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Geopolitica

Blocco del Nagorno-Karabakh, il Catholicos armeno: atto disumano

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Da oltre una settimana l’Azerbaijan sta imponendo la chiusura stradale sull’unica via di collegamento tra l’Armenia e l’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, impedendo a migliaia di armeni di ricongiungersi con le famiglie o ricevere cibo e cure mediche. Una situazione ricordata ieri da papa Francesco nell’Angelus. Il monito del Catholicos d’Armenia Karekin II: «Le semplici parole di condanna non saranno sufficienti».

 

 

«In questi giorni è con cuore turbato e preoccupato che tutti i nostri occhi sono rivolti alla regione armena dell’Artsakh», ha dichiarato ieri durante la liturgia il Supremo patriarca e Catholicos d’Armenia Karekin II.

 

Da più di una settimana sedicenti ambientalisti azerbaijani – formalmente in protesta contro l’attività estrattiva di una miniera d’oro – stanno bloccando l’unica strada che collega l’Armenia all’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, nella regione del Nagorno Karabakh, «attraverso atti di pura provocazione e con falsi pretesti», ha sottolineato l’arcivescovo capo del Patriarcato armeno.

 

Una situazione ricordata ieri anche da papa Francesco durante l’Angelus: il pontefice ha espresso «preoccupazione» per «le precarie condizioni umanitarie» della popolazione.

 

La regione del Caucaso meridionale, a maggioranza armena ma all’interno dei confini azerbaijani, è da tempo contesa tra Erevan, sostenuta dalla Russia, e Baku, appoggiata dalla Turchia. L’ultima guerra, scoppiata nel 2020 dopo un’aggressione da parte dell’Azerbaijan, si era conclusa dopo 44 giorni con una tregua mediata dal presidente russo Vladimir Putin.

 

Circa 120mila armeni, di cui 30mila bambini, sono stati ora isolati, impossibilitati a ricongiungersi con i parenti o a ricevere cure mediche, «spingendo il popolo dell’Artsakh verso una catastrofe umanitaria», ha aggiunto Karekin II.

 

La settimana scorsa diversi studenti karabakhi si erano recati a Erevan in occasione dell’Eurovision junior: lontani dalle loro famiglie non gli è stato permesso di valicare il confine e tornare a casa.

 

Il Corridoio di Berdzor (Lachin), che collega le città di Stepanakert (capitale di fatto dell’Artsakh) e Goris (nella provincia di Syunik) viene utilizzato per consegnare tutta la merce alla popolazione armena del Nagorno Karabakh, dal cibo alle medicine. L’Azerbaijan nei giorni scorsi ha anche interrotto la fornitura di gas per oltre 50 ore.

 

«Oggi l’Azerbaigian sta cercando di svuotare l’Artsakh della sua popolazione seminando il terrore. È inaccettabile che nel mondo di oggi che riconosce come valori supremi il diritto di ogni persona alla dignità e alla libertà possano esistere ed essere tollerate manifestazioni così disumane nei confronti di un intero popolo», ha affermato ancora il Catholicos di tutti gli armeni.

 

«Le semplici parole di condanna non saranno sufficienti a frenare le ambizioni espansionistiche dell’Azerbaigian e a fermare la sua ostilità. La Santa Chiesa apostolica armena manterrà i suoi sforzi affinché la comunità internazionale, gli Stati amici, le Chiese sorelle cristiane, le organizzazioni internazionali e religiose sostengano l’Artsakh e il suo popolo armeno».

 

Anche il patriarcato cattolico armeno ha condannato «il blocco stradale», un’azione che costituisce «una chiara violazione dei diritti umani, e una contraddizione con la dichiarazione tripartita emessa il 9 novembre 2020».

 

Già a settembre di quest’anno si erano riaccese le tensioni tra Armenia e Azerbaijan e secondo alcuni osservatori, a fronte dell’impegno della Russia in Ucraina, la questione rischia di degenerare in un nuovo conflitto.

