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La profezia di padre Malachi Martin avvertì nel 1990: «potremmo trovarci finalmente di fronte a un falso papa»

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Nel 1990, il defunto sacerdote esorcista padre Malachi Martin mise in guardia affermando che «potremmo trovarci finalmente di fronte a un falso papa». Lo ricorda LifeSite in un recente articolo.

 

In un colloquio privato tenutosi a Detroit, durante il quale padre Martin discusse della corruzione e della perdita di fede nel clero cattolico, oltre che del Terzo Segreto di Fatima, il sacerdote predisse che un «falso papa» sarebbe emerso qualche tempo dopo la morte di papa Giovanni Paolo II.

 

Padre Martin dichiarò che, al momento della conversazione, 114 dei 140 cardinali elettori erano «liberali».

 

«Quindi se (Giovanni Paolo II) venisse eliminato, ci troveremmo di fronte… o potremmo dover affrontare finalmente un falso papa», affermò padre Martin. «E lui ci sta risparmiando questo. Credo che una generazione futura guarderà indietro a papa Giovanni Paolo II, quando sarà canonizzato, e dirà che non sapevamo quale tesoro avessimo», proseguì.

 

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Padre Martin riconobbe l’esistenza di dubbi sulla legittimità del papato, dopo aver descritto apertamente la Chiesa come «in rovina» e aver sostenuto che stava «perdendo tutte le battaglie», pur precisando che «abbiamo vinto la guerra».

 

«È davvero papa? È davvero Pietro? È davvero il 263° successore di Pietro, il 264° Papa? O cos’è successo? Ha perso la fede? Perché non interviene?», disse padre Martin, riprendendo le domande e le inquietudini diffuse tra i cattolici di quel periodo.

 

Con fermezza, padre Martin affermò che, a partire dal 1963 circa, la gerarchia della Chiesa era stata infiltrata da Satana.

 

«Sta causando il massimo danno possibile. Ma è stato formalmente insediato nella struttura della Chiesa dai satanisti cattolici», dichiarò. Questo tema è al centro del suo libro Windswept House (1996), un romanzo che narra, in forma romanzata, l’intronizzazione di Lucifero nella Cappella di San Paolo in Vaticano nel 1963. L’opera descrive anche i tentativi di costringere un papa alle dimissioni per sostituirlo con un successore capace di rivoluzionare la Chiesa e favorire l’avvento di un Nuovo Ordine Mondiale.

 

Secondo Martin, neppure il papa poteva spezzare l’influenza di Satana all’interno della Chiesa. Aggiunse che papa Giovanni Paolo II, contrariamente a quanto comunemente ritenuto, era «legato mani e piedi» sotto quasi ogni aspetto.

 

«Il Santo Padre stesso è piuttosto impotente… se vuole andare in bagno, letteralmente – non sto scherzando – due uomini armati devono accompagnarlo e aspettarlo lì. Indossa un giubbotto antiproiettile. Di solito ci sono due assaggiatori».

 

«Non può inviare una lettera», proseguì. «Non può scrivere una lettera e inviarla ad Al, Joe o Patty. Non può ricevere una lettera. Tutto viene intercettato. Non può nominare un vescovo. Deve ottenere cinque firme per ogni vescovo», spiegò padre Martin.

 

Per esemplificare, raccontò che nel giugno-luglio 1989 papa Giovanni Paolo II «scrisse una lettera a tutti i vescovi della Chiesa ordinando loro di istituire un’Esposizione del Santissimo Sacramento una volta alla settimana, con preghiera, rosario e preghiere appropriate, per due intenzioni». Queste intenzioni erano «innanzitutto che Satana perdesse la sua presa sui ministri della Chiesa, sui sacerdoti, e in secondo luogo che il Terzo Segreto di Fatima non venisse attuato».

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«Ne avete mai sentito parlare? No. Sapete perché? Quando il papa scrive una lettera… la invia a un uomo di nome Agostino Casaroli, Segretario di Stato, che formula le sue raccomandazioni e la trasmette al delegato apostolico o nunzio in ogni Paese, aggiungendo a sua volta le proprie indicazioni. Questo è il secondo punto critico. Poi la lettera arriva alla Conferenza episcopale, il terzo punto critico. E loro decidono cosa fare. In questo caso, hanno deciso di sopprimerla».

 

«Allora ne avete sentito parlare? No. Questa è l’impotenza del Papa. Non è libero», concluse padre Martin.

 

Secondo quanto riferito da Martin, papa Giovanni Paolo II aveva rivelato di conoscere il contenuto del Terzo Segreto di Fatima durante un incontro con i fedeli a Fulda, in Germania, nel 1980, al quale Martin affermò di essere presente. Quando i cattolici chiesero al Papa se avesse letto il Terzo Segreto, egli ammise di averlo fatto due volte, ma si rifiutò di divulgarne il contenuto.

 

Disse che nel mondo sarebbero giunte punizioni inevitabili con la sola preghiera, sebbene potessero essere mitigate. Poi estrasse il rosario dalla tasca e invitò i presenti a recitarlo, aggiungendo: «È l’unica protezione che avete. Ditelo ogni giorno della vostra vita».

