Spirito
Mons. Viganò, omelia per il mercoledì delle ceneri 2023
Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò.
IN CINERE ET CILICIO
Omelia nel Mercoledì delle Ceneri, in capite jejunii.
Omnipotens sempiterne Deus,
qui Ninivitis, in cinere et cilicio pænitentibus,
indulgentiæ tuæ remedia præstitisti:
concede propitius; ut sic eos imitemur habitu,
quatenus veniæ prosequamur obtentu.
Or. IV in benedictione Cinerum
Vi è una sola cosa che muove a compassione il Signore, dinanzi alla moltitudine dei nostri peccati: la penitenza. Quella penitenza sincera che conferma nell’atteggiamento esteriore il vero pentimento per le colpe commesse, l’intenzione di non più compierle, la volontà di ripararle e soprattutto il dolore per aver con queste offeso la divina Maestà.
In cinere et cilicio, con la cenere e con il cilicio, ossia con quella stoffa ispida e pungente proveniente dalla Cilicia, tessuta di pelo di capra o di crini di cavallo, che era usata come veste dai soldati romani e che rappresenta l’abito spirituale e materiale del penitente.
La divina Liturgia di questo giorno era anticamente riservata ai pubblici peccatori, ai quali era imposto un periodo di penitenza sino al Giovedì Santo, nel quale il Vescovo impartiva loro l’assoluzione.
Ecce ejicimini vos hodie a liminibus sanctæ matris Ecclesiæ propter peccata, et scelera vestra, sicut Adam primus homo ejectus est de paradiso propter transgressionem suam. Vi scacciamo fuori dal recinto di santa madre Chiesa a causa dei vostri peccati e delitti, come fu scacciato fuori dal Paradiso il primo uomo Adamo a causa della sua trasgressione. (Pont. Rom., De expulsione publice Pœnitentium). Così intimava il Vescovo nel commovente rito descritto nel Pontificale Romano, prima di rivolgere loro un’esortazione a non disperare della misericordia del Signore, impegnandosi con il digiuno, la preghiera, i pellegrinaggi, le elemosine e le altre opere buone a conseguire i frutti di una vera penitenza.
Terminato questo monito paterno e severo, i penitenti inginocchiati a piedi scalzi sul sagrato si vedevano chiudere le porte della Cattedrale, dove il Vescovo celebrava i divini Misteri. Quaranta giorni dopo, il Giovedì Santo, essi sarebbero tornati dinanzi a quelle porte con le medesime vesti dimesse, in ginocchio, tenendo una candela spenta in mano. State in silentio: audientes audite, avrebbe intimato loro l’Arcidiacono. E avrebbe proseguito, rivolto al Vescovo a nome dei pubblici penitenti, ricordando le loro opere di riparazione. Lavant aquæ, lavant lachrimæ. Poi per tre volte il Vescovo avrebbe intonato l’antifona Venite e li avrebbe accolti in chiesa, dove essi si sarebbero gettati commossi ai suoi piedi, prostrati et flentes.
A questo punto l’Arcidiacono avrebbe detto: Ripristina in essi, apostolico Pontefice, ciò che le seduzioni del demonio hanno corrotto; per i meriti delle tue preghiere e per mezzo della grazia della riconciliazione, rendi questi uomini vicini a Dio, affinché coloro che prima si vergognavano dei propri peccati, ora si rallegrino di piacere al Signore nella terra dei viventi, dopo aver sconfitto l’autore della propria rovina (Pont. Rom., De reconciliatione Pœnitentium).
Ho voluto soffermarmi su questo rito antichissimo – e che vi esorto a leggere e meditare per la vostra edificazione – allo scopo di farvi comprendere come la giusta severità della Chiesa non sia mai disgiunta dalla sua materna misericordia, sull’esempio del Signore. Se essa negasse che vi siano delle colpe da espiare, verrebbe meno alla giustizia; se illudesse i peccatori di poter meritare il perdono senza sincero pentimento, offenderebbe la misericordia di Dio e mancherebbe alla carità. E invece essa non cessa di ricordarci che siamo figli dell’ira, a causa del peccato di Adamo, dei nostri peccati, di quelli dei nostri fratelli e di quelli pubblici – oggi esecrandi – delle nazioni.
