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Dall’officina della musica italiana alle arpe laser. Renovatio 21 intervista Maurizio Carelli

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Maurizio Carelli, musicista, progettista, tabarrista. Insegnante, compositore, inventore. Noto soprattutto per il suo progetto di arpa laser, di cui è uno degli unici produttori al mondo (forse ce ne sono altri due, ma non è chiaro), ha lunghi trascorsi nel retrobottega della musica italiana. Una carriera ricchissima.

 

Da quanto tempo persegui la costruzione dell’arpa laser?

Faccio il consulente dall’inizio degli anni Novanta e per buona parte degli anni Duemila, ho così portato avanti il progetto dell’arpa laser in quel periodo. Nel 2008 ho ultimato il primo prototipo.

 

Ci parli di questo progetto, così ambizioso e particolare? Ricordo che una prima arpa laser fu portata al grande pubblico dal musicista francese Jean-Michel Jarre qualche anno prima.

L’invenzione è di un artista francese che ebbi l’occasione di conoscere, che la brevettò all’inizio degli anni Ottanta. Jean-Michel Jarre penso che l’abbia vista e se la sia fatta costruire dai propri tecnici. In quegli anni non fu un’impresa facile, perché i materiali che la componevano non erano di facilissima reperibilità. Erano apparecchiature molto complesse, tubi di vetro, gas particolari… A me affascinò subito questo strumento quando lo vidi usare da Jarre, però era infattibile per me, perché quel tipo di tecnologia era assolutamente inarrivabile. Con l’avvento degli anni Duemila i cinesi hanno immesso sul mercato i primi diodi laser a stato solido che cambiarono completamente il mercato dei laser. Avendoli scoperti online, acquistai questo costosissimo diodo laser a stato solido per cercare di farmi un’arpa laser anch’io. È così che feci il primo prototipo. 

 

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È stata una scommessa che hai vinto visti anche i costi della tecnologia dell’epoca. Sei stato un coraggioso pioniere, sotto un certo punto di vista.

L’idea mi era venuta perché avevo visto questi puntatori laser tascabili che facevano una luce a breve distanza e andavano bene per far giocare il gatto sul pavimento di casa [ride]. Con quei puntatori non si riusciva a fare nulla e allora mi sono procurato sul mercato qualcosa di più potente. Quello che mi aveva però colpito, una volta fatto il primo prototipo che era rosso, non verde perché al tempo costava molto di più, mettendomi a suonarla mi sono chiesto: «come faccio a distinguere le toniche dalle diatoniche, i diesis dalle altre note?». Sulla tastiera del pianoforte uno è abituato a vedere i tasti neri e bianchi e invece con quest’arpa diventata tutto più complicato. La cosa che mi ha fatto divenire famoso in rete è che mi venne la brillante idea di fare le toniche verdi e le diatoniche rosse. Solo che ci volevano due laser con un costo decisamente maggiore. È nata così la prima arpa laser bicolore, che appena costruita è finita nel cassetto. Poi però un giorno arriva un amico, la vede, rimane a bocca aperta e mi dice: «Non puoi lasciare questo progetto nel cassetto, fai un sito internet e falla conoscere». Così feci. Ho ricevuto le prime richieste e ho iniziato a produrle e ancora oggi, su richiesta, le costruisco. In questi ultimi anni, complice anche il conflitto russo-ucraino, il mercato è un po’ calato. È vero che è uno strumento di nicchia, ma mi ha dato tante soddisfazioni. C’è tanta gente in giro per il mondo che ce l’ha. Questo mi fa enormemente piacere.

 

Leggevo che quando Jean-Michel Jarre le portava in scena aveva non pochi problemi durante l’esecuzione. Forse la tecnologia degli anni Ottanta non era così avanzata da rendere questo strumento fluido nel suonarlo. Avendola progettata e realizzata anni dopo hai riscontrato gli stessi problemi o l’hai resa più suonabile?

Soprattutto più stabile. Anzitutto ci sono due tipologie di arpa laser: ci sono quelle framed e quelle frameless. Le prime sono racchiuse in una cornice e hanno dei sensori in cima alla cornice dove i laser colpiscono sentendo l’interruzione del raggio e funzionano più o meno in tutte le condizioni climatiche. Hanno però lo svantaggio che uno deve andare in giro con tutta la cornice. Le altre, quelle frameless, si basano sul riflesso; si appoggia la mano sul laser e il riflesso del laser viene letto da un sensore. Ma qui casca l’asino, perché qualsiasi cosa faccia riflettere i raggi purtroppo può ingannare il sensore. Come per esempio il fumo che può riflettere la luce che al contempo però rende ben visibile l’arpa e scenicamente spettacolare. Per cui la dose di fumo che viene sparata sull’arpa deve essere calibrata bene, altrimenti si può inficiare la performance. Jarre forse è stato particolarmente sfortunato, perché nei video che ho visto in internet non ce n’è uno che non gli si impalli almeno una volta. In un suo show a Montecarlo andai appositamente per mostrargli il mio prodotto, ma lui non volle ricevermi. 

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I grandi artisti sono sempre molto strani.

Ho cercato di contattarlo più volte, ma non c’è mai stato verso. Diciamo che da un lato ci potrebbe essere anche questa spocchia tipica francese di guardarci dall’alto in basso. O magari semplicemente non voleva farmi pubblicità, come se fosse uno strumento che possono comprare milioni di persone. Invece mi avrebbe semplicemente fatto piacere regalargliene una.

 

Sarebbe stato bello vederlo suonare la tua arpa. 

Peccato. Nemmeno la sua agenzia mi ha mai risposto. Silenzio totale. 

 

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Passando a un altro aspetto del tuo lavoro, so che hai lavorato in uno dei principali e più importanti studi di registrazioni italiani, il Regson Studio di Milano, poi diventato Officine Meccaniche. Ci racconti in breve la storia di questo posto così leggendario dove hanno registrato tantissimi artisti italiani e internazionali?

È il più grande studio di registrazione di Milano. Avevano un salone di ripresa dove si poteva registrare l’orchestra. La gestione era di un certo Zanibelli che ebbe la fortuna in quegli anni di fare cose molto belle. Poi però Zanibelli muore verso la fine degli anni Ottanta e gli studi attraversano un momento di crisi. Vengono acquistati da un editore milanese estraneo a quel mondo, che non sapeva cosa farsene, così propose a me di gestirlo. Accettai e partii con questa nuova avventura. 

 

Che anno era quando subentri tu?

Io arrivo nel 1994/1995. Avevo un mio studio casalingo, ma mai avrei pensato di lavorarci in modo professionale. Ero un home producer. Adesso sono tutti home producer, ma al tempo ero una mosca bianca. Concordammo i dettagli economici e burocratici e iniziai questo lavoro assieme a un altro socio. Il salone dell’orchestra poteva contenere fino a ottanta elementi. Era un vecchio cinema adattato a studio, quindi gli spazi erano grandi. Apparecchiature di prima fascia anni Ottanta, tutt’oggi ancora molto ricercate. C’era inoltre una sala di ripresa che affittammo a Mauro Pagani. Avevamo anche altre tre sale dove facevamo i master dei vinili. Negli anni Novanta facevamo molti dischi di musica dance. Avevamo anche altre sale più piccole. 

 

La tua mansione qual era?

Gestivo i clienti, collaboravo con il fonico e mi occupavo io in toto delle produzioni minori. L’esperienza di Paolo Bocchi – il nostro fonico e socio che ci ha lasciato qualche anno fa – per me è stata fondamentale. Mi ha permesso di passare da amatore a professionista. Gli anni in Regson con lui sono stati per me una crescita professionale e umana enorme. Paolo si occupava delle produzioni più grandi e quelle con le orchestre, anche se quest’ultime in quegli anni stavano scomparendo. Gli anni Novanta sono stati una tragedia per la musica italiana.

 

Forse sono stati l’inizio della fine dell’industria discografica.

