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Geopolitica

Iniziato l’esodo degli armeni dal Nagorno: decine di migliaia fuggono dalla loro patria millenaria

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Scene agghiaccianti dal Nagorno Karabakh. È in corso un esodo di decine di migliaia di armeni dalla loro antica patria bimillenaria dell’Artsakh (come chiamano l’area gli armeni), che nei tempi moderni esiste all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale dell’Azerbaigian.

 

Migliaia di famiglie stanno fuggendo nel timore che gli azeri possano innestare la fase due dell’operazione: ossia, la pulizia etnica vera e propria.

 

Il ministero degli Esteri armeno ieri ha calcolato che almeno 13.500 persone sono fuggite in Armenia dal Nagorno-Karabakh. Il numero tuttavia è stato portato a 20.000, ma è destinato a salire.

 

Una coda lunga chilometri e chilometri parte dai centri abitati e si snoda per il corridoio di Lachin per arrivare al posto doganale azero, dove gli agenti di Baku stanno ispezionando le auto una per una.

 

 

Il viaggio verso l’Armenia, che in genere dura due ore e mezza, ora può prendere circa 20 ore. Si riportano casi di bambini in difficoltà, per la mancanza di acqua e cibo affrontata dalle famiglie imbottigliate.

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Ieri una pompa di benzina sulla via di fuga appena fuori da Stepankert, dove vi era una lunga fila per il rifornimento necessario alla fuga, è misteriosamente esplosa facendo almeno 20 morti e 290 feriti. I feriti sono stati portati in quattro ospedali in tutto il Nagorno-Karabakh, uno dei quali era una clinica della missione russa di mantenimento della pace.

 

 

Da segnalare la visita del presidente turco Erdogan, aperto sostenitore di Baku e la sua guerra anti-armena con ampie forniture di armi ed altro, si è presentato ieri in visita in Nagorno-Karabakh. «Si è aperta una finestra di opportunità per risolvere la situazione nella regione», ha detto Erdogan. «Questa opportunità non deve essere persa». È stato accompagnato nel suo viaggio dal capo dell’Agenzia turca per l’industria della difesa, Haluk Gorgun.

 

Come riportato da Renovatio 21, il clan Erdogan farebbe affari milioniari in Nagorno-Karabakh e la Turchia, come noto, è già stata accusata di genocidio per il massacro degli armeni ad inizio Novecento.

 

Il turco ha scelto di visitare Nakhchivan, un’enclave autonoma e senza sbocco sul mare dell’Azerbaigian, coinvolta in un’altra disputa regionale. L’area separata dal resto dell’Azerbaigian da una striscia di territorio armeno conosciuta come corridoio Zangezur.

 

Dal 1995 al 2022 Nakhchivan è stato governato da Vasif Talibov, che ha istituito un regime locale autoritario in cui è stato accusato di corruzione e di violenta repressione dell’opposizione. È imparentato per matrimonio con la famiglia Aliyev.

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L’Armenia ha posto l’embargo su Nakhchivan per molti anni e tutte le strade e le ferrovie tra le due parti dell’Azerbaigian sono state distrutte durante i combattimenti degli anni Novanta. Si prevede che Erdogan stia lavorando con Baku per l’apertura di un nuovo collegamento via terra tra Nakhchivan e il resto dell’Azerbaigian.

 

Il presidente azero Aliyev, che accompagnava l’Erdogan, ha affermato che avrebbe protetto i diritti degli armeni nell’enclave. «I loro diritti saranno garantiti dallo Stato azerbaigiano», ha detto durante l’incontro con il presidente turco.

 

Il popolo armeno dell’enclave tuttavia sta fuggendo da un futuro sotto il dominio di Baku. Un funzionario dell’Artsakh ha spiegato che gli armeni si rifiutano di entrare nel territorio dell’Azerbaigian: «La nostra gente non vuole vivere come parte dell’Azerbaigian. Il novantanove virgola nove per cento preferisce lasciare le nostre terre storiche», ha detto il funzionario citato da Reuters.

