Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Jake Sullivan, il falco antirusso della Casa Bianca che ha organizzato il team che ha distrutto i Nord Stream

Pubblicato

il

Nello scoop del giornalista investigativo americano Seymour Hersh – l’ennesimo di una carriera più lunga di mezzo secolo – emerge con forza che nel complotto per la distruzione del gasdotti russo-tedeschi vi è una figura piuttosto centrale: quella dell’advisor della Casa Bianca Jake Sullivan.

 

Nel dicembre 2021, Jake Sullivan, agendo con la benedizione di Joe Biden, ha convocato uomini e donne del Joint Chiefs of Staff, della CIA e dei dipartimenti di Stato e del Tesoro per elaborare un piano su come distruggere il Nord Stream 1 e 2 progettato per pompare gas naturale russo in Europa, secondo il recente articolo-bomba di Seymour Hersh.

 

All’inizio del 2022, la CIA disse a Sullivan che sapevano come far saltare in aria gli oleodotti. Il gruppo aveva deciso di tenere sotto silenzio il progetto, non informando il Congresso degli Stati Uniti, che in genere deve essere avvisato delle operazioni delle forze speciali, che qui, di fatto, non sarebbero state utilizzate, forse proprio per evitare fughe di notizia. Secondo Hersh, il team che preparava l’immane sabotaggio antirusso e antieuropeo era preoccupato per la legalità del complotto ed era ben consapevole che avrebbe potuto rapidamente trasformarsi in un incubo di politica estera.

 

Dopo che gli oleodotti furono distrutti, il segretario di Stato Antony Blinken e, successivamente, il sottosegretario agli affari politici Victoria Nuland lodarono apertamente lo sviluppo, con la Nuland che, come Biden, lo aveva in realtà perfino anticipato.

 

Dopo il fatto Sullivan aveva fischiettato alla grandissima. Il 27 settembre 2022 il giovane dichiarava che gli Stati Uniti stavano sostenendo gli sforzi per indagare sull’«apparente sabotaggio» e «continueranno il lavoro per salvaguardare la sicurezza energetica dell’Europa». Quello che è successo, invece, è che Sullivan e i suoi hanno distrutto la stabilità energetica e l’economia dell’Europa, dilaniata da costi dell’energia divenuti folli e suicidi: case fredde, imprese chiuse, intere Nazioni che tornano a raccogliere legna nei boschi per passare l’inverno, come nel medioevo.

 

Ma chi è davvero Jake Sullivan?

 

Jake Sullivan, 46 anni, è definito dai media mainstream statunitensi come un «golden boy», un ragazzo d’oro, un giovane talentuoso dall’ascesa inarrestabile. Dopo essersi laureato alla prestigiosa università di Yale (sede della confraternita Skull & Bones, di cui hanno fatto parte vari presidenti USA, e da cui, secondo una certa vulgata, deriverebbe la stessa CIA) nel 1998, Sullivan è diventato consigliere dell’allora candidata presidenziale Hillary Clinton nel 2008 e successivamente, dopo che Hillary si è ritirata dalla corsa, ha consigliato Barack Obama durante la sua campagna elettorale generale.

 

Sullivan aveva solo 32 anni quando ha prestato giuramento come vice capo dello staff per la politica di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato USA. Quando la Clinton ha lasciato il Dipartimento di Stato all’inizio del 2013, Obama ha promosso Sullivan alla posizione di consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vicepresidente Joe Biden.

 

Nel 2015, Sullivan ha sposato Margaret Goodlander, un tempo consigliere dei noti falchi senatori Joe Lieberman e John McCain, che in precedenza lavorava per il Council on Foreign Relations – il grande, antico think tank geopolitico voluto dai Rockefellerri – e il Center for a New American Security. La Goodlander in Sullivan è attualmente consigliere del procuratore generale Merrick Garland, protagonista di tante belle cose degli ultimi mesi, come le tensioni con i genitori degli studenti – ormai divenuti «terroristi interni» – obbligati alle teorie e pratiche del gender e alle nuove dottrina della razza (la famosa CRT, Critical Race Theory). È emerso che la famiglia di Garland pubblica libri di questi argomenti acquistati dalle scuole pubbliche.

 

Sullivan era noto per essere un membro tranquillo ma di spicco della squadra Clinton-Obama. Secondo la stampa, faceva parte del team «esclusivo» che lavorava per riprendere le relazioni con Cuba e firmare il Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) del 2015, comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano. Si dice anche che sia lo stretto confidente di Hillary nel piano Libia, che è stato sviluppato mesi prima della catastrofe 2011 e della brutale uccisione del suo leader Muammar Gheddafi. Ricordiamo, in quell’ambito, che fine fece l’ambasciatore Chris Stevens mandato in Libia dalla Clinton. Secondo fonti arabe, fu trovato impalato.