Le grandi produzioni erano sempre meno e le major internazionali si son comprate tutte le nostre etichette discografiche più importanti. In Italia avevamo etichette che andavano alla grande e tante piccole label dance che avevano fatto grande la nostra musica in tutto il mondo. Molte di queste erano gestite da persone di una certa età che alla fine gli è andata anche bene a venderle, perché si son presi qualche pacco di milioni di lire. Mi ricordo che il tizio della DiscoMagic, se non ricordo male, mi disse che aveva venduto tutto e si sarebbe trasferito in Brasile salutandoci tutti! La cosa che non mi spiego è il perché le grandi etichette italiane abbiano venduto. Perché svendere asset musicali così importanti? È vero anche che c’è stato un tracollo della musica in quanto i computer hanno preso il posto dei grandi studi. In casa oggi si possono fare cose di alto livello che potevo fare io nel mio studio negli anni Ottanta. Sono poi arrivati i suoni campionati e tutte le cose digitali che oggi conosciamo bene. Quel settore degli studi di registrazione è crollato. Troppe cose sono cambiate.

 

La dance prodotta in Italia negli anni Novanta aveva un respiro internazionale e ha creato hit tutt’oggi famose.

Noi abbiamo inciso tanti vinili dance in quegli anni facendo le lacche e le matrici da cui poi stampavano il disco. Venivano da noi molti dj che a volte si portavano direttamente la matrice in discoteca, la mettevano sul giradischi e suonavano quella [ride]! Non era sempre facile fare questi dischi, perché molti di questi brani erano una dance un po’ estrema, che sinceramente facevo fatica ad ascoltare, avevano delle sonorità un po’ fastidiose a mio giudizio. Molto più interessante il pop-rock con i grandi artisti e le grandi etichette che sono passate da noi. 

 

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Nel vostro studio Fabrizio De André ha registrato il suo ultimo album di inediti, Anime salve uscito nel 1996. 

Abbiamo seguito le session di Anime salve, perché abbiamo registrato le orchestre dirette da Piero Milesi. Ero lì tutti i giorni, perché per registrare un’orchestra di quaranta o cinquanta elementi bisognava essere in due o tre persone a lavorare. Eravamo sempre in studio con Fabrizio e Piero. Ricordo che Fabrizio si era portato un altro tecnico che curava non le registrazioni, ma i suoni e l’equalizzazione. Quello è stato un bel periodo. Lavorammo a quel progetto per circa un mese. Un gran bel lavoro che mi ha dato l’opportunità di conoscere una persona particolare quale era Fabrizio De André e di apprezzarne, attraverso le nostre conversazioni nei momenti di pausa, la grande cultura, veramente smisurata. Lui sapeva tutto di tutto. Arrivava in studio portandosi dei libri. Leggeva qualche pagina, faceva delle sottolineature e poi riprendeva ad ascoltare le registrazioni.

 

Quando registravate le parti dell’orchestra De André dirigeva, correggeva, diceva la sua opinione o delegava tutto ai suoi collaboratori?

I musicisti si attenevano scrupolosamente alle partiture di Piero Milesi. Dureante le session Paolo disse: «Piero, che bello questo passaggio!». «Guarda che non l’ho mica scritto io. L’ha scritto lui», indicando Fabrizio. Mi sorprese questa cosa, non pensavo che Fabrizio seguisse tutto quanto, compreso le parti orchestrali. Seguiva tutti i dettagli e a quanto pare anche gli arrangiamenti. Lui venne in studio con i nastri in cui c’era registrata una bozza d’arrangiamento con la sua voce cantata, però ci era fatto divieto di ascoltare la traccia di cantato. Quella pista non andava mai alzata. Il suo fonico mise del nastro adesivo sul fader – il controllo del volume del mixer della sua voce – perché non doveva essere assolutamente alzata. Quando loro non c’erano, neanche per semplice curiosità abbiamo osato toccare quel volume. Eravamo curiosi di conoscere queste canzoni inedite che sarebbero finite del disco, ma quel fader non si poteva toccare [ride]! Nonostante fossi il titolare dello studio, non mi sono azzardato. La professionalità è anche questa. Quando uscì il disco, ho riconosciuto tutte le parti orchestrali che avevo sentito e devo dire che erano venute veramente bene. I fonici fecero un lavoro di grande spessore. Un bel suono caldo. D’altro canto Paolo Bocchi era un assoluto maestro per registrare le orchestre. 

 

Avete anche lavorato al seguente album live De André in concerto. Ci racconti se quel disco live è stato post prodotto, come spesso accade per i dischi dal vivo?

Nei dischi dal vivo le parti che non si sentono bene vengono risuonate. Quando sei dal vivo è facile stonare e allora può essere che lo stesso cantante debba ricantare alcune parti. Oggi c’è l’autotune e correggono tutto in diretta. Ci possono essere state delle parti ad esempio di violino, che possono essere state aggiunte in post-produzione. Tutte procedure di miglioria. Un live è sempre un prodotto grezzo. C’è sempre un lavoro di post produzione. Nello specifico quell’album fu curato da Mauro Pagani nello studio adiacente al nostro. Ci lavorarono per una trentina di giorni e percepivo parecchia tensione per quel lavoro, essendo loro nel locale attaccato al mio. Non ci fu un grande edit, ma essendoci tante canzoni impiegarono molto tempo

 

Al tempo gli artisti potevano permettersi di affittare uno studio per più giorni, a differenza di oggi che è tutto molto più compattato, giusto?

Quando vennero gli Elio e le storie tese il discografico voleva fare economia e quindi comprimevano i tempi al massimo. A volte si lavorava dalle nove di mattina fino a quasi mezzanotte per non fare più di tre giorni. Tutto dipendeva da quanti soldi aveva la produzione chiaramente. Fabrizio De André aveva un budget di un certo tipo, le orchestre della Rai avevano un budget di un certo tipo, le colonne sonore avevano budget piuttosto importanti. Qualcuno si poteva permettere di tenere l’orchestra in studio per tre o quattro giorni. Mi ricordo che le orchestre ai tempi costavano venti o venticinque milioni di lire al giorno. Se la tenevi lì tre giorni era una bella spesa! [ride] Se non c’erano soldi in mezza giornata dovevano registrare e andar via. Quasi sempre ospitavamo l’Orchestra dei Navigli, i discografici chiamavano quasi sempre loro, perché erano abituati a fare i turni in studio. 

 

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Hai lavorato anche con Elio e le storie tese?

Si, ma non registrarono dischi. Siccome avevamo quella sala molto grande che ti dicevo, ci facevano le riprese video per dei loro sketch che sarebbero stati trasmessi in televisione. Erano dei professionisti incredibili. Arrivavano col copione già scritto, si appuntavano delle cose che volevano modificare, ma avevano già le idee chiare. Una volta si vestirono da personaggi di Star Trek. In seguito ho avuto anche l’occasione di frequentarli abbastanza bene. Erano simpaticissimi. Se me lo consenti, li definirei delle macchine per «sparare cazzate» [ride]! Uno spasso! Quando, tra le tante, ce n’era una particolarmente divertente, tiravano fuori il taccuino e se la segnavano. Erano attenti a ogni dettaglio. Mi ricordo che un giorno arrivarono dei camion allo studio e scaricano una quarantina di balle di fieno. Nella sala c’era fieno ovunque, perché serviva come scenografia per una loro gag. Ci abbiamo messo due giorni per ripulire tutto! Pazzesco! 

 

Da voi passò anche Franco Battiato.

Registrò il disco Gommalacca [1998, ndr] nello studio di Mauro Pagani. C’era un giovane Morgan a suonare in quell’album ed era un personaggio già al limite al tempo, ma a me stava simpatico. Un musicista fenomenale. Battiato a volte veniva lì da me ad ascoltare delle cose che gli servivano da ispirazione. Ascoltava spesso Maria Callas. Andava in visibilio nel sentirla e io ero lì con lui a godere di quei momenti musicali. Franco Battiato era molto simpatico, non gli mancava mai la battuta. 

 

Visto che hai citato Morgan, credo che anche i Bluvertigo siano passati da voi.

Erano lì un giorno sì e un giorno no, perché li produceva Pagani. Con Morgan sentivamo spesso i loro lavori. A me loro piacevano molto. Morgan era l’anima artistica del gruppo. Sono passati tanti cantautori. Ho piacere a ricordare Pierangelo Bertoli, perché un suo disco lo registrati tutto io [Angoli di vita, ndr]. C’erano delle belle canzoni. Era uno dei suoi ultimissimi lavori. 