La Santa Chiesa ci ricorda la penitenza di Adamo ed Eva, la redenzione iniziata in quel medesimo paradiso con la maledizione del Serpente e l’annuncio del protoevangelo: Porrò inimicizia tra te e la Donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: Ella ti schiaccerà il capo, e tu Le insidierai il calcagno (Gen 3, 15).
La Santa Chiesa ci mostra le molteplici occasioni in cui sotto l’Antica Legge i nostri padri nuovamente peccarono, e nuovamente ottennero misericordia presso Dio grazie alla penitenza: l’esempio degli abitanti di Ninive è richiamato anche nelle orazioni e nei testi della benedizione delle Sacre Ceneri. Ci mostra – specialmente nella liturgia della Quaresima, della Settimana di Passione e della Settimana Santa – l’obbedienza del Figlio di Dio alla volontà del Padre, per compiere l’opera mirabile della Redenzione portata a termine sul legno della Croce.
Ci propone l’esempio dei Santi penitenti, ci addita la necessità del pentimento e della conversione, ci istruisce con la mirabile pedagogia dei sacri riti a comprendere la gravità del peccato, l’enormità dell’offesa alla Maestà divina, l’infinità dei meriti del Sacrificio di Nostro Signore che essa rinnova sui nostri altari.
Quella porta che si muove lenta e pesante sui cardini per chiudersi ai penitenti lasciandoli lontani dall’altare non è sorda crudeltà, ma sofferta severità di una madre che non cessa di pregare per loro, che li attende fiduciosa di vederli pentiti e consapevoli del sommo Bene di cui le loro colpe li hanno privati.
Per lo stesso motivo, dalla Settimana di Passione e fino alla Veglia pasquale, le croci e le immagini sacre nelle chiese sono velate, per ricordarci la nostra indegnità di peccatori e il silenzio di Dio, un silenzio che sperimentò anche Nostro Signore nell’orto del Getsemani e sulla Croce, e che similmente provarono i mistici nei tormenti spirituali della Notte oscura.
Dov’è finito tutto questo? Perché proprio nel momento in cui il mondo aveva maggior bisogno di esser richiamato alla fedeltà a Cristo, la liturgia della Chiesa è stata spogliata dei suoi simboli più pedagogicamente efficaci? Perché è stato abolito il rito dell’espulsione dei pubblici penitenti, e con esso quello della loro riconciliazione?
E ancora: perché i Pastori non ci parlano più del peccato originale, della via della Croce, della necessità della penitenza?
Perché la giustizia divina è taciuta o negata, mentre si stravolge e vanifica la misericordia di Dio, quasi ne avessimo diritto a prescindere dalla nostra contrizione?
Perché sentiamo dire che l’Assoluzione non va negata a nessuno, quando il pentimento – come insegna il Concilio di Trento – è materia inscindibile del Sacramento, assieme alla confessione dei propri peccati e alla soddisfazione della penitenza?
Perché si tace la meditazione della Morte, l’ineluttabilità del Giudizio, la realtà dell’Inferno per i dannati e del Paradiso per gli eletti?
Perché un orgoglio luciferino ha portato a costruire un idolo al posto del vero Dio.
Cosa c’è di più consolante di sapere che le nostre innumerevoli infedeltà, anche le più gravi, possono essere perdonate se solo ci riconosciamo con umiltà colpevoli e bisognosi della misericordia di Dio, che ha dato il Suo Figlio unigenito per salvarci e renderci beati per l’eternità?
È il mysterium iniquitatis, cari figli. Il mistero dell’iniquità, di come essa sia permessa da Dio per temprarci e renderci meritevoli del premio eterno; di come essa possa apparire trionfante nella sua oscena arroganza, mentre il Bene opera nel silenzio e senza strepito; di come essa riesca a sedurre gli uomini con false promesse, facendo loro dimenticare l’orrore del peccato, la mostruosità del renderci responsabili di ogni patimento subito dal Salvatore, di ogni sputo, ogni percossa, ogni colpo di flagello, ogni ferita, ogni spina, ogni goccia del Suo preziosissimo Sangue, ogni Sua lacrima, e soprattutto di ogni dolore spirituale causato all’Uomo-Dio dalla nostra ingratitudine. Responsabili di ogni sofferenza della Sua santissima Madre, il cui Cuore Immacolato è trafitto da spade acuminate, unendoLa alla Passione del Suo divin Figlio.
Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta! (Gio 3, 2), annuncia il profeta Giona. I Niniviti credettero a Dio, proclamarono un digiuno, e si vestirono di sacchi, tutti, dal più grande al più piccolo. E poiché la notizia era giunta al re di Ninive, questi si alzò dal trono, si tolse il mantello di dosso, si coprì di sacco e si mise seduto sulla cenere. Poi, per decreto del re e dei suoi grandi, fu reso noto in Ninive un ordine di questo tipo: «Uomini e animali, armenti e greggi, non assaggino nulla; non vadano al pascolo e non bevano acqua; uomini e animali si coprano di sacco e gridino a Dio con forza; ognuno si converta dalla sua malvagità e dalla violenza compiuta dalle sue mani. Forse Dio si ricrederà, si pentirà e spegnerà la sua ira ardente, così che noi non periamo» (Gio 3, 5-9).
Ancora quaranta giorni: questo monito vale anche per noi, forse più di quanto non valesse per i Niniviti.
Vale per questo mondo corrotto e ribelle, che ha tolto la corona regale a Cristo per farvi regnare Satana, omicida sin dal principio.
Vale per le nazioni un tempo cattoliche, in cui l’orrore dell’aborto, dell’eutanasia, della manipolazione genetica, della perversione dei costumi grida vendetta al Cielo.
Vale per la Chiesa, infestata da falsi pastori e da mercenari, resisi servi e complici del Principe di questo mondo, e che considerano nemici i fedeli loro affidati.
Vale per ciascuno di noi, che dinanzi a questa sovversione universale crediamo di poterci sottrarre al combattimento cercando riparo nella confortevole prospettiva dell’intervento miracoloso di Dio, o fingendo di poter convivere con i Suoi nemici, accettando i loro ricatti a patto che ci lascino i nostri piccoli spazi in cui celebrare la Messa tridentina.
Ancora quaranta giorni: è il tempo che ci separa dal paventato documento «pontificio» con cui l’autorità di Pietro, istituita per preservare l’unità della Fede nel vincolo della Carità, verrà nuovamente usata per accusare di scisma chi non vorrà piegarsi a nuove, illecite restrizioni di ciò che per duemila anni è stato il più prezioso tesoro della Chiesa e il più tremendo baluardo contro gli eretici: il Santo Sacrificio della Messa; e colui che lacera la veste inconsutile di Cristo diffondendo eresie e scandali cercherà di bandire dal sacro recinto chi rimane fedele al Signore.
Ancora quaranta giorni: è il tempo propizio nel quale ciascuno di noi, nel segreto della sua camera, potrà pregare, digiunare, fare penitenza, donare elemosine e compiere opere buone per espiare le proprie colpe, per riparare ai peccati pubblici delle nazioni, per implorare la Maestà divina di non abbandonare la Sua eredità, la Santa Chiesa, all’obbrobrio di essere dominata dalle nazioni (Gio 2, 12).
Con queste disposizioni, cari figli, non occorrerà ricordarvi la legge dell’astinenza e del digiuno, perché saprete accumulare quei tesori spirituali che nessun potere terreno potrà sottrarvi, e che saranno la migliore preparazione alla celebrazione della Pasqua che ci attende alla fine del percorso quaresimale.
In cinere et cilicio: la cenere sia segno della vanità del mondo, dell’illusorietà delle sue promesse, dell’inesorabilità della morte temporale; il cilicio pungente che i soldati usavano per le vesti ci sproni alla buona battaglia, come ci esorta la preghiera conclusiva della Benedizione delle Ceneri: Concede nobis, Domine, præsidia militiæ christianæ sanctis inchoare jejuniis: ut contra spiritales nequitias pugnaturi, continentiæ muniamur auxiliis.
Concedi a noi, Signore, di iniziare con santi digiuni le difese della milizia cristiana, affinché siamo muniti della protezione della continenza, dovendo combattere contro nemici spirituali.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
22 Febbraio MMXXIII
Feria IV Cinerum
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.
Pensiero
Scomunicati anche i fedeli FSSPX. Ecco il genocidio tirannico del Vaticano moderno
Un incredibile documento rilasciato in queste ore dal Dicastero della Fede (DDF) diretto da Victor Manuel «Tucho» Fernandez illustra in maniera definitiva come la scomunica contro la FSSPX non riguardi solo i vescovi, come delineato nel decreto uscito sempre ieri, ma anche i sacerdoti e perfino i fedeli della FSSPX.