 

Nel frattempo, in rete girano video non verificati che mostrano truppe azere sparare contro le case civili in Nagorno-Karabakh.

 

 

Da rilevare come nella regione vi siano dozzine di antichissimi monasteri e chiese cristiane.

 

Il capo dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), Samantha Power, arrivata nella capitale armena Yerevan, ha invitato l’Azerbaigian «a mantenere il cessate il fuoco e ad adottare misure concrete per proteggere i diritti dei civili nel Nagorno-Karabakh».

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La Power, che in precedenza aveva consegnato al primo ministro armeno Nikol Pashinyan una lettera di sostegno del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ha affermato che l’uso della forza da parte dell’Azerbaigian è inaccettabile e che Washington sta cercando una risposta adeguata, invitando il presidente Aliyev a mantenere la sua promessa di proteggere i diritti dell’etnia armena, di riaprire completamente il corridoio Lachin che collega la regione all’Armenia e di consentire la consegna di aiuti e una missione di monitoraggio internazionale.

 

La realtà evidente è che gli armeni, al momento, sono stati abbandonati sia da Washington che da Mosca.

 

Biden non ha intenzione di impelagarsi in una guerra ulteriore, soprattutto per un Paese, l’Armenia, che non ha significato strategico, se non a livello elettorale (la comunità, nutrita ma non estesa, della diaspora armena in USA). Bisogna aggiungere anche i rapporti con Baku, considerato un hub energetico affidabile, e una delle ex repubbliche sovietiche più vicine all’Occidente: si consideri inoltre le frizioni con l’Iran e quindi il ruolo nel contenimento degli Ayatollah.

 

Mosca invece in queste ore ha pubblicato una nota del ministero degli Esteri in cui accusa il premier armeno Nikol Pashinyan ha cospirato a tradimento per minare la sovranità dell’Artsakh e la sicurezza dell’Armenia, portando alla pulizia etnica di oltre centomila armeni dalla loro patria millenaria a favore della compiacenza delle potenze occidentali.

 

«Se Nikol Pashinyan avesse accettato un cessate il fuoco qualche settimana prima, la sconfitta sarebbe stata meno grave», sentenzia duro il comunicato, che è piuttosto raro in diplomazia.

 

Come riportato da Renovatio 21, Pashinyan ha ceduto alle lusinghe dell’Ovest irritando giocoforza la Russia, che è l’unico Paese che si era impegnato davvero per la pace nell’area. Mosca non può aver preso bene né le esercitazioni congiunte con i militari americani (specie considerando che Yerevan aderisce al CSTO, il «Patto di Varsavia» dei Paesi ex sovietici) né l’adesione dell’Armenia alla Corte Penale Internazionale, che vuole processare Putin.

 

Nella capitale armena si sono tenute manifestazioni di protesta con masse inferocite che hanno gridato a Pashinyan di essere un traditore. Parimenti, si dice sia grande la delusione degli azeri nei confronti della Russia, che li avrebbe lasciati soli nonostante le promesse fatte in questi anni.

 

Agli armeni dell’Artsakh in pratica resta solo la fuga o l’accettazione del passaporto azero. Ogni altra opzione apre scenari molto, molto tetri.

 

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Geopolitica

Londra chiude l’unità che monitorava i crimini di guerra israeliani

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Il ministero degli Esteri britannico ha chiuso un’unità speciale incaricata di registrare le violazioni del diritto internazionale commesse da Israele nella Striscia di Gaza. Lo riporta il Guardian.   La chiusura è avvenuta nonostante il ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper avesse dichiarato in un discorso all’inizio di aprile che il sostegno al diritto internazionale è un «valore britannico fondamentale» e che sarebbe stato al centro dell’attenzione del ministero sotto la sua guida.   La cessazione delle attività della cellula di diritto internazionale umanitario (DIU) comporterà anche il taglio dei finanziamenti per il Progetto di monitoraggio dei conflitti e della sicurezza gestito dal Centro per la resilienza dell’informazione (CIR), ha affermato il Guardian in un articolo pubblicato giovedì.   Secondo quanto riportato, i funzionari britannici sono stati avvertiti che, a causa di ciò, il ministero degli Esteri perderà l’accesso a un database di 26.000 violazioni verificate commesse da Israele, compilato dal Conflict and Security Monitoring Project.