 

Sullivan e il suo boss Hillary Clinton aderivano al concetto di «smart power», che comprende l’uso della minaccia militare, della forza e delle sanzioni e le leve del soft power favorite dalle colombe della politica estera, che includono aiuti umanitari e negoziati.

 

Secondo quanto riferito, il fido aiutante fu definito come una «figura di fascino» e un «potenziale futuro presidente» dalla Hillary. Il Biden lo lodava come un «intelletto unico nella generazione».

 

Nel 2015, Il Sullivano si univa a Hillary nel suo ciclo elettorale 2015-2016 come consigliere per la politica estera e alla fine tornava nell’amministrazione statunitense come consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden nel 2021.

 

Tuttavia, come riporta il sito governativo russo Sputnik, non tutti concordano all’idea di una carriera rosa e fiori.

 

«Sullivan è chiaramente ubriaco di potere e privo di un vero senso del bene contro il male», secondo il giornalista investigativo ed esperto analista di Wall Street Charles Ortel. «Sullivan è un globalista ferocemente partigiano che ha ottenuto numerosi alti onori nella vita accademica, quindi è estremamente sicuro di sé e, purtroppo, spesso gravemente in torto», ha detto Ortel a Sputnik.

 

«Un modo per avere un’idea del modo in cui opera è esaminare i file WikiLeaks del Dipartimento di Stato e Podesta e i file Vault dell’FBI su Hillary Clinton, dove Sullivan è spesso coinvolto. Come i Clinton, Sullivan si è messo in contatto con potenti dem e ha operato ben al di sopra del suo livello di esperienza all’inizio. Ma a differenza di Clinton, Obama e Biden, Sullivan deve ancora ricoprire una carica elettiva».

 

Perché Sullivan sia salito alla ribalta così in fretta anche se aveva relativamente poca esperienza negli affari di governo? La stessa Hillary nel suo libro Hard Choices ammette che Jake non era il diplomatico più esperto quando si trattava di politica estera.

 

Sputnik scrive che «secondo gli osservatori dei media statunitensi, il segreto principale di Sullivan è che ha imparato a soddisfare i desideri e le esigenze del suo capo anche quando andava contro le regole e l’etica. La stampa americana ha citato un anziano assistente di Obama dicendo che Sullivan era pronto a fare “tutto” per l’allora segretario Clinton».

«Sotto Obama e Biden, Sullivan è collegato a disastri dopo disastri, dalla “primavera” araba a Bengasi, ISIS, l'”accordo” con l’Iran e altro ancora. Sembra essere un grande fan dei negoziati segreti che non sono mai soggetto a supervisione», dichiara ancora Ortel.

 

Sullivan è rimasto impantanato nello scandalo di Bengasi di Hillary Clinton, che ruota attorno al fallimento dell’ex segretario di stato nell’impedire un brutale massacro dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens e di altri tre cittadini statunitensi in Libia l’11 settembre 2012. Durante le indagini sulla questione, il comitato della Camera è inciampato sulla lettera di Sullivan in cui il giovane funzionario diplomatico sottolineava che «dobbiamo vivere in un mondo di rischi», mentre propagandava la decisione di Washington di estromettere Gheddafi che ha aperto la porta al caos in Libia.

 

Sullivan, tuttavia, giuoca un ruolo di primo piano anche nelle memorabili elezioni presidenziali 2016. Quelle, per intenderci, del Russiagate.

 

«Nella campagna del 2016, aveva tutti i motivi per nascondere i misfatti dei Clinton, inclusa la corruzione e la frode fiscale che coinvolgeva la Clinton Foundation e molti altri enti di beneficenza», dice Ortel, che ha condotto un’indagine privata sulla presunta frode della Clinton Foundation per parecchi anni. «Qui si rivelerà interessante vedere cosa [il consigliere speciale] John Durham ha da dire su Sullivan, incluso il suo probabile ruolo nel promuovere la bufala russa, per l’impeachment di Trump e per l’elezione di Joe Biden».

 

Sullivan sembrava non avere scrupoli nel diffondere attivamente la narrativa della collusione Trump-Russia e nel mantenere vivo il mito anche dopo che le accuse su Trump erano state dimostrate nulle. Successivamente, l’indagine di Durham ha fatto luce sul ruolo degli agenti della campagna di Clinton nel diffondere una falsa storia Trump-Alfa Bank e il dossier-bufala dell’ex agente dell’MI6 Christopher Steele.