 

 

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

 

Immagine di Moreau.henri via Wikimedia pubblicata su licenza Attribution-Share Alike 3.0 Unported2.5 Generic2.0 Generic1.0 Generic

 

 

 

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Geopolitica

Generale tedesco mette in guardia contro un ritorno al periodo precedente al Trattato di Vestfalia

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«Il diritto internazionale calpestato» dalla furia distruttiva degli Stati Uniti.

 

In un’intervista rilasciata alla televisione svizzera Weltwoche il 23 aprile, il generale tedesco in pensione Harald Kujat – ex ispettore capo della Bundeswehr (2000-2002) e presidente del Comitato militare della NATO (2002-2005) – ha denunciato la posizione statunitense secondo cui gli attacchi contro obiettivi civili sono accettabili, affermando che il diritto internazionale vieta atti militari contro i civili.

 

Tale violazione del diritto internazionale, dimostrata dai raid aerei statunitensi in Iran, non può essere tollerata. Il divieto di intervento esterno in uno stato sovrano risale al Trattato di Vestfalia del 1648, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni.

 

Il Kujatto mette in guardia contro un ritorno al periodo storico precedente al 1648, che rappresenterebbe una marcia verso una nuova era oscura.

 

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Il Trattato di Vestfalia, siglato il 24 ottobre 1648 a Münster e Osnabrück, pose fine alla Guerra dei Trent’anni (1618-1648), il conflitto più devastante della storia europea prima delle guerre mondiali. Firmato da Impero Asburgico, Francia, Svezia e numerosi principati tedeschi, rappresentò la conclusione di un’epoca segnata da guerre religiose e dinastiche.

 

Il suo significato storico è enorme. Vestfalia sancì il principio della sovranità statale: ogni Stato ha diritto esclusivo di governare il proprio territorio senza interferenze esterne. Nacque così il moderno sistema degli Stati-nazione, base del diritto internazionale contemporaneo. Venne riconosciuta l’indipendenza della Svizzera e delle Province Unite (Olanda), mentre la Germania rimase frammentata in tanti di piccoli Stati.

 

Il trattato segnò anche la fine del sogno di un impero universale cattolico e l’affermazione del principio cuius regio, eius religio (aggiornato con la libertà di culto). La Francia emerse come grande potenza, mentre declinò l’egemonia degli Asburgo.

 

Vestfalia è considerata la nascita dell’ordine internazionale moderno: dal mondo medievale al mondo degli Stati sovrani, un passaggio fondamentale che ancora oggi influenza diplomazia, confini e relazioni tra nazioni.

 

Già in passato il generale Kujat ha parlato della fragilità della situazione geopolitica attuale. Alla fine del 2024 il  Kujatto aveva parlato di una «catastrofe centrale del XXI secolo» dicendo che mai l’umanità è stata così prossima alla Terza Guerra, arrivando a definire l’escalation dell’Occidente con la Russia come un «punto di non ritorno».

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa fa in un’intervista alla radio Berlino-Brandeburgo (RBB), il generale tedesco aveva definito un’«assoluta assurdità» l’idea che l’Ucraina sarebbe in grado, solo con più munizioni, di respingere le truppe di Mosca, aggiungendo per soprammercato che le forze armate russe sono «più forti che negli anni ’80».

 

L’anno precedente il generale aveva messo in guardia dalla minaccia di guerra se la Germania dovesse soccombere alle pressioni NATO e consegnare missili da crociera Taurus all’Ucraina.

 

Come riportato da Renovatio 21, il nome del generale Kujat appariva in un appello da parte di generali germanici che si opponevano alla fornitura di carrarmati Leopard all’Ucraina.

