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Economia

Crisi energetica: storia, analisi e consigli pratici. Intervista al professor Mario Pagliaro

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La situazione energetica, e quindi economica, e quindi civile del nostro Paese si fa di giorno in giorno sempre più disperata. Dalla politica e dalla stampa non sembra arrivare alcuna idea per contenere questa catastrofe che già sta colpendo famiglie e imprese, creando fallimenti e povertà. Tuttavia una soluzione deve esserci. Renovatio 21 ha intervistato in merito il professor Mario Pagliaro, chimico al CNR ISM (Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati) e docente di nuove tecnologie dell’energia al Polo Fotovoltaico della Sicilia.

 

 

Professor Pagliaro, cosa dobbiamo attenderci dal mercato energetico nei prossimi mesi?

La continuazione degli alti costi per gas ed elettricità fino a quando non sarà ripristinata la piena fornitura di gas a basso costo da parte della Russia. Nel 2022 arriveranno 16 miliardi di metri cubi a fronte dei 32 normalmente importati. Ricordo che il consumo di gas annuale dell’Italia nel 2021 è stato di 76 miliardi di metri cubi. Dunque, stiamo parlando di oltre il 40% dei consumi. Persino nell’anno della chiusura trimestrale di tutto, il 2020, l’Italia ha consumato 70 miliardi di metri cubi, e 28 provenivano dalla Russia.

 

 

Alcune bollette, sia per le aziende che per le famiglie, sono inesigibili. Si discute di un qualche modo per risolvere il problema? 

L’unica soluzione possibile è quella intrapresa da Germania, Francia e Regno Unito. Dove sarà lo Stato a pagare gli extra costi delle bollette di imprese e famiglie. In Francia si è proceduto a nazionalizzare EDF, che così fornirà energia elettrica a basso costo a tutti. La Germania ha fatto lo stesso con Uniper, il più grande importatore e distributore di gas, con il medesimo fine: assimilare gli extra costi e non trasferirli alle imprese, che altrimenti andrebbero fuori mercato, e alle famiglie che altrimenti sprofenderanno nella povertà di massa. Stessa cosa nel Regno Unito dove il governo ha allocato fino a 150 miliardi di sterline per i prossimi due anni, fissando un tetto annuo per le utenze domestiche a 2.500 sterline. Il resto, lo pagherà lo Stato. Ma se mi consente, sono tutte cifre che potrebbero finire per rialzarsi di molto. Nessun Paese europeo ha mai affrontato una simile crisi dei prezzi: quello che è stato deciso ieri, potrebbe rivelarsi inefficace domani e richiedere nuove decisioni.

 

 

L’attuale aumento dei costi è determinato dalla guerra in Ucraina?

Solo in parte, anche se l’intensificarsi del conflitto e della crisi dei rapporti internazionali ha determinato un forte calo dei flussi di gas dalla Russia. A causare gli aumenti, che infatti, erano iniziati già alla fine dell’estate 2021 è stata la finanziarizzazione del mercato del gas, il cui prezzo nei Paesi comunitari non fa più riferimento al prezzo industriale pagato ai grandi fornitori (Russia, Algeria, Azerbaijan, Libia e Olanda/Norvegia, nel caso dell’Italia), ma ad un indice di prezzo determinato ogni giorno su un mercato finanziario di Amsterdam, il cosiddetto TTF (Title Transfer Facility).

 

 

Come mai gli aumenti erano iniziati prima?

Proprio perché gli indici di prezzo finanziari «prezzano» i futuri aumenti della domanda, possibili crisi nelle forniture e altre variabili, divenendo intrinsecamente volatili. All’inizio dell’autunno 2021 la domanda di energia era in forte crescita in Europa e in tutto il mondo dopo le restrizioni del 2020 e della prima parte del 2021. Di qui, i primi forti aumenti dei futures sul mercato TTF che poi sono divenuti concreti aumenti del prezzo.

 

 

In che modo la presenza della borsa del gas di Amsterdam chiamata TTF altera i prezzi?