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Il database, che ricostruisce gli incidenti avvenuti dopo l’inizio degli attacchi dello Stato degli ebrei contro Gaza in risposta alla sanguinosa incursione di Hamas nell’ottobre 2023, è considerato il più grande archivio al mondo di questo tipo di informazioni, ha affermato il giornale. Tra le altre cose, è stato utilizzato dalle autorità di Londra per decidere se sospendere o meno le licenze di controllo delle esportazioni di armi verso Israele, ha aggiunto.   La chiusura dell’IHL sembra essere dovuta alla decisione del governo britannico di ridurre il budget per gli aiuti esteri allo 0,3% del PIL, ha osservato il Guardian.   Katie Fallon, responsabile delle attività di sensibilizzazione presso la Campaign Against Arms Trade, ha dichiarato al giornale che il blocco delle forniture di armi mirava a garantire che il governo britannico potesse «nascondere violazioni e crimini inimmaginabili commessi contro le persone più vulnerabili nei conflitti e sostenere le vendite di armi a qualsiasi costo».   Durante il conflitto a Gaza, il Regno Unito ha sospeso circa 30 delle sue 350 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando un «chiaro rischio» di violazioni del diritto internazionale. Tuttavia, i dati doganali dell’Autorità fiscale israeliana dello scorso ottobre suggerivano che Gerusalemme Ovest avesse importato munizioni di fabbricazione britannica per un valore di quasi 1 milione di sterline (1,3 milioni di dollari) nei primi nove mesi del 2025, una quantità più che doppia rispetto a quella fornita nei tre anni precedenti.  

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Immagine di Alisdare Hickson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Edi Rama dice che l’UE ha commesso un «grave errore strategico» nei confronti della Russia

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L’Unione Europea ha commesso un «grave errore strategico» interrompendo ogni comunicazione con la Russia dopo l’escalation del conflitto in Ucraina, ha dichiarato il primo ministro albanese Edi Rama a Politico in un’intervista pubblicata venerdì.

 

L’euroblocco ha intensificato la pressione sanzionatoria e interrotto i rapporti diplomatici con Mosca nel 2022, intervenendo per sostenere Kiev con centinaia di miliardi di dollari in aiuti finanziari e militari.

 

«L’Europa deve sempre, sempre, sempre parlare con tutti», ha dichiarato Rama a Politico al Forum economico di Delfi, in Grecia, sostenendo che l’UE si è data la zappa sui piedi quando ha «tagliato ogni canale di comunicazione con la Russia».

 

«Più rimandiamo, meno voce in capitolo avremo alla fine, perché la Russia – comunque finisca questa guerra – non se ne andrà», ha affermato, aggiungendo di essere schietto perché il suo Paese non «dipende dalla Russia».

 

Diversi leader dell’UE, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro belga Bart De Wever e il cancelliere austriaco Christian Stocker, hanno recentemente fatto aperture per riprendere i rapporti con Mosca. Alcuni hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’Europa occidentale venga messa da parte nei colloqui di pace trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, avviati lo scorso anno a seguito delle pressioni di Washington.

 

Tuttavia, tre cicli di negoziati non hanno finora dato frutti, con l’Ucraina che ha respinto le principali richieste russe. Sia Mosca che Kiev hanno ammesso che i colloqui sono di fatto congelati a causa dell’impegno di Washington nella guerra contro l’Iran.

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Come riportato da Renovatio 21il Rama è di fatto un uomo di Soros, con cui ha collaborato molto direttamente negli anni passati.

