Pensiero
Fine del green pass? Ci credete? Avete visto dove vi hanno portati?
Lo hanno annunciato. Il 31 marzo finisce lo Stato di Emergenza, durato appena quei due anni esatti consentiti dalla legge.
Il primo aprile sparisce il sistema semaforico inventato dal ministro Speranza. Levato l’obbligo di super green pass per gli ultracinquantenni. Stop alla quarantena da contatto. Tutti allo stadio: 100% della capienza.
Il 30 aprile termina l’obbligo delle mascherine.
Il primo maggio è il giorno fatidico in cui, dicono, non ci sarà più il green pass.
È strano. Non sentiamo nessuno festeggiare. Né i no vax impenitenti, quelli che per il green pass si sono fatti schedare (andando in piazza a protestare), né i covidioti di varie gradazioni
È strano. Non sentiamo nessuno festeggiare. Né i no vax impenitenti, quelli che per il green pass si sono fatti schedare (andando in piazza a protestare), né i covidioti di varie gradazioni: nessuno sta stappando.
È ben bizzarro: si tratta di un momento di liberazione tanto agognato, sulla carta sarebbe catartico al punto che il governo ve lo ha messo nel giorno della festa del lavoro (quello che il governo vi ha fatto capire di potervi togliere), mantenedovi in cattività greenpassata sia la Pasqua di Resurrezione che la Festa della Liberazione. Resurrezione, Liberazione: semantiche che in effetti andavano a sovrapporsi con la grazia, scesa dagli dèi del cielo, della fine della tessera verde.
Probabilmente, nessuno ci crede più. A nessuno importa più quello che fa il governo. Si tratta di una sorta di «impotenza acquisita», oramai inflitta all’intera popolazione. Nell’impotenza acquisita, lo scienziato dà le scosse elettriche al cane fino a che questo non tenta più nemmeno di fuggire, e impara, semplicemente, ad accettare il suo destino di tortura. Come noto, questa psicologia era la base delle torture perpetrate dalla CIA ai presunti terroristi nei vari dark sites in giro per il mondo.
Green pass, mascherina, vaccino… Oramai, che importanza ha? Abbiamo capito che l’unica forma di convivenza con lo Stato è la nostra sottomissione. Abbiamo capito che non c’è modo di eludere questa realtà. Perché, avete magari anche provato, ma poi lo Stato moderno, spogliato dell’ultima foglia di fico, vi ha mostrato la sua natura profonda: il monopolio della violenza. Ecco i manganelli, gli idranti, la proibizione di andare a lavoro, la miseria indotta, l’emarginazione, con il contorno di insulti per strada, negli ambulatori, in TV.
Cosa c’è da festeggiare? Il ritorno dello stato di diritto? Il reintegro dei propri diritti fondamentali? La ricomparsa del contratto sociale? La restaurazione della Costituzione come guida della società?
Quindi, davvero, cosa c’è da festeggiare? Il ritorno dello stato di diritto? Non ci crede nessuno. Il reintegro dei propri diritti fondamentali? No. La ricomparsa del contratto sociale? Una barzelletta nemmeno più comprensibile. La restaurazione della Costituzione come guida della società? Ma dove?
Nessuno ci crede più. Tutti in realtà sanno che una volta persa la condizione precedente, indietro non si tornerà. Anzi. Già due anni fa qualcuno aveva iniziato a capire che ci trovavamo davanti ad un fenomeno ciclico: ci avrebbero aperto e richiuso a piacimento (chiaro, brandendo qualche statistica a caso, e dietro un medico e un poliziotto che fanno sì con la testa), e ogni volta avremmo perso un po’ più di libertà, oltre che un po’ più di denaro.
Vi stiamo dicendo, in pratica: possono pure togliere il green pass, ma non pensate nemmeno per un momento che esso sparirà. La mela è stata mangiata.
Credete che i vostri dati sanitari saranno cancellati, come secondo vostro diritto di privacy e roboanti disposizioni europee GDPR? Volete farci ridere? Voi non avete più alcun potere sui vostri dati, che la manovra ha stabilito possono circolare liberamente tra un database (silos) statale ad un altro, senza bisogno di giudici, ordinanze o di motivazioni particolari.
La digitalizzazione coatta è compiuta: e il green pass è il suo compimento
Date un’occhiata al vostro cassetto fiscale, o, ancora meglio, al vostro fascicolo elettronico: ci trovate i vaccini che avete fatto 20, 40, 70 anni fa. Tutto segnato, tutto reso dato per schedature e algoritmi – per sempre.
La digitalizzazione coatta è compiuta: e il green pass è il suo compimento. Perché lo scongeleranno a ottobre (già i televirologi parlano di nuove ondate), e soprattutto perché, come abbiamo ripetuto infinite volte su Renovatio 21, sul sistema del green pass correrà l’«inevitabile» euro digitale, il danaro programmabile che cambierà completamente la vostra vita, di fatto asservendola ad un sistema centrale sul quale non avrete più alcun potere – nemmeno la farsa del voto…
