Pensiero
Purgatori e le cospirazioni socialmente accettabili
È morto Andrea Purgatori, giornalista d’inchiesta piuttosto noto tra TV e stampa mainstream. Aveva settant’anni, e praticamente mezzo secolo di reportage alle spalle.
Ora, che sia chiaro: non parleremo qui delle cause della morte, sulla quale si è scatenato, per usare le parole della testata Open lo «sciacallaggio no-vax»: insomma la solita ridda di commenti dopo i decessi repentini di gente famosa, con tanti che lanciano accuse nei confronti di determinati procedimenti medici, un fenomeno inevitabile del popolo non greenpassato che ora tante testate, Libero incluso, definiscono «orrore» – senza spiegare altro.
Per una volta, ci facciamo andare benissimo la formula che stiamo leggendo dappertutto: Purgatori è morto a causa di «una malattia fulminante». Sono le esatte parole ripetute nei loro articoli online il Corriere della Sera, il Messaggero, la Gazzetta dello Sport, il Riformista, La Stampa, Fanpage, Il Tempo, il Quotidiano Nazionale, l’Unità, il Sussidiario. Va bene così. Tanto più che ora ci sarebbero due indagati per omicidio colposo dopo la denuncia sporta dalla famiglia.
Renovatio 21 aveva parlato di Purgatori qualche mese fa. In una delle sue belle, lunghissime trasmissioni su La7, dove la nostalgia per i vecchi misteri italici si tagliava con il coltello per spalmarla su panini per over 50, aveva intercettato un piccolo grande scoop: la sorella di Mino Pecorelli – un uomo la cui morte è uno dei tanti enigmi dell’Italia repubblicana – aveva dichiarato che Papa Luciani sarebbe morto nel giorno in cui gli fu consegnata la lista dei cardinali massoni, la celeberrima, appunto, «lista Pecorelli».
Si tratta di una rivelazione immensa, che andrebbe tutta verificata, perché magari alcune date non coincidono, ma non importa: la fonte regge, il possibile disegno che vi sta dietro pure chiama l’attenzione.
Il sottobosco catto-conservatore non se ne accorse nemmeno: è fatto di una mistura di perdigiorno, imbecilli, ragazzini che si battono il petto gorillescamente, persone problematiche, più l’immancabile contorno di nerd liturgici. Purgatori, per l’informazione cattolica, aveva fatto più che tutto la rete del catto-universo con i suoi blog, newsletter e social (perché non bannano mai chi dice cose perfettamente inutili, cioè utili al mantenimento delle nicchie previste dall’establishment).
Diciamo pure che avevamo messo in cantiere, con qualche appunto critico, un articolo su un’altra mega-trasmissione di Purgatori delle scorse settimane, dove andava ad inoltrarsi nella notte più profonda (stricto sensu) parlando del Mostro di Firenze e l’eversione nera.
Era un volto TV a suo modo notissimo, finanche definibile «di culto»: infatti aveva partecipato, mettendoci la testa e anche la faccia, a opere di Corrado Guzzanti come Il caso Scafroglia, finendo quindi nello sketch, poi divenuto per qualche ragione film, Fascisti su Marte, dove interpretava il camerata Fecchia, giunto anch’egli sul «rosso pianeta bolscevico e traditor». I fan di Boris, altra serie di culto, lo ricordano in vari episodi.
La quantità di trasmissioni RAI da lui realizzate è impressionante, come pure la consistenza con cui ha fatto programmi per La7, comparendo infine anche sulla docu-serie Netflix Vatican Girl, su Manuela Orlandi. Tuttavia va ricordato anche per la carriera cinematografica: Purgatori è stato membro dell’Accademia del Cinema Italiano e dell’Accademia Europea del Cinema, posizione meritatasi probabilmente per i film con Marcello Avallone (come l’horror Spettri del 1986, dove la scoperta di una necropoli antica sotto Roma porta maledizioni a go-go), per il film di Michele Placido su Vallanzasca (dal quale, però, aveva tolto la firma) e soprattutto per Il Muro di Gomma (1991) di Marco Risi (figlio del leggendario Dino Risi e fratello del Claudio Risi de I ragazzi della Terza C) che in pratica racconta la sua vicenda di cronista del Corriere della Sera durante gli anni di indagini sul caso Ustica.