 

Tuttavia, quando ha testimoniato sotto giuramento davanti al Comitato ristretto permanente per l’intelligence della Camera degli Stati Uniti nel dicembre 2017, il confidente di Clinton ha negato qualsiasi conoscenza del complotto o delle persone coinvolte.

 

«Sullivan è stato anche colui che ha promosso personalmente la storia della collusione Trump-Russia prima delle elezioni del 2016. Così, durante la Convenzione Nazionale Democratica (DNC) del luglio 2016 a Filadelfia, Sullivan ha incontrato un certo numero di produttori e conduttori di media mainstream per raccontare una storia “che Trump stava cospirando con Putin per rubare le elezioni”» ricorda il sito russo.

 

In quel periodo, la CIA aveva intercettato le «chiacchiere» dell’intelligence russa su un «consigliere per la politica estera” di Clinton che avrebbe proposto un piano per diffamare Donald Trump collegandolo al Cremlino per distrarre l’opinione pubblica dallo scandalo emailgate di Hillary: le diecine di migliaia di email pubbliche mantenute sul server privato della Clinton e poi cancellate misteriosamente. «Alcuni osservatori statunitensi ritengono che il consigliere per la politica estera in questione fosse Jake Sullivan» accusa Sputnik.

 

Secondo Ortel, Sullivan potrebbe benissimo essere a conoscenza di molti altri segreti «sporchi» dell’establishment democratico statunitense, inclusi i presunti schemi di corruzione dei Clinton, il traffico di influenze di Joe e Hunter Biden e gli sforzi del Team Obama per minare l’allora presidente in carica Donald Trump attraverso una serie di indagini losche e fughe di notizie.

 

«In poche parole, Sullivan non ha altra scelta che coprire i disastri collegati a Biden, Obama e Clinton e probabilmente non può accettare i gravi errori (e gli alti crimini) che sembrano essere stati commessi. In questo sforzo, crederà di essere al sicuro perché sua moglie è una stretta consigliera e amica del procuratore generale Merrick Garland», osserva ancora Orcel che continua dicendo che, riguardo alla catastrofe dei gasdotti bombardati sotto il Baltico, «in un processo giusto, Sullivan e i suoi cospiratori verrebbero rapidamente accusati, condannati e incarcerati se fosse dimostrato che ha orchestrato una guerra non dichiarata contro la Russia».

 

Secondo Ortel, alimentando le fiamme della guerra per procura contro la Russia, il Team Biden persegue interessi acquisiti e cerca di coprire e oscurare misfatti politici che coinvolgono Biden, Clinton e Obama in Ucraina e in altri Paesi dal 2009 ad oggi – tutte situazioni che portano le ditate del giovane Sullivano.

 

Il quale non deve dormire benissimo: Hersh ha dichiarato che altri articoli sono in arrivo. Che l’intoccabile ragazzino possa finalmente essere messo sotto accusa?

 

Se venisse dimostrato che ha orchestrato segretamente un «atto di guerra» – come sembra il gruppo stesso fosse cosciente di star portando avanti – quale sarebbe l’imputazione possibile? Alto tradimento?

 

E quale sarebbe la pena, negli USA, per aver complottato al fine di trascinare il Paese in guerra con un’altra superpotenza atomica?

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Vance sostiene che il Libano non fa parte del cessate il fuoco

Pubblicato

il

Da

La cessazione delle ostilità in Libano non fa parte dell’accordo di cessate il fuoco raggiunto tra Stati Uniti e Iran, ha affermato mercoledì il vicepresidente JD Vance, definendo inoltre la questione un «malinteso».

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato mercoledì che la fine delle ostilità in Libano non faceva parte dell’accordo a causa del movimento Hezbollah, sottolineando che la situazione nel Paese è parte di una «scaramuccia separata».

 

«Credo che tutto ciò derivi da un legittimo malinteso. Credo che gli iraniani pensassero che il cessate il fuoco includesse il Libano, ma non è così. Non abbiamo mai fatto questa promessa. Non abbiamo mai lasciato intendere che sarebbe stato così. Quello che abbiamo detto è che il cessate il fuoco si sarebbe concentrato sull’Iran e sugli alleati dell’America, sia Israele che gli stati arabi del Golfo», ha dichiarato Vance ai giornalisti prima di lasciare l’Ungheria.

