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Geopolitica

Caos in Palestina, qualcuno afferma che c’è lo Stato Ebraico dietro la rivolta dei coloni?

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La rivolta dei coloni ebrei nella città di Huwara, in Palestina, in Cisgiordania, il 26 febbraio parrebbe essere partita quando un uomo armato al momento non ancora catturato, presumibilmente palestinese, ha uccidendo due coloni ebrei.

 

Secondo un articolo di Middle East Eye, i rivoltosi sono stati elogiati dai leader di estrema destra, inclusi alcuni membri del governo di Benjamin Netanyahu, dando credito alle accuse secondo cui il governo avrebbe incoraggiato i rivoltosi.

 

In un tweet poi cancellato, Davidi Ben Zion, il vice capo del Consiglio di Samaria che governa gli insediamenti illegali nel nord della Cisgiordania, ha invitato i politici israeliani a non mostrare pietà e ha affermato che «il villaggio di Huwara dovrebbe essere cancellato oggi».

 

 

Il tweet è piaciuto al ministro delle finanze del Paese Bezalel Smotrich, leader del Partito sionista religioso, membro del governo di coalizione guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu.  Anche il gradimento da parte dello Smotrich del tweet del Ben Zion ha attirato la condanna ed è stato visto da alcuni come un indizio che lo Stato di Israele che sanziona la violenza dei rivoltosi.

 

«Il nostro ministro delle Finanze, ministro del ministero della Difesa e membro del gabinetto di sicurezza sostiene la cancellazione di un intero villaggio quando l’unico peccato dei suoi abitanti è quello di essere palestinese», ha detto su Twitter Shir Nosatzki, un’imprenditrice dei social media.

 

Come riportato da EIRN, il 26 febbraio, Smotrich stesso ha intensificato la retorica, chiedendo che l’esercito israeliano «colpisse le città palestinesi, con carri armati ed elicotteri, senza pietà, in un modo che avrebbe fatto capire che il proprietario della casa è impazzito». Smotrich ha promosso un thread su Twitter raccomandando «la punizione collettiva della famiglia e dell’ambiente del terrorista come strumento efficace e necessario nella guerra asimmetrica».

 

La punizione collettiva delle popolazioni occupate, osserva Middle East Eye, è illegale secondo il diritto internazionale.

 

 

 

 

Almeno un palestinese è stato ucciso e quasi 400 feriti negli attacchi a Huwara e ad altre città e villaggi della Cisgiordania, hanno detto funzionari sanitari palestinesi.

 

I coloni hanno bruciato completamente almeno 35 case, altre 40 sono state parzialmente danneggiate e molti degli edifici sono stati dati alle fiamme mentre i loro abitanti palestinesi si rifugiavano all’interno. Più di 100 auto sono state bruciate o altrimenti distrutte.

 

Il Jerusalem Post, nella sua copertura della rivolta, ha descritto Huwara come una «città fantasma» dove lunedì 27 febbraio ardevano ancora gli incendi.

 

 

 

Nonostante la presenza delle forze di sicurezza, lunedì mattina ai coloni è stato permesso di rientrare nella città, litigare con i palestinesi in città e tornare lunedì pomeriggio per scatenare di nuovo litigi. I residenti sul posto che hanno parlato con i giornalisti hanno sottolineato che rimarranno in città, affermando con calma «sacrificheremo le nostre vite per la nostra terra», ha scritto il Jerusalem Post.

 

La rivolta dei coloni ebrei a Huwara ha spaventato così tanto alcuni israeliani, che hanno dato voce alle loro preoccupazioni.

 

«Il governo deve decidere se agire come sovrano nei territori [palestinesi occupati], se è determinato a imporre la legge e l’ordine ad arabi ed ebrei allo stesso modo, o se funge da foglia di fico per i giovani in cima alla collina», ha scritto Nahum Barnea per il principale quotidiano israeliano Ynet, riferendosi al gruppo di coloni radicali. Ynet è la testata online del principale quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth.

 

Mentre i coloni israeliani hanno regolarmente commesso attacchi contro i palestinesi in Cisgiordania, gli attacchi del 26 febbraio sono stati «quasi senza precedenti», ha avvertito Barnea.

 

 

 

I coloni in rivolta si sentono «immuni alla legge. La paura dello Stato non si applica a loro», ha continuato il giornalista di Ynet. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich e il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir «osservano i rivoltosi a Huwara e probabilmente si ricordano di loro stessi: quando avevano la loro età, si sono comportati come loro», dice.

 

Il Times of Israel riferisce che gli israeliani hanno donato quasi 300.000 dollari a un fondo a favore dei palestinesi le cui case sono state distrutte durante i disordini.

