Pensiero
Di nuovo infetto dopo neanche tre mesi. Cosa sta succedendo?
Ho ripreso il COVID, dopo poco più di due mesi che ero guarito. Sto cercando di capire cosa sta succedendo: ma non a me, a tutto il sistema qualora questa cosa continuasse e io non fossi un caso isolato.
L’altra volta che mi sono ammalato – la prima e fino a poco fa l’unica – non avevo scritto niente. Un po’ per discrezione e pudore, un po’ per vergogna: pensavo fosse una cosa di cui non parlare, invece forse avrei dovuto scriverne qualcosa.
Era l’inizio dell’ondata di dicembre-gennaio, quella delle file chilometriche fuori dai centri tamponi. Io non avevo capito quanto la cosa stesse gonfiandosi, fino a sfuggire di mano al potere, con tanto di scenette grottesche.
Fu tremendo. Per me, per i famigliari. Sentii il peso di tutto quello di cui si discute: la follia del protocollo «tachipirina e vigile attesa», la ricerca di qualcuno che voglia visitarti, la portata psicologica dell’isolamento. Sentii il peso della polmonite, tutto.
Fu agghiacciante, e durò molto. Ora sarei punto e a capo. In neanche tre mesi: meno della metà di quello che mi assicura il green pass, cioè immunizzazione di almeno sei mesi. Una tempistica del tutto arbitraria, che ora potrebbe essere annullata, spazzata via per sempre.
Non più i sei mesi, né i quattro che ti danno in Francia: semplicemente, se i casi come il mio anche stavolta divenissero un’ondata (come molti di voi, sto raccogliendo varie voci in questo senso) toglierebbero del tutto l’opzione dell’immunità naturale, lasciando come unico accesso alla vita pubblica – cioè, requisito per avere il green pass – la vaccinazione, anche qualora fosse oramai assodato che essa non previene nulla.
Perché questo è quello che può succedere. Assieme al virus, potrebbe mutare anche il green pass, e con esso, per sempre, i concetti basici di immunologia di decenni di pratica medica. Gli anticorpi naturali non varranno più niente davanti allo Stato. La vostra vita dipenderà da questo.
Prima di addentrarci in questo argomento, due cose personali. Forse qualcuno è curioso di sapere, per farsi un’idea e magari per regolarsi.
Perché mi sono ammalato? In classe di mio figlio era stato segnalato un positivo. Qualche giorno dopo, aveva la febbre. Positivo anche lui. Qui però non c’è da preoccuparsi, perché come tanti altri suoi amichetti, ha fatto un giorno e mezzo, due al massimo, con la febbre, per poi far sparire i sintomi quasi istantaneamente. Al momento sta andando così.
Io ho cominciato ad avere la febbre qualche giorno dopo. A dire il vero, potrei averci messo del mio. Ho fatto un digiuno di una decina di giorni. È stato più duro del previsto, oramai per me è diventato arduo: al terzo giorno di digiuno mi sento come al trentesimo giorno quando ne facevo negli anni scorsi. Tuttavia, la malattia è arrivata dopo una settimana che mi stavo tranquillamente rifocillando, ed ero tecnicamente in salute.
Poi, la sera prima della febbre, ho lavorato, come sempre, fino a tardissimo. Prima di andare a letto sono passato davanti ad uno specchio, e ho notato quanto orrenda era la mia faccia. Dentro ho sentito chiaro il pensiero di aver esagerato, di aver tirato la corda tanto che più tardi l’avrai pagata.
Manfatti. Taac. Il giorno dopo febbre, qualcosina al naso e alla gola. Sonnolenza. Dolori articolari. Confusione.
Ora sono al terzo giorno e non sto malissimo. L’umore è migliore rispetto l’altra volta, almeno so di cosa si tratta. Ho tutti gli elementi per stare più tranquillo che mai, nonostante gli arresti domiciliari e la perdita di lavoro, appuntamenti, progetti, etc.
È altro ciò che mi spaventa ora. Numero uno, la questione biologica.
È chiaro che qualsiasi cosa abbia preso ora, è diverso da ciò che circolava a fine dicembre. Ciò vuol dire che, l’abbiamo capito tutti, il virus muta.
Ci stanno dicendo che sarà endemico, come l’influenza, alla fine il governo, segretamente disperato, ha sposato la tesi dei novaxi della prima ora, secondo cui il COVID sarebbe poco più della stagionale: ma scusate, io non ho mai preso l’influenza due volte in pochi mesi. Vi sono anni interi in cui non mi sono ammalato mai.
