanasia con DAT con modulo accluso ai libri pubblicati dalla Pontificia Accademia.
Il vaticanista Edward Pentin aveva riassunto per il National Catholic Register alcune dichiarazioni controverse, invero gravemente controverse, nelle quali era incappato quello che era definito «il braccio destro di Paglia» divenuto vertice PAV.
Nel 2022, ha commentato il sostegno di altri membri del PAV al suicidio assistito e la probabilità, all’epoca, che una legge sul suicidio assistito o una legge sull’eutanasia venissero legalizzate in Francia. Ha ammesso che sembrava scontato che una delle due sarebbe stata legalizzata e che, tra le due, il suicidio assistito offriva maggiori garanzie rispetto alla legge sull’eutanasia. Tuttavia il monsignore aveva sottolineato con fermezza che entrambe le opzioni erano in contrasto con l’insegnamento cattolico: il discorso del sasso e della mano che conosciamo bene negli equilibrismi della democristianeria maleminorista.
Un’intervista rilasciata alla fine del 2022 suggeriva che Pegoraro fosse aperto alla possibilità dell’uso di contraccettivi. «La norma contro la contraccezione «segnala valori che devono essere preservati nella vita matrimoniale – in particolare il senso della sessualità e la trasmissione della vita – ma è anche vero che altri valori degni di essere protetti possono essere presenti nella situazione che la famiglia sta vivendo» avrebbe detto il nuovo vescovo parlando con il veterano vaticanista Francis Rocca sul Wall Street Journal. «Ad esempio, ha affermato mons. Pegoraro, la contraccezione potrebbe essere ammessa “nel caso di un conflitto tra l’esigenza di evitare una gravidanza per ragioni mediche e la salvaguardia della vita sessuale della coppia”».
In un’intervista del luglio 2025 a La Repubblica il Pegoraro, pur dicendo di condannare il suicidio assistito, sembrava accettare certi criteri imposti dalla Corte Costituzionale in tema eutanasia. «Monsignor Pegoraro: “Sul fine vita Chiesa aperta al dialogo» era il titolo dell’articolo apparso sul quotidiano «laico». «In una società pluralista è necessario trovare delle mediazioni. Applicare meglio le leggi su cure palliative e consenso informato del paziente» scriveva l’occhiello per riassumere il contenuto della conversazione con il prelato.
Possiamo raccontare anche un altro episodio, non finito sui giornali. Si era a metà degli anni 2010, nel pieno della battaglia sul gender che stava entrando di prepotenza nelle scuole – cosa a cui, nonostante i vani proclami di Pro-vita & Famiglia e dei Valditari, è semplicemente accaduta, forse proprio per un placet che neanche tanto silenziosamente l’Oltretevere aveva dato.
Una scuola cattolica patavina, gestita da coriacee suore, organizza un incontro sul tema. L’ospite più ambito per tali conferenze di rottura era all’epoca Elisabetta Frezza, che girava il Veneto e l’Italia tutta sconvolgendo le masse (chi scrive ha visto palazzetti di cittadine campagna con gente che aspettava fuori: duemila, tremila persone) raccontando del piano in atto, apofanticamente rivelato da schemini come quello sull’educazione sessuale OMS.
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Alla conferenza organizzata dalle suore, Elisabetta, davanti alla solita torma di genitori sbigottiti e via via più imbestialiti, spiega la teoria gender e la sua penetrazione a scuola. Sul tavolo non c’è solo lei, c’è anche lui, don Pegoraro, a quel tempo solo noto come prete bioetico, e con probabilità figura già di un certo peso nell’ecosistema ecclesiastico della città del Santo.
Dopo la Frezza prende parola don Pegoraro, solo che, ascoltando quanto dice, il pubblico fa partire mugugni, fischi, buuu, in maniera sempre più aperta. Era il momento in cui la chiesa padovana aveva recepito, per prima, l’allarme in corso, ed era corsa ai ripari per spegnere l’incendio: cioè, non per combattere l’ideologia omotransessualista anticristiana versata nelle scuole dei nostri figli, ma per normalizzare, tranquillizzare, dire che è tutto sotto controllo. Uscì un comunicato di un alto prete della diocesi che diceva che andava tutto bene, che bisognava fidarsi dell’allora ministro all’istruzione Stefania Giannini, già rettrice dell’università di Perugia e nota per le foto in topless finite sui rotocalchi.
Dopo questo segnale, le conferenze agguerrite persero una buona porzione di audience: alla fin fine, ogni genitore anela a sentirsi rassicurato, a vedere l’orrenda dissonanza cognitiva (ma davvero devo credere che vogliono pervertire mio figlio?) chiusa per sempre.
E così, nonostante i fischi, quella linea è passata. Così, senza che il clero cattolico sparasse un colpo – anzi – siamo passati dalla propaganda a scuola agli ormoni bloccanti e alle proposte di mutilazione sessuale per i nostri figli, grazie anche alla diffusione incontrastata della carriera alias.
Ora visualizziamo alle immagini di tutti questi prelati importanti in questa brutta chiesa moderna fuori Padova, e poi pensiamo ai quattro giovani che, in una spianata verde gremita da diecine di migliaia di fedeli in festa, saranno consacrati vescovi per la FSSPX.
Quattro sacerdoti che sono rimasti fedeli alla Chiesa di Cristo, alla sua dottrina, alla sua tradizione: essi saranno, con buona probabilità, scomunicati, mentre i Pegorari divengono vescovi con ogni onore possibile.
È anche da questi episodi che vediamo in quale crisi abissale si è cacciata Roma. E vediamo pure quanto le consacrazioni della Fraternità San Pio X siano davvero necessarie alla sopravvivenza della fede cattolica – e forse, in un momento in cui la bioetica vaticana apre al mondo umanoide – dell’umanità stessa.
Roberto Dal Bosco
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Immagine screenshot da YouTube
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