 

Nel vostro studio rimasterizzavate dischi già editi? La rimasterizzazione è una pratica che dagli anni Novanta in poi ha sempre preso più piede.

Il processo di rimasterizzazione e di adattamento di un disco già fatto era una pratica che il mio fonico Paolo Bocchi deprecava. I dischi rimasterizzati suonavano più forte, ma ogni cosa ha un prezzo. Se in studio era stato fatto un lavoro di missaggio che cercasse di garantire una certa dinamica per dare respiro al suono, poi sparandoci dentro una serie di compressori potentissimi, il tutto cambiava notevolmente. Suonando più forte si perde quel senso dinamico che aveva in origine. Visto che Paolo era contrario a questi processi di rimasterizzazione, noi non avevamo le attrezzature per farlo. Se un cliente ce lo chiedeva andavamo a farlo in un altro studio. Ogni epoca ha la sua moda. Oggi si fa ancora, ma con dei mezzi tecnici però molto migliori rispetto a diversi anni fa. 

 

Anche Adriano Celentano è passato per i Regson studio o mi sbaglio?

Si, ma prima che arrivassi io. Lui lavorò molto con Paolo Bocchi. Paolo mi diceva che Adriano era un po’ stonato. 

 

Quanto costava in quegli anni noleggiare il vostro studio per un incidere un disco?

Sai che non me lo ricordo. Una volta venne un produttore – fu il primo o il secondo cliente che ebbi dopo che lo presi in gestione – e per la registrazione, che durò un paio di giorni, mi doveva trecento mila lire. Mi fece un assegno post datato al 2005, ed eravamo nel 1994! Il nastro registrato era sul tavolo, vidi questo assegno e gli dissi: «Maestro mi deve scusare, ma la data è sbagliata». «Uh Madonna! Ho finito gli assegni. Passo domani dai». «Passi pure quando vuole», ma intanto rimisi la bobina del nastro nel cassetto! Dopo qualche giorno pagò e poi siamo diventati amici e collaborammo molte volte insieme, ma ha sempre pagato subito però [ride]!

 

Ricordi qualche altro musicista con cui hai collaborato?

Con Pino Scotto abbiamo fatto due album. Li abbiamo anche prodotti. Lui veniva sempre accompagnato da musicisti strepitosi. Era un vero rocker, un personaggio pazzesco! Giorni fa mi ha mandato la locandina del suo prossimo tour. Ancora suona in giro e alla grande! Una forza della natura.

 

Come sai il nostro direttore, Roberto Dal Bosco, è il promotore di iniziative legato al tabarro, quest’indumento storico e molto bello. So che sei un grande appassionato.

Il tabarro l’ho ereditato da un grande attore di Lodi, Carlo Rivolta. Eravamo amici di famiglia e la vedova mi regalò il suo tabarro. È stato uno dei regali più belli che mi abbiano fatto in vita mia, perché quando indossi un tabarro e vai in giro, le cose cambiano e sembra che il mondo sia diverso. Ne ho regalato uno anche a mia moglie. È una vera passione. Mi piace partecipare ai raduni e vedo che sono sempre più partecipati!

 

Grazie, Maurizio.

Grazie a voi!

 

Francesco Rondolini

 

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Dalla Passione di Gibson alla conversione a Cristo. Renovatio 21 intervista Luca Lionello

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Luca Lionello, attore, doppiatore, cattolico. Il pubblico mondiale lo conosce per la sua straordinaria interpretazione di Giuda Iscariota nella pellicola di Mel Gibson, La Passione di Cristo (2004), film che ha sbancato il botteghino ed avuto ramificazioni spirituali immense.   Luca è figlio d’arte: suo padre era il leggendario Oreste Lionello. Il suo percorso artistico è tuttavia unico, personalissimo, distaccandosi dall’eredità di doppiatore e comico del padre per esplorare territori drammatici, spesso complessi e psicologicamente profondi. È oggi considerato uno degli attori più carismatici e versatili della sua generazione. I giornali parlarono a lungo, venti anni fa, della conversione al cattolicesimo di due attori della Passione gibsoniana: Barabba (cioè Pietro Sarubbi) e Giuda, reso da Lionello con un’intensità a tratti angosciante.   Possiamo dire che Luca ha attraversato in profondità un pezzo fondamentale della storia del cinema, nazionale e non solo. Ha lavorato con registi di fama, da Gibson a Tinto Brass, da Marco Bellocchio ad Abel Ferrara. È stato protagonista di sceneggiati televisivi fondamentali come Rally (1989), partecipato giovanissimo a opere epocali come Sposerò Simon Le Bon (1986). La quantità di storie che può raccontare, anche riguardo il piccolo e ricchissimo regno sotterraneo che è il doppiaggio, con il suo genio dinastico, è impressionante.   Alcune le ha dette durante una lunga, densa intervista a Renovatio 21.   Partirei dal presente. Chi è Luca Lionello oggi e quali sono attualmente i tuoi impegni lavorativi? Non saprei risponderti a fuoco. Il mio mestiere è molto strano, probabilmente nemmeno lo è. È un sentimento, una condanna, una necessità interiore. Adesso ho a che fare con me stesso e sinceramente del mio mestiere e dell’arte mi interessa relativamente. Non che il sacro fuoco si sia spento, ma sta bruciando altrove.    Vieni da una famiglia dove il cinema è un elemento determinante. La mia famiglia fa il cinema da subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, sia con mia zia – la sorella di mia madre – Irene Cefaro, star degli anni Cinquanta, sia con mio babbo che di film ne ha fatti tanti. Mi sono dedicato al cinema perché avevo il mito di mia zia Irene. Pensa che sono riuscito anche a fare un film in un paese dell’Abruzzo, a Scanno, dove lei fece uno dei suoi successi, Uomini e Lupi, di Giuseppe De Santis con Silvana Mangano e Yves Montand. Grande film, un western. Io sono molto legato ai film western.   Il genere western ha segnato profondamente il nostro cinema italiano con dei successi di popolarità mondiale.  Il cinema nasce e morirà western.    Per te il cinema è stato un dovere, un percorso naturale oppure un’indicazione di uno dei tuoi familiari?  Ho abbandonato il successo in un mestiere molto remunerativo che era il doppiaggio per dedicarmi quasi esclusivamente al cinema e al teatro, perché avevo bisogno dell’aria, del cavallo e della merda. Il doppiaggio lo fai al chiuso, in posti angusti, al buio, umidi, dove manco respiri. Una cosa terribile. 

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Sentivi di esprimere il tuo talento artistico recitando. Mi ero già scapicollato con la voce, volevo fare il cinema ed eccoci qua.   Nella tua carriera da doppiatore ricordo doppiasti John Cusack in Stand by Me – Ricordo di un’estate del 1986 tratto da un racconto di Stephen King. Il ruolo di Cusack era un ruolo sognato, delicatissimo. Stand by Me è uno dei film più belli della storia dei film belli.    Riporta a un mondo giovanile vero, autentico, sostanzialmente diverso da quello di oggi. Riporta fedelmente la bellissima novella del grande Stephen King.    Tuo padre Oreste Lionello è stato anche un grande doppiatore. La sua voce prestata a Woody Allen ha reso l’attore nuovayorkese ancora più popolare e iconico. C’era uno strano rapporto di simbiosi tra loro. Woody Allen è stato un regista molto prolifico, faceva un film all’anno e siccome in America non lo consideravano, il primo successo lo fece in Italia e babbo curava, a quei tempi, anche l’edizione, la traduzione e la trasposizione nella lingua italica. Noi non abbiamo lo stesso umorismo degli anglosassoni, ma mio babbo fece ridere gli italiani grazie a quel doppiaggio. Da quel grande successo italiano nacque l’epopea di Woody Allen.    Tuo babbo doppia anche Robin Williams nella sit-com Mork & Mindy. Lo ha doppiato anche altre volte. La canzone Na-no na-no la scrisse babbo [insieme a Luigi Albertelli su musica di Vince Tempera, ndr]. Visti i numerosi impegni, mio babbo demandava certi lavori ad altri, peraltro artisti notevoli, ma se me lo consenti, senza quella magia del babbo.