Piccola digressione biografica, forse necessaria: ricordo bene, nei primissimi anni del liceo, che ci portarono a vederlo: tutta la scuola, nel cinema accanto, che era un vero teatro, una sala ancora grandissima, ancora non colpita dalla fissione multisala. Ricordo che del film non ricordo nulla: un protagonista giovane con il capello fastidioso che andava forte in certi filmetti impegnatini di quegli anni (l’attore e cineasta Corso Salani, 1967-2010) e basta. Mi sembra di rammentare ad un certo passai al bagno, dove con un gruppetto interclasse si fumava e si parlava, si sparlava, con estrema probabilità di ragazze.
(Mi sento ingrato rispetto al dono che il mondo trenta anni fa poteva farmi: un film, in pellicola 35 millimetri, su un grande teatro, insieme a quasi un migliaio di compagni – ognuno di questi elementi oggi è una rarità infinita, di cui scrivendo sento di avere nostalgia).
Il fatto è che il film su Ustica, per qualche motivo, anche agli adolescenti semplici, come lo ero io (abbastanza), pareva qualcosa di imposto, di inflitto. Di Ustica avevo sentito parlare infinite volte dai Telegiornali delle otto (magari con la voce bassa e suadente dell’indimenticato Paolo Frajese, lo zio del medico idolo no-vaxo) e, sì, mi ero fatto l’idea che si trattava di un mistero di cui non se ne veniva a capo – era l’ennesimo che la mia mente, pur in apparenza disinteressata, annotava. Ho iniziato a leggere i giornali molto precocemente, e la lista di enigmi di sangue alla quale ero sottoposto ancora minorenne – bombe nelle piazze, nelle stazioni, serial killer anche dietro casa (letteralmente), terrorismo, incidenti di navi, aerei, treni – già intasava tanti cassetti dentro di me, spesso senza che lo sapessi.
Più avanti, avrei realizzato che forse era proprio quello il fine: sovraccaricarmi, di modo da sfibrare la mia morale e mollare, qualora ne avessi, ogni ambizione di comprensione della realtà: dedicati ad altro, alle sigarette e alle ragazze, appunto – magari ad attendere il sabato sera con i primi festini alcolici. Bacci, Tabacci venerisque. È la saggezza antica, tutta romana, di chi mi stava narcotizzando offrendomi in orario di scuola dell’obbligo pure panem et cinemam. E potevo pure rifiutare, infilandomi in bagno con il gruppetto dei discoli, bastava che pensassi ad altro.
Sono passate decadi, e dopo aver scritto tre o quattro libri e messo in piedi Renovatio 21 (con la quantità di conferenza in giro per l’Italia degli anni prepandemici), non posso dire che in seguito io non mi sia interessato di misteri e trame oscure.
Tuttavia, l’effetto che mi fa tutto il film su Ustica di Purgatori, e tutta la narrazione intorno è lo stesso: un senso automatico di rifiuto.
C’è da chiedersi perché: in fondo, il giornalismo d’inchiesta, ritengo, è una delle cose più belle del mondo. E qualcuno che si inoltra nel mistero, nella terra incognita, nell’avventura extra-ordinaria, è, per definizione congiunta di Carl Gustav Jung e Joseph Campbell, un «eroe».
E allora perché non provo passione?
Leggo Wikipedia: Purgatori, che aveva il tesserino di giornalista professionista a poco più di vent’anni e pure un Master alla Columbia University di Nuova York (Ivy League…), si occupava di terrorismo nazionale ed internazionale, di stragismo vario, del caso Moro, dei delitti della mafia, veniva inviato in guerra in Libano, in Iraq-Iran, in Palestina, in Tunisia, in Algeria. Tutti temi che mi interessano grandemente. Eppure non ricordo niente di quello che ha scritto in merito.
In una delle sue ultime trasmissioni, quella su Pecorelli e papa Luciani, l’ho sentito raccontare una cosa illuminante: diceva che quando stava al Corriere della Sera (poco più che ventenne!) e il giovedì arrivava OP, la rivista di Pecorelli strapiena di informazioni incredibili pescate chissà come, lo sentiva come un colpo. In pratica, anche il giovane giornalista che si occupa di piste oscure comprendeva che c’era un livello che il suo lavoro avrebbe dovuto raccontare ma al quale lui non poteva attingere. Ad inizio della puntata, raccontava, come rivendicando una qualche prossimità con il centro della storia, che la sera che ammazzarono Pecorelli lui, per un caso della vita, stava in una pizzeria lì vicino.
È possibile, mi chiedo, comprendere la realtà se si appartiene all’establishment? È possibile scavare fino alla verità se si lavora per un grande giornale? Quando Purgatori ci lavorava, il Corriere della Sera era lì lì per esplodere a causa delle infiltrazioni massoniche ai vertici – la P2 di Licio Gelli, forse l’unica Loggia che davvero è emersa e ha pagato (lo ricordava lo stesso Purgatori con Padellaro in una delle sue ultime trasmissioni).