 

Il membro del partito laburista Yaya Fink, che ha lanciato la campagna di raccolta fondi online, ha dichiarato in un’intervista che il suo obiettivo originale era quello di raccogliere 27.275 dollari, ma alle 6 del mattino del 28 febbraio gli israeliani avevano donato 291.015 dollari. Fink ha detto di essere stato spinto ad agire dopo aver visto il filmato «orribile» della furia, che mostrava autori ebrei che indossavano yarmulke riunirsi per una preghiera serale davanti agli edifici di Huwara avvolti dalle fiamme.

 

 

«Come ebreo religioso io stesso… sentivo che non potevo tacere in tali circostanze», ha detto Fink. «Stanno creando un nuovo giudaismo deformato e portano invano il nome di quello vero». Pur insistendo sul fatto che la maggioranza degli israeliani «non accetta tali anarchici», Fink ha riconosciuto che gli autori ora hanno «partner molto anziani nel governo».

 

Come riportato da Renovatio 21, lo Stato Ebraico ha bombardato la Siria a pochi giorni dal sisma che ha colpito la regione. Sette mesi fa aveva bombardato Gaza a poche ore dalla fine della grottesca visita in Israele di Joe Biden.

 

I cristiani che vivono nel Paese si dicono ora preoccupati per il nuovo, ennesimo governo Netanyahu, che sembra più che mai spostato verso l’estrema destra. Due mesi fa il ministro per la sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir aveva vietato l’esposizione di bandiere palestinesi nei luoghi pubblici.

 

In un articolo di due anni fa, Renovatio 21 aveva definito le nuove fiammate in Palestina come «guerra civile», sebbene impropriamente detta.

 

Ci chiedevamo: «quando uno Stato comincia a considerare sacrificabile una porzione del suo popolo, la reazione può essere qualcosa che non sia qualcosa che assomiglia ad una guerra civile?»

 

«Israele, per interesse parlamentare e governativo, sta finalmente cercando di liquidare questa strana anomalia di musulmani (e cristiani) presenti nella loro politica? Si sta servendo di una guerra «esterna» per liquidare una parte della sua popolazione? (…) Un’intera fetta della popolazione, quindi, è ora ritenuta dal potere come sacrificabile. Il suo stesso diritto ad esistere può essere messo in discussione per il bene del sistema. È il trionfo dell’utilitarismo, la filosofia del sacrificio delle minoranze per il maggior godimento di un’altra parte della popolazione

 

Alla base c’è anche qui l’instaurazione nel codice sorgente dello Stato della filosofia utilitarista: «un’intera fetta della popolazione, quindi, è ora ritenuta dal potere come sacrificabile. Il suo stesso diritto ad esistere può essere messo in discussione per il bene del sistema. È il trionfo dell’utilitarismo, la filosofia del sacrificio delle minoranze per il maggior godimento di un’altra parte della popolazione».

 

Scrivevamo ancora «collasso o sacrificio umano: la scelta dell’establishment, su qualsiasi parte del pianeta, è la stessa di quella che sta compiendo Israele con le sue bombe».

 

Che siano bombe aeree teleguidate o molotov, la sostanza non cambia. Perché «ci potrebbe essere alla base di questa ondata di sangue un ragionamento politico, infranazionale e pure globale, molto più orrendo».

 

Insomma, siamo ai pogrom utilitaristi. E siate certi (il green pass lo ha dimostrato) non ne vedremo solo in Israele…

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Il Cremlino afferma che i piani per l’incontro tra Putin, Trump e Xi potrebbero essere definiti a breve

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Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato martedì, durante la sua conferenza stampa quotidiana, che i preparativi per un incontro tra Putin, Trump e Xi Jinping al prossimo vertice APEC del 18-19 novembre a Shenzhen potrebbero essere finalizzati a breve.

 

«Stiamo lavorando per organizzare un incontro di questo tipo e speriamo di poter definire i dettagli nei prossimi giorni», ha affermato Peskov. «Naturalmente, i nostri amici cinesi, in qualità di padroni di casa, svolgono un ruolo fondamentale nell’organizzazione»

 

Peskov ha inoltre confermato che si terrà ad Abu Dhabi il 10 e 11 novembre un incontro tripartito tra i rappresentanti di Russia, Ucraina e Stati Uniti. La delegazione russa sarà guidata, come in passato, da Vladimir Medinskij, che ha già presieduto l’ultimo round a Ginevra a febbraio.

In merito all’incontro del 10 novembre, l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha dichiarato: «Le discussioni si concentreranno sugli accordi di sicurezza postbellici, sulla de-escalation, sugli sforzi umanitari e sui prossimi passi verso la pace.