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Tua nonna doppiò un personaggio ne L’Esorcista, caposaldo della filmografia horror diretto da William Friedkin. La sua voce la troviamo, in parte, sia nel diavolo che nella madre del prete. L’Esorcista è uno dei più bei film della storia dei bei film. Il regista [William Friedkin, ndr] era un grandissimo.   Nel doppiaggio in Italia ci sono delle famiglie che hanno lavorato tutta la vita in questo settore del cinema tramandando il mestiere di generazione in generazione. Ci sono delle famiglie, ma ci sono anche altri senza famiglia che sono comunque notabilissimi.   Oggi si parla tanto di Intelligenza Artificiale che sta prendendo piede in molti settori lavoratici e artistici. Il doppiaggio non è esente da ciò e qualcuno pensa che questo nuovo software avanzatissimo possa sostituire la voce dell’uomo in cabina di doppiaggio. Tu cosa pensi al riguardo? Possono farlo già da un po’, però l’emozione di un uomo che si bacia con una donna, se è artificiale, nun ce famo gnente! Il cinema sopravviverà proprio per questa cosa, a qualsiasi stramberia che possano inventarsi.   Questo tuo pensiero ci fa ben sperare.  Non può essere sostituita dalla non-presenza dell’errore. Quando non c’è una sbavatura, quando non c’è un fuori fuoco, il cinema è morto. Le cose perfette non «suonano».    Hai frequentato la compagnia del Bagaglino sin da piccolo seguendo tuo padre che ne è stato uno dei protagonisti assoluti.  Ho visto tutte le prove di tutti gli spettacoli possibili immaginabili. Ne facevano quattro o cinque all’anno e poi li replicavano in estate in Costa Smeralda dove avevano un villaggio. E quindi anche lì ancora prove.    Il Bagaglino ha fatto emergere personaggi che hanno segnato la satira e la comicità italiana per anni.  Avevano l’abilità di mettere il re in mutande e a volte anche di togliergliele [ride]. Artisti immensi, sia le donne che gli uomini, con una bravura e delle capacità fuori dal comune. Un gruppo di artisti che si alternavano, mentre invece mio babbo c’è sempre rimasto. La loro arte è sopravvissuta alla chiusura del Teatro del Bagaglino a Roma dopo la morte di babbo. Sai perché i teatri bruciano? Perché alla fine tutte queste interpretazioni, racchiuse dentro questi spazi – peraltro meravigliosi e sublimi ed elegantissimi – esplodono e il teatro prende fuoco [sic].   Un personaggio che è venuto fuori grazie al Bagaglino – che poi si è affermato nella cinematografia italiana come spalla di Tomas Milian in numerosi film – è Franco Lechner in arte Bombolo.  Tra l’altro ricordo che Milian mi diede un premio al suo festival di Miami per un film che si chiama Roma Criminale [di Gianluca Petrazzi, 2013, ndr]. Bombolo probabilmente non era neanche umano. A Bombolo facevano sempre un sacco di scherzi e siccome gli spettacoli del Bagaglino erano un tourbillon e c’era poco tempo per cambiarsi tra un numero e l’altro, c’era uno sketch molto bello dove Bombolo faceva Frankenstein e ogni sera gli mettevano la schiuma da barba in questi zatteroni che doveva mettere ai piedi per alzarsi. Dalla platea si vedeva tutta questa schiuma che gli usciva dai piedi [ride].   Umanamente com’era Bombolo?  Te l’ho detto prima. Era un arcangelo, non era di questa terra.    Pier Francesco Pingitore è colui che, assieme a Mario Castellacci, ha inventato la compagnia del Bagaglino. Pingitore faceva anche la regia.    Era esigente Pingitore? Un colonnello. Severissimo. Una volta dal villaggio lì in Sardegna mi mandarono a prenderlo all’aeroporto di Olbia con un Mercedes enorme. Non avevo ancora la patente. Lui in quell’occasione mi regalò un profumo e mi disse: «Mi sono sempre trovato bene con questo» [ride]. Un ricordo impagabile!   Uno dei primi film in cui reciti è Sposerò Simon Le Bon. Una pellicola del 1986 che inquadra una «Milano da bere» nel boom degli anni Ottanta. Che ricordi hai di quell’esperienza? La prima volta che venne trasmesso in televisione fece circa quindici milioni di telespettatori. La seconda volta venti milioni. È un film che recentemente è stato preso in considerazione come documento storico di quell’Italia che fu, perché la rappresenta molto bene. È un film adolescenziale sull’onda de Il tempo delle mele, fatto con grande cura, con grandi mezzi, da un produttore intelligente, un direttore della fotografia straordinario e da un regista [Carlo Cotti, ndr] allievo di Zeffirelli. Roba forte, importante. 

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Hai una parte in Diavolo in corpo di Marco Bellocchio. Frequentavo il primo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e feci il provino per il ruolo da protagonista. Il regista fece altre scelte e probabilmente fece pure bene. Sono stato un paio di settimane su un set di Bellocchio, cosa che lui non si è dimenticato. Ho avuto il privilegio di essere chiamato per fare il saggio di un suo corso di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Una cosa bellissima. Ogni film che fa mi chiama, perché credo gli piaccia chiacchierare con me. Poi non mi prende mai, però si fa delle auto-sedute di analisi a gratis con me [ride].   Per Diavolo in corpo si parlò della presenza in produzione di uno psichiatra all’epoca molto in voga in quegli ambienti, tale Massimo Fagioli.  Hanno scritto tanti film insieme per poi separarsi artisticamente. Non me lo ricordo sul set. Le mie scene riguardavano un’aula degli esami di maturità, se non ricordo male. C’era molto chiasso e io stavo al posticino mio e cercavo di rubare con gli occhi quello che accadeva.  Fu una bella scuola per te quell’esperienza. Il cinema si fa sul set, tutto il resto è teoria che non serve a nulla. Ti faccio un esempio. Il budget di un film, una volta stabilito, viene aumentato di un quindici o venti per cento sotto la voce «imprevisti». Il cinema è fatto dagli imprevisti. Un imprevisto non lo puoi studiare. Si può parlare di cinema, ma è meglio farlo, perché ti rendi conto che alcune cose che avvengono in un set non stanno sui libri, ma su quello che può accadere in quei momenti. La pioggia, il sole, quello che ha mangiato l’attrice la sera prima, se ha dormito, se è incazzata, se l’attore si presenta o meno. Capito? Non è semplice. Non è per tutti.   Attualmente è l’arte più potente che abbiamo non solo perché usa tutte le arti che lo hanno preceduto, ma perché siamo diventati bravissimi. Nel mondo vengono girati un tale numero di film che diventa difficile solo pensare di poterli contare. Ogni paese li sviluppa con la sua cultura e con le proprie storie e tradizioni e con il proprio pubblico. Andare a parlare al pubblico globale è un’altra cosa che solo il cinema sa fare, a parte l’opera.    In che situazione versa il cinema italiano in questo 2026? È morto. Ma non oggi, un po’ di anni fa quando decisero, negli anni Settanta, di blindare quei cinque attori e uccidere lo star system. Se togli lo star system il cinema è finito. E ne avevamo! Son rimaste comunque quelle due o tre attrici e quei cinque attori storici. Abbiamo poi dovuto aspettare Carlo Vanzina. I fratelli Vanzina erano ben protetti e molto benestanti, Carlo era un genio totale.   Ricorda bene che il cinema è regia, non è scrittura. Vuoi sapere la sceneggiatura di uno dei più bei film di Fellini che è Amarcord? La sceneggiatura di Tonino Guerra è un vecchio si siede sulla spiaggia ad aspettare di vedere le balene che passano. Questa è la sceneggiatura originale di Amarcord. Poi da lì chiaramente hanno fatto e sviluppato tanto. Vige una vecchia legge: se non puoi scrivere sul retro di un pacchetto di sigarette la storia, allora lascia stare.    A proposito di grandi registi, tu hai lavorato con Tinto Brass nel film Paprika uscito nelle sale nel 1991. Un genio totale. Il mio personaggio l’ha tagliato, però l’ho fatto. Probabilmente il regista più elegante e più bravo di tutti. Lo potremmo definire un Tornatore ante litteram. Brass era quello che girava meglio di tutti. Non ce n’era per nessuno. Lui stava sempre in macchina. Gli piaceva essere il primo spettatore.    La protagonista di quel film è una giovane Debora Caprioglio nella sua massima espressione di gioventù e femminilità. Recitavo il ruolo di un militare pittore e le imbrattavo le chiappe di un colore rosso e poi glielo facevo imprimere su una tela. Questa scena la girammo più volte e ogni volta ripetevo la stessa operazione. A un certo punto presi il sigaro di Tinto e timbrai il culo della Caprioglio sul sigaro di Tinto. Dopodiché lo regalai a Tinto e credo lo tenga nel suo museo del sesso a Venezia.    Mak π 100 di Antonio Bido, del 1987, è un film avventuroso sulla Marina dove tu interpreti un cadetto. Esatto! Avevo vent’anni e in quel periodo stavo girando Rally [serie televisiva Rai, ndr] sulle colline nei pressi del Lago di Bracciano, in un campo con un circuito sterrato antistante una villa. Lavorando in ambedue i set, dopo Rally dovevo andare di corsa a girare il film di Bido. Avevo una Opel Kadett station wagon 1.7, comprata nuova da mio babbo, e siccome ero in ritardo, insieme al mio compagno di avventura dell’epoca, Ricky Palazzolo, che aveva fretta anche lui perché doveva andare al Festival a cantare la sua canzone, eravamo tutti e due con queste macchine che sfrecciavamo sull’Aurelia. Ci abbiamo messo davvero poco tempo. Sempre a tavoletta [ride]!   Correvi come Bruno, il tuo personaggio nella serie tv Rally. Eh sì!