Il documento è apparso sul sito del DDF con il titolo «Prassi per la riconciliazione di fedeli appartenenti alla Fraternità San Pio X». Esso sarebbe stato trasmesso alle nunziature apostoliche, e conterrebbe «e indicazioni da seguire per i sacerdoti e i fedeli laici appartenenti alla Fraternità San Pio X che desiderano ristabilire la piena comunione con la Chiesa».
Per quanto riguarda i sacerdoti, la procedura che il Dicastero per la Dottrina della Fede adotta, a decorrere dal 1° luglio 2026, stabilisce che il sacerdote il quale abbia scelto di abbandonare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronto ad accogliere il Concilio Vaticano II e la legittimità del novus ordo Missae pur restando legato al rito antico, debba «trovare un Ordinario (Vescovo diocesano, Superiore maggiore degli Istituti religiosi di diritto pontificio clericali e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio clericali ecc.) disposto ad accoglierlo ad experimentum».
Pertanto il sacerdote dovrà «scrivere di proprio pugno al Santo Padre una lettera nella quale si presenta e chiede la remissione delle censure incorse a motivo dell’Ordinazione ricevuta da un Vescovo scomunicato o irregolare, o essendo stato ordinato validamente e legittimamente, sia entrato successivamente a far parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X».
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Il sacerdote dovrà inoltre allegare il certificato di ordinazione sacerdotale e accludere, firmate e datate, «la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate». Si tratta della Professione che sintetizza i contenuti della fede cattolica e della Formula di adesione con la quale il sacerdote promette fedeltà al Papa impegnandosi a non attaccare pubblicamente lui e il suo magistero.
Il sacerdote dovrà far inviare i documenti (la lettera con il certificato, la Professione e la Formula di adesione) dall’Ordinario «il quale manifesterà nella lettera di accompagnamento la disponibilità ad accoglierlo ad experimentum nella propria Diocesi o nel proprio Istituto». Appena ricevuti i documenti dall’Ordinario, il Dicastero redige un Rescritto di remissione delle censure, autorizzando l’Ordinario ad accogliere il sacerdote richiedente «per un periodo di prova di almeno un anno e non più di tre, al termine del quale, si potrà procedere alla sua incardinazione».
Il primo modulo di adesione allegato, chiamato «Professio Fidei», notiamo, è in latino. «Ego ______ firma fide credo et profiteor omnia et singula quae continentur in Symbolo fidei, videlicet Credo in unum Deum Patrem omnipotentem (…)».
L’allegato B si chiama invece Formula Adhaesionis, e rende con più chiarezza quale sia il problema: l’accettazione del Concilio Vaticano II, considerato in pratica come dogma ineludibile della Chiesa attuale. «Accipio doctrinam, quae in n° 25 Constitutionis dogmaticae Lumen Gentium Concilii Vaticani II de Magisterio Ecclesiae et de adhaesione illi debita docetur», scrive. «Accetto la dottrina che viene insegnata nel n° 25 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero della Chiesa e sull’adesione a esso dovuta».
Il modulo dichiara inoltre di ritenere valida la celebrazione della Messa secondo i riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II e di aderire alle norme del Codice di Diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II. «Declaro etiam me accipere validitatem Sacrificii Missae et Sacramentorum celebratorum cum intentione faciendi quod facit Ecclesia, et secundum ritus qui inveniuntur in editionibus typicis Missalis Romani necnon Ritualium a Summis Pontificibus Paulo VI et Ioanne Paulo II editis» («Dichiaro anche di accettare la validità del Sacrificio della Messa e dei Sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, e secondo i riti che si trovano nelle edizioni tipiche del Messale Romano e dei Rituali editi dai Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II»).
C’è poi la parte più umanamente spinosa, che riguarda i fedeli della FSSPX, che sono più di 600 mila in tutto il mondo, ma sono coinvolte certamente più persone – financo milioni – che partecipano saltuariamente alle celebrazioni della Fraternità o simpatizzano.
Secondo il documento, la prassi di riconciliazione «afferisce alla questione della imputabilità o grado di responsabilità soggettiva dei fedeli laici che hanno aderito formalmente o frequentano la Fraternità Sacerdotale San Pio X e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica».
«L’imposizione della pena a laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X non può essere presunta in modo automatico, ma deve essere valutata caso per caso» scrive il testo del DDF, che procede enucleando una morfologia del fedele FSSPX.