 

L’ex agente della CIA Rob Marro ha recentemente dichiarato al caporedattore di LifeSiteNews, John-Henry Westen, che il cardinale Augustin Bea, per il quale padre Martin aveva lavorato come segretario, gli aveva rivelato il Terzo Segreto dopo avergli fatto giurare di non divulgarne l’intero contenuto a meno che il papa non lo avesse liberato dal segreto pontificio.

 

La completezza del Terzo Segreto reso pubblico nel 2000 è fortemente contestata. Sebbene non menzioni esplicitamente l’«apostasia», il cardinale Mario Luigi Ciappi, che lo aveva letto, dichiarò nel 1995: «Nel Terzo Segreto si prevede, tra le altre cose, che la grande apostasia nella Chiesa inizierà dai vertici».

 

Anche padre Pio parlò di una «falsa chiesa» e di una «grande apostasia» verificatasi dopo il 1960 in relazione al Terzo Segreto, ricorda LifeSite.

 

In questo contesto, è plausibile che padre Martin, nel 1990, si riferisse al Terzo Segreto di Fatima quando predisse l’arrivo di un «falso papa».

 

Interrogato sull’arcivescovo Marcel Lefebvre, fondatore della Fraternità San Pio X (FSSPX), padre Martin lo definì «una benedizione per la Chiesa». «La scomunica è una barzelletta», affermò. «No, non è scomunicato. Si può scomunicare solo per un peccato mortale. Lui non ha commesso un peccato mortale».

 

«Non possono liberarsene. Sta crescendo e non possono assorbirlo. Si rifiuta di essere assorbito», aggiunse. Nel 2009 papa Benedetto XVI revocò le scomuniche di mons. Lefebvre e dei vescovi da lui consacrati. Tuttavia, ora che la FSSPX prevede di procedere alla consacrazione di nuovi vescovi per grave necessità, alcuni osservatori ritengono possibile il rischio di nuove scomuniche da parte di papa Leone XIV.

 

La carriera di Malachi Martin (1921-1999), gesuita irlandese e peritus (esperto teologico) al Concilio Vaticano II, è controversa. Durante il Concilio, Lavorò come segretario privato del cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, che preparò la dichiarazione Nostra Aetate (1965) sulle relazioni con le religioni non cristiane, in particolare con i giudei.

 

Martin, esperto di Antico Testamento e simpatizzante per le posizioni ebraiche, collaborò attivamente con l’American Jewish Committee (AJC). Fornì consigli teologici, intelligence logistica e copie di documenti riservati, usando pseudonimi come «Pushkin» e facendo trapelare materiale alla stampa (New York Times, TIME, quest’ultima rivista con forti legami con la CIA) e «Michael Serafian» per il libro The Pilgrim (1964), che descriveva le manovre interne sulla ↔questione ebraica» e mirava a influenzare i padri conciliari verso una svolta positiva.

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La sua azione, motivata da ragioni ideali e personali non completamente spiegate, favorì pressioni esterne che contribuirono alla stesura di Nostra Aetate: il testo rigettò l’accusa di deicidio collettivo agli ebrei, condannò l’antisemitismo e promosse dialogo e rispetto reciproco, segnando una svolta storica nelle relazioni cattolico-ebraiche.

 

Dopo il Concilio, Martin lasciò i gesuiti (1964) e divenne critico del post-concilio, ma il suo ruolo iniziale fu decisivo per l’apertura verso gli ebrei.

 

I 17 romanzi e libri di saggistica scritti da Martin erano frequentemente critici verso la gerarchia cattolica, che secondo lui non aveva agito in conformità a quella che definiva «la Terza Profezia» rivelata dalla Vergine Maria a Fatima. Tra le sue opere si annoverano The Scribal Character of the Dead Sea Scrolls (1958) e Hostage to the Devil (1976), dedicati a temi come il satanismo, la possessione demoniaca e l’esorcismo. The Final Conclave (1978) rappresentava invece un avvertimento nei confronti dello spionaggio sovietico all’interno del Vaticano.

 

Il gesuita poi divenuto sacerdote tradizionalista, si occupò largamente di esorcismi. Martin assistette al suo primo esorcismo mentre lavorava in Egitto per la ricerca archeologica. Come esorcista offrì consulenze su casi di possessione demoniaca, inclusi riferimenti ai fenomeni di Amityville – una casa infestata posa resa celebre da un film horror – , sebbene non sia stato direttamente coinvolto nel caso originale dei Lutz nel 1975

 

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«La tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la trasmissione del fuoco»: prima omelia di mons. Schreiber