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Da poco ho intervistato il campione di rally Miki Biasion e abbiamo accennato anche a quella serie che è rimasta nei cuori di tutti i telespettatori appassionati di corse di auto. In una delle puntate ci sono le vetture ufficiali Martini Racing. La regia è di Sergio Martino. Grande Martino!   Nella prima puntata ricordo che fai dei numeri spettacolari con una Fiat Uno Turbo, sia in strada, sia in quel circuito sterrato a cui facevi riferimento pocanzi. Molte di quelle acrobazie con la macchina sono mie. Alcune invece sono di Rémy Julienne [noto stuntman francese, ndr]. Lui guidava le macchine in qualche film di 007, tra le tante altre cose.   Quella fiction fu una produzione importante. Prima produzione europea, ancor prima dell’UE. Una cosa meravigliosa e costosa, ma c’era un grandissimo produttore, Gianni Hecht Lucari. Le riprese furono interrotte per diversi mesi e noi non sapevamo se avremmo o meno terminato la serie. A un certo punto, d’improvviso, mi chiamarono per dirmi che sarei dovuto volare in Africa a girare il resto delle puntate, ma non avevo il passaporto.   Chiamo Lucari, che chiamavo affettivamente Gianni, per esporgli il problema. Lui alza il telefono e chiama Andreotti, che non solo era suo amico, ma anche ministro degli Esteri. Dopo venti minuti mi arriva il passaporto sulla scrivania di Hecht e così ho preso e sono partito per l’Africa.    Consentimi la battuta, ma viste le innumerevoli imitazioni che ha fatto tuo babbo di Andreotti, era come uno di famiglia per te. Praticamente sì. Una volta arrivati in Costa d’Avorio, ad Abidjan, ci mandarono al famoso e mitologico villaggio Les Paletuviers che era la residenza invernale di tutto il cinema italiano. Si stava bene, era bello. C’era il mare, non ti rompeva le scatole nessuno e le aragoste cadevano come grappoli d’uva maturi. Una volta arrivati, alla dogana di Abidjan sequestrarono tutto il materiale del film e noi rimanemmo due mesi in questo villaggio a non fare nulla. Una cosa irripetibile. Facevamo le gare di tuffi con Giuliano Gemma.   Gemma era il protagonista di Rally. Eri amico con lui? Era il mio secondo padre.    Anni fa, poco prima della sua improvvisa scomparsa, accompagnai l’amico e critico cinematografico Fabio Melelli a intervistare Gemma a casa sua. Lo ricordo come un vero signore del cinema italiano. Lui era una star totale ed era la persona più semplice, amorevole, gentile e generosa che abbia mai conosciuto in vita mia. Non so perché mi volesse bene, ma è un essere clamoroso.    In Rally ci sono delle bellissime attrici quali Eleonora Brigliadori e una giovanissima Yvonne Sciò. C’era anche Mariella Di Lauro.    Il tuo giovane collega di gare sulla seria, l’attore francese Vincent Souliac, era doppiato da Tonino Accolla. Perché quel prodotto era una produzione importante. C’era anche Gino Santercole tra gli interpreti. 

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Santercole fece un film con Milian – dove l’attore cubano ha una recitazione ai massimi livelli – che s’intitola Milano odia: la polizia non può sparare di Umberto Lenzi. Milian fece un film che veramente mi scioccò da bambino. Era un film in bianco e nero con la Cardinale di Citto Maselli, I Delfini [1960, ndr]. E poi, alla faccio di Bellocchio, ho fatto l’ultimo film di Maselli, Le ombre rosse [2009, ndr]. Bellissimo film! Anche lì per raggiungere il set, sempre a correre con le macchine…   Fare l’attore è sempre un’avventura, dentro e fuori dal set. Totale avventura!   Questo modo di affrontare il lavoro e la vita credo che sia un po’ l’essenza della vita stessa. Sei nell’incertezza totale, però sai che è il tuo ambiente e se non lo frequenti, se non stai sul set, sei fuori dal mondo.    Tu hai lavorato con il figlio del compianto Maurizio Merli, Maurizio Matteo Merli. Penso al film di Claudio Fragasso Le ultime 56 ore del 2010. Ho fatto anche altri lavori con lui. Gli voglio molto bene. Abbiamo condiviso tante avventure assieme. Ha preso molto del carattere del padre.   Diversi anni fa ho scritto una biografia di Maurizio Merli. Tu lo hai conosciuto? C’ho giocato contro a tennis due o tre volte al Torneo Tognazzi. Era molto difficile giocarci, perché era molto competitivo.    In una tua intervista hai dichiarato che ti piace interpretare il ruolo del fraticello o comunque parti che richiamano alla religione. In Padre Pio di Abel Ferrara [2022, ndr] però facevo un politico. In un altro film di Ferrara ho fatto un apostolo, Filippo, poi sempre con lui ho fatto qualche ruolo da cattivo.   Che tipo è Abel Ferrara? Nel corso della mia carriera ho avuto infinite botte di culo – come diceva Ugo Tognazzi – e Abel Ferrara è senza dubbio il regista numero uno: non solo quello con cui mi piace di più lavorare, ma anche colui con cui ho instaurato un rapporto professionale e umano che dura da oltre vent’anni. Per me è il migliore in assoluto.   La sua filmografia parla chiaro. Penso al Il cattivo tenente con Harvey Keitel, solo per citarne uno. Sai in quanti giorni l’hanno girato quel film? È durato diciassette giorni, che è già pochissimo di suo; di questi diciassette giorni, lui ha montato gli ultimi tre giorni di riprese. 

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Arriviamo a La Passione di Cristo di Mel Gibson. Questo film tocca una tematica profonda, importante e sensibile per milioni di cristiani e non solo. Il film ebbe un grande successo. Ha avuto un successo irripetibile e planetario in sole due settimane! Con una nuova società di distribuzione cinematografica alla prima esperienza.   Le major non supportarono questo progetto. Gibson, essendo una vera star di Hollywood, lo ha proposto alle major, ma a Hollywood volevano che Mel facesse Gesù e che Robert De Niro facesse Giuda e che fosse tutto recitato in inglese. Gibson invece ha portato avanti le sue idee e quindi niente appoggio dalle major. Loro credo che se la siano legata al dito questa voglia di Mel Gibson di fare di testa sua e non sottostare alle loro indicazioni.   alcola che durante i due anni di riprese ci fu una polemica assurda: gli ebrei lo presero di mira perché in qualche modo avevano letto il copione e non gli piaceva che loro non ci facessero una bella figura. Uscirono numerosi articoli su tutti i giornali del mondo, ogni giorno, parlando di questa controversia. La più grande campagna pubblicitaria involontaria della storia. Si era creata una tensione e un’attesa sul film, che quando è uscito è esploso.    Quando eri sul set l’avvertivi questa tensione che si era creata attorno a questo film? C’era una potenza di mezzi incredibile. Il sangue per Gesù non era contenuto in dei flaconi di plastica svuotati e riempiti di queste sostanze particolari, bensì c’erano delle autobotti piene di sangue finto. Sangue vecchio, sangue nuovo, sangue mezzo e mezzo. Il lavoro che c’era sulla croce era una cosa da non credere!    &
 