 

Di fatto, Rama – le cui scene di amicizia privata con il premier italiano Giorgia Meloni sono state fatte pubbliche qualche estate fa – è stato nel direttivo della celebre Open Society Foundations, l’ente «filantrocapitalista» del discusso finanziere speculatore internazionale George Soros. Il premier albanese era anche uno degli invitati all’esclusivissima festa per il terzo matrimonio di Soros nel 2013, la cui lista degli invitati era praticamente una mappa dei personaggi mondialisti ficcati nella politica di ogni Paese possibile – più Bono Vox, ovviamente.

 

I rapporti con il mondo del Partito Democratico USA nemico di Trump sono stati in passato rosei: nel maggio 2021, il segretario di Stato americano Antony Blinken (nella foto proprio col Rama, nel febbraio 2024) aveva annunciato una serie di sanzioni nei confronti del grande rivale di Rama, Sali Berisha, per «atti corrotti» che «hanno minato la democrazia in Albania». Il linguaggio qui è assai riconoscibile.

 

Rama è noto per il videomessaggio in italiano impeccabile con cui annunziava al nostro popolo che avrebbe mandato nell’Italia dei primi mesi di COVID nel 2020 un gruppo di medici albanesi. Come ricordano le cronache, non finì bene: i dottori inviati generosamente da Tirana furono trovati ubriachi a fare festa in hotel dalle forze dell’ordine, un piccolo incidente nel percorso della guarigione del Paese dal morbo cinese.

 

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Immagine di © European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia riprodotta secondo indicazioni

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Israele minaccia di bombardare l’Iran fino a farlo regredire all’età della pietra

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Israele è in attesa del via libera dagli Stati Uniti per riprendere la campagna contro l’Iran e bombardare la Repubblica islamica riportandola all’«età della pietra», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz.   Il messaggio del Katz arriva dopo che martedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran per dare tempo a un potenziale accordo, mantenendo al contempo il blocco navale americano dei porti iraniani.   «Israele è pronto a riprendere la guerra contro l’Iran», ha dichiarato il Katz giovedì. «Attendiamo il via libera dagli Stati Uniti… per completare l’eliminazione della dinastia Khamenei… e per riportare l’Iran all’età della pietra e al Medioevo», distruggendo le sue principali infrastrutture energetiche ed economiche, ha affermato.   Il primo giorno della campagna israelo-americana, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, e diversi membri della sua famiglia furono uccisi. Suo figlio, Mojtaba Khamenei, fu nominato suo successore.

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Alcuni politici e commentatori dei media statunitensi hanno affermato che Washington è stata «trascinata» nella guerra, citando la stretta coordinazione militare con lo Stato degli ebrei. Altri hanno indicato l’influenza dei gruppi di pressione filo-israeliani a Washington. Trump ha respinto l’accusa.   Nei giorni precedenti all’attacco del 28 febbraio, si sono susseguiti colloqui indiretti e notizie di lunghi cicli di discussioni tra le delegazioni statunitense e iraniana in Oman. Il ministro degli Esteri omanita ha persino suggerito che la pace fosse a portata di mano e che si dovesse lasciare che la diplomazia facesse il suo corso.   La retorica dell’«età della pietra» è stata usata per la prima volta da Trump il 1° aprile, circa cinque settimane dopo l’inizio dei combattimenti. All’epoca, avvertì che le forze statunitensi avrebbero «colpito duramente» e avrebbero potuto «riportarlo all’età della pietra» entro «due o tre settimane» se Teheran si fosse rifiutata di soddisfare le richieste statunitensi, tra cui la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’accettazione di un accordo che imponesse limiti più severi alle sue attività nucleari.   Teheran ha respinto le richieste, rifiutandosi di interrompere l’arricchimento dell’uranio, che a suo dire le serve per scopi civili, tra cui la produzione di energia e le applicazioni mediche.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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