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Il neovescovo Pascal Schreiber della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha pronunciato giovedì la sua prima omelia episcopale durante una solenne Messa pontificale celebrata nella «prateria» del seminario dell’Écône. Il messaggio di monsignor Schreiber si è concentrato sulla Beata Vergine Maria, sul sacerdozio e sull’opera della Fraternità Sacerdotale San Pio X nel mondo.   In occasione della festa della Visitazione, il giorno successivo alle consacrazioni episcopali della Fraternità, il vescovo Schreiber ha meditato sul racconto evangelico della visita della Madonna a Santa Elisabetta, presentandolo come modello di un’opera di grazia nascosta ma potente.   L’omelia era divisa in parti in francese, tedesco e inglese. Nella sezione in tedesco, Schreiber ha descritto la Beata Vergine come la Mediatrice di tutte le grazie, affermando che, così come la grazia era fluita attraverso di lei verso San Giovanni Battista e Sant’Elisabetta, allo stesso modo la grazia dell’episcopato era stata elargita per mezzo della sua mediazione materna.   Il vescovo appena consacrato ha anche riconosciuto le controversie che hanno accompagnato le consacrazioni, osservando che, mentre molti avevano accolto le cerimonie con gioia, altri avevano definito la Fraternità scismatica.   Ciononostante, ha insistito sul fatto che la missione della Fraternità rimanesse invariata: formare sacerdoti santi, preservare la Messa e la dottrina tradizionali e operare per il rinnovamento della Chiesa.   Rifacendosi a un’immagine spesso associata al compositore Gustav Mahler, il vescovo Schreiber ha concluso esortando i cattolici non solo a preservare la tradizione come «cenere», ma a trasmetterla come «fuoco».

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Vescovo Pascal Schreiber FSSPX Santa Messa Pontificale, 2 luglio 2026

  Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.  

Parte I, in francese

Reverendo Padre Superiore Generale, Vostra Eccellenza, cari confratelli nel sacerdozio, cari seminaristi e fratelli, mie venerabili sorelle, miei carissimi fedeli. to, desidero esprimere a voi, cari confratelli e cari fedeli – anche a nome degli altri tre vescovi appena consacrati – la nostra sincera gratitudine per i vostri sacrifici e le vostre preghiere in queste ultime settimane. Sono certo che Dio vi ricompenserà abbondantemente quaggiù per tutte queste preghiere che gli avete rivolto e ascolterà le vostre intenzioni.   Stiamo vivendo un momento ammirevole di grande unità all’interno della Fraternità. Il compito ora sarà quello di portare a casa con noi ciò che tutti proviamo in questi giorni speciali: nei nostri priorati, nelle nostre famiglie, nel nostro lavoro e ovunque la Provvidenza ci conduca.   La Fraternità continuerà a lavorare per il rinnovamento del sacerdozio. Allo stesso modo, farà tutto il possibile affinché la Tradizione riacquisti pienamente i suoi diritti. Anche se la situazione all’interno della Chiesa cattolica è ancora lontana da questo obiettivo; anche se il numero di coloro che rimangono fedeli alla dottrina tradizionale a volte sembra esiguo, ciò non deve scoraggiarci.   La storia della Chiesa e dell’umanità ci insegna che spesso sono le minoranze che si sono impegnate con determinazione in una causa e alla fine sono riuscite a conquistare la maggioranza alla giusta causa. Per questo motivo la missione della Fraternità non cambierà negli anni a venire. Il compito è trasmettere la fede cattolica nella sua interezza. Per questo motivo, dobbiamo essere animati da un sincero amore per la Chiesa, dal desiderio di vivere fedelmente il sacerdozio di Gesù Cristo e di contribuire alla salvaguardia della Tradizione per il bene della Chiesa.   La fede cattolica possiede una meravigliosa armonia: ogni cosa è al suo posto e al suo ordine. Nostro Signore Gesù Cristo è sempre al centro. Egli è Re e Sommo Sacerdote. La sua regalità, il suo sacerdozio e la sua presenza sussistono fino alla fine dei tempi. Per questo possiamo sempre contare su questa promessa: «Ecco, io sono con voi fino alla fine dei tempi». Fortificati da questa certezza, viviamo la vita di grazia e troviamo la forza di trasmettere la verità senza alterazioni.   In questa festa, la Beata Vergine canta il magnifico Magnificat. Uniamoci a questo canto di gioia e lodiamo Dio insieme alla Madre celeste. Se osserviamo più attentamente il Magnificat riconosciamo nella Beata Vergine due virtù che si completano a vicenda in modo mirabile: da un lato, la magnanimità, dall’altro, l’umiltà. Sono proprio queste le due virtù di cui abbiamo oggi particolare bisogno.   L’umiltà è tanto più importante in quanto dobbiamo rimanere consapevoli di essere solo strumenti di Dio. Senza il buon Dio, non possiamo fare nulla. Dobbiamo aspettarci tutto da Lui. L’arcivescovo Marcel Lefebvre disse una volta:   «I membri della Fraternità pongono a fondamento della loro attività missionaria e apostolica la convinzione di essere semplici servitori inutili, che Nostro Signore potrebbe benissimo fare a meno di loro, ma che vuole servirsi di loro, e che questo è un onore che non meritano. Rimarranno sempre in questa profonda consapevolezza della propria nullità e dell’onnipotenza di Dio, riponendo la loro fiducia unicamente nella sua grazia. L’apostolato è essenzialmente un’opera soprannaturale di grazia».   Il compito, dunque, è quello di rimanere umili, di restare al proprio posto e di riconoscere la nostra debolezza e la nostra povertà, persino la nostra condizione di peccatori . Allo stesso tempo, questa consapevolezza non deve impedirci di compiere grandi cose per il buon Dio, di dedicarci alla Chiesa, di trasmettere la verità e di lottare per la salvaguardia della Tradizione.   D’altra parte, la magnanimità ci mostra che tutto è possibile con Dio, poiché Dio è onnipotente e dirige ogni cosa secondo il suo saggio disegno. Cosa fa l’uomo magnanimo? Osa intraprendere grandi opere; osa intraprendere cose onorevoli. Se è al tempo stesso umile, è particolarmente adatto a compiere le sue opere, perché ripone tutta la sua fiducia in Dio. Sarebbe sbagliato confidare in se stessi e nelle proprie forze. Gesù dice: «Senza di me non potete far nulla». L’uomo magnanimo, quindi, non fonda le sue grandi imprese sui mezzi umani, ma sull’aiuto di Dio onnipotente.   Continuiamo dunque il nostro cammino con fiducia, umiltà e magnanimità, ponendo Cristo sempre più al centro della nostra vita e perseverando nella vita di grazia. Affinché, alla fine, egli sia glorificato dalla nostra fedeltà e la sua Chiesa sia rinnovata.   Amen.