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;   La scena della crocifissione è molto forte. C’è stato un lavoro clamoroso che nemmeno il Canova o il Bernini avrebbero fatto meglio. C’era un giro di croci a Matera che non immagini. Usarono anche un manichino e una volta, causa pioggia, abbandonarono il set del Calvario lasciando il manichino sulla croce. Dal Paese si vede il set in lontananza e alcuni cittadini avevano sbroccato perché pensavano che la produzione avesse lasciato l’attore realmente crocifisso e in solitudine [ride]!   Come fu il casting? Dobbiamo fare un passo indietro. Quando ho girato L’italiano di Ennio De Dominicis [2002, ndr], nel luogo dove mia zia girò Uomini e Lupi, ovvero a Scanno, una mattina la strepitosa responsabile dei casting andò a vedere la proiezione di questo film al cinema Quattro Fontane di Roma. Qualche mese dopo cominciò a occuparsi di The Passion e mi propose. Mi chiamò mentre stavo con i miei cagnolini al parco e mi disse: «Luca stai calmo». A parte che se ti chiamava personalmente Shaila Rubin, la casting più importante al mondo in quel periodo, già eri autorizzato a svenire. «Dobbiamo fare una cosa importante, ma devi stare calmo», in pratica già mi avevano scelto. «Cosa devo fare?». «Una produzione americana sugli antichi romani».   L’incontro con Mel avvenne una quindicina di giorni dopo. Dopo questa conversazione andai «in ritiro» in un eremo papale a Scanno: mangiavo quello che mi offriva la terra, un guardiacaccia mi portava da bere ogni tanto e bevevo acqua di fonte. Mi presentai da Mel che ero un santo, resettato nell’anima e nel corpo. Le audizioni si svolsero nella cripta di un’antica chiesa che sta in Prati, con tutti affreschi del settecento/ottocento dopo Cristo.   C’era un tavolo molto lungo di traverso, era un’abside quindi era circolare, pochissima luce e numerose antenne, registratori e varie attrezzature tecnologiche, perché mandavano il tutto in diretta a Los Angeles. Mel mi fece leggere un qualche cosa in aramaico e io gliela lessi anche in greco. Mi disse di non tagliarmi la barba e se avessi dovuto nel frattempo accettare qualche altro lavoro lo avrei dovuto avvisare. Stop. Mentre vado via, Gibson alza il telefono e chiama De Niro: «Tu il film non lo fai e non lo faccio nemmeno io. Lo fa questo attore qua e ho anche trovato uno che interpreta Gesù».   All’attore che faceva Gesù tutti i giorni mettevano il mio naso, perché Mel voleva che in certe situazioni potessimo sembrare la stessa persona e anche per cambiargli il profilo americano.   

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Come hai preso il fatto di interpretare Giuda Iscariota? Come vuoi che l’abbia presa, bene e male. Dovevo fare quello.    C’è Rosalinda Celentano che interpreta Satana. Io lo chiamerei il diavolo.      Piacque molto. Una delle idee geniali del film e Mel se la portava in palmo di mano. Era la cosa più importante per lui.    C’era Davide Marotta, iconico caratterista del nostro cinema e della pubblicità. Lui faceva il figlio del diavolo.     È vero che sul set veniva celebrata la Santa Messa? Almeno sette o otto messe al giorno. C’era un giro di macchine del Vaticano che non hai idea. La supervisione spirituale era fatta dai Legionari di Cristo. Quando uscì il film il mio padre spirituale di quando ero adolescente divenne il capo di questi Legionari di Cristo. Era una storia che si rincorreva da quando sono nato.    Cosa sai della fede di Mel Gibson?  Lui è un cattolico preconciliare. Integralista.   Quando avevi modo di relazionarti con lui, l’avvertivi il suo essere cattolico? No, non l’ha mai fatto pesare a nessuno. C’erano attori musulmani, ebrei, gnostici, cattolici, atei… no problem. Conta solo quello che sta sullo schermo.   Il padre di Mel, Hutton Gibson, lo hai conosciuto? Mai incontrato. Forse l’ho visto una volta durante gli Oscar, quando ero tra i papabili candidati insieme a Mattia Sbragia, che interpretava Caifa, e a Francesco De Vito, che vestiva i panni di Pietro. Poi però l’Academy fece altre scelte, suscitando non poche polemiche. Ricordo comunque di essere lì, agli Oscar, e poi a casa sua: una grande villa a Hollywood, con tanto di chiesa all’interno della tenuta. Dopo aver messo in moto la sua Harley-Davidson, andammo a messa. Credo che in quell’occasione fosse presente anche suo padre, ma non ebbi modo di parlargli.   Oggi tutta quella collina su cui sorgeva la villa di Gibson è andata distrutta in un grande incendio, circa un anno fa. Ha perso tutto e, paradossalmente, ha detto di sentirsi finalmente bene. Un’idea che può sembrare strana: quando una casa brucia, perdi ogni cosa, tutti quegli oggetti che riempiono spazio, tempo e vita, e che ti legano continuamente ai ricordi. Il fuoco ha portato via tutto. E non è un concetto da sottovalutare.   In The Passion l’attore che interpreta Barabba, Pietro Sarubbi, una volta terminate le riprese, ha iniziato un suo cammino di conversione. Anche tu dopo quel film ti sei avvicinato maggiormente alla fede? Beh, se non ti avvicini alla fede con quel film, è meglio andare a giocare a zecchinetta! È chiaro che per un anno ripetere ogni giorno quello che era accaduto duemila anni prima ha un valore emotivo importante, al di là della finzione. Poi di finto al cinema non c’è niente, perché se c’è una cosa finta se ne accorge anche la signora che ti dà il biglietto. Qualcosa ti resta dentro, ti scuote parecchio. Sarubbi ne rimase molto colpito come molti altri del resto.   Mel Gibson sta ora girando La Resurrezione in uscita il prossimo anno. Non ha voluto richiamare il vecchio cast perché con la nuova tecnologia non era sicuro di ringiovanire voi attori al meglio oppure pensi non abbia voluto appositamente usare tecnologie di Intelligenza Artificiale? C’ha provato in tutti i modi, ma non è stato possibile.   L’AI nel cinema è già ben avviata e in crescita. The Passion è stato fatto tutto in diretta senza l’ausilio di troppi effetti speciali, alla vecchia maniera. In questo sequel, essendo passati più di vent’anni, credo c’abbia provato a fare questi ringiovanimenti, ma evidentemente gli risultavano troppo finti e ha cambiato il cast.    C’è Monsignor Viganò che ha fatto visita al set del film. Certo. La bellissima sceneggiatura di The Passion è stata tratta da delle meditazioni di due mistiche Anne Catherine Emmerich e Maria di Gesù di Ágreda. Se noti bene il mio personaggio non c’è all’Ultima Cena, perché Giuda era già a perdersi altrove. Sai dove hanno ambientato l’Ultima Cena? Era una chiesa paleo cristiana di tufo che poi diventò un convento.   Gibson aveva fatto arrivare delle casse acustiche stile rave party che sparavano a palla il disco Supernatural di Santana. Il produttore esecutivo Enzo Sisti gli ha detto: «Mel, vuoi finire questo film? Allora abbassa la musica sennò qua non possiamo girare». La metteva ovunque! Enzo Sisti gliel’ha fatta togliere perché distraeva troppo.    C’era Jan Michelini come aiuto regista in quel film. Lui era l’ultimo dei segretari di produzione. Al primo fulmine che lo colpì fu promosso. Al secondo fulmine fu promosso ad aiuto regia. E l’aiuto regista – che era l’aiuto regista di Carlo Cotti di Sposerò Simon Le Bon – fu a sua volta promossa a un ruolo nella produzione. Ti rendi conto che corsi e ricorsi?   Jan Michelini era legato alla nota casa di produzione Lux Vide. Tutti siamo legati alla Lux Vide di Ettore Bernabei che ha prodotto tanti film sui santi. Era specializzata.   Anche Don Matteo è una loro produzione. Lui diresse alcuni episodi di Don Matteo. Io desideravo parteciparvi soprattutto per poter incontrare e recitare con Terence Hill: Bud Spencer lo avevo già conosciuto, ma lui ancora no. Ogni volta che Jan mi chiamava per una parte, però, ero impegnato altrove. E quando finalmente riuscii a ottenere un ruolo, lui era già passato ad altro. Alla fine recitai comunque nell’ultima puntata di quella che allora era l’ultima serie, affrontando il lavoro di corsa ma con grande entusiasmo. In realtà non fu davvero l’ultima: la serie ebbe un successo tale da proseguire con altre stagioni.   Tu vieni da una famiglia numerosa. Qual è il tuo senso della famiglia? Siamo cinque fratelli e io ho due figli. Gli studi di architettura non facevano per me e allora iniziai a studiare recitazione, ma lo studio vero lo feci in casa sin da piccolo, anche attraverso il doppiaggio. 