Quindi: mettono a nanna il green pass per un po’, perché se lo possono permettere. Perché il lavoro è stato fatto, per lo meno questa delicata prima fase di inghiottimento della realtà nel database, e di piegamento della popolazione ad un sistema di libertà limitata basata su meccaniche premiali
Siete tutti divenuti dei numeri. Non siete più cittadini, siete utenti di una piattaforma. Non avete più diritti, avete l’accesso, o meno, a spazi, servizi. Non avete più privacy, siete controllati in ogni vostro movimento, in ogni vostra transazione – anche quelle che non avete ancora fatto, ma che possono essere predette algoritmicamente, oppure inibite e basta (decideranno che il fumo fa male: il vostro danaro non potrà comprare sigarette, e quindi non fumerete mai più).
Tuttavia, la vera vittoria per il Padrone del Mondo è stata farvelo accettare. La pandemia è stata un referendum sull’abolizione dei vostri diritti, e avete risposto sì.
Per questo, vi diciamo: che importanza ha il green pass, in fondo? Guardatevi intorno, guardatevi dove vi hanno importato
Avete accettato che vi chiudessero in casa. Avete accettato che non vi consentissero di lavorare. Avete accettato che vi impedissero di abbracciare i vostri cari – anche quando stavano per morire. Avete accettato che vi tappassero la bocca. Avete accettato ogni insulto, ogni sopruso della libertà e del diritto.
Per questo, vi diciamo: che importanza ha il green pass, in fondo? Guardatevi intorno, guardatevi dove vi hanno importato.
Siamo pronti, preparatissimi, per un mondo di privazioni e crudeltà senza fine. Guardate cosa sta succedendo con le industrie: acciaierie, fabbriche di ceramica, cartiere chiudono. Il combustibile ha costi impossibili. Il cibo potrebbe diventare un lusso. Alcuni settori vivono già la realtà del razionamento, in attesa che colpisca tutti. Lavorerai solo secondo la logica distributiva che ti impongono. Mangerai solo quello che ti daranno, quando te lo daranno. Userai la corrente elettrica solo se te la manderanno a casa tua.
Lo avete di certo notato: dopo i due anni di emergenza, stiamo affrontando la nuova emergenza – la guerra delle Russie – in modo spaventosamente passivo. Le materie prime non arrivano alle fabbriche? Non si odono industriali e operai sul piede di guerra contro il governo. Gli alimentari aumentano i loro prezzi a dismisura, e minacciano di scomparire? Non si sentono politici che cerchino una soluzione a una prospettiva enorme come quella del ritorno della fame.
Non importa più nulla, a nessuno. Anzi: invece che cercare con raziocinio la pace, armano il conflitto, gettano benzina (che è oramai rara e carissima) sul fuoco.
Un paio di bombe atomiche scappate nell’escalation, tanto per ricordare a tutti che bisogna obbedire, perché l’emergenza è concreta, presente. Fate come vi diciamo e non si farà male nessuno
A questo punto, uno può pensare, è anche possibile che la bomba atomica da qualche parte la sgancino. Siamo onesti: non cambierebbe gli equilibri sconvolti, non turberebbe la nostra narcosi di impotenza acquisita. Che differenza potrebbero fare un paio di città nuclearizzate in Russia o in America, o in Europa? Ci sottometteremmo anche a quello, comprendendo che in fondo abbiamo solo aggiunto qualche radiazione ad un collasso che già stavamo vivendo. Come nei romanzi del compianto Maurice Dantec, dove la Siberia è dilaniata da guerre infinite con aree completamente rese inagibili con le radiazioni, ci si passa attraverso con la transiberiana che al momento giusto abbassa sulle finestre delle barriere per la radioattività.
Un paio di bombe atomiche scappate nell’escalation, tanto per ricordare a tutti che bisogna obbedire, perché l’emergenza è concreta, presente. Fate come vi diciamo e non si farà male nessuno.
Quale spiegazione può avere tutta questa follia?
Beh, semplice: non ci troviamo più in una situazione di declino controllato, ma di demolizione, devastazione, distruzione programmatica della Civiltà.
Perché la Civiltà umana, cioè la Civiltà cristiana, quella fatta dall’uomo Imago Dei, devi finire una volta per tutte. Dalle sue rovine dovrà ricrearsi un nuovo sistema, dove gli umani sono degli ingranaggi, a loro volta modificabili a piacimento – e per questi motivi totalmente controllabili.