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Parte II, in tedesco

Innanzitutto, vorrei esprimere a voi, cari confratelli e cari fedeli, anche a nome degli altri tre vescovi appena consacrati, un sentito «Dio vi ricompensi». Grazie per i vostri sacrifici e le vostre preghiere nelle scorse settimane. Siamo convinti che nessuna di queste preghiere sia stata vana. Il buon Dio vi ricompenserà abbondantemente per tutto questo, anche qui sulla terra, e ascolterà le vostre intenzioni.   La festa odierna della Visitazione ci conduce a uno degli incontri più belli del Vangelo. Esteriormente appare una semplice visita: la Beata Vergine Maria si reca dalla cugina Elisabetta. Eppure, in segreto, accade qualcosa di straordinario. Nel grembo di Santa Elisabetta, Giovanni Battista viene purificato dal peccato originale. Allo stesso tempo, Santa Elisabetta riceve lo Spirito Santo. Riconosce che il Redentore è già presente nel grembo della Beata Vergine Maria.   Questa scena ci rivela una profonda verità. Maria è la Mediatrice della Grazia, in questo caso per Elisabetta e Giovanni Battista. Ma è ancora molto di più: è la Mediatrice di tutte le Grazie. Come per ogni grazia, così anche ieri la grazia dell’ufficio episcopale si è riversata sui candidati attraverso la mediazione della Madre di Dio.   La gioia che abbiamo avuto il privilegio di provare in questi giorni è straordinaria. Raramente nella sua storia la Compagnia ha sperimentato un tale entusiasmo e una tale unità. Finalmente ha di nuovo un numero sufficiente di vescovi. Da un lato, questo ci riempie tutti di grande gratitudine. Dall’altro, un fatto ci addolora profondamente. Un anno fa ci siamo recati in pellegrinaggio a Roma a migliaia, per pregare presso le tombe dei santi Apostoli. E ora alcuni ci chiamano scismatici.   Ma questo non ci impedisce di fare tutto il possibile, per amore della Chiesa e per amore delle anime. Proprio in questa difficile situazione, desideriamo restare saldi nella Chiesa di Gesù Cristo e lavorare con tutte le nostre forze per il suo rinnovamento.   La storia della Chiesa ci insegna che molti santi hanno sofferto non solo per la Chiesa, ma anche attraverso la Chiesa. Questo può sembrare presuntuoso a prima vista, eppure è un fatto e al tempo stesso un grande mistero. Non dovrebbe quindi sorprenderci che la consacrazione episcopale di ieri non sia stata accolta con gioia da tutti i cattolici del mondo.   In questo tempo di confusione, bisogna evitare due posizioni estreme. Da un lato, evitiamo lo zelo amaro che il nostro patrono, il santo Papa Pio X, condannò nella sua enciclica inaugurale. Si cade in questo pericolo di zelo amaro quando si combattono gli errori solo con aspri rimproveri e censure severe. Dall’altro lato, c’è il pericolo di essere pronti a fare false concessioni. Chi assume questa posizione desidera piacere più agli uomini che a Dio. Non sono eredi dei martiri.   La virtù sta nel mezzo, in un equilibrio armonioso. È proprio questo equilibrio tra due estremi che san Paolo ha esortato il suo discepolo Timoteo a ricercare: «Persuadi, supplica, rimprovera», ma aggiunge: «con ogni pazienza».   Dopo gli eventi degli ultimi giorni, sorge spontanea la domanda: cosa succederà adesso? Non sappiamo come sarà il futuro. È nelle mani di Dio. Ma il nostro compito lo conosciamo molto bene.   Il compito principale consiste nella formazione di sacerdoti zelanti e dottrinalmente saldi e nella santificazione dei sacerdoti. Il punto centrale rimane l’orientamento verso il Santo Sacrificio della Messa, per il quale il sacerdote è principalmente ordinato.   Cari fedeli, anche voi siete stati posti dalla Provvidenza in una determinata posizione. Il vostro compito è quello di adempiere fedelmente al vostro dovere quotidiano, con il massimo amore possibile per Dio e per il prossimo. È proprio attraverso la fedeltà nelle piccole cose che Dio ci prepara per i grandi compiti.