Trattandosi di un prezzo finanziario, il prezzo finisce per incorporare la volatilità intrinseca di qualsiasi mercato finanziario, dove gli operatori investono per massimizzare il ritorno dei loro investimenti. Quindi, non solo forti rialzi, ma anche repentine discese. I profitti si fanno ad esempio investendo sui futures. Insomma, tutte le caratteristiche dei mercati finanziari come quello azionario o quello dei titoli.

 

 

Può spiegare ai lettori la differenza tra il gas portato via nave e quello via tubo?

È semplice, ed è la stessa che esiste fra il petrolio trasportato con le petroliere e quello con gli oleodotti. Le sarà capitato di vedere immagini di numerose petroliere attraccate di fronte ad un grande porto di un Paese importatore di petrolio. Stanno in rada fino a quando il prezzo del petrolio, che cambia ogni giorno, non raggiunge un prezzo più alto. A quel punto, iniziano ad entrare in porto per scaricare il greggio. Con gli oleodotti, invece, il prezzo del petrolio fornito in continuo viene fissato per un lungo periodo fra venditore e acquirente ed è dunque un prezzo industriale che incorpora i costi di produzione e un ragionevole margine di profitto per il venditore. Per il gas è la stessa cosa: le navi che lo trasportano liquefatto cercano i prezzi più elevati possibili. Mentre il gas trasportato con i gasdotti ha un prezzo industriale definito da contratti di vendita pluriennali.

 

 

Quanti rigassificatori ha l’Italia? Di quanti ne avrebbe bisogno in assenza totale di gas russo?

L’Italia è raggiunta da un gran numero di gasdotti provenienti da Russia, Algeria, Azerbaijan, Libia e Paesi Bassi. È quindi logico che abbia pochissimi rigassificatori: attualmente sono tre, uno al largo di Rovigo con una capacità da 8 miliardi di metri cubi l’anno, uno da 3,75 miliardi di metri cubi di capacità al largo della costa fra Livorno e Pisa, e un altro a terra poco distante da La Spezia con una capacità da 3,5 miliardi di metri cubi. Di recente è stata pianificata la costruzione di nuovi impianti: ma se, nel medio periodo, il prezzo del gas dovesse tornare ai 15 euro/MWh, ovvero 15 centesimi per metro cubo, l’investimeno diventa poco redditizio. Ricordo che in un metro cubo di gas sono «contenuti» circa 10 kWh di energia, dunque 1 MWh corrisponde a circa 100 metri cubi di gas.

 

 

Il danno al gasdotto Nord Stream 2 è riparabile?

Si legge che solo una delle due condotte del Nord Strean 2 avrebbe subito dei danni. Ma questo gasdotto non era ancora stato attivato. I danni, molto più gravi, sempre da quel che si legge sarebbero ad entrambe le condotte del Nord Stream 1, che invece è in funzione da anni e rifornisce la Germania e i suoi Paesi satelliti di 55 miliardi di metri cubi ogni anno. Se non sarà riparato in tempi brevi, le ripercussioni sull’economia tedesca saranno gravissime, a partire dall’industria chimica che è l’industria principale di qualsiasi grande economia industriale.

 

 

Pochi giorni fa un funzionario russo ha dichiarato che il gasdotto TurkStream potrebbe sostituire le quantità portate con il Nord Stream. È vero?

Forse intendeva dire qualora la capacità del TurkStream fosse triplicata dagli attuali 31,5 miliardi metri cubi all’anno di gas di capacità. Il gasdotto in questione attraversa il Mar Nero. Se si vuole aumentarne la capacità è necessario che cessino i conflitti, e le relazioni internazionali tornino ad essere orientate allo sviluppo reciproco dei Paesi esportatori ed importatori di idrocarburi. Naturalmente, ce lo auguriamo tutti.

 

 

Francia e Germania hanno rinazionalizzato i colossi energetici. Altri Paesi europei ci stanno pensando…

Ce lo eravamo detti oltre un anno fa: con l’eccezione della Norvegia e in parte della Polonia col carbone, i Paesi europei sono sostanzialmente privi di risorse energetiche. L’unico modo per cui possano svilupparsi economicamente è attraverso la disponibilità di energia a basso costo, che si può ottenere solo attraverso le grandi aziende energetiche di Stato. Fino a quando i prezzi di gas e petrolio erano bassi, poteva esserci spazio per qualche produttore minore che distribuisse gas o elettricità attraverso le reti costruite dagli Stati fra gli anni ’30 e la fine degli anni ’90 quando iniziò il ritorno al liberismo economico che pure aveva già distrutto l’economia europea prima e dopo la Prima Guerra Mondiale, portando in pochi anni all’emergere dei totalitarismi in Italia, Russia, Germania e Giappone. Oggi, che il prezzo del petrolio è ormai da anni sopra i 90 dollari  al barile e quello del gas è schizzato alle stelle, questo spazio non esiste più.