 

Inoltre, i negoziatori americani si incontreranno questa settimana a Bruxelles con i rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, UE e NATO per discutere delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, dell’architettura di sicurezza postbellica europea e delle opportunità economiche a sostegno della ricostruzione dell’Ucraina».

 

Kiev, ovviamente, è contraria: il ministro degli Esteri ucraino sostiene che un incontro Russia-Cina-USA incoraggerebbe Putin a proseguire la guerra.

 

Mai nella storia i leader di Stati Uniti, Russia e Cina si siano mai seduti insieme a un tavolo a tre.

 

Nel XX secolo i vertici trilaterali furono altri. Yalta e Potsdam riunirono Usa, Urss e Regno Unito, senza la Cina. Al Cairo nel 1943 c’erano USA, Gran Bretagna e Cina, senza l’URSS. Quanto ai negoziati sulle armi nucleari, a febbraio 2026 Russia e Stati Uniti hanno discusso a Ginevra un nuovo trattato, ma un inviato cinese per il disarmo ha detto che la Cina non è pronta a partecipare a nuovi colloqui nucleari trilaterali.

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Geopolitica

La Groenlandia ratifica l’accordo con Trump

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Martedì il Parlamento della Groenlandia ha approvato un accordo di sicurezza concluso all’inizio dell’anno con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lo riporta l’agenzia Reuters. L’intesa, sostenuta dalla Danimarca, prevede un ampliamento della presenza militare americana sull’isola artica.   L’anno scorso Trump aveva iniziato a minacciare l’annessione della Groenlandia, sostenendo che gli Stati Uniti ne avessero bisogno «per motivi di sicurezza nazionale» e per i suoi minerali delle terre rare.   Quella retorica ha provocato indignazione a Copenaghen e ha indotto i membri europei della NATO a schierarsi a sostegno della Danimarca. La controversia si è conclusa con un accordo annunciato a settembre da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia. All’epoca Trump dichiarò che l’intesa avrebbe garantito a Washington il «controllo permanente» sulla sicurezza del territorio artico.   L’accordo, appoggiato dalla maggioranza dei parlamentari groenlandesi, prevede un’espansione del ruolo militare statunitense sull’isola, aprendo la strada alla costruzione di due nuove basi militari e al sistema di difesa missilistica «Golden Dome» di Trump, riaffermando al contempo la sovranità danese e il diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi. Il ministro degli Esteri groenlandese Mute Egede ha definito la ratifica un passo importante per l’isola. Tuttavia Pele Broberg, leader del partito di opposizione Naleraq, ha sottolineato che la Groenlandia non ha ottenuto alcun beneficio economico dall’accordo.   Martedì Trump ha dichiarato a Fox News che l’Europa ha fatto agli Stati Uniti «il più grande regalo che ci sia mai stato fatto», riferendosi alla Groenlandia e all’accordo militare.   Si prevede che l’accordo esecutivo venga presentato in prima lettura al parlamento danese la prossima settimana, seguito da una seconda lettura e dalla votazione finale il 19 novembre. L’intesa entrerà in vigore una volta ratificata da Danimarca e Groenlandia e non richiede l’approvazione del Senato statunitense.   Come riportato da Renovatio 21, la Danimarca aveva creato un’apposita «guardia notturna» per tenere d’occhio le uscite del presidente statunitense Donald Trump, in seguito alle sue reiterate pretese espresse nei primi mesi di quest’anno sull’annessione della Groenlandia, territorio autonomo del regno.
Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato Trump, con a fianco il segretario NATO Mark Rutte nello Studio Ovale, aveva dichiarato che l’annessione della Groenlandia avverrà e l’Alleanza Atlantica potrebbe perfino essere coinvolta.   La presenza nelle uscite di Trump della parola «destino» appare come un riferimento esplicito alla teoria del «Destino Manifesto» degli USA, ossia la logica per cui il Paese egemone dovrebbe spingere emisfericamente la sua espansione in tutto il continente.   La ridefinizione del Golfo del Messico come «Golfo d’America», i discorsi di annessione del Canada come ulteriore Stato dell’Unione e la manovra su Panama – canale costruito dagli USA proprio a partire da ideali non dissimili – vanno in questo senso di profonda riformulazione geopolitica della politica Estera della superpotenza.  
I discorsi su una possibile dottrina Monroe («Donroe»), con gli USA impegnati solo nel loro emisfero, sono stati però vanificati dall’ennesima guerra mediorientale in cui Israele ha trascinato Washingtone.