Solve et coagula. Dissolvere la Civiltà per comporre la nuova era invertita, dove gli esseri umani non avranno più nessuna libertà se non quella della depravazione e della morte – in una parola, la Necrocultura
Solve et coagula. Dissolvere la Civiltà per comporre la nuova era invertita, dove gli esseri umani non avranno più nessuna libertà se non quella della depravazione e della morte – in una parola, la Necrocultura.
Quindi, tranquilli: il green pass ve lo tolgono, ma domani ve lo rimettono.
Ad ogni modo, hanno già ottenuto quello che desideravano. Hanno installato il sistema operativo della schiavitù e della Cultura della Morte.
Vi lasceranno stare da qui a qualche mese, ma statene certi: nel medio e lungo periodo, vi faranno cose indicibili.
A meno che… a meno che questo piano non venga rovesciato.
Nessuno è mai uscito dal totalitarismo continuando ad obbedire, attendendo che passi la nottata.
Sarà tremendo. Richiederà lotte impossibili, sacrifici spaventosi.
Tuttavia, avete alternative?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Il fascismo evergreen
Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».
Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.
Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.
Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.
Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.
Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?
Sei un fascista di merda.
Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.
Prof. Luca Marini
Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Arte
Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Arte
Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.
Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.
In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?
Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.
Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.
Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).
Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).
Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini
Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.
Menzione speciale per quel «cadde tra i spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.
Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.
Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.
Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
Sostieni Renovatio 21
Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.
Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.
E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.
Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.
La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).
L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.
Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.
Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.
E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.
Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.
E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.
Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.
Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.
Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).
Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.
Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».
È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.
Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)
Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.
Aiuta Renovatio 21
A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?
La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.
Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.
Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.
Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.
Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Ambiente2 settimane faMorti di caldo, morti di inciviltà
-



Immigrazione2 settimane faMons. Viganò: l’invasione programmata dell’Occidente apostata è un piano diabolico di sostituzione etnica
-



Arte1 settimana faPerché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
-



Internet5 giorni faLa figlia di Bill Gates accusata di frode: rischierebbe 20 anni in galera
-



Morte cerebrale2 settimane faMorte cerebrale: quando l’informazione non distingue più tra la morte e il suo accertamento
-



Storia7 giorni faIncontro in Giappone con la mamma del conte Kalergi. Alla Messa in latino…
-



Bizzarria2 settimane faAttacco di flatulenza da parte di uno spettatore: cinema evacuato
-



Pensiero1 settimana faMaresciallo, io confesso