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Parte III, in inglese

Innanzitutto, cari confratelli e cari fedeli, desidero esprimervi la mia più sincera gratitudine, anche a nome degli altri tre vescovi appena consacrati, per i vostri sacrifici e le vostre preghiere nelle scorse settimane e mesi. Sono certo che Dio vi ricompenserà abbondantemente per tutte le preghiere che gli avete rivolto, anche qui sulla terra, e accoglierà le vostre intenzioni.   Quando un sacerdote viene consacrato vescovo, non riceve l’ufficio per sé stesso, ma per la salvezza delle anime. Ad esempio, uno dei doveri più nobili del vescovo è quello di imporre le mani sul diacono e ordinarlo sacerdote. Per grazia del sacramento dell’Ordine sacro, il sacerdote appena ordinato riceve il potere del Santo Sacrificio della Messa e la facoltà di pronunciare le parole di consacrazione. Senza l’imposizione delle mani del vescovo, il sacerdote appena ordinato non potrebbe compiere il miracolo della transustanziazione.   Che cos’è la tradizione? La tradizione non è la conservazione delle ceneri, ma la trasmissione del fuoco. Le ceneri sono qualcosa di morto, scuro, freddo, sporco e grigio. Il fuoco, invece, porta luce e calore. Non è un caso che nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discese sugli Apostoli in lingue di fuoco, per elargire loro i suoi doni e i suoi frutti.   Per noi della Società, questo significa che non preserviamo la tradizione cattolica per nostalgia. La preserviamo perché desideriamo trasmettere la fede cattolica, i sacramenti e la dottrina tradizionale nella loro forma autentica alla prossima generazione.   Il fuoco deve ardere dentro di noi, sigillo per la diffusione della fede, quello spirito missionario che ha sempre caratterizzato la Compagnia e che deve continuare ad esserlo. Proprio così l’arcivescovo Marcel Lefebvre vedeva la Compagnia. Per questo motivo, in origine, chiamava i suoi membri «Apostoli di Gesù e di Maria».   Un apostolo non è colui che custodisce la fede per sé, ma colui che la trasmette con gioia. Proprio come gli apostoli uscirono dal cenacolo a Pentecoste e proclamarono il Vangelo in tutto il mondo, così anche noi siamo chiamati ad essere testimoni di Gesù Cristo nel nostro rispettivo stato di vita.   Chiediamo dunque oggi allo Spirito Santo di riaccendere nei nostri cuori il fuoco del suo amore. Ci preservi dalla freddezza dell’indifferenza e dalle ceneri di un cristianesimo meramente esteriore. Ci conceda lo zelo apostolico, affinché possiamo rimanere coraggiosi testimoni di Nostro Signore Gesù Cristo, veri devoti della Beata Vergine Maria e fedeli figli della Chiesa Cattolica.   Ecco perché non dobbiamo mai accontentarci di preservare soltanto. Certamente, dobbiamo preservare la vera Santa Messa, i sacramenti nella loro forma tradizionale, la dottrina cattolica, i Dieci Comandamenti e la sana spiritualità della Chiesa. Ma allo stesso tempo dobbiamo trasmettere tutto questo. (Un tesoro sepolto non serve a nessuno; una lampada posta sotto il moggio non illumina nessuno; un fuoco che non viene alimentato si spegne).   Allora la tradizione non diventa conservazione di ceneri, ma vera e propria trasmissione del fuoco. Alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Amen.   Per la salvezza delle anime. Amen.   Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.   Amen.

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«Oggettivamente ingiusta ed invalida». Lettera della FSSPX al papa dopo la scomunica

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Renovatio 21 pubblica la lettera che il superiore generale della Fraternità San Pio X don Davide Pagliarani ha mandato a Leone XIV dopo il decreto di scomunica ricevuto dal Dicastero per la Dottrina della Fede.

 

Il Superiore Generale
A Sua Santità
Santo Padre Leone XIV

Ecône, 3 luglio 2026

«Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! » (Lc 11, 11-13)

Beatissimo Padre,

 

La notifica della decisione presa dalla Santa Sede verso la FSSPX e firmata da Sua Eminenza il Cardinale Fernández ci è pervenuta ed è già di dominio pubblico.