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Immagine: Gerard ter Borch (1617–1681), La ratifica del Trattato di Münster (1648), Rijksmuseum, Amsterdam

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Geopolitica

Trump minaccia di ritirare le truppe dalla Germania

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che potrebbe ritirare alcune truppe americane dislocate in Germania, dopo un acceso scambio di battute con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran.   «Gli Stati Uniti stanno studiando e valutando la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione da prendere a breve», ha scritto Trump su Truth Social mercoledì.   Nel 2020, verso la fine del suo primo mandato, Trump aveva pianificato il ritiro di circa 12.000 dei circa 36.000 militari americani di stanza in Germania all’epoca. L’ex presidente Joe Biden in seguito ha inviato ulteriori truppe in Germania, motivando la scelta con il conflitto in Ucraina.   Secondo la CBS, oltre 36.000 soldati in servizio attivo e 1.500 riservisti sono attualmente dislocati nelle basi militari tedesche.   Trump ha criticato gli alleati europei per non aver sostenuto la guerra israelo-americana contro l’Iran e per aver rifiutato di contribuire alla riapertura dello Stretto di Ormuzzo, chiuso da Teheran al traffico marittimo «ostile» a febbraio. Il conflitto ha inoltre spinto il presidente a rinnovare le sue critiche di lunga data alla NATO, che questo mese ha definito «una tigre di carta».

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Lunedì, parlando agli studenti di una scuola tedesca, Merz ha sostenuto che gli Stati Uniti venivano «umiliati» dall’Iran e che l’amministrazione Trump non aveva una strategia chiara nel conflitto, evidenziando come la Germania stia subendo pesanti ripercussioni a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia provocato dalla guerra.   Trump ha risposto attaccando Merz sui social media. «Non sa di cosa sta parlando!», ha scritto Trump su Truth Social, aggiungendo: «Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti!».   Mercoledì Merz ha cercato di ridimensionare la faida, affermando che il suo rapporto personale con il presidente degli Stati Uniti «rimane buono».   «Fin dall’inizio ho avuto dei dubbi su ciò che è stato scatenato con la guerra in Iran. Per questo l’ho chiarito», ha affermato Merz, secondo quanto riportato da Reuters.   Nel frattempo, mercoledì i prezzi del petrolio hanno superato i 120 dollari, il livello più alto dal 2022, mentre persiste l’incertezza sulle prospettive dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.

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Geopolitica

Cablogramma USA descrive il futuro di Ormuzzo

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Gli Stati Uniti si apprestano a proporre ai governi stranieri una nuova iniziativa per il controllo dello Stretto di Ormuzzo, escludendo esplicitamente dalla partecipazione i paesi considerati «avversari», ovvero Russia e Cina.

 

La proposta è stata illustrata in un cablogramma inviato martedì dal Segretario di Stato Marco Rubio alle ambasciate statunitensi, alle quali è stato chiesto di presentare il piano ai governi ospitanti. Il Wall Street Journal è stato il primo a riportare la notizia del cablogramma, e l’agenzia Reuters ne ha successivamente confermato il contenuto.

 

L’iniziativa, nota come Maritime Freedom Construct (MFC), sarebbe gestita congiuntamente dal dipartimento di Stato – che fungerebbe da «centro operativo diplomatico» – e dal Pentagono tramite il suo comando regionale, il CENTCOM.

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«La vostra partecipazione rafforzerà la nostra capacità collettiva di ripristinare la libertà di navigazione e proteggere l’economia globale», si legge nel messaggio rivolto ai potenziali partner. «L’azione collettiva è essenziale per dimostrare una determinazione unitaria e imporre costi significativi all’ostruzione iraniana del transito attraverso lo Stretto».

 

Secondo quanto riportato, i Paesi aderenti alla MFC non sarebbero obbligati a fornire forze militari. L’iniziativa è inoltre descritta come distinta dalla strategia di «massima pressione» del presidente Donald Trump nei confronti dell’Iran e da qualsiasi potenziale futuro dispiegamento di truppe da parte dei membri europei della NATO.

 

L’invito non è esteso alle nazioni definite «avversarie» nel cablogramma, tra cui Russia, Cina, Bielorussia e Cuba.

 

Trump in passato ha criticato i membri della NATO per essersi rifiutati di sostenere la campagna aerea israelo-americana volta a provocare un cambio di regime a Teheran. Secondo alcune indiscrezioni, la Casa Bianca avrebbe stilato una lista di membri europei del blocco militare che potrebbero subire ripercussioni per la loro mancanza di sostegno, o per essersi apertamente opposti all’operazione, come nel caso della Spagna.

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