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Quali sono le differenze più sostanziali nel lavorare con una produzione italiana rispetto a una produzione internazionale? Più che dei soldi parlerei dei mezzi. Quando giravamo The Passion – che ha avuto diverse location tra Matera, Cinecittà e Los Angeles – contemporaneamente Vittorio Storaro [direttore della fotografia premiato quattro volte con l’Oscar, ndr] stava girando l’Esorcista – La genesi e c’era una specie di gara di sfoggio di mezzi, ma alla fine il cinema è fatto da una molletta e un pannello di polistirolo. Quanto costa una molletta? Quando costa il polistirolo? Poi è chiaro che ci sono una serie di cose in più.   Una troupe a Hollywood è composta da circa duecento persone, ognuno con le sue competenze, che deve viaggiare, mangiare, dormire e essere pagata. In Italia una troupe bella cazzuta è fatta da minino cinquanta persone. Nelle nostre grandi produzioni si arriva fino a settanta persone circa. Durante le riprese de La Passione di Cristo, Mel girava col megafono, nelle lunghe pause tra una scena e l’altra, urlando: «Din! Din! Din! Questo è il suono del mio fottuto conto in banca che scende. Vogliamo girare, cazzo!». Siccome mezzo film era girato a ralenti in pellicola, e la pellicola ha un prezzo elevato, diceva: «Sbrigati con questo ciak! Sbrigati!», perché col ciak al rallentatore scorrono metri e metri di pellicola. Io ho avuto il privilegio di fare il primo ciak di The Passion con la scena dell’impiccagione ed ero presente anche all’ultimo ciak. Mi piace molto questa cosa. Io non mi sono impiccato, ma ho fatto lavorare un mio amico stuntman.   All’inizio delle riprese Mel esclamò: «Ma sto film è bellissimo… fermi tutti! Abbiamo iniziato, ma non so quando potremmo finire. Rifacciamo tutti i contratti. lo voglio fare bene, perché è troppo bello». Nel frattempo rimaniamo tutti un mese fermi a Matera, perché lui doveva pensare. Un po’ come nel villaggio turistico in Africa con Gemma. Il mio impegno a Matera era finito, ma rimasi sul set perché lui non girava se non c’ero io. Io ero presente a tutti i ciak di The Passion, perché credo pensasse che gli portassi fortuna.   Finite le riprese a Matera ci trasferiamo a Cinecittà e anche lì mi fa fare il primo ciak. Quella scena, da copione, è quella in cui mi si vede in faccia per la prima volta e decido di farla a modo mio: entrare di spalle per poi voltarmi. Il direttore della fotografia Caleb Deschanel, un genio, aveva messo le luci per girare un altro tipo di scena. Mel gli dice: «Senti Caleb, Luca mi ha detto che vuole entrare di spalle e mi piace questa sua proposta». «Bello, ma mi devi dare due settimane». Per due settimane siamo stati tutti fermi, perché Deschanel doveva cambiare le luci. Se dici una cosa del genere in una produzione italiana ti danno uno schiaffone e nemmeno ti ascoltano [ride].   Quando poi ti siedi al cinema e vedi il risultato, è tutta un’altra storia. La scena dei denari è durata due mesi. Non veniva mai bene il lancio della sacchetta e ogni giorno era in programma. Magari a volte non si riusciva a farla in tempo, ma per due mesi siamo stati dietro a questa scena ed è sempre stata all’ordine del giorno.    Una cura del dettaglio quasi maniacale, oserei dire. Esattamente! Ma non per la ricerca della perfezione, perché in quel gesto, in quel lancio di danari, c’è un messaggio. Ci sono tanti messaggi sottaciuti e doveva risultare fatta in una certa maniera.    C’è amicizia vera nel vostro mondo? No! È un mondo estremamente competitivo e sotto sotto tutti odiano tutti, ma sono tutti molto onesti perché lo sanno e ci si adegua. Tu sai che sei come quell’altro e lo rispetti, perché sai esattamente– qualora tu abbia il buon gusto di pensarci – che sta passando le stesse difficoltà tue. All’interno di questi viaggi intergalattici che sono i film, è chiaro che si possono stabilire dei rapporti e delle amicizie eterne, dove il mestiere non conta più e vedi tutto da un’altra prospettiva. Si creano dei legami indissolubili anche se quella persona non la rincontrerai mai più, perché riguardano i profondi segreti della vita.   Vorrei tornare un attimo indietro e chiederti di Gianluca Petrazzi che ho avuto modo di conoscere e intervistare, scomparso prematuramente qualche anno fa. Che rapporto avevi con lui? Io sono cresciuto con Gianluca, avendo fatto quasi dieci opere con Claudio Fragasso dove c’erano un sacco di sparatorie e acrobazie con le auto e Petrazzi c’era sempre. A volte faceva l’armiere, a volte faceva il capo stuntmen. Devi vedere Roma criminale diretto da Gianluca. È anche un omaggio a Tomas Milian ed è anche un omaggio al padre di Petrazzi, Riccardo.    Grazie, Luca. Grazie a te!   Francesco Rondolini

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L’Iran sta facendo propaganda con fantasiosi video AI

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Nella guerra della propaganda, l’Iran si sta distinguendo per i suoi molti creativi filmati fatti con l’Intelligenza Artificiale in cui attacca il nemico americano ed israeliano e chiede giustizia per la strage delle scolarette in apertura del conflitto.

 

Come riportato da Renovatio 21,  aveva subito lanciato un breve video a base di omini Lego che suggeriva che Netanyahu e Satana avessero spinto Trump alla guerra ricattandolo con i file di Epstein. Il tema dei filmati a base di mattoncini è ora esplorato in ulteriori video che mostrano La Mecca e la distruzione di portaerei statunitense.

 

I richiami ai file di Esptein continuano anche nei filmati recenti, che mostrano anche la possanza delle armi missilistiche della Repubblica Islamica. Colpisce nell’infornata di video AI generati dagli iraniani il rimando costante all’elemento demoniaco, con Netanyahu e Trump descritti come adoratori del demone Baal. Il demone siro-cananeo e fenicio sostituisce in un video la statua della Libertà, venendo distrutto dai missili sciiti.

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Come riportato da Renovatio 21, stanno suscitando polemiche i video postati dagli account ufficiale della Casa Bianca, che sembrano trattare la guerra come un videogiocoì, miscelando immagini di ver bombardamenti, meme e brani di film hollywoodiani. La comunicazione dell’amministrazione Trump sul conflitto è stata definita dai vescovi USA come «ripugnante».