 

Ci sembra che tale decisione metta in luce, una volta di più, il contesto estremamente tragico in cui si trova la Chiesa universale. Ciò che la FSSPX ha fatto e continuerà a fare non è altro che un’iniziativa estrema di soccorso alle anime, nella confusione dottrinale e morale in cui versa la Chiesa. In nessun modo pretendiamo sostituirci alla Chiesa e non abbiamo nessun’altra pretesa, se non quella di restarle fedeli.

 

In coscienza, non abbiamo ritenuto possibile sottrarci all’obbligo morale che abbiamo verso le anime, come abbiamo già spiegato, privatamente e pubblicamente, a Sua Santità.

 

Avevamo chiesto un pane, cioè un po’ di comprensione per un sincero caso di coscienza, un gesto di paternità non tanto verso la FSSPX quanto verso le anime, promettendoLe di farne dei veri figli della Chiesa Romana; purtroppo abbiamo ricevuto una pietra.

 

Avevamo chiesto un pesce, cioè la possibilità di ottenere temporaneamente i mezzi necessari per poter continuare a formare buoni sacerdoti affinché continuino a far conoscere Nostro Signore alle anime; purtroppo abbiamo ricevuto un serpente.

 

Avevamo chiesto un uovo, promettendo di restituirlo appena possibile. Infatti, la Santa Tradizione che conserviamo nelle anime appartiene alla Chiesa nostra Madre — non alla Fraternità San Pio X — e siamo certi che un giorno un papa vorrà servirsene per il bene della Chiesa universale; purtroppo abbiamo ricevuto uno scorpione.

 

Avevamo chiesto di essere istruiti e confermati nella fede di sempre; invece siamo stati dichiarati scismatici una seconda volta.

 

Malgrado le sanzioni che ci colpiscono, la FSSPX rinnova sinceramente la promessa già formulata a Sua Santità. Mi permetta a questo proposito di riprendere liberamente quanto già espresso:

 

«La Fraternità Le promette […] di spendere tutte le proprie energie per preservare la Tradizione e metterla al servizio della Chiesa. Nel fare questo, la Fraternità San Pio X non conserva semplicemente degli usi antichi; favorisce e conserva vocazioni sacerdotali, vocazioni religiose, famiglie numerose e profondamente cristiane, in una parola tutto ciò che manifesta la vitalità della Chiesa, della grazia e della fede cattolica. Non è nostra intenzione offrire alla Chiesa un museo di cose antiche, bensì la Tradizione integrale, feconda, fonte di vita spirituale, incarnata e vissuta nelle anime.

 

[…] Sono certo del fatto che un giorno Lei o un Suo successore potrà e vorrà utilizzare questo servizio, la cui offerta, nella Chiesa e per la Chiesa, rappresenta la nostra unica ragion d’essere. » (Lettera personale indirizzata a Sua Santità il 21 novembre 2025)

 

Ma soprattutto la FSSPX Le promette oggi di non accogliere queste nuove sanzioni — oggettivamente ingiuste e invalide — nell’amarezza o nella ribellione.

 

Le condanne recenti, come quelle passate, ci toccano in ciò che abbiamo di più caro: il nostro attaccamento a nostra Madre, la Chiesa Romana; tuttavia, anche in questa circostanza, tutto deve cooperare al bene delle anime e della Chiesa stessa. Per questa ragione le condanne ci spingono ad amare ancora di più la Santa Chiesa e a provvedere ai suoi bisogni con tutte le nostre forze, oggi più che mai. Per la medesima ragione la FSSPX offre volentieri la sofferenza causata dalle nuove sanzioni per il bene della Chiesa universale e di Sua Santità.

 

Siamo certi che un giorno Lei o un Suo successore vorrà fare proprio il programma di San Pio X: « Restaurare ogni cosa in Cristo », Instaurare omnia in Christo. In quel giorno il Santo Padre scoprirà nella FSSPX non un coacervo di serpenti e di scorpioni, ma un piccolo esercito di figli leali, pronti a tutto per sostenerLo nella restaurazione di ogni cosa in Nostro Signore e per rivendicare davanti all’umanità intera i diritti intangibili di Cristo Re su tutte le anime e su tutte le nazioni.

 

In quel giorno il Santo Padre scoprirà con grande gioia e profonda consolazione delle anime autenticamente cattoliche, il cui vincolo con la Chiesa non si è mai fondato sulle sabbie mobili di un dialogo ambiguo, ma sulla roccia della fede di Pietro.

 

Chiediamo alla Santissima Vergine Maria di accelerare la venuta di quel giorno e soprattutto auguriamo a Sua Santità di sperimentare al più presto tale gioia e tale consolazione.

 

Nel frattempo, se può farlo, malgrado la Sua recente decisione, ci benedica come figli Suoi. Per noi nulla è cambiato e mai nulla cambierà.

 

Fiducioso nella Divina Provvidenza, a cui nulla sfugge e che legge nel profondo del cuore di ogni uomo,

 

mi confermo Suo devotissimo nel Signore.