Iscriviti al canale Telegram

In mattinata, le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato l’inizio della più grande serie di attacchi contro obiettivi di Hezbollah in Libano dall’inizio dell’attuale escalation.

 

Il 7 aprile il premier pakistano Shehbaz Sharif aveva ha dichiarato che il cessate il fuoco include anche il Libano.

 

L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha riferito che la Repubblica islamica potrebbe ritirarsi dall’accordo di cessate il fuoco con gli Stati Uniti se Israele continuasse gli attacchi contro il Libano. L’agenzia di stampa Fars ha inoltre riportato che Teheran ha sospeso il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz in seguito agli attacchi.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Gage Skidnore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Continua a leggere

Geopolitica

Trump ammette che l’annessione del Canada è improbabile

Pubblicato

il

Da

Secondo un estratto di un libro di prossima pubblicazione del giornalista britannico Robert Hardman, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe ammesso in privato che è improbabile che il Canada entri a far parte degli Stati Uniti, nonostante in precedenza avesse accennato alla possibilità di annettere il Paese confinante.   Nel corso dell’ultimo anno, Trump ha più volte ventilato l’idea di annettere il Canada come 51° stato e ha descritto il suo confine con gli Stati Uniti come «artificiale». Il primo ministro canadese Mark Carney, la cui campagna elettorale del 2025 ha beneficiato notevolmente di queste dichiarazioni stravaganti, ha costantemente sottolineato che «non faremo mai, in nessun modo, forma o maniera, parte degli Stati Uniti».   Domenica scorsa il quotidiano britannico (ma molto letto anche in USA tramite il suo sito) Daily Mail ha pubblicato un estratto di Elizabeth II. In Private. In Public. The Inside Story dello Hardman, il sesto libro della giornalista sulla monarchia britannica, la cui uscita è prevista per la fine di questa settimana.   Il testo include estratti dell’intervista che Hardman ha realizzato con Trump all’inizio di quest’anno, nella quale il giornalista ha fatto presente al presidente statunitense che un’ipotetica annessione del Canada da parte degli Stati Uniti avrebbe turbato il re britannico Carlo III, che è anche capo di Stato del Canada.

Sostieni Renovatio 21

Questo avrebbe fatto riflettere il presidente degli Stati Uniti, che alla fine ha ammesso che «i canadesi hanno 200 anni di storia e tutto quel “Oh, Canada”». «Non si può risolvere una cosa del genere in tre anni e mezzo. Immagino che non succederà», ha concluso Trump, secondo l’estratto.   «Questa era la dichiarazione più vicina a un riconoscimento del fatto che, finché il Canada avesse avuto il Re, il signor Trump non lo avrebbe usurpato», ha scritto lo Hardman nel suo libro, come riportato dal Daily Mail.   Trump ha espresso pubblicamente e ripetutamente rispetto per la defunta regina britannica e per la famiglia reale britannica in generale, anche per via della madre scozzese, che era fortemente lealista. Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti si sarebbe lamentato dei «terribili» politici canadesi, che «sono gentili con me di persona e poi parlano male di me alle mie spalle».   Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.   A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».   Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.   Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.   Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.   Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Continua a leggere

Geopolitica

Israele ha distrutto una sinagoga iraniana

Pubblicato

il

Da

Gli attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele hanno «completamente distrutto» una sinagoga a Teheran, mentre gli attentati in tutto l’Iran hanno causato la morte di oltre una dozzina di persone durante la notte. Lo riporta la stampa iraniana

 

«Secondo le prime informazioni, la sinagoga Rafi-Nia è stata completamente distrutta negli attacchi di questa mattina», ha riportato martedì il quotidiano Shargh, che ha definito la sinagoga «uno dei luoghi più importanti per gli ebrei del Khorasan per riunirsi e celebrare», riferendosi alla provincia nord-orientale dell’Iran.

 

Secondo l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Mehr, la sinagoga è stata distrutta durante un attacco a un edificio residenziale adiacente nel centro di Teheran.

 

Le immagini circolanti in rete mostrano i soccorritori della protezione civile tra le macerie, con libri in lingua ebraica sparsi sul terreno.

 

Iscriviti al canale Telegram

Il rapporto affermava che, a causa della ristrettezza delle strade che circondavano l’edificio attaccato, anche l’esterno e l’interno degli edifici vicini avevano subito «gravi danni». Non si avevano notizie immediate su eventuali vittime.

 

In un video pubblicato su Telegram dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana IRIB News, Homayoun Sameh, rappresentante ebreo nell’Assemblea consultiva islamica del Paese, ha dichiarato: «Il regime sionista non ha mostrato alcuna pietà per questa comunità durante le festività ebraiche e ha preso di mira una delle nostre antiche e sacre sinagoghe».