«Poiché l’imputabilità richiede piena avvertenza e deliberato consenso, esempi di imputabilità comprovata possono riguardare: 1. Laici facenti parte del Terz’Ordine della Fraternità Sacerdotale San Pio X; 2. Laici che partecipano abitualmente alle celebrazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X, condividendone formalmente le posizioni dottrinali. Al contrario, non sono da ritenersi imputabili: 3. Laici che abbiano frequentato la Fraternità Sacerdotale San Pio X solo per motivi liturgici o spirituali; 4. Laici che, pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero o l’autorità del Romano Pontefice».
«L’eventuale procedura da seguire per i laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X ai quali è stata imposta una pena e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica implica un atto formale di piena adesione alla dottrina e obbedienza alla gerarchia cattolica, sotto la giurisdizione dell’Ordinario del luogo, garante dell’unità della Chiesa particolare».
«Pertanto, un fedele laico, di cui ai nn. 1-2, che ha deciso di lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X deve: • Presentare all’Ordinario del luogo la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate (cf. allegati A-B)». Si tratta del modulo di autocritica (i pensieri qui vanno al comunismo, alla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong…) di cui sopra.
«Una volta ottenuta la documentazione, l’Ordinario del luogo provvederà ad accogliere il fedele laico nei tempi e nei modi che riterrà più opportuni, servendosi ad esempio del Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati, debitamente adattato. Per quanto riguarda il fedele laico, di cui ai nn. 3-4, basterà che si rivolga ad un sacerdote in piena comunione, con la decisione di non frequentare in futuro la Fraternità Sacerdotale di San Pio X».
Il documento chiarisce una volta per tutte che, diversamente da quanto detto con le scomuniche del 1988 (quando, a mo’ di spaventapasseri avevano fatto spargere la voce che sarebbero stati colpiti tutti, ma si trattava probabilmente di una tattica per spaventare la gente), questa volta è interessato direttamente ed ufficialmente tutto il popolo dei fedeli FSSPX.
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Come abbiamo visto anche per il decreto, anche qui ci sono incongruenze, non sequitur, «buchi» vari nella sceneggiatura modernista: che cos’è una «condivisione formale» delle posizioni teologiche della FSSPX? A parte il Concilio – e di conseguenza il rito della Santa Messa – c’è altro che allontana la Fraternità dalla Chiesa?
E come mai nei confronti di Williamson e dei vescovi da lui consacrati negli ultimi anni non vi è stata alcuna scomunica comunicata dal Sant’Uffizio? Quindi i fedeli della cosiddetta Resistenza, a differenza di quelli della FSSPX, non incappano nella scomunica?
E ancora: i sedevacantisti, sempre a differenza dei fedeli lefebvriani, non sono scomunicati, pur essi rigettando con giusta virulenza il Concilio?
E i bambini? Sono scomunicati? In teoria no: il Canone 1323 stabilisce che chi non ha ancora compiuto i 16 anni di età non è passibile di alcuna pena ecclesiastica, inclusa la scomunica, dichiarando totalmente incapaci di commettere un delitto canonico coloro che mancano abitualmente dell’uso della ragione.
Tuttavia, possiamo fidarci della banda Tucho? Come abbiamo visto nel caso delle scomuniche al popolo fedele (e nella Fiducia Supplicans e nelle sue correzioni dopo lo scandalo, e in tante altre sconce occasioni), no, in nessun modo possiamo fidarci. Perché la cintura modernista che governa il pontificato, slatentizzatasi con gli ultimi papati, si ritiene legibus soluta, può decretare qualsiasi cosa, non solo contro il Magistero eterno della Chiesa, ma anche contro il diritto canonico: ecco il diritto assoluto del vertice, che in una parola si può definire tirannia.
È, chiaramente, l’istituzione di un sistema totalitario: l’autorità comanda e il popolo obbedisce anche contronatura e contra legem, pena la sua eliminazione – in questo caso, per scomunica.
Riflettendo, ciò ci porta fuori dall’equivoco del «ritardo cattolico». Il Vaticano conciliare non arriva dopo le tendenze sociopolitiche del mondo moderno, ma le anticipa (così come il Concilio Vaticano II con evidenza precorreva la dissoluzione della morale vista col ’68 e negli anni successivi).