 

Don Davide Pagliarani

 

 

 

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Pensiero

Scomunicati anche i fedeli FSSPX. Ecco il genocidio tirannico del Vaticano moderno

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Un incredibile documento rilasciato in queste ore dal Dicastero della Fede (DDF) diretto da Victor Manuel «Tucho» Fernandez illustra in maniera definitiva come la scomunica contro la FSSPX non riguardi solo i vescovi, come delineato nel decreto uscito sempre ieri, ma anche i sacerdoti e perfino i fedeli della FSSPX.   Il documento è apparso sul sito del DDF con il titolo «Prassi per la riconciliazione di fedeli appartenenti alla Fraternità San Pio X». Esso sarebbe stato trasmesso alle nunziature apostoliche, e conterrebbe «e indicazioni da seguire per i sacerdoti e i fedeli laici appartenenti alla Fraternità San Pio X che desiderano ristabilire la piena comunione con la Chiesa».   Per quanto riguarda i sacerdoti,  la procedura che il Dicastero per la Dottrina della Fede adotta, a decorrere dal 1° luglio 2026, stabilisce che il sacerdote il quale abbia scelto di abbandonare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronto ad accogliere il Concilio Vaticano II e la legittimità del novus ordo Missae pur restando legato al rito antico, debba «trovare un Ordinario (Vescovo diocesano, Superiore maggiore degli Istituti religiosi di diritto pontificio clericali e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio clericali ecc.) disposto ad accoglierlo ad experimentum».   Pertanto il sacerdote dovrà «scrivere di proprio pugno al Santo Padre una lettera nella quale si presenta e chiede la remissione delle censure incorse a motivo dell’Ordinazione ricevuta da un Vescovo scomunicato o irregolare, o essendo stato ordinato validamente e legittimamente, sia entrato successivamente a far parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X».

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Il sacerdote dovrà inoltre allegare il certificato di ordinazione sacerdotale e accludere, firmate e datate, «la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate». Si tratta della Professione che sintetizza i contenuti della fede cattolica e della Formula di adesione con la quale il sacerdote promette fedeltà al Papa impegnandosi a non attaccare pubblicamente lui e il suo magistero.   Il sacerdote dovrà far inviare i documenti (la lettera con il certificato, la Professione e la Formula di adesione) dall’Ordinario «il quale manifesterà nella lettera di accompagnamento la disponibilità ad accoglierlo ad experimentum nella propria Diocesi o nel proprio Istituto». Appena ricevuti i documenti dall’Ordinario, il Dicastero redige un Rescritto di remissione delle censure, autorizzando l’Ordinario ad accogliere il sacerdote richiedente «per un periodo di prova di almeno un anno e non più di tre, al termine del quale, si potrà procedere alla sua incardinazione».   Il primo modulo di adesione allegato, chiamato «Professio Fidei», notiamo, è in latino. «Ego ______  firma fide credo et profiteor omnia et singula quae continentur in Symbolo fidei, videlicet Credo in unum Deum Patrem omnipotentem (…)».   L’allegato B si chiama invece Formula Adhaesionis, e rende con più chiarezza quale sia il problema: l’accettazione del Concilio Vaticano II, considerato in pratica come dogma ineludibile della Chiesa attuale. «Accipio doctrinam, quae in n° 25 Constitutionis dogmaticae Lumen Gentium Concilii Vaticani II de Magisterio Ecclesiae et de adhaesione illi debita docetur», scrive. «Accetto la dottrina che viene insegnata nel n° 25 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero della Chiesa e sull’adesione a esso dovuta».   Il modulo dichiara inoltre di ritenere valida la celebrazione della Messa secondo i riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II e di aderire alle norme del Codice di Diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II. «Declaro etiam me accipere validitatem Sacrificii Missae et Sacramentorum celebratorum cum intentione faciendi quod facit Ecclesia, et secundum ritus qui inveniuntur in editionibus typicis Missalis Romani necnon Ritualium a Summis Pontificibus Paulo VI et Ioanne Paulo II editis» («Dichiaro anche di accettare la validità del Sacrificio della Messa e dei Sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, e secondo i riti che si trovano nelle edizioni tipiche del Messale Romano e dei Rituali editi dai Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II»).   C’è poi la parte più umanamente spinosa, che riguarda i fedeli della FSSPX, che sono più di 600 mila in tutto il mondo, ma sono coinvolte certamente più persone – financo milioni – che partecipano saltuariamente alle celebrazioni della Fraternità o simpatizzano.   Secondo il documento, la prassi di riconciliazione «afferisce alla questione della imputabilità o grado di responsabilità soggettiva dei fedeli laici che hanno aderito formalmente o frequentano la Fraternità Sacerdotale San Pio X e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica».   «L’imposizione della pena a laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X non può essere presunta in modo automatico, ma deve essere valutata caso per caso» scrive il testo del DDF, che procede enucleando una morfologia del fedele FSSPX.   «Poiché l’imputabilità richiede piena avvertenza e deliberato consenso, esempi di imputabilità comprovata possono riguardare: 1. Laici facenti parte del Terz’Ordine della Fraternità Sacerdotale San Pio X; 2. Laici che partecipano abitualmente alle celebrazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X, condividendone formalmente le posizioni dottrinali. Al contrario, non sono da ritenersi imputabili: 3. Laici che abbiano frequentato la Fraternità Sacerdotale San Pio X solo per motivi liturgici o spirituali; 4. Laici che, pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero o l’autorità del Romano Pontefice».   «L’eventuale procedura da seguire per i laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X ai quali è stata imposta una pena e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica implica un atto formale di piena adesione alla dottrina e obbedienza alla gerarchia cattolica, sotto la giurisdizione dell’Ordinario del luogo, garante dell’unità della Chiesa particolare».   «Pertanto, un fedele laico, di cui ai nn. 1-2, che ha deciso di lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X deve:  • Presentare all’Ordinario del luogo la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate (cf. allegati A-B)». Si tratta del modulo di autocritica (i pensieri qui vanno al comunismo, alla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong…) di cui sopra.   «Una volta ottenuta la documentazione, l’Ordinario del luogo provvederà ad accogliere il fedele laico nei tempi e nei modi che riterrà più opportuni, servendosi ad esempio del Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati, debitamente adattato. Per quanto riguarda il fedele laico, di cui ai nn. 3-4, basterà che si rivolga ad un sacerdote in piena comunione, con la decisione di non frequentare in futuro la Fraternità Sacerdotale di San Pio X».   Il documento chiarisce una volta per tutte che, diversamente da quanto detto con le scomuniche del 1988 (quando, a mo’ di spaventapasseri avevano fatto spargere la voce che sarebbero stati colpiti tutti, ma si trattava probabilmente di una tattica per spaventare la gente), questa volta è interessato direttamente ed ufficialmente tutto il popolo dei fedeli FSSPX.