 

 

Perché in Italia non si è sentito un discorso analogo per ENI ed ENEL nemmeno in campagna elettorale?

Non deve meravigliare: in Italia la concomitante introduzione del sistema maggioritario all’inizio degli anni ’90 e la liquidazione dei grandi partiti politici popolari ha reso i nuovi partiti politici simili a dei comitati elettorali in cui gli eletti, spesso «paracadutati» in collegi elettorali, cioè territori, che non conoscono, non hanno più alcun vero legame di rappresentanza con gli elettori. Non c’è più alcun bisogno di fare campagna elettorale: quasi metà del corpo elettorale non partecipa al voto. Per accedere al consenso dell’altra metà, fatta essenzialmente di persone sopra i 50 anni, basta condurre pochi dibattiti a forte carattere emozionale in televisione. L’energia, la nazionalizzazione delle aziende energetiche e l’industria di Stato con cui l’Italia da Paese contadino divenne la quarta potenza economica mondiale erano temi che potevano affrontare solo i grandi partiti popolari della Prima Repubblica, con i loro uffici studi e le loro scuole di formazione politica.

 

 

Quale dovrebbe essere il ruolo delle grandi aziende energetiche nazionali?

Quello di approvvigionare le aziende e le famiglie italiane con energia a basso costo. E siccome, accanto alle tecnologie energetiche tradizionali, negli ultimi 20 anni sono emerse le nuove tecnologie dell’energia basate sulla conversione in elettricità delle fonti energetiche naturali – sole, vento, acqua e calore del terreno – queste stesse aziende dovranno sviluppare in Italia l’intera industria delle nuove tecnologie dell’energia, inclusa ovviamente quella dell’accumulo, di cui l’Italia e i Paesi partner europei sono completamente prive. Occorrono investimenti per centinaia di miliardi di euro. E potrà farlo solo lo Stato attraverso queste aziende con investimenti pluriennali. E non certo che con i gli investimenti pubblici prima frazionati in innumerevoli «voci di spesa» e poi messi «a gara» dai ministeri.

 

 

Quale soluzione può avere l’Italia di fronte a questo impasse energetico?

Nei giorni scorsi Davide Tabarelli ha suggerito che le famiglie si dotino di un generatore a gasolio in previsione dei distacchi della corrente elettrica in inverno quando sarà necessario ricorrere al razionamento energetico. Noi ci permettiamo di suggerire che si dotino immediatamente di un impianto fotovoltaico abbinandolo a un pacco di batterie al litio, in particolare al litio ferrosfato: economiche, durevoli e sicure. Oltre metà degli italiani vive in edifici che ospitano una o poche famiglie. Solarizzandone il tetto con i moderni pannelli fotovoltaici che ormai superano i 400 W di potenza, resteranno sorpresi da quanta energia è possibile produrre, accumulare e poi usare in qualsiasi momento della giornata. A chi vive in città, vorrei ricordare che la quasi totalità dei palazzi italiani è priva di un impianto fotovoltaico. Parliamo di tetti di svariate centinaia di metri quadri a cui i condomini possono accedere liberamente installando il loro impianto, senza dover più attendere l’autorizzazione dell’assemblea condominiale e senza dover richiedere permessi o autorizzazioni. Basta informare l’amministratore di condominio per usufruire del proprio spazio riservato sul tetto. Ogni condòmino, infatti, ha diritto alla sua porzione del tetto, uno spazio comune ripartito in parti uguali, che può utilizzare proprio per autoprodurre pregiata energia elettrica.