Ecco quindi spiegato come, ad esempio, la città Stato del Vaticano sia divenuta, il Paese con il più terrificante obbligo vaccinale al mondo (in pratica, un grande laboratorio Pfizer, con espulsione a chi non si sottometteva alla dittatura pandemica e alla siringa genica).
Il Vaticano moderno stato paragonato, a quell’epoca, ad un altro Stato religioso, lo Stato di Israele, dove pure vaccini e lockdown – e danni mostruosi correlati – erano prosperati senza limiti. Notiamo qui un’altra similitudine, che ci mostra davvero la cifra moderna di ambo le realtà, che ne fanno vere espressioni dello Stato moderno: il genocidio.
Che cos’è, se non un genocidio spirituale, la scomunica di mezzo milione di persone?
Come possiamo aver rispetto di un potere che vuole eliminare il suo stesso popolo?
Come possiamo non reagire?
Roberto Dal Bosco
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Pensiero
Incongruenze nel decreto di scomunica della FSSPX
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Spirito
Il card. Fernandez decreta la scomunica dei sei vescovi FSSPX. E i preti e i fedeli…
Il Dicastero vaticano per la Dottrina della Fede, guidato dal cardinale Manuel «Tucho» Fernandez ha emesso stamattina un decreto di scomunica che dichiara automaticamente scomunicati i sei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, a seguito della consacrazione di quattro nuovi vescovi senza l’approvazione papale.
Il decreto firmato dal cardinale Fernandez, figura al centro di diversi scandali e controversie, stabilisce che il consacratore, il vescovo Alfonso de Galarreta, e i quattro vescovi appena consacrati (Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier) sono incorsi nella scomunica latae sententiae. Anche il vescovo Bernard Fellay è stato dichiarato scomunicato per aver ricoperto la carica di co-consacratore.
«Dichiaro dunque a tutti gli effetti giuridici che sia il suddetto Vescovo Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica».
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Il decreto scrive che «Nonostante le ammonizioni rivolte al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il Vescovo Alfonso de Galarreta, avendo compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice, è incorso ipso facto nelle pene previste dal can. 1387 e dal can. 1364 § 1 CIC 2021».
«Dichiaro inoltre che il Vescovo Bernard Fellay, avendo partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come conconsacrante, avendo così aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal can. 1364 § 1 CIC 2021».
Il documento, firmato oltre che da «Tucho» anche dal Segretario per la Sezione Disciplinare arcivescovo John J. Kennedy e dal segretario per la Sezione Dottrinale monsignor Armando Matteo, si spinge oltre, etichettando tutti i sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X come scismatici passibili di scomunica e dichiarando invalide le confessioni da loro ascoltate e i matrimoni da loro celebrati.
Il decreto avverte inoltre che i fedeli che aderiscono formalmente alla Fraternità Sacerdotale San Pio X potrebbero incorrere nella scomunica. «Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae» conclude il decreto.
La scomunica dei fedeli – che ha ancora meno validità canonica di quella dei vescovi consacrati e consacranti – era stata paventata negli scorsi mesi. Tuttavia si era pensato ad uno spaventapasseri per allontanare i fedeli: lo stesso, ricordano alcuni sacerdoti della FSSPX, era stato tentato da Wojtyla, con voci sulle scomuniche di chi segue la Fraternità lasciate correre prima delle consacrazione del 1988. Poi però non se n’era fatto nulla, e ad essere scomunicati erano solo i vescovi coinvolti nella consacrazione.
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Questa volta, nel Vaticano privo di limiti teologici e di decenza, la linea rossa sembra stata passata agilmente. Con evidenza, sussurrano alcuni, non comanda papa Leone il buono, ma la cintura di modernisti e pervertitori che Bergoglio, nelle sue bizze da mercuriale caudillo, poteva, volendo tenere a bada, almeno ogni tanto, quando gli girava.
Ora lo Stato profondo ecclesiastico parrebbe proprio avere mano libera. Certo, va chiarito meglio cosa si intende con l’espressione «aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X», ma è chiarissima l’intenzione profonda.
Chiediamo ai cardinali del Vaticano conciliare, chiediamo al sommo pontefice: state scomunicando anche i bambini? State scomunicando tutte le stupende famiglie cattoliche che si assiepavano sul prato di Econe? State scomunicando le centinaia di migliaia di fedeli FSSPX in tutto il mondo?
State scomunicando i nostri figli?
Davvero credete che questa vostre decisioni sarà senza conseguenze per il futuro della Chiesa?
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