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Come abbiamo visto anche per il decreto, anche qui ci sono incongruenze, non sequitur, «buchi» vari nella sceneggiatura modernista: che cos’è una «condivisione formale» delle posizioni teologiche della FSSPX? A parte il Concilio – e di conseguenza il rito della Santa Messa – c’è altro che allontana la Fraternità dalla Chiesa?   E come mai nei confronti di Williamson e dei vescovi da lui consacrati negli ultimi anni non vi è stata alcuna scomunica comunicata dal Sant’Uffizio? Quindi i fedeli della cosiddetta Resistenza, a differenza di quelli della FSSPX, non incappano nella scomunica?   E ancora: i sedevacantisti, sempre a differenza dei fedeli lefebvriani, non sono scomunicati, pur essi rigettando con giusta virulenza il Concilio?   E i bambini? Sono scomunicati? In teoria no: il Canone 1323 stabilisce che chi non ha ancora compiuto i 16 anni di età non è passibile di alcuna pena ecclesiastica, inclusa la scomunica, dichiarando totalmente incapaci di commettere un delitto canonico coloro che mancano abitualmente dell’uso della ragione.   Tuttavia, possiamo fidarci della banda Tucho? Come abbiamo visto nel caso delle scomuniche al popolo fedele (e nella Fiducia Supplicans e nelle sue correzioni dopo lo scandalo, e in tante altre sconce occasioni), no, in nessun modo possiamo fidarci. Perché la cintura modernista che governa il pontificato, slatentizzatasi con gli ultimi papati, si ritiene legibus soluta, può decretare qualsiasi cosa, non solo contro il Magistero eterno della Chiesa, ma anche contro il diritto canonico: ecco il diritto assoluto del vertice, che in una parola si può definire tirannia.   È, chiaramente, l’istituzione di un sistema totalitario: l’autorità comanda e il popolo obbedisce anche contronatura e contra legem, pena la sua eliminazione – in questo caso, per scomunica.   Riflettendo, ciò ci porta fuori dall’equivoco del «ritardo cattolico». Il Vaticano conciliare non arriva dopo le tendenze sociopolitiche del mondo moderno, ma le anticipa (così come il Concilio Vaticano II con evidenza precorreva la dissoluzione della morale vista col ’68 e negli anni successivi).   Ecco quindi spiegato come, ad esempio, la città Stato del Vaticano sia divenuta, il Paese con il più terrificante obbligo vaccinale al mondo (in pratica, un grande laboratorio Pfizer, con espulsione a chi non si sottometteva alla dittatura pandemica e alla siringa genica).   Il Vaticano moderno stato paragonato, a quell’epoca, ad un altro Stato religioso, lo Stato di Israele, dove pure vaccini e lockdown – e danni mostruosi correlati – erano prosperati senza limiti. Notiamo qui un’altra similitudine, che ci mostra davvero la cifra moderna di ambo le realtà, che ne fanno vere espressioni dello Stato moderno: il genocidio.   Che cos’è, se non un genocidio spirituale, la scomunica di mezzo milione di persone?   Come possiamo aver rispetto di un potere che vuole eliminare il suo stesso popolo?   Come possiamo non reagire?   Roberto Dal Bosco

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