No, l’influenza non si comporta così: né nell’infezione, né nei sintomi. E chi gliela ha data, a questa malattia, la capacità di infettare in modo recidivo?
È chiaro che tornano alla mente coloro che, ancora mesi fa, avvertivano riguardo ai possibili effetti collaterali della vaccinazione di massa.
«Mai vaccinare durante una pandemia» mi hanno detto ieri due dottori, ricordando i testi di medicina in cui questa cosa era scritta nero su bianco.
La vaccinazione di massa ha portato alle varianti. Vaccinazioni specifiche per le varianti porteranno altre varianti.
«Proprio come gli antibiotici generano resistenza nei batteri, i vaccini esercitano una pressione evolutiva sui virus per accelerare le mutazioni e creare varianti più virulente e pericolose» aveva scritto Joseph Mercola.
«In una persona non vaccinata, il virus non incontra la stessa pressione evolutiva per mutare in qualcosa di più forte», ha aggiunto Mercola (…) Quindi, se il SARS-CoV-2 finisce per mutare in ceppi più letali, la vaccinazione di massa è il fattore scatenante più probabile»
Lo stesso pensiero del dotto il dottor Geert Vanden Bossche, esperto di vaccini che ha lavorato con GSK Biologicals, Novartis Vaccines, Solvay Biologicals, il team Global Health Discovery della Bill & Melinda Gates Foundation a Seattle e il GAVI a Ginevra:
«Non c’è dubbio che le continue campagne di vaccinazione di massa consentiranno a nuove varianti virali più infettive di diventare sempre più dominanti e alla fine si tradurranno in una drammatica inclinazione nei nuovi casi nonostante i maggiori tassi di copertura vaccinale. E indiscutibilmente questa situazione porterà presto alla completa resistenza delle varianti circolanti agli attuali vaccini».
Sarebbero proprio i vaccinati, quindi, ad avere un ruolo chiave nelle varianti.
«Quello che stiamo vedendo è l’ABC dell’evoluzione del virus» ha detto Brian Hooker, professore di biologia alla Simpson University.
Vi è poi la storia ancora più prossima a noi, riguardo a questa teoria: quella della Omicron nata dalla spinta evolutiva innescata dalla miracolosa pillola anti-COVID.
Il virologo di Harvard William A. Haseltine ha detto al Financial Times che la causa delle mutazioni potrebbe essere il molnupiravir, il farmaco anti-COVID sviluppato da Merck, che ha risposto negando l’accusa come «infondata» e priva di «basi scientifiche».
«Stiamo mettendo in circolazione un farmaco che è un potente mutageno in un momento in cui siamo profondamente preoccupati per le nuove varianti», sostiene Haseltine. «Se stessi cercando di creare un virus nuovo e più pericoloso negli esseri umani, darei una dose subclinica di molnupiravir alle persone infette».
Secondo il virologo il farmaco interviene nel processo di mutazione del virus, «introducendo più errori nel suo codice genetico. Quando vengono introdotti abbastanza errori, la replicazione del virus rallenta e il paziente lo elimina». Cioè, il farmaco sovraccarica il virus con mutazioni, fino a quando non diventa incapace di replicarsi.
Il problema, avverte Haseltine, è che queste proprietà «altamente mutagene» del farmaco potrebbero aver indotto la creazione di varianti.
Si tratta proprio della pillola acquistata in decine di migliaia di confezioni dal generale Figliuolo.
Di tutto quello di cui abbiamo scritto sotto, che dovrebbe far parte dell’ABC della virologia e pure della biologia tout court, non si è praticamente avuto alcun dibattito in Italia. E il mio stato di salute attuale potrebbe esserne la diretta conseguenza.
Tuttavia, è ancora più preoccupante il secondo punto che mi fa temere: quello amministrativo e digitale.
Molto in breve, se le reinfezioni dopo poche settimane non dovessero essere casi isolati ma la nuova realtà epidemiologica (una nuova ondata, come si diceva) non so immaginare l’urto quale potrebbe essere.
L’intera architettura biosecuritaria con cui stanno riplasmando (resettando…) la società – e cioè, il green pass – andrebbe in pezzi.
O meglio, andrebbe frantumata la sua credibilità. Essendo un oggetto digitale, sarebbe riformulato in poco tempo. Sarebbe semplicemente esclusa la possibilità di avere un certificato verde con la sola immunità naturale.