 

 

 

 

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Trump: riserve di petrolio raddoppiate grazie al Venezuela

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato di aver più che raddoppiato le riserve petrolifere americane grazie a un accordo di vasta portata che conferisce a Washington il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di greggio venezuelano.

 

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth hanno collaborato con il leader ad interim venezuelano Delcy Rodriguez e con aziende private per garantire il «controllo di maggioranza degli Stati Uniti» delle riserve «senza alcun costo per il contribuente americano», ha annunciato Trump su Truth Social venerdì.

 

«Gli Stati Uniti d’America hanno appena concluso un accordo con il Venezuela per IL PIÙ GRANDE ACCORDO PETROLIFERO DELLA STORIA MONDIALE!», ha dichiarato, sostenendo che la transazione «RADDOPPIA PIÙ CHE LE RISERVE PETROLIFERE AMERICANE».

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Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA), le riserve accertate di petrolio greggio e condensati derivanti dai giacimenti negli Stati Uniti si aggirano intorno ai 46 miliardi di barili.

 

L’aggiunta di altri 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano porterebbe il volume totale sotto qualche forma di controllo statunitense a oltre 111 miliardi di barili, anche se tecnicamente quel greggio non entrerebbe a far parte delle riserve interne degli Stati Uniti.

 

Rubio ha definito l’accordo una «enorme vittoria», affermando che avrebbe portato quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati in Venezuela, sostenuto migliaia di posti di lavoro e contribuito a ridurre i prezzi della benzina negli Stati Uniti.

 

Rodriguez ha poi confermato l’intesa, dicendo che riguarda 17 giacimenti petroliferi strategici con un potenziale comprovato di 65 miliardi di barili e prevede oltre 100 miliardi di dollari di investimenti e oltre 209 miliardi di dollari di entrate fiscali per il Venezuela. Ha aggiunto che i giacimenti saranno sviluppati con la partecipazione di operatori privati, ma la precisa struttura proprietaria resta poco chiara. Precedenti indiscrezioni suggerivano che Washington avesse cercato di ottenere diritti di sfruttamento per un secolo.

 

L’accordo rappresenta l’ultima espansione del controllo statunitense sulle vaste risorse petrolifere del Venezuela, dopo il raid militare del 3 gennaio che ha portato al rapimento di Maduro e al suo trasferimento negli Stati Uniti per affrontare le accuse federali.

 

Dopo l’operazione, Trump ha dichiarato che Washington avrebbe «gestito» il Venezuela supervisionando una transizione politica e ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori azioni militari qualora la leadership ad interim non avesse collaborato.

 

Successivamente Washington ha assunto il controllo «a tempo indeterminato» delle vendite e dei ricavi petroliferi venezuelani, mentre Trump ha ordinato che i proventi del greggio venezuelano fossero depositati in conti del Tesoro statunitense, soggetti alle restrizioni degli Stati Uniti.

 

L’accordo ha suscitato critiche aspre sulla sovranità del Paese, anche da parte di alcune voci dell’opposizione solitamente filo-occidentali. Ricardo Hausmann, ex ministro della pianificazione venezuelano, ha definito l’accordo «incostituzionale», sostenendo che la Rodriguez è a capo di un governo provvisorio illegittimo, privo dell’autorità necessaria per rinunciare al controllo a lungo termine sulle risorse petrolifere del Paese.

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Nel frattempo l’ex vicepresidente e veterano del movimento chavista Elias Jaua ha recentemente accusato Washington, in termini più generali, di aver privato il Venezuela della sua sovranità e di aver preso il controllo delle sue risorse naturali.

 

A inizio anno Trump aveva dichiarato che il petrolio richiesto al Venezuela avrebbe fruttato a Washington almeno 50 milioni di barili, mandando subito le compagnie petrolifere USA nel Paese appena decapitato con il rapimento del presidente.

 

Come riportato da Renovatio 21, Trump aveva affermato che gli Stati Uniti potrebbero ora controllare il 55% del petrolio globale.

 

Il governo venezuelano di Nicolas Maduro tre anni fa aveva indetto un referendum raccogliendo il favore popolare per l’annessione di un territorio ricco di petrolio disputato con il vicino Stato della Guyana.

 

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Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»

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Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.   Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.   «Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.   «Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».

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Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».   «Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.   «Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.   Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.   Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.   Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.   L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.