All’epoca chi voleva andare a fondo delle questioni e delineare il quadro generale sottostante alla realtà repubblicana, con i suoi mandanti democratici, cristiani, comunisti, nazionali ed internazionali, non veniva chiamato «complottista», ma, nel gergo dei giornali di quel tempo, «pistarolo».
Immagino che anche per i più aperti ai pistaroli sarebbe stato difficile sentirsi dire da uno: sai, c’è un tizio che vende materassi fuori Roma, è a capo di una setta segreta che conta i vertici della Repubblica, 119 alti ufficiali tra esercito, Guardia di Finanza, Arma dei carabinieri, 22 dirigenti di Polizia, 59 parlamentari, un giudice costituzionale, 8 direttori di giornali, 4 editori, 22 giornalisti imprenditori, l’imitatore più famoso, il principe erede al trono d’Italia, direttori di giornali, eroi della Resistenza, un cantante celeberrimo, banchieri, medici, faccendieri, editori, tutti i capi dei servizi segreti italiani… E questo signore dei materassi parrebbe avere un potere che va al di là della semplice influenza anche in Sudamerica, in Argentina, in Uruguay, in Brasile… e pensati che per i suoi complotti incontra i suoi iniziati in Autogrill, dove tra un panino «fattoria» e una spremuta decide le sorti delle nostra Nazione e pure di altre (questa dell’Autogrill l’ho letta nel libro di Gianfranco Piazzesi Gelli la carriera di un eroe di questa Italia, 1983).
Ecco, il Gelli i tanti giornalisti d’inchiesta di quegli anni non l’hanno visto arrivare (o forse, qualcosa sapevano, ma non potevano dire nulla, perché lo stipendio, perché la carriera). Nessuno, quanto pare, capiva il potere della massoneria sulla società italiana.
Nessuno, a meno che non avesse letto Il problema dell’ora presente di monsignor Henri De Lassus. Un testo di più di un secolo fa, dove però, come in tanti libri della tradizione cattolica, le cose erano raccontate con precisione profetica. L’infiltrazione della massoneria nella società, il suo vero scopo, i contenuti delle sue azioni… sono cose che non sorprendono il tradizionista, quello combattuto dal mainstream anche oggi come bigotto, razzista, omofobo, «complottista» – insomma uno da escludere dalla vita sociale e pure da quella social.
Sto cercando di dire: ci sono cospirazioni sul quale hanno lasciato, in apparenza la briglia sciolta. Ustica, Piazza Fontana, Agca, Emanuela Orlandi, il Mostro di Firenze, Ilaria Alpi… ettolitri di inchiostro spalmati in oltre mezzo secolo, servizi TV, libri, pellicole cinematografiche (magari realizzate con il contributo finanziario dello Stato), fiction per il pubblico bovino delle prime serate del catodo generalista.
Sono cospirazioni che ci hanno lasciato liberi di credere, di intraprendere in discorsi pure pubblici. Sono le cospirazioni socialmente accettabili.
Nessuna di queste cospirazioni ha trovato davvero conclusione, giornalistica o giudiziaria – e forse anche questo non è troppo casuale. Godono di un lasciapassare immenso: se ti ci dedichi non vieni bollato come «complottista» – nemmeno se capita di dire cose che sono apertamente «complottiste» (abbiamo tanti esempi).
Le cospirazioni socialmente accettabili producono diacronicamente quantità di materiale impressionante, al punto che c’è da pensare che la nostra psiche, la nostra concezione della storia e della cittadinanza, sia in certa parte dovuta al fatto che gli oceani di parole sulle «cospirazioni socialmente accettabili» in verità ci tengono tutti a bagnomaria.
Non voglio qui sembrare ingiusto con il defunto Purgatori – non sto parlando espressamente di lui. Anzi di lui vorrei ricordare un’incursione proprio in uno di quegli ambiti toccato molto, molto raramente nella storia del nostro Paese (e anche quando è emerso il sangue, subito la ferità è stata ricucita, ricoperta, e non se ne è saputo più nulla: non fatemi parlare troppo).
Stiamo parlando della Sanità. Purgatori ebbe il coraggio di parlare di uno dei personaggi fondamentali del comparto, il cardinale Fiorenzo Angelini.
Il giovane reporter lo incontrò nel 1976 in Uganda. «Allora solo vescovo, ma già eminenza grigia della sanità cattolica con le mani in pasta in cinque ospedali di Roma, quattrocento immobili e ottomila ettari di tenute agricole intorno alla capitale. Il Giulio Andreotti del Vaticano, di cui era amico fraterno» scrive Purgatori (che si definiva credente non praticante).