E lasciate perdere il fatto che anche i vaccini non hanno dato prova di proteggere dall’infezione e dal contagio: ve la rigirano in un nanosecondo con qualche slogan pubblicitario, tipo previene-l’ospedelizzazione, e poi cercano pure di raccontarti che mai in vita loro hanno detto che la siringa genica offriva totale protezione… macché, scherziamo?
La sceneggiatura la conoscete: come notava questo sito oramai più di un anno fa, qualcuno lavorava alacremenente, e furtivamente, per riformulare l’idea stessa di immunità di gregge.
Ricordate? Si era a fine dicembre 2020… Sul sito dell’OMS la definizione di herd immunity subì una strana, repentina mutazione. Nella nuova definizione, l’OMS insisteva sul fatto che l’immunità di gregge si otteneva esclusivamente con programmi di vaccinazione di massa.
«L’immunità di gregge si ottiene proteggendo le persone da un virus, non esponendole ad esso (…) L’immunità di gregge esiste quando viene vaccinata un’alta percentuale della popolazione» scriveva il sito dell’OMS, buttando a mare, anche quello, decenni di letteratura epidemiologica.
I padroni del green pass non vedono l’ora di seguire questo spartito.
Cercate di capire, e di essere magnanimi: non è più possibile dire che sono in malafede. Semplicemente, non sanno quello che fanno. Improvvisano. C’è un canovaccio, certo. Ma loro ballano come capita, come dei sordi che fingono di sentire una musica che non c’è.
Questo dovrebbe far paura: perché è proprio quando il truffatore viene smascherato che può diventare violento.
Immaginate ora il nervosismo: ci ripetono che siamo nel finale, il decreto si chiama in modo benaugurante «fine pandemia». Pensate a quanto sono esposti nella loro menzogna, davanti ad un caso come il mio, oltre che quello dei migliaia e migliaia di infetti doppio-triplo-quadruplovaccinati.
Quindi ora non so cosa aspettarmi da chi vuole marchiarmi con il timbro verde e che, mentre fingeva di toglierlo almeno per qualche mese, ora dovrà riprogrammarlo.
No, non possiamo sapere cosa farà un potere costituito che è legibus solutus, al punto che distrugge gli interessi energetici e perfino alimentari dei suoi cittadini dichiarando di fatto guerra ad uno dei nostri più importanti partner mondiali.
Un potere che invia armi agli avversari di chi ci dava riscaldamento e cibo e lavoro – avversari con simboli e ideologie che in Italia non sarebbero esattamente legali.
Un governo, un Parlamento, un’intero sistema politico-amministrativo e mediatico che scherza con il fuoco atomico, e sembra non rendersene contro.
Sì, mentre vi scrivo qui con la mia febbriciattola, dovrei pensare più che altro al fatto che le armi nucleari stanno per diventare un argomento strategicamente accettato da tutte le parti.
E forse, a questo punto dobbiamo anche ricordare che l’Ucraina è quel Paese dove, grazie ad un presidente amico di Davos e a ministri digitali intraprendenti, era stato dato a tutti i cittadini il prototipo definitivo del green pass del futuro, quello con cui puoi fare qualsiasi cosa, specialmente ricevere denaro virtuale se ti vaccini.
Sì, stiamo armando il Paese del green-pass-ultra-plus-premium obbligatorio (quello che da noi ci verrà affibbiato con dentro l’euro digitale), e provocando una superpotenza termonucleare che che ci dava gas e grano e tanto commercio – una superpotenza termonucleare che, al di là di questo, di fatto ci amava.
Di fatto, non so se posso reggere, se mi ci metto a pensare davvero. La malattia può prendere senz’altro il sopravvento. In un mondo così malato, la spinta del morbo verso il conformarsi potrebbe essere irresistibile.
Facciamo così. Io cercherò comunque di essere attivo mandando avanti il sito. L’altra volta non ce l’ho fatta: nei giorni di morbo più totale, non riuscivo nemmeno a lavorare al computer, anche perché quando lo facevo subito dopo la pagavo. Alcuni si sono risentiti e ci hanno scritto: del resto era praticamente la prima volta che Renovatio 21 staccava la spina, per due anni e passa, non c’era stato un giorno senza una pompata di contenuti per capire il mondo (attualmente, circa 10 al dì).
Allora. Farò del mio meglio per mantenere in piedi me stesso e Renovatio 21. Promesso.
Sempre di non essere disintegrato da un missile ipersonico nucleare russo che colpisce una delle cinque basi americane che stanno a poche centinaia di metri da dove mi trovo.
Non so quanto questa possibilità sia più remota di quella di beccarsi il COVID due volte in tre mesi.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Essere genitori
Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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