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Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.   L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.   Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.   Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.   A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».   Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.

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Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.   Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.   Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.   Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.   L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.  

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Washington lancia un’offensiva economica contro l’Iran

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Il segretario al Tesoro USA Scott Bessent ha reso noto un nuovo pacchetto di sanzioni ai danni dell’Iran e ha avvertito che qualsiasi nazione continui a mantenere rapporti finanziari con Teheran rischia di essere tagliata fuori dal sistema del dollaro, con l’obiettivo dichiarato di trasformare l’Iran in un «paese emarginato economicamente».

 

Le misure colpiscono quasi 60 soggetti – società, persone fisiche e navi – operanti in più giurisdizioni, accusati di trafficare «tecnologie nucleari e missilistiche illecite» con l’Iran, di sostenere le «operazioni informatiche» iraniane e di trasportare petrolio iraniano, come comunicato lunedì dal Dipartimento del Tesoro. Più di un terzo dei destinatari – 21 – ha sede in Cina.

 

Il Tesoro ha inoltre segnalato asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi come settori che potrebbero finire sotto sanzioni secondarie.

 

Durante la conferenza stampa di lunedì Bessent ha annunciato l’avvio dell’«Operazione Esclusione Economica», definita «un’offensiva economica contro i legami finanziari dell’Iran in tutto il mondo».

 

Il segretario del Tesoro USA ha precisato che Washington punirà ogni Paese che non interrompa i propri rapporti economici con Teheran: «Qualsiasi entità che agevoli il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà esclusa dal sistema del dollaro statunitense», ha detto, aggiungendo che «il conto alla rovescia è appena iniziato».

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Secondo i dati più aggiornati della Banca Mondiale, l’Iran esporta verso 147 Paesi e importa da 114. Interrogato su come gli Stati Uniti pensino di costringere circa tre quarti delle nazioni del mondo a cessare i commerci con l’Iran, Bessent ha riferito che il presidente Donald Trump ha chiamato diversi leader nel fine settimana «con richieste specifiche di cessare le loro interazioni» con Teheran e che a ciascuno è stata assegnata «una scadenza precisa» per adeguarsi.

 

L’Iran ha replicato che «nemmeno una goccia» di petrolio uscirà dal Golfo qualora la regione si allineasse al piano americano.

 

Bessent non ha voluto entrare nei dettagli, spiegando ai giornalisti che «non faremo nomi» e che non avrebbe «stabilito delle tempistiche». Alla domanda se Washington si aspetti che la Cina, principale partner commerciale dell’Iran, rispetti le sanzioni, non ha dato una risposta netta.

 

«Riteniamo che il modo migliore per interagire con i Paesi sia attraverso la diplomazia discreta. E ci confrontiamo apertamente con ogni Paese per comunicargli le nostre aspettative. Noi sappiamo chi sono. Loro sanno chi sono», ha dichiarato, aggiungendo che «nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi».

 

A Teheran le minacce sono state liquidate. Il negoziatore di alto livello Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X, dopo la conferenza di Bessent: «Gli americani sanno che nessuno si lascia ingannare dalle loro spacconate».

 

«Gli Stati Uniti non sono in una posizione economica tale da poter ulteriormente limitare le proprie relazioni con altri Paesi», ha osservato il Ghalibaffo. «I partner commerciali dell’Iran, sia attraverso i media che tramite i messaggi che ci hanno inviato, hanno chiarito di non tenere minimamente in considerazione queste dichiarazioni».

 

Domenica Mohsen Rezaei, a capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha avvertito che «nemmeno una goccia di petrolio lascerà il Golfo Persico e lo Stretto di Ormuzzo» se gli Stati del Golfo aderiranno alla campagna di pressione economica USA. Se Trump «vuole fare qualcosa, reagiremo in modo dirompente», ha aggiunto.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana Trump aveva minacciato l’Iran di un «D-Day economico» dopo la scadenza, senza risultati, della finestra di 60 giorni per negoziare escludendo un ritorno al tavolo, tuttavia lunedì il capo delle forze armate pakistane Asim Munir, i cui poteri sono stati appena ampliati, è arrivato a Teheran nel tentativo di riaprire i colloqui.

 

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