«Sbucò tra le bouganville di un lodge con una camicia, un paio di bermuda color kaki e una cinepresa in mano. Fate conto Alberto Sordi in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa. Preciso» continua il giornalista descrivendo il futuro cardinale. «E dopo essersi presentato, chiese due informazioni: dove convenisse fare un buon cambio al mercato nero e se l’avorio di contrabbando a trentamila lire al chilo fosse un prezzo accettabile. Sembrava uno scherzo».
«Nel pomeriggio di quel giorno, incontrai un missionario italiano che viveva lì da dieci anni e lo trovai coi capelli dritti in testa, sconvolto. Mi raccontò che il monsignore gli aveva chiesto di battezzare un bambino nero, così, per fare un filmino ricordo insieme ai suoi amici. Allargando le braccia, il missionario gli aveva detto che non c’erano bambini da battezzare. Ma lui non aveva fratto una piega: Embé? Ne ribattezziamo uno già battezzato, magari ci diventa santo».
Angelini, ricordiamo, era detto «Sua sanità». Qualcuno preferiva chiamarlo «il Richelieu delle medicine». Il Fatto nel 2014 riportava un virgolettato di Duilio Poggiolini, «che fu direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del ministero della Sanità, coinvolto nell’inchiesta “Mani pulite” e additato come membro della loggia massonica P2», proprio riguardo al porporato incontrato da Purgatori nel Continente Nero: «tutti avevano paura di monsignor Angelini, del suo potere immenso. Raccomandava i suoi, segnalava certi imprenditori farmaceutici, pretendeva per loro un trattamento di riguardo, condizionava, dettava legge, lo faceva attraverso i suoi referenti, nella CUF, la Commissione unica del farmaco, e nel CIP farmaci».
Purgatori lo aveva visto, pure nella sua incarnazione afro-turistica stile Alberto Sordi episcopale. Sapeva del suo potere nel mondo dei farmaci, di cui si poteva intuire l’intima natura. E quindi, ci chiediamo, come mai in questi anni del mondo della farmaceutica, che ha preso decisamente il centro della scena, il giornalista non ha dubitato mai?
«Il vaccino è l’unico orizzonte» disse in TV durante la pandemia.
Aveva difeso lockdown, mascherine. Il vaccino ha dimostrato, dati alla mano, il numero delle persone che finiscono in ospedalizzazione e soprattutto in terapia intensiva» ribadiva in televisione anche con un certo pathos. «Il merito è del vaccino, non è delle cure, non è della Provvidenza, non è delle tante sciocchezze che si sentono, in difesa, di che cosa, del nulla!»
A Paolo Brosio che, bonario e medjugoriano, gli ricordava che questo vaccino non è come quello che «abbiamo fatto da piccoli» diceva infervorato «non mi devi interrompere», ricordando che la Gran Bretagna aveva imposto clausura e mascherine anche perché «avendo fatto la Brexit, aveva problemi sociali enormi».
Nessuna delle trame di cui abbiamo parlato in questo sito negli ultimi terribili anni pareva essere mai entrata nel radar del giornalista. Il laboratorio cinese finanziato dagli americani, Bill Gates, il Congresso americano che vota sull’mRNA poche settimane prima del COVID, le armi biologiche, i vaccini DARPA, le Olimpiadi militari di Wuhan, la geopolitica del siero, Anthony Fauci e il Gain of Function, Christian Drosten e i test PCR, le simulazioni Lockstep, Dark Winter, Clade X, il green pass come viatico alla piattaforma del danaro programmabile che sta per sottometterci.
Niente, quelle rimangono solo a noi, perché, a differenza dello IOR e del Mostro di Firenze, sono cospirazioni non socialmente accettabili.
Mettiamola così: le cospirazioni socialmente accettabili ti aiutano a passare il tempo, sono intrattenimento, sono armi di distrazione di massa. Sono, di fatto, vero gatekeeping. Sono mantenute, e forse pure create, dall’establishment, dal sistema che vuole narcotizzarvi, piegarvi, disintegrarvi.
Le cospirazioni socialmente inaccettabili, invece, possono colpirti fisicamente, farti ammalare, ucciderti.
Sarà che di cose da fare ne abbiamo, e per il tempo libero c’è tanta scelta, ma noi staremo sempre sulle seconde: stiamo sulle storie che riguardano da vicino le nostre esistenze biologiche e spirituali, e quindi il destino della vita e della civiltà terrestri.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
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