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È arrivata la morte per Chuck Norris. Ora è ricoverata in prognosi riservata

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Chuck Norris, il leggendario campione di arti marziali e star del cinema d’azione divenuto un’icona della cultura pop grazie ai suoi ruoli in innumerevoli classici hollywoodiani e a una valanga di meme su internet che esaltavano la sua indistruttibile tenacia, è morto all’età di 86 anni.   L’attore è deceduto giovedì mattina in seguito ad malore medica sull’isola hawaiana di Kauai, come ha confermato la sua famiglia in un comunicato diffuso sul suo account Instagram.   «Pur volendo mantenere riservate le circostanze, vi preghiamo di sapere che era circondato dalla sua famiglia e che era in pace», si legge nella dichiarazione. «Per il mondo, era un artista marziale, un attore e un simbolo di forza. Per noi, era un marito devoto, un padre e un nonno amorevole, un fratello straordinario e il cuore della nostra famiglia».   Carlos Ray Norris, nato il 10 marzo 1940 a Ryan, Oklahoma, crebbe in condizioni di povertà prima di arruolarsi nell’aeronautica militare statunitense, dove prestò servizio in Corea del Sud. Fu proprio lì che iniziò a praticare arti marziali, conquistando cinture nere in varie discipline e vincendo sei campionati mondiali di karate.   In seguito fondò due sistemi di arti marziali di rilievo: l’American Tang Soo Do e il Chuck Norris System (Chun Kuk Do, la «via universale»). Il Tang Soo Do, detto anche Tangsudo fondeva tecniche dell’arte marziale coreana Moo Duk Kwan stili giapponesi di Judo, Shito-ryu Karate e Shotokan Karate.   La sua carriera cinematografica prese il via dopo aver impartito lezioni private di karate a Steve McQueen, che lo spronò a provare la strada di Hollywood. Il ruolo che lo rese celebre fu quello dell’antagonista opposto all’eroe interpretato da Bruce Lee nel classico del 1972 L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente, con la loro epica scena di combattimento nel Colosseo di Roma al cospetto della relativa colonia felina, diventata una delle sequenze di lotta più iconiche della storia del cinema, dove il Norris esibisce una peluria del torso al limite del tollerabile.  

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Gli anni Ottanta lo consacrarono come star del cinema d’azione grazie ai ruoli da protagonista in Rombo di Tuono , Missing in Action, Il Codice del Silenzio e «Delta Force».   Il film Invasion U.S.A. (1985), in cui in pratica sventa da solo un’invasione massiva degli USA da parte di forze sovietiche e cubane, veniva all’epoca programmato in Italia anche da RAI 3, il canale statale cencellato al Partito Comunista Italiano (allora il PD si chiamava così…) con evidenti intenti ironici.     Il film Delta Force (1986) fu diretto da un regista israeliano, Mehachem Golan, e lo vede combattere terroristi dirottatori palestinesi (l’ispirazione era il dirottamente del volo TWA 847 Il Cairo-San Diego).   Il primo ministro Netanyahu si è detto rattristato dalla morte del Norris, che nel 2015 aveva fatto un video elettorale di endorsing di Bibi, descrivendolo come cruciale per la sicurezza di Israele.     Il suo status di star si rafforzò ulteriormente con l’interpretazione di Cordell Walker in Walker, Texas Ranger, la serie trasmessa per nove stagioni negli anni Novanta, trasmessa in Italia per il sabato sera dalle reti berlusconiane e quindi popolare solo presso chi il fine settimana non usciva e/o aveva poco da fare. (L’altro grande mito degli sfigati che il sabato sera non uscivano era Lorenzo Lamas, protagonista di un telefilmo non dissimile di cui si è dimenticato il titolo)     Negli anni 2000, Norris visse una vera rinascita culturale quando i «Chuck Norris Facts» divennero un fenomeno virale su internet, dove, ancora prima dei social network, trovarono una diffusione immensa per email, sui forum, newsgroup, canali IRC o siti internet appositamente dedicati: si trattava di battute che esageravano in modo ironico la sua durezza con frasi come «Quando l’uomo nero va a dormire, controlla nell’armadio se c’è Chuck Norris» o «Superman indossa il pigiama di Chuck Norris».   Il Norris accolse con favore il fenomeno, arrivando persino a pubblicare un libro dedicato a quei «fatti», che divennero spesso una fonte irresistibile di ilarità collettiva.  

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Facciamo ulteriori esempi:   «Chuck Norris non porta l’orologio. Decide lui che ora è.   «Le lacrime di Chuck Norris curano il cancro. Il problema è che lui non ha mai pianto. Mai».   «Chuck Norris ha vinto una gara di nuoto sincronizzato. Da solo».   «Quando Chuck Norris fa i piegamenti, non solleva se stesso: sposta la Terra verso il basso».   «Chuck Norris può tagliare un coltello con un panetto di burro».   «Chuck Norris è stato morso da un cobra reale. Dopo cinque giorni di agonia, il cobra è morto».   «Sotto la barba di Chuck Norris non c’è un mento. C’è un altro pugno».   «Chuck Norris ha contato fino a infinito. Due volte».   «I dinosauri hanno guardato Chuck Norris storto una volta. Una sola».   «Chuck Norris non dorme. Aspetta».   «Se cerchi “Chuck Norris” su Google, non ottieni risultati. Lui trova te».   «Chuck Norris ha ordinato un Big Mac da Burger King. E gliel’hanno dato».   «Chuck Norris può cancellare il Cestino di Windows».

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«Chuck Norris ha vinto una partita a scacchi contro un computer. Mentre il computer era spento».   «L’universo si espande perché sta cercando di scappare da Chuck Norris».   «Chuck Norris ha perso la verginità prima di suo padre».   «Newton non ha scoperto la gravità. È stato Chuck Norris a permettergli di restare seduto per terra».   «Chuck Norris può accendere il fuoco strofinando tra loro due cubetti di ghiaccio».   «Quando Chuck Norris entra in acqua, non si bagna. È l’acqua che diventa Chuck Norris».   «Chuck Norris ha vinto una partita a Forza 4 in sole tre mosse».   «Chuck Norris ha costruito l’ospedale in cui è nato».   «Chuck Norris può dividere per zero».   «Chuck Norris ha vinto il Tour de France su una cyclette».   «Chuck Norris ha mangiato una volta una torta intera prima che i suoi amici potessero dirgli che dentro c’era una spogliarellista».   «Chuck Norris non usa il mouse. Gli basta fissare le icone finché non si aprono per la paura».   «L’unica cosa che può tagliare un diamante è la barba di Chuck Norris».   «Chuck Norris riesce a mangiare i cracker a letto senza fare briciole».   Il fenomeno delle battute su Norris si espanse in tutto l’Occidente. In India, invece, viene copiato assegnandolo al divo del cinema tamil Superstar Rajinikanth, che in effetti nei suoi film fa cose così (fermare le pallottole con le mani, far rimbalzare i palloni sugli aerei che passano in cielo, etc.), e gode di un culto assoluto in India. Va detto che talvolta gli indiani accusano anche gli italiani di avere un personaggio che fa con maschia leggerezza cose impossibili: si tratta di Adriano Celentano, la cui cinematografia, in effetti, tende al superomismo spinto.   Cristiano convinto e conservatore su temi sociali, Norris era noto anche per la sua attività filantropica e per l’amicizia con il primo ministro ungherese Vittorio Orban, che incontrò a Budapest nel 2018 stringendo un legame fondato su valori comuni. Nel 2024 gli fu dedicata una statua proprio a Budapest.   Il premier magiaro ha dedicato a Norris un video accorato in ricordo del tempo passato insieme.     Norris lascia la moglie Gena, sposata nel 1998, cinque figli e tredici nipoti.

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L’attore godeva di grande popolarità anche in Russia, dove si recò più volte, tra cui nel 1992 per arbitrare un evento di kickboxing. Nel 1995 divenne comproprietario del nightclub Firebird a Mosca e in seguito aprì un proprio locale nella capitale russa, chiamato «Chuck Norris Enterprise Club Beverly Hills». Nel 1997 visitò nuovamente la Russia come ospite d’onore a un importante torneo nazionale di thai boxe e kickboxing e, come è noto, cenò con il politico russo Vladimir Zhirinovskij.   Possiamo solo chiudere con ancora un paio di battute.   «La Morte una volta ha avuto un’esperienza pre-morte: ha visto Chuck Norris».   «La Morte ha paura di bussare alla porta di Chuck Norris. Di solito gli manda un SMS e scappa»   «Chuck Norris non morirà mai. È la Morte che sta cercando di capire come dirglielo senza farsi picchiare».   «È arrivata la Morte per Chuck Norris. Ora è ricoverata in ospedale in prognosi riservata» (questa è nostra, sfornata per fare il titolo)   Più o meno crediamo sia andata così…

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Immagine di dominio pubblico CC0 via Wikimedia
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