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L’UE respinge il Canada come membro «associato»

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La maggior parte dei membri dell’Unione Europea (UE) ha respinto la proposta del Primo Ministro canadese Mark Carney di rendere il Canada un membro «associato», ma sembra che una qualche forma di «alleanza» sia ancora in fase di elaborazione.

 

Una bozza di accordo mostra che Germania, Italia, Grecia, Francia e altri paesi hanno guidato l’opposizione all’ottenimento da parte del Canada di un nuovo tipo di status speciale nell’UE. Questa bozza è stata presentata prima del vertice UE-Canada conclusosi il 30 ottobre a Montreal.

 

Invece di un’adesione associata, il Canada avrà un «legame sempre più stretto» con l’UE, ha affermato il Carney.

All’inizio dell’anno, il Carney aveva affermato di voler instaurare un rapporto più stretto con l’UE, dichiarando: «Non puntiamo a diventare membri dell’Unione Europea. Quello che cerchiamo e a cui adotteremo è un’alleanza unica tra il Canada e l’Unione Europea».

 

Tale annuncio è stato duramente criticato dal leader del Partito Conservatore del Canada, Pierre Poilievre, il quale ha affermato che una cosa del genere «non accadrà mai».

 

Al termine del vertice di due giorni di Montreal, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: «Vogliamo definire insieme un numero maggiore di politiche, con un allineamento molto più stretto». «Vogliamo consultarci a vicenda in tutte le fasi, dall’ideazione all’attuazione», ha aggiunto l’Ursula.

 

È importante sottolineare che il governo Carney intende allinearsi alle politiche e alla sicurezza climatica ed energetica dell’UE. La Von der Leyen ha affermato che «il concetto di membro associato è un territorio inesplorato, ma abbiamo l’ambizione, la fiducia e la creatività per plasmarlo insieme e, per essere chiari, questa è una partnership non contro nessuno, ma per la nostra forza comune».

 

Carney ha dichiarato ai giornalisti che il nuovo rapporto con l’UE è una «collaborazione positiva» che creerà un «nucleo per una più ampia alleanza positiva per il futuro, che genererà opportunità e metterà in comune le risorse per ottenere risultati migliori».

 

Le ambizioni di Carney in merito all’adesione all’UE si manifestano in un momento in cui gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald Trump, hanno raddoppiato la dose imponendo dazi doganali severi al Canada.

 

Per quanto riguarda i legami di Carney con l’UE, non sorprendono, viste le sue posizioni a favore dei diritti LGBT, le sue conoscenze personali e i suoi legami con i movimenti mondialisti, tanto che il Poilievre lo definisce il «golden boy» del World Economic Forum. Il primo ministro di Ottawa ha anche ammesso di essere un «elitario» e un «globalista».

 

Il Carney appoggia pienamente la cosiddetta identità «multiculturale» del paese, che in realtà spesso minimizza l’eredità cristiana europea di coloro che hanno fondato ospedali, scuole e infrastrutture. Ciò ha portato anche in Canada ad un’immigrazione di massa a livelli insostenibili.

 

Come riportato da Renovatio 21, quando Carney è stato nel fulcro finanziario statale di Londra, la Bank of England, è stato pioniere della questione della CBDC, la moneta elettronica emessa da banca centrale. Nel 2019, prima di pandemia, dedollarizzazione superinflazione e crash bancari che stiamo vedendo, l’allora governatore della Banca d’Inghilterra Carney ne aveva parlato all’annuale incontro dei banchieri centrali di Jackson Hole, nel Wyoming nel 2019.

Il Carney, sedicente cattolico, l’anno scorso aveva dichiarato che «dobbiamo unirci tutti» ai valori musulmani.

 

A Davos lo scorso gennaio il Carney aveva tenuto un discorso di tenore antitrumpiano sostenendo che, se mai è esistito, l’«ordine basato sulle regole» è finito e ci troviamo ora in un era di fantasia geopolitica imperiale. Trump aveva risposto attaccando il recente abboccamento di Ottawa con Pechino, preconizzando che la Cina «divorerà» il Canada., e rivendicando le sue mire sulla Groenlandia.

 

Tre mesi fa il Carney, intervenendo prima dell’avvio del vertice del G7, aveva dichiarato che nessun Paese o istituzione potrebbe essere escluso o opporsi a un «nuovo ordine mondiale» che inizierà dall’Europa.

 

Come riportato da Renovatio 21, solo cinque mesi fa Carney aveva menzionato ancora una volta il «nuovo ordine mondiale» durante un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese, la cui partnership con il Canada egli ha elogiato.

 

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Immagine di © European Union, 2026 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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