 

«Purtroppo, durante questo attacco, l’edificio della sinagoga è stato completamente distrutto e i nostri rotoli della Torah sono rimasti sotto le macerie», ha detto.

 

L’ebraismo è una delle religioni minoritarie legalmente riconosciute in Iran, e il paese ospita una piccola comunità ebraica, sebbene molti membri siano fuggiti in seguito alla rivoluzione islamica del 1979. Non esistono dati ufficiali pubblicamente disponibili, ma si stima che in Iran vivano alcune migliaia di ebrei.

 

Gli attacchi rientravano in una serie di attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele avvenuti nella notte, in cui almeno 15 persone sono rimaste uccise in tutto l’Iran, secondo quanto riportato dai media locali.

 

Secondo quanto riportato dall’agenzia iraniana Mehr, sei corpi sono stati recuperati dalle macerie di alcuni edifici nella città di Pardis, a Est di Teheran.

 

Secondo quanto riferito dalle autorità locali, nove persone sono rimaste uccise in un attacco aereo israeliano contro un quartiere residenziale nella città di Shahriar, nella parte occidentale della provincia di Teheran.

 

Martedì sera le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ammesso di essere responsabili dell’attacco che ha danneggiato la sinagoga a Teheran, affermando che l’obiettivo era un alto comandante iraniano e che si rammaricavano per i «danni collaterali» arrecati al luogo di culto ebraico nelle vicinanze, scrive il Times of Israel (ToI).

 

In risposta a una domanda del ToI, l’IDF ha dichiarato di aver colpito un alto comandante di Khatam al-Anbiya, il comando militare di emergenza iraniano.

 

«Abbiamo ricevuto segnalazioni secondo cui anche una sinagoga vicina sarebbe stata danneggiata nell’attacco. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si rammaricano per i danni collaterali alla sinagoga e sottolineano che l’attacco era diretto contro un obiettivo militare di alto livello all’interno delle forze armate del regime», hanno dichiarato dall’esercito dello Stato Giudaico.

 

L’esercito ha insistito sul fatto di aver adottato misure per «minimizzare il rischio di danni ai civili» durante l’attacco, «tra cui l’uso di munizioni di precisione e la sorveglianza aerea». I risultati dell’attacco sono ancora in fase di valutazione, ha aggiunto la nota IDF avuta dal ToI.

 

In un rapporto interno, il Ministero degli Affari della Diaspora israeliano ha affermato che la documentazione visiva, presumibilmente proveniente dal luogo dell’attentato, mostrava i soccorritori al lavoro tra cumuli di macerie e detriti, con fotografie che ritraevano libri religiosi sparsi e arredi interni danneggiati. Il rapporto interno del ministero ha inoltre rilevato che l’affermazione secondo cui la sinagoga sarebbe stata danneggiata è supportata «da diverse fonti, sebbene tutte iraniane».

 

L’agenzia di stampa AP ha riferito che «i video provenienti dal luogo dell’incidente mostravano i soccorritori al lavoro e quello che sembrava essere un libro di Sacre Scritture ebraiche tra le macerie».

Aiuta Renovatio 21

I media iraniani hanno affermato che Israele ha «attaccato deliberatamente» il luogo di culto. L’agenzia di stampa statale IRNA ha inizialmente ipotizzato che la sinagoga potesse essere stata colpita da un’esplosione diretta contro un edificio adiacente, situato vicino a Palestine Street. L’intensità dell’esplosione «ha causato ingenti danni ad almeno cinque isolati residenziali limitrofi», ha riferito l’IRNA.

 

Tuttavia, ha anche affermato che il sito era stato «preso di mira da aerei israeliani» e ha mostrato filmati di quello che, a suo dire, era il sito «danneggiato dal nemico».

 

Commentatori in rete come il giornalista ebreo-americano Max Blumenthal ora sostengono che l’attacco alla sinagoga era dovuto al fatto che essa era «non-sionista», e quindi fuori dal controllo di Israle.

 


«All’inizio degli anni ’50, Israele inviò spie a bombardare i centri ebraici di Baghdad per costringere gli ebrei iracheni a emigrare» scrive il Blumenthale. «Il suo esercito bombardò la sinagoga principale di Beirut dopo l’invasione del Libano nel 1982. Ora sta attaccando l’ultima grande comunità ebraica della regione al di fuori del controllo sionista».

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da Twitter

Continua